ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 23 marzo 2018

Il gattopardo che si aggira dentro le mura leonine

http://www.nationalgeographic.it/images/2015/12/09/000745533-dd2f2e66-fc9a-4f64-85d2-002558da12be.jpg

Dai loro riti li riconoscerete. Il sangue dei martiri e l’inchiostro degli scrivani 

Non si loderà mai abbastanza il povero Karl Marx, che ne ha sbagliate tante, ma ci ha lasciato quel saggio monito secondo cui la storia si presenta una prima volta in tragedia e la seconda si ripete in farsa. Va sempre a finire così quando ci sono di mezzo gli uomini che fornicano con il potere in amoris laetitia e si esibiscono gaiamente sotto i riflettori del mondo. Dunque il giallo, pallidissimo per la verità, della mezza lettera di Benedetto XVI sui saggi dedicati alla teologia di Francesco I non ha fatto eccezione, ed è arrivato in una sola settimana alla comica finale con le dimissioni di monsignor Dario Edoardo Viganò da Prefetto della Segreteria per la Comunicazione. L’evangelizzatore dei massmedia, il faro morale delle news che piacciono alla chiesa che piace ha lasciato la sua carica per aver spacciato una notizia semivera. O semifalsa, se si preferisce, che è la stessa cosa. Naturalmente, monsignore è uscito dalla porta della Segreteria come Prefetto per rientrarvi dal portone come Assessore, cioè come garante della continuità massmediatica secondo Bergoglio. Un’operazione, si sarebbe tentati di dire, all’italiana, o anche all’argentina, e invece tocca ammettere alla vaticana. 


Il succo della vicenda è tutto qua, una piccola scaramuccia di potere dopo cui tutto cambia perché tutto rimanga uguale. Il gattopardo che si aggira dentro le mura leonine è di gran lunga più abile e vorace di quello siculo. Così abile e vorace da alimentarsi di tutto quanto propagano sul suo conto, in bene e in male, quei massmedia con i quali volentieri si apparta dietro i divani dei salotti perbene e che monsignor Viganò avrebbe dovuto educare al vero con le sue maldestre bugie. Neanche il genio di un Tomasi di Lampedusa riuscirebbe da solo a cartografare la geografia di un potere sempre uguale a se stesso in virtù, o meglio in vizio, di oscuri e insondabili labirinti delle anime e dei corpi.
In ragione di questo gattopardismo, ancor più che i vari Melloni, Rodari & Tornielli affannati nel mostrare come e qualmente tutto vada bene madama la marchesa, sono patetici i presunti trionfatori della tenzone. Non hanno capito, i poveri megafoni del ratzingerismo, che tutto finisce qui, anzi era finito prima di cominciare per emerito volere. Sono convinti di aver vinto una battaglia e non si sono accorti che non c’è la guerra. Intanto, sopraffatti da un incontenibile conservatorismo di ritorno, fanno scorrere inchiostro vittorioso con la baldanza di un novantenne prostatico. Nei giornali si definirebbe sbrigativamente l’increscioso fenomeno con una formula più concisa, ma meno elegante.
Più che nelle dimissioni di monsignore, il gran finale della farsa sta in questo continuare a raccontare ignobili vicende condite con il gusto pruriginoso per il lato B del potere, in questo sentirsi cronisti di epocali cambiamenti sbirciando dalla serratura, tra l’altro della porta sbagliata. Uno spettacolino che ricorda veramente Marx, Groucho, ancor più di Karl. Richiama alla memoria il Marx newyorkese che ammoniva “Questi sono i miei principi, se non vi piacciono ne ho degli altri” e poi spiegava che “il segreto della vita comprende l’onestà e un comportamento corretto: se riesci a fingerli, ce l’hai fatta”.
Per la cronachetta di tali epiche giornate, varrebbe come conclusione quest’altro pensierino  grouchiste “La commedia non mi è piaciuta, però l’ho vista in condizioni sfavorevoli: il sipario era alzato”. Ma, a volerne trarre qualche considerazione, bisogna tornare all’altro Marx, quello di Treviri, perché prima della farsa è andata in scena la tragedia.
Per quanto in sessantaquattresimo, bagatelle di tal fatta sono eco di cronache tremende provenienti da una chiesa che ha trasunstanziato il sangue dei martiri nell’inchiostro degli scrivani. Una chiesa venuta a patti scellerati con il mondo e ha rinunciato all’unica arma che lo possa convertire, il martirio. Una chiesa che teme il proprio sangue, ancor prima che per le ferite mortali da cui solo può sgorgare, per l’efficacia che gli è consustanziale. Più che il proprio dolore e il proprio male, questi similcristiani temono il bene del prossimo. Hanno cominciato a tacere l’inferno e hanno finito per chiudere le porte del paradiso. Una chiesa atea non può permettere che dal cuore ferito delle creature sgorghi il desiderio di Dio a testimonianza del suo tradimento del vangelo. Così, alla Parola di Dio sostituisce il gossip degli uomini, alla Buona Novella preferisce “Novella 2000”, entra in comunione con le sue pecorelle attraverso il pettegolezzo sulle beghe di palazzo.
Non è data differenza tra chi sta da una parte chi sta dall’altra, fra progressisti e conservatori, partecipano tutti della stessa fede nell’uomo e praticano tutti la stessa religione della parola vana e vanitosa. Dunque, mettono tutti in scena lo stesso rito. Le redazioni sono le loro chiese, lo scoop è il loro sacramento, che ha come materia l’inchiostro e come forma un titolo. E i lettori cibano le loro anime con i sacramenti mondani persino più piamente e con più fede di quando si mettono in piedi a ricevere sulle mani il Corpo di Nostro Signore, ammesso che lo sia veramente.
Tutti, ministri e fedeli, sono in adorazione dello stesso dio, che fa la sua epifania sotto la forma dei mezzi di comunicazione. Si illudono di tramettere e ricevere un messaggio, ma, come aveva previsto McLuhan, non fanno che diffondere il mezzo, ormai assurto al rango di divinità. E il potere curiale spezza il pane della notizia nelle mani di tutti i ministri del culto, a qualunque parrocchia appartengano, perché arrivi al popolo frazionato nelle giuste proporzioni fra progressismo e conservazione e poi, una volta goduto e ruminato, venga archiviato tutto intero, senza che nulla sia cambiato. Che è il vero miracolo prodotto da queste orribili celebrazioni.
La malattia dell’animo umano su cui riposano tali riti è la vanagloria, così ben descritto da San Giovanni Climaco nella Scala del Paradiso: “La vanagloria è, quanto al genere, stravolgimento della natura, perversione dei costumi, attenzione continua al biasimo; quanto alla qualità è dispersione delle fatiche, spreco dei sudori, travisamento del tesoro, figlia della mancanza di fede, precorritrice della superbia, naufragio in porto, formica nell’aia”. E il ministro del culto, sempre seguendo l’autore della Scala, è “il vanaglorioso (…) un idolatra credente, che in apparenza venera Dio, ma vuole piacere agli uomini e non a Dio. Il vanaglorioso è, chiunque sia, un esibizionista”.
La prova sta nella considerazione tratta da una giornalista completamente estranea a simili liturgie una volta saputo che tutto ha avuto inizio con la lettura della mezza lettera di Benedetto XVI da parte di monsignor Viganò: “Ma non poteva evitare di leggerla?”. No, non poteva non leggerla, perché la vanità è più forte della prudenza. Ma soprattutto perché l’idea della divinità, per quanto falsa, instilla nel cuore dell’uomo che il suo rito venga celebrato.

– di Alessandro Gnocchi
https://www.riscossacristiana.it/dai-loro-riti-li-riconoscerete-il-sangue-dei-martiri-e-linchiostro-degli-scrivani-di-alessandro-gnocchi/

La guerra a Bergoglio



Il siluro di Ratzinger apre ufficialmente la guerra a Francesco
Un ex papa che indirizza un siluro micidiale contro il suo successore non si e era mai visto ( anche perché, in verità, non si erano mai visti ex papi…). La decisione di Joseph Ratzinger di compiere un gesto clamoroso e aperto di ostilità verso Francesco lascia abbastanza stupiti. Ma suggerisce anche alcune riflessioni.

Stupiti perché magari uno non si aspetta la freccia avvelenata dal rappresentante ( o, comunque, ex rappresentante… ) di Dio in terra. Deve essere complicato, per un cattolico, immaginare come possa una persona scelta e ispirata dallo Spirito Santo – cioè dalla bontà celeste – compiere un gesto oggettivamente perfido come quello compiuto da Benedetto XVI. Gli hanno chiesto di scrivere una introduzione a un libro su Francesco, lui poteva tranquillamente rispondere di no, punto e basta. Non sarebbe successo niente. Ma accettare l’incarico, poi scrivere con feroce malizia di non avere avuto tempo di leggere il libro, e infine vergare parole al veleno contro uno degli autori… beh sembra un gioco dettato molto più dall’astio che da Dio.

Dopodiché il Vaticano ha fatto un pasticcio e ha censurato Ratzinger. E a quel punto l’ex papa ci ha messo il carico da 11, innalzando ancora il livello di cattiveria nello scontro, e vendicandosi nel modo in cui in genere fanno i politici o i Pm: pas- sando le carte a qualche giornalista amico e facendo scoppiare lo scandalo.

Fin qui lo stupore. Diceva Andreotti, che di Vaticano se ne intendeva assai, «a pensare male si fa peccato ma in genere ci si azzecca…». Poi c’è la riflessione, e nella riflessione lasciamo da parte le ironie e gli sberleffi. Dunque Ratzinger, in modo abbastanza esplicito, ha aperto le porte al piccolo e battagliero esercito, interno alle gerarchie ecclesiastiche, che è in guerra aperta con il papa. La guerra, come tutte le guerre, riguarda naturalmente il potere e la suddivisione del potere, però riguarda anche alcune grandi scelte ideali. E questa guerra, combattutissima dentro la Chiesa e dentro le gerarchie, si è largamente estesa a pezzi ampi di società. Alla politica, dell’intellettualità, soprattutto al giornalismo.

A questo punto ci interessa limitatamente la questione del potere nella Chiesa. Ci interessano di più, perché riguardano tutti – anche il pezzo di società dei non credenti ( della quale, peraltro faccio parte) – le idee di fondo che sono al centro di questa guerra.

Papa Francesco ha portato dentro la Chiesa e dentro il suo magistero una vera e propria rivoluzione. Ha rovesciato senza tanti indugi gli atteggiamenti del suo predecessore, e anche in gran parte i suoi punti di vista. Ha trasformato la dottrina della Chiesa da dottrina fondamentalmente conservatrice ( come era diventata da subito dopo la conclusione del Concilio, diciamo più o meno dalla fine degli anni sessanta) a dottrina liberale e di progresso. Ha accentuato la parte antiliberista del pensiero di Wojtyla, gettando a mare però tutto l’apparato fideistico, tradizionalista e liturgico di Giovanni Paolo II. Ha inventato un modello di Chiesa molto sociale, costruita sul valore assoluto della carità e della fratellanza ( ispirandosi a San Paolo), e che mette in secondo piano l’importanza della fede, i riti, le gerarchie, gli autoritarismi. Ha immaginato, e sta provando a costruire, una Chiesa che sia il punto di riferimento per un pezzo di società laica, e anche non credente, liberale, democratica e che considera la solidarietà e l’aspirazione all’uguaglianza come le bussole per la politica.

Vi pare poco? Beh, in nessun caso sarebbe poco, un’impresa di questo genere. Diventa davvero un’impresa titanica se viene messa in moto, in Occidente, in un momento storico caratterizzato dal dilagare, nello spirito pubblico, del populismo, del nazionalismo, del giustizialismo, ma anche della meritocrazia e del mercatismo. Cioè tutto il contrario del bagaglio ideale e spirituale che il papa getta nella mischia. Con la consapevolezza di compiere una scelta minoritaria, quasi di elite, e cioè una scelta in contrasto con un pezzo grandissimo della storia della Chiesa ( che, di solito, ama lo stare in maggioranza).

C’è una obiezione, che spesso mi sento fare. Questa: come fai a sostenere che il papa è nemico del populismo, visto che lui stesso ha un’origine culturale e persino religiosa di chiaro stampo populista, o addirittura peronista? La domanda, naturalmente non è infondata. Il fatto è che il populismo di oggi – sostanzialmente nazionalista, xenofobo e legalitario – ha pochissimo a che fare col populismo peronista dal quale proviene Bergoglio. Il peronismo di Bergoglio è in modo evidente un peronismo rivoluzionario. Il populismo che sta dominando l’Europa è di carattere reazionario. Il peronismo di Bergoglio è fortemente cristiano, affonda le radici sull’essenziale del vangelo. Il populismo moderno è completamente pagano, anticristiano, cresciuto nella negazione orgogliosa della solidarietà, della diversità, e nel rifiuto degli ultimi. Ho scritto queste cose per sostenere un concetto molto semplice: la lotta tra bergogliani e anti bergogliani ( nella quale ha deciso di scendere anche Ratzinger) non è una semplice guerra civile interna alla Chiesa. E’ il fronteggiarsi tra due idee di modernità, opposte e difficilmente conciliabili, che con il passare dei prossimi anni finiranno per giungere alla resa dei conti finale. Sarà difficile assumere posizioni intermedie. Bisognerà scegliere. La modernità è solidarietà e diritti, o invece la modernità è merito e mercato?


Ciascuno di noi dovrà rispondere, compiendo una scelta non solo di fede. E in questa scelta la Chiesa avrà un peso grande. Bisognerà vedere se resterà la Chiesa di Bergoglio o tornerà ad essere la Chiesa di Ratzinger.

Piero Sansonetti

http://ildubbio.news/ildubbio/2018/03/23/la-guerra-bergoglio/

Se la lettera di “rifiuto” di Papa Benedetto XIV mostra la grave frattura nella Chiesa

Di , il 8 Comment
Ormai, credo, tutti conoscono la querelle sulla lettera di risposta del Papa emerito Benedetto XVI con il quale egli – su richiesta della segreteria vaticana – rifiuta di scrivere una pagina teologica sugli undici libretti dedicati alla “teologia” di Papa Francesco; lettera inizialmente pubblicata solo per stralci e che facevano intendere in modo inequivocabile la “continuità” tra i due papati, e che invece – si è scoperto poi – conteneva passaggi che in un certo senso davano alla missiva di risposta un’altro (e direi opposto) significato, che non era certo di piena adesione alla “politica” e “teologica” alla linea dell’attuale papato; soprattutto però, perché negli undici libretti sono presenti autori che in passato hanno fortemente criticato il magistero sia di Benedetto XIV e sia di Giovanni Paolo II.
Ma, al di là della questione specifica, davvero deplorevole (tanto da indurre, Monsignor Viganò alle dimissioni), è evidente che la querelle rappresenti l’ennesimo sintomo della profonda frattura che alberga nella chiesa cattolica; una frattura non solo politica, ma anche dottrinale e di magistero, che da cinque anni tiene ormai banco – soprattutto dopo la contestata Amoriis Laetitia – nel dibattito in seno alla Chiesa stessa, dividendo artificiosamente (complice un certo giornalismo progressista) i cattolici in tradizionalisti e progressisti, quasi che il Vangelo alimenti una duplice e antitetica interpretazione del messaggio cristiano; cosa affatto vera.
Non v’è dubbio che il papato argentino, sul punto, abbia fatto davvero poco per smentire questa frattura, deragliando semmai verso una visione della cristianità molto lontana dalla tradizione e molto vicina al buonismo globalista, immigrazionista, relativista e ambientalista, e dunque verso una visione che – per quanto mi riguarda – si pone in piena antitesi all’autentico messaggio evangelico e ai principi millenari della Chiesa, che se da una parte parla sì di accoglienza, tolleranza e di amore per il peccatore e per il non-cristiano, dall’altra non concede nulla al peccato e al sincretismo religioso, considerati, agli occhi del Vangelo, forieri della piena negazione del compito salvifico di Cristo e della sua natura divina.
Cosa accadrà ora non si sa. Si sa per certo che Benedetto XIV ha dimostrato e continua a dimostrare, con questa vicenda, di non essere affatto un papa emarginato e silenziato; dal suo eremo continua a preservare il vivo messaggio evangelico e l’integrità della cattolicità dalle storture dei tempi moderni, che vorrebbero invece una Chiesa debole e piegata al relativismo etico e morale, e dunque inoffensiva e innocua sul piano spirituale e materiale. Che Dio, perciò, lo preservi in salute per molti anni ancora, anche perché è evidente che i cristiani e Santa Madre Chiesa hanno ancora bisogno di lui.
Guest Post da Il Petulante

L’ipocrisia di mons. Dario Edoardo Viganò

Il responsabile della comunicazione vaticana, cui Bergoglio ha affidato un insieme di poteri inauditi, ha dato le dimissioni. Anzi no: anche le dimissioni sono in parte false, come tutta la gestione della famosa lettera.
Ma cosa scriveva solo due mesi fa, Monsignor Viganò sulle fake news?
Leggiamolo:
«Le fake news sono uno degli elementi che avvelenano le relazioni. Sono notizie dal sapore veritiero, ma di fatto infondate, parziali, quando non addirittura false. Nelle fake news il problema non è la non veridicità, che è molto evidente, ma la verosimiglianza».
«Si fa fatica a riconoscere le fake news perché hanno una fisionomia mimetica – continua Viganò – è la dinamica del male che si presenta sempre come un bene facilmente raggiungibile. L’efficacia drammatica di questo genere di contenuti sta proprio nel mascherare la propria falsità, nel sembrare plausibili per alcuni, agendo su competenze, attese, pregiudizi radicati all’interno di gruppi sociali più o meno ampi».
«Le false notizie, di fatto, nascono dal pregiudizio e dall’incapacità di ascolto», dice sempre Viganò, «la comunicazione non è solo trasmissione di notizie: è disponibilità, arricchimento reciproco, relazione. Solo con un cuore libero e capace di ascolto attento e rispettoso, la comunicazione può costruire ponti, occasioni di pacesenza infingimenti. Tutto questo ci esorta a non arrenderci nella ricerca e nella propagazione della verità, soprattutto nell’educazione dei giovani».
« … le “fake news” diventeranno sempre più sofisticate e ambigue e riguarderanno sempre più fortemente fotoe video…»