ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 23 marzo 2018

Il sipario sta per calare sulla nostra civiltà

QUEL CHE RESTA DEL GIORNO

                     

Da almeno un paio di secoli stiamo corteggiando la rovina erigendo altari alla nuova religione del Nulla. Siamo i figli crepuscolari di una civiltà crepuscolare che sfrutta gli ultimi raggi di luce prima di sprofondare nel buio 
di Francesco Lamendola  

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Da almeno un paio di secoli stiamo corteggiando la rovina, il disfacimento, la putrefazione; stiamo proclamando il dovere del disincanto, della disillusione, del pessimismo radicale; stiamo erigendo gli altari della nuova religione del Nulla, del relativismo e dell’indifferentismo. Non c’è da stupirsi, quindi, se la luce si sta effettivamente spegnendo nelle nostre anime, e se il sipario sta per calare sulla nostra civiltà.
Siamo arrivato al crepuscolo: dopo averlo evocato così a lungo e così tenacemente, è effettivamente arrivato ed è troppo tardi per pentimenti, ripensamenti e rimorsi; non c’è più tempo per recuperare le risorse morali e spirituali gettate al vento, l’intelligenza sprecata in sterili giochi, il tradimento nei confronti di noi stessi. Siamo i figli crepuscolari di una civiltà crepuscolare, che sfrutta gli ultimi raggi di luce prima di sprofondare nel buio.
Era questo che volevamo? Oppure abbiamo scherzato col fuoco, abbiamo evocato imprudentemente dei fantasmi che, in fondo, non pensavamo sarebbero arrivati? Abbiamo sbagliato per volontà deliberata di autodistruzione, oppure per leggerezza irresponsabile? Comunque sia, non ha più molta importanza. I fantasmi si sono presentati, i mostri si sono scatenati; il gioco, se anche era tale, si è trasformato in qualcosa di terribilmente, mortalmente serio.
Abbiamo imparato qualcosa, almeno, dai nostri errori? Se potessimo tornare indietro, cambieremmo il nostro atteggiamento? Saremmo capaci di riconoscere il punto in cui ci siamo discostati dalla giusta via, per addentrarci lungo sentieri attraenti, ma ingannevoli, nei quali abbiamo finito per perdere completamente l’orientamento e il significato stesso del nostro andare? Che cosa ci è accaduto? Perché e come siamo arrivati a questo punto, a questa mancanza di speranza, di futuro, di autentico amore per la vita?

Molti si preoccupano di sopravvivere, di ripristinare la possibilità di credere ancora nel domani. A noi pare piuttosto che dovremmo fare un profondo e salutare esame di coscienza; ammettere pienamente le nostre gravissime responsabilità; chiedere perdono per la presuntuosa follia cui ci siamo abbandonati, e per aver defraudato noi stessi, e soprattutto i nostri figli, della speranza nel futuro. Questo è più importante che sopravvivere materialmente: perché ne va della salvezza delle nostre anime. La fine di un mondo è ancora il male minore, purché scampi al naufragio la nostra essenza spirituale.
Dovremmo preoccuparci di questo. Il dovere di fare i conti con noi stessi, lealmente e onestamente, viene prima del fatto di chiederci se e come riusciremo a spegnere l’incendio che noi stessi abbiamo appiccato, o a scampare al naufragio da noi stessi reso inevitabile. La parabola della nostra civiltà, la cosiddetta civiltà moderna, è quella dell’orgoglio e della presunzione: è questo che ci ha resi folli e ci ha condotti fuori strada. È stato quello il momento in cui abbiamo acconsentito a che una forza malvagia si insinuasse dentro di noi e ci trascinasse, gonfi di superbia, verso la nostra stessa rovina. Eppure eravamo lucidi: non è accaduto per una distrazione. Ci piacerebbe pensarlo, ma sarebbe una consolazione troppo facile, che non meritiamo: perché vedevamo bene dove stavamo andando, eppure abbiamo imboccato, con decisione e senza esitare affatto, il sentiero sbagliato. Eravamo fuori di noi, sì, ma in modo perfettamente lucidi. E ora siamo giunti qui: alla fine del giorno.

IL TRADIMENTO DELLA PERSONA.
Il primo e più grave  tradimento è stato nei confronti di noi stessi, del nostro essere persone. Adoratori delle cose, siamo regrediti a cose noi stessi. Abbiamo smesso di vederci come persone; abbiamo preferito vederci, desiderarci e amarci come cose: come le cose delle quali siamo divenuti insaziabili consumatori. Mai si era verificata una simile regressione, e con tanta euforia.

L’IPERTROFIA DELL’EGO.
Dopo aver perso completamente il senso del limite, ci siamo follemente innamorati di noi stessi. Ma di quale parte di noi stessi, se non la peggiore? La più viziata e capricciosa; la più narcisista e infantile; la più banale e superficiale. Quella meno personale, meno individuale: quella che ci accomuna ad infiniti altri. Banali e narcisisti come noi.

LUSSURIA, SUPERBIA, AVARIZIA.
Il nostro bisogno di amore è diventato smania di sesso, cioè lussuria; il nostro bisogno di affermazione e di riconoscimento è diventato superbia; il nostro bisogno di sicurezza si è trasformato in avarizia e in cupidigia: in una tendenza compulsiva ad accumulare sempre più cose, al di là di ogni reale necessità, fino ad esserne ossessionati, a non poter pensare più ad altro.

L’ATTRAZIONE PER LA MORTE.
Abbiamo voluto escludere la morte dal nostro orizzonte esistenziale; non pensarci, non vederla: e il risultato è stato che essa, cacciata dalla porta, è rientrata silenziosamente dalla finestra; si è insinuata nella nostra anima, l’ha corrotta e avvelenata, ha spento in essa ogni gioia di vivere. Siamo diventati dei corteggiatori della morte, ma senza averne consapevolezza: dunque, con pena e con cattiva coscienza. Come il topo ipnotizzato dal serpente che si appresta a divorarlo.

LA CULTURA DEL SOSPETTO.
La nostra cattiva coscienza e il nostro rimorso, non riconosciuto come tale, ci ha resi non solo infelici, ma anche diffidenti. Abbiamo smesso di credere alla verità e abbiamo incominciato a vedere ovunque l’inganno, la falsità, la menzogna, l’ipocrisia. Abbiamo rispecchiato all’esterno le nostre miserie, le nostre paure e le nostre deformità. In realtà, diffidavamo di noi stessi.

DISPERAZIONE, CRUDELTÀ, SADISMO.
Il vicolo cieco in cui ci siamo infilati ci ha portati alla disperazione, ma la cattiva coscienza ci ha impedito di riconoscerlo, di cercare aiuto, di ritornare sui nostri passi. Disperati, abbiamo cercato sfogo nella crudeltà; e la crudeltà è divenuta una forma di risarcimento, di gratificazione sostitutiva: abbiamo scoperto il piacere sadico. Anche il masochismo, che è sadismo contro se stessi.

DISONESTÀ INTELLETTUALE, GELOSIA, INVIDIA.
Il nostro modo di vivere e di porci ci ha condotti alla disonestà intellettuale: vediamo il bene, ma facciamo il male; però non abbiamo il fegato di chiamare le cose col loro nome, e contrabbandiamo il male per bene, volendo autoassolverci. Al tempo stesso, siamo gonfi di gelosia e d’invidia per chi è migliore di noi: per chi vede il bene e cerca di farlo, mentre si sforza di evitare il male.

CORTO CIRCUITO DEL LOGOS CALCOLANTE.
Abbiamo fatto del Logos strumentale e calcolante la sola forma legittima di conoscenza, e questo ha provocato un corto circuito. Tutto ciò che non rientra nei suoi schemi è stato negato o rimosso; quel che vi rientra, ma come verità parziale, è stato assolutizzato. Pur senza mentire in modo esplicito, abbiamo orribilmente deformato il volto della realtà, secondo il nostro sogno di potenza.

DERISIONE DEL BENE, DEL GIUSTO, DEL VERO E DEL BELLO.
Non ci è bastato allontanarci dalla retta via; abbiamo voluto tagliarci i ponti dietro le spalle e spargere ovunque semi di odio, disprezzo e derisione per il Bene, il Giusto, il Vero e il Bello. Abbiamo eretto blasfemi monumenti al male, all’empietà, alla falsità e alla bruttezza. Abbiamo perfino perseguitato chi incarnava l’onestà e la rettitudine, per tacitare i nostri sensi di colpa.
Animati da una malizia subdola e infernale, abbiamo proclamato di detestare i dogmi, i fanatismi, l’intolleranza, ma quel che volevamo era instaurare il relativismo più assoluto: perché solo nelle tenebre dell’anima potevamo sottrarci alla vergogna di quel che facevamo. Come ladri nella notte.

IL DISPREZZO DEL CREATO E DEL CREATORE.
Più che mai decisi a farci gli dèi di noi stessi, abbiamo negato e disprezzato il vero Dio e ci siamo arrogati il diritto di manipolare la creazione, illimitatamente, diabolicamente. Non abbiamo arretrato davanti a nulla, a nessuna pratica perversa: sempre in nome della scienza e del progresso. Come se esistesse un progresso che giustifichi un simile stravolgimento dello statuto ontologico degli enti.

LA VOLUTTÀ DEL NICHILISMO.
Divenuti cavalieri del Nulla, ci siamo sprofondati nella voluttà dell’autodistruzione: e l’abbiamo chiamata salute. Abbiamo cercato di dissimulare, dietro un vitalismo esasperato, la triste consapevolezza di essere già morti e di trascinare attorno i nostri pallidi cadaveri. E, quel che è peggio, avremmo rifiutato qualunque medico: troppo godevamo di una tale degradazione.

RESPONSABILITÀ DEI CATTIVI MAESTRI.
Ci siamo cercati dei “maestri” degni della nostra perversione: e, naturalmente, li abbiamo trovati. La domanda crea l’offerta: se non ci fossero stati, li avremmo inventati. Dopo di che, li abbiamo applauditi, ammirati, adorati. Essi hanno procurato un male immenso alla società, ma siamo noi che lo abbiamo permesso. Se la società fosse stata sana, li avremmo riconosciuti per quel che erano, e li avremmo cacciati a furor di popolo, tra fischi e risate di scherno.

NECESSITÀ IMPROROGABILE DELLA CONVERSIONE.
Se vogliamo salvare almeno l’anima, dobbiamo fare un bagno di umiltà: dobbiamo convertirci dalla vita falsa e adulterata alla vita vera, alla vita buona. Dobbiamo ritrovare il senso delle cose, tirarci fuori dalla palude del pessimismo, del nichilismo e del disamore di noi stessi. Il nostro narcisismo, infatti, non è vero amore, ma un goffo tentativo di dissimulare il disprezzo per noi stessi.

GRAZIA E REDENZIONE, DONI CELESTI.
Non possiamo redimerci a soli: questo, almeno, è chiaro. Non ci redimerà la scienza, non ci salverà il progresso. Dobbiamo imparare a chiedere; dobbiamo ritornare a sentirci creature e a sentire, pensare ed agire come tali. Non siamo piccoli dèi: siamo deboli, fragili e imperfetti. Però possiamo fare grandissime cose; ma non da soli, bensì con l’aiuto della Grazia celeste. In definitiva, dobbiamo riscoprire tutto il valore salvifico della preghiera.

LA LEGGE NATURALE, PREMESSA DELLA LEGGE DIVINA.
Finora ci siamo fatti legge a noi stessi. E siamo giunti fin sull’orlo dell’abisso, dove tuttora ci troviamo, paurosamente in bilico. Da adesso, dobbiamo tornare a seguire la legge naturale, che ci parla del Creatore prima ancora d’averlo incontrato. Osservando la legge naturale, possiamo cominciare a mettere un piede fuor della palude; il resto verrà dopo, se saremo animati dalla buona volontà. Non dovremo fare tutto da soli. E, del resto, nemmeno lo potremmo. Qualcuno ci aiuterà. Ma solo se sapremo morire al nostro uomo vecchio e rinascere all’uomo nuovo che è in noi, e che soffre e geme nelle doglie del parto.

L’AMOR CHE MOVE IL SOLE E L’ALTRE STELLE.
Non si vive a caso: si vive per uno scopo. Lo scopo è cercare, trovare, amare e servire Dio, meta suprema e punto omega di tutto ciò che esiste. L’amore di Dio è il solo perfetto, perché sciolto dai lacci e dalle scorie dell’io; ed è il solo che rinasce continuamente da se stesso, non si logora mai, non si esaurisce mai, perché la sua sorgente non è nel nostro mondo finito, ma nell’Assoluto.

E ADESSO, CORAGGIO.
Intelligenza, sentimento, volontà: dobbiamo fare appello alla nostra umanità profonda e semi-dimenticata. Dobbiamo tornare a volerci bene, ma nel modo giusto; ad amare la vita, a vedere nel “tu” non l’ostacolo, ma il completamento di noi stessi. Dobbiamo avere fede. E adesso, coraggio…

Quel che resta del giorno

di Francesco Lamendola
Articolo d'Archivio  Già pubblicato il 02 Febbraio 2016

PECCATO E VITA DELL'ANIMA

Figlio hai peccato? Non farlo più e prega per le colpe passate. La questione del peccato è centrale vi hanno ingannati. La civiltà moderna è stata costruita sul mito aberrante della libertà assoluta e dei diritti incondizionati 
di Francesco Lamendola  


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Il peccato, questo sconosciuto. Chi si azzarda a parlarne ancora, nella società materialista, edonista e relativista del terzo millennio? Paradossalmente (ma forse neanche tanto) non ne parla quasi più proprio chi dovrebbe parlarne, come ne ha sempre parlato, e non si vede perché oggi dovrebbe essercene meno bisogno: la Chiesa cattolica, nella persona dei pontefici, dei cardinali, degli arcivescovi, dei vescovi e, soprattutto, dei sacerdoti; nonché dei catechisti, delle suore che svolgono funzioni educative, degli insegnanti di religione cattolica nella scuola elementare, media e superiore; e, dulcis in fundo, dei teologi.
Già, i teologi: quelli stessi dai quali è partita l’infezione modernista, camuffata da “svolta antropologica”, al tempo del Concilio Vaticano II; quelli stessi che hanno preso, a partire da quell’evento, un ruolo di primo piano nella formulazione del Magistero ecclesiastico, un ruolo che non avevano mai avuto prima, diciamo pure un potere, una capacità di esercitare pressione, di spingere la Chiesa nel suo insieme in una certa direzione piuttosto che in un’altra. Senza dubbio gran parte della responsabilità in questo strano “silenzio” a proposito del peccato deriva dalle loro scelte, dai loro orientamenti, dalle loro indicazioni pedagogiche. Padre Ermes Ronchi, per esempio, ha deprecato, per il passato, quella che lui ha definito una “pedagogia della paura”. Benissimo: via la paura; via, se si vuole, anche il timor di Dio (che pure, se non andiamo errati, è uno dei sette doni dello Spirito Santo: così almeno ci è stato insegnato nell’infanzia; lei che ne dice, padre Ronchi?) e lasciamo il credente libero da un tale peso, da un così grave fardello.
Eppure, la questione del peccato è centrale. Sì, lo sappiamo: vi sono pochissime cose, forse nessuna, che riescano più sgradite, più fastidiose, più moleste, ai sensibili ed emancipati orecchi degli uomini contemporanei. Parlare loro del peccato, perfino rivolgendosi a un uditorio di cattolici credenti e praticanti (figuriamoci gli altri…) equivale a infilar loro un dito nell’occhio. Ma come, essi diranno, ci si viene ancora a parlare del peccato! Ci trattano come bambini, dunque: ancora con queste bubbole! Via, lo sanno tutti che il peccato è una roba di tanti anni fa, che oggi non va più di moda. Sì, è vero, la Chiesa si ostina a parlare di quella cosa lì, il Peccato originale; e sostiene che il Battesimo è necessario per cancellarne gli effetti: ma insomma, è evidente che si tratta di un simbolo, non di una cosa reale, non è vero?
Ahimè, cari cattolici modernisti (a proposito, lo sapevate che essere modernisti equivale ad essere eretici, cioè non cattolici, ma anti-cattolici? no? e allora rileggetevi l’enciclica Pascendi di san Pio X, anno 1907), le cose non stanno proprio come voi pensate; e, se lo pensate davvero, vuol dire che vi hanno ingannati. Vi hanno ingannati i teologi della “svolta antropologica”, i quali, capovolgendo la giusta prospettiva e mettendo l’uomo al centro del discorso teologico, e non più di Dio, hanno finito per perdere la bussola e non vedere più proprio ciò che è essenziale: la creaturalità dell’uomo, e dunque la sua fragilità, e dunque la sua inclinazione al peccato. D’altra parte, il peccato non è solo l’esito della fragilità umana: è anche il possibile effetto della sua grandezza, cioè della sua libertà. L’uomo è creatura, e dunque fragile, limitato, imperfetto; ma è anche creatura fatta a immagine e somiglianza di Dio: e dunque proteso verso ciò che è forte, illimitato, perfetto, e dotato dei mezzi per fare la sua scelta tra il bene e il male. Se non fosse dotato di tali strumenti, il giudizio di Dio nei confronti dell’uomo non avrebbe alcun senso (e non si capisce come Lutero riesca a sorvolare su questo punto, dopo aver tranquillamente negato il libero arbitrio; dopo di che, non ci si venga a dire che anche Lutero aveva ragione e che questi cinquecento anni dall’apostasia protestante hanno giovato alle anime, o, addirittura, alla Chiesa stessa).
Il peccato è l’offesa fatta a Dio, trasgredendo alla sua legge. Ma la legge di Dio è imperniata sull’amore: dunque, il peccato è il rifiuto e la ribellione contro l’Amore nella sua forma più alta e perfetta, l’amore di Dio nei confronti dell’uomo e di tutto il creato. La società secolarizzata ha sostituito il concetto di “peccato” con quello di “errore”, perché, nella cultura laicista, non c’è alcun Dio al quale ribellarsi, ma, semmai, c’è una società alla quale si deve rendere conto del proprio operato, e l’errore è una trasgressione delle norme sociali, a loro volta fondate sulla morale naturale: ovviamente, una “morale naturale” interpretata in senso laicista, e cioè in maniera completamente diversa da come la interpreta la Chiesa. Per la Chiesa, la morale naturale è la prima delle tre leggi che Dio ha dato all’uomo per riconoscere il bene dal male: la prima e la più semplice, la più istintiva, perché inscritta tacitamente nel cuore di ogni essere umano (le altre due sono la Legge mosaica e infine la Legge suprema, quella annunciata da Gesù Cristo mediante il Vangelo e mediante la sua stessa Passione, Morte e Resurrezione).
Il fatto che gli uomini della Chiesa, ormai da alcuni anni, parlino sempre meno del peccato, e sempre più timidamente; che parlino semmai, anche troppo, della misericordia di Dio, come se questa annullasse quello, perfino indipendentemente dal pentimento del peccatore, è uno dei segnali che mostrano fino a che punto la Chiesa cattolica si sia lasciata afferrare, irretire e risucchiare nel vortice della secolarizzazione; fino a che punto abbia introiettato, metabolizzato e fatto proprie le categorie intellettuali e spirituali della cultura profana; fino a che punto abbia abdicato al proprio ruolo di guida morale della società intera, composta da credenti e non credenti, per andare a rimorchio di un mondo che è altro da lei, che è l’opposto di lei, il “mondo” nel senso in cui san Giovanni adopera la parola nel quarto Vangelo: quel mondo che, pur avendo udito l’annuncio del Vangelo, rifiuta di credere, rifiuta di convertirsi, e, con protervia, si ribella e osa levare la sua mano sacrilega e omicida contro il Signore e Redentore degli uomini.
Crediamo di sapere come si è giunti a questa situazione: vi si è giunti con un malinteso ecumenismo e con un malinteso dialogo inter-religioso; perché, una volta ammesso il principio che la Verità di Cristo è solo una fra le tante, possibili verità (ammissione esplicita che, nei documenti del Concilio Vaticano II, non c’è ancora, quantunque ve ne siano le premesse logiche e storiche; ma che sarebbe poi venuta, alla spicciolata, nella catechesi sciagurata di singoli preti e di singoli vescovi), è un fatto abbastanza logico che a questa verità relativa, in cui si è auto-confinato il Vangelo, non corrisponda più il concetto di “peccato” nel senso cattolico, ma, per riguardo alle altre verità, religiose e non religiose, per riguardo ai giudei, agli islamici, ai buddisti e agli atei, bisogna che il concetto di “peccato”, troppo scopertamente cattolico, troppo reciso, troppo, si direbbe oggi, “integralista”, ceda il passo ad un concetto più tenue, e soprattutto più “laico”, tale che sia suscettibile di essere accettato da chiunque, anche dai non cattolici: ed ecco allora la sostituzione del peccato con l’errore. Ma l’errore è una cosa puramente umana: non ha niente a che vedere con la vita soprannaturale. Il peccato non è solo un errore, è anche un errore: ma, prima di tutto, è una rottura dell’ordine cosmico voluto da Dio, e fondato sul suo Amore. Pertanto, il peccato rompe la relazione con Dio e, in un certo senso, infrange l’ordine della creazione: ogni peccato è un peccato di superbia, perché è come se l’uomo volesse trascendere la propria condizione di creatura e farsi il dio di se stesso. Infatti, ponendosi al posto di Dio, l’uomo pretende di potersi fare da sé la propria legge; non accetta la legge che gli viene imposta dall’esterno: come Adamo ed Eva nel Paradiso terrestre, non accetta di dover obbedire e sottostare ad un limite.
Ora, è proprio qui che i teologi modernisti insorgono e si scandalizzano: nel concetto di obbedienza a una legge esterna. Questa cosa non piace loro, non riescono a mandarla giù. Si appigliano a ogni pretesto per sostenere che quella di Dio non è una legge esterna; cercano di confondere i piani, d’intorbidare le acque; rivendicano la dignità dell’uomo per sostenere che l’uomo non deve sottostare ad alcuna norma esterna, e che Dio non può volere da lui una cosa simile: mentono spudoratamente, perché, se non si vuol giocare con le parole, Dio è una realtà esterna all’uomo, e, se impone una norma all’uomo, non lo fa da padrone irragionevole e quasi da tiranno, ma con tutta la sapienza e l’amore di un padre premuroso nei confronti dei suoi figli. La verità è che i teologi modernisti sono stati morsi, al pari degli esponenti della cultura materialista, edonista e relativista “profana”, dal veleno della irreligiosità: detto in parole molto semplici, hanno perso la fede, però non hanno l’onestà intellettuale di ammetterlo e trarne le logiche conseguenze. Del resto, non saprebbero che altro fare: preferiscono fingere di essere ancora dei teologi “cattolici”, mentre sono i portatori di una infezione modernista, e pertanto agiscono a tradimento, sorprendendo la buona fede dei credenti che li ascoltano, come lupi travestiti da agnelli. Allo stesso modo si comportano preti, vescovi e cardinali di eguale tendenza: invece di spretarsi, come dovrebbero fare per coerenza e per onestà, seguitano a indossare l’abito e a predicare dal pulpito, ma ciò che dicono non è conforme al Vangelo di Gesù, è un nuovo vangelo, fatto a misura dell’uomo moderno, superbo e ribelle a Dio: è piuttosto un vangelo secondo loro.
Dice il Libro del Siracide, un tempo noto comeil Libro dell’Ecclesiastico (nella traduzione della Bibbia di Gerusalemme, 21, 1-11):
Figlio, hai peccato? Non farlo più
e prega per le colpe passate.
Come alla vista del serpente fuggi il peccato:
se ti avvicini, ti morderà.
Denti di leone sono i tuoi denti,
capaci di distruggere vite umane.
Ogni trasgressione è come spada a doppio taglio:
non c’è rimedio per la sua ferita.
Spavento e violenza fanno svanire la ricchezza;
così la casa del superbo sarà devastata.
La preghiera del povero va dalla sua bocca agli orecchi di Dio,
il giudizio di lui verrà a suo favore.
Chi odia il rimprovero segue le orme del peccatore,
ma chi teme il Signore si convertirà di cuore.
Da lontano si riconosce il linguacciuto,
ma l’assennato conosce il suo scivolare.
Chi costruisce la sua casa con ricchezze altrui
è come chi ammucchia pietre per l’inverno.
Mucchio di stoppa è una riunione di iniqui;
la loro fine è una fiammata di fuoco.
La via dei peccatori è appianata e senza pietre;
ma al suo termine c’è il baratro degli inferi.
In fondo, è terribilmente semplice. Gli uomini sanno benissimo quando peccano, e sanno di peccare quando decidono di cedere a determinate tentazioni, di fare determinate scelte o di percorrere determinate strade. Lo sanno, ma lo fanno ugualmente; e questo, secondo le coordinate della cultura moderna, è perfettamente normale. Nel corso dei secoli, e specialmente negli ultimi decenni, si è verificata una progressiva naturalizzazione dei fenomeni morali. Se un desiderio, un istinto, una brama, bussano alla porta, perché resistere, perché opporsi? Chi vuol esser lieto, sia; – dice Lorenzo de’ Medici - di doman, non c’è certezza.
Che c’entra Dio con le scelte dell’uomo? La civiltà moderna è stata costruita sul mito aberrante della libertà assoluta e dei diritti incondizionati: è logico, quindi, che gli uomini moderni siano costantemente protesi a rivendicare sempre nuovi diritti, a cogliere sempre nuove occasioni di piacere, di utilità, di avanzamento. Essi si sentono pienamente padroni della loro esistenza, dal concepimento alla morte (vedi aborto ed eutanasia); se insorgono delle difficoltà, se il corpo o la mente manifestano i sintomi del disagio e della sofferenza, si rivolgono alla scienza: compresa quella pseudoscienza, o piuttosto magia nera, che è la psicanalisi freudiana.
La neochiesa modernista, da parte sua, specie di questi ultimi tempi, è più che mai lontana dall’idea di parlare del peccato e di farne una questione centrale: non vuol guastarsi i rapporti con le masse, non vuol perdere la facile popolarità male acquistata, promettendo misericordia a tutti a nome del Signore, anche a quelli poco o punto pentiti del male fatto. Perfino l’aborto è stato derubricato a peccato, grave sì, ma insomma non poi così tanto, visto che, per rimetterlo, non è necessario coinvolgere il vescovo: basta il primo prete che si trova nel confessionale, e poi ci si confessa così, come si potrebbe confessare il furto di un sacchetto di caramelle, e quello ha la facoltà di rimandare assolti, magari con qualche Ave Maria da recitare come tutta penitenza. Questo, almeno, è quanto si ricava da quell’ambiguo, confusionario, avventato documento che è la Amoris laetita di papa Francesco, che tante perplessità ha suscitato nella parte più responsabile del clero; mentre i soliti servili adulatori non hanno trovato proprio nulla da eccepire, semmai si son profusi in lodi e felicitazioni per una così magnanima dimostrazione di apertura e di comprensione nei confronti degli uomini e delle donne moderni.
Ma il papa non è il padrone della Chiesa, non è il padrone del gregge; è solo un operaio, il capo degli operai, se si vuole: è solamente il successore di san Pietro. Il solo e vero capo della Chiesa è Gesù Cristo, ed il suo solo ispiratore legittimo è lo Spirito Santo: non lo spirito del mondo, non l’opportunità “politica”, non i calcoli di convenienza, non la ricerca di demagogica di ciò che piace alla gente. Gesù non ha concesso nulla alla ricerca di una facile popolarità, mai; schivo e riservato, tentava addirittura di nascondersi dalle folle, quando si facevamo troppo insistenti; e raccomandava a coloro che guariva, di non parlarne a nessuno, di non diffondere la notizia dei suoi miracoli. Faceva, cioè, tutto il contrario di certi alti personaggi che imperversano nella neochiesa modernista dei nostri giorni, e che non paiono mai sazi di applausi, di moine, dei flash dei fotografi. In fatto di morale, poi, benché dolce nella forma, specie con i più miseri e infelici, era tuttavia estremamente severo ed esigente nella sostanza: rimandò libera l’adultera, perché gli premeva di salvarle la vita dagli energumeni che volevano lapidarla; ma non minimizzò affatto la sua colpa e le raccomandò di non peccare più. Disse inoltre che se l’occhio ti dà scandalo, devi strappartelo; se la mano o il piede ti danno scandalo, devi tagliarli via. Non prometteva il Paradiso a tutti, ma solo a quanti ascoltano il Vangelo, credono e si fanno battezzare. Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo; ma chi non crederà, sarà condannato.
Perché il papa Francesco non dice mai queste cose? Eppure sono le cose che dice Gesù nel Vangelo: chi non crederà, sarà condannato. Perché dunque non lo dice? Perché non lo dicono Enzo Bianchi, Walter Kasper e tutti i teologi della malaugurata “svolta antropologica” postconciliare? Forse per conquistarsi una facile popolarità, assicurando che l’inferno non esiste, che il diavolo è una invenzione dei preti medievali, e che alla fine tutti quanti saranno perdonati e ammessi alla salvezza, in un grande abbraccio universale, in un condono generale che finirà a tarallucci e vino? Perché parlano solo di un volto di Dio, e tacciono della sua giustizia? Perché non dicono che l’amore e la giustizia di Dio sono i due volti di una stessa cosa, e che è impensabile il suo amore, senza la sua giustizia? Non è forse, questo, l’equivalente di un tradimento nei confronti del Vangelo, una vera e propria falsificazione del suo contenuto? 
PECCATO E VITA DELL'ANIMA
«Figlio, hai peccato? Non farlo più e prega per le colpe passate»
di
Francesco Lamendola Articolo d'Archivio Già pubblicato il 17 Gennaio 2017

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