ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 19 aprile 2018

“E' sempre successo così, in tutti i tempi”?



Uno degli aspetti più devastanti e al contempo insopportabili dell’attuale situazione tragica del mondo cattolico è il riduzionismo. Che in fondo è una versione edulcorata, ma forse ancora più velenosa, del negazionismo tout-court (di cui una sorta di escrescenza purulenta è il “bufalismo”, ovvero il far passar per “bufale” tutte le verità che non piacciono). Questo, infatti, è talmente assurdo in sé che tutti coloro che vi aderiscono sono sconfitti in partenza. Hanno avuto gioco abbastanza facile nei decenni postconciliari, con Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, i quali, come noto, tenendo duro su alcune posizioni permettevano la valanga dissolutoria su altre (vedi ecumenismo, ma non solo). Ma oggi… dove la valanga dissolutoria agisce a 360 gradi, il loro gioco è divenuto insostenibile. Nessuno al mondo può negare la crisi della Chiesa e le nefandezze del clero attuale a tutti i livelli e su tutti i fronti e tutti i giorni. Del resto, nemmeno molti esponenti dello stesso clero negano, e quindi… E quindi il negazionismo in fondo è l’arma degli stupidi e dei palesi traditori.
Molto più sottile, invece, è il riduzionismo. Vi è un riduzionismo plebeo, “becero” (come si dice a Roma), cafone: è quello di coloro che tacciono sul 99,99% delle quotidiane malefatte del clero (e il loro silenzio è inversamente proporzionale al livello gerarchico del chierico in questione), per poi sbraitare di gioia alla prima vaghissima affermazione che ancora trasuda qualche gene di cattolicità, facendo finta di non capire che è stata buttata lì proprio per ingannare i polli che vogliono farsi ingannare nel vano tentativo di stare a posto con la coscienza o, molto più, con lo scopo di avvalorare esattamente tutte le altre eresie e bestemmie quotidiane.
Ma vi è anche un riduzionismo un poco più colto (solo un poco, in realtà), o almeno apparentemente tale. È il riduzionismo che potremmo definire “storico”: ovvero, quello che non nega affatto il disastro odierno (lo attenua solo), ma lo giustifica con la fatidica sentenza: “è sempre successo così, in tutti i tempi”. Oppure, con l’altra ancor più fatidica e intollerabile sentenza: “la Chiesa ha vissuto crisi peggiori di questa” (e giù con Ario, Lutero, e quant’altro…).

Soffermiamoci proprio su quest’ultimo “rito” (perché di rito si tratta), in quanto appare come il più fastidioso: gioca infatti sull’enorme e spaventosa ignoranza delle persone, che sentono nominare esempi storici importanti e subito ritengono per vero quanto ascoltano (spinti anche, come sempre, dall’irrefrenabile desiderio di stare in pace con se stessi e con il mondo, di non doversi fare carico di problemi più grandi di loro).
Purtroppo, il riduzionismo storico non ha alcun maggior valore di quello cafone-becero (ognuno scelga l’aggettivo che più gli aggrada). Anzi, ponendo la questione sul piano culturale, e in fondo anche teologico, per certi versi finisce per essere ancor più becero e cafone. In ogni caso, menzognero.
Potremmo scrivere interi volumi per dimostrare che la crisi ariana – per quanto grave, gravissima sia stata – non fu affatto grave quanto quella odierna. E lo stesso dicasi per il protestantesimo o per altri casi similari. Non solo e non tanto nel merito del peso dell’eresia o delle eresie propagate in ogni singolo momento storico, ma proprio intrinsecamente. Esempio concreto: è più grave il monofisismo, ovvero l’eresia che nega una delle due nature di Cristo (la natura divina l’arianesimo, o quella umana in altri casi di eresie orientali) o il protestantesimo, che non nega la doppia natura di Cristo, ma nega la Chiesa, i sacramenti, l’Eucarestia, il clero, il Papato, il culto della Vergine Maria e dei Santi, il culto delle reliquie e ogni forma di culto esterno, il libero arbitrio umano e professa il sacerdozio universale?
Bella domanda… Ma non ci interessa rispondere a questo ora (anche perché la risposta sarebbe meno scontata di quanto potrebbe apparire  a una prima valutazione). Ci interessa invece far capire che una valutazione seria sulle questioni più serie della nostra vita non può essere condotta con frasi fatte di comodo, nell’ignoranza degli eventi e in quella teologica delle questioni in ballo.
Il monofisismo (nelle sue due versioni) è solo un aspetto dell’immenso e plurisecolare attacco che la Chiesa subì nei primi secoli da parte del mondo gnostico. Fu messo tutto in discussione (anche la Trinità stessa, la volontà di Cristo, Maria Madre di Dio e molto altro) per secoli: eppure, la Chiesa ne uscì vincitrice, in un modo o nell’altro. Perché? Per l’immensa forza di fede e di dottrina che le proveniva dai suoi santi, dai martiri, dai pontefici romani (seppur con qualche rara eccezione o caduta), e soprattutto dai Padri e Dottori. La Chiesa era “adolescente” e quindi attaccabile dottrinalmente: ma come adolescente era forte, pura, ferma nelle sue posizioni, e cresceva, cresceva, nel numero e nella santità. Il sangue dei martiri la rendeva invincibile, anche nelle peggiori tempeste.
Il clero di ieri era cioè esattamente l’opposto del clero di oggi.
Insomma, nella tremenda crisi del IV-VI secolo (sono talmente “cafoni” che nemmeno sanno che l’arianesimo non fu il peggior momento di questa crisi… se lo sapessero…), la santità e la fortezza degli uomini di Chiesa, dei Padri e dei martiri, costituirono la migliore risposta alla Luce di Verità proveniente infallibilmente dallo Spirito Santo. Era la Chiesa figlia dell’unica vera Pentecoste.
Andando mille anni avanti per giungere all’altro momento fatale, la Rivoluzione Protestante, si può condurre lo stesso ragionamento. E qui saremo ancora più brevi: la risposta del clero alla Luce della Verità dello Spirito Santo fu altrettanto immensa, se non addirittura superiore. Il Concilio di Trento fu ancor più decisivo di quanto lo era stato quello di Nicea. I Papi della Riforma Cattolica furono tutti ineccepibili dottrinalmente. E l’esercito di santi che ne nacque ancora oggi costituisce per noi muraglia di fede invincibile: da Gaetano da Thiene a Filippo Neri, da Ignazio di Loyola (e la sua schiera) a Teresa d’Avila e Giovanni della Croce, da Carlo Borromeo a Francesco di Sales (e a tanti altri ancora, fino al XIX secolo).
Cosa vogliamo dire con tutto questo? Vogliamo dire che il nemico attaccava in forze, certo, che queste crisi furono tremende, ma il clero cattolico era più forte. Era il baluardo contro cui si schiantarono le eresie cristologiche prima e dinanzi a cui – pur facendo immensi danni – si dovette arrestare lo tzunami protestantico. La Chiesa (nel suo lato umano) fu invincibile. Fu acies ordinata (anche nel saper correggere ciò che non andava corretto al suo interno, a tutti i livelli).
Questo discorso, però, non vale oggi. Anzi, oggi è l’opposto. Oggi la realtà quotidiana ci dice infallibilmente che gli “untori”, ovvero i portatori del male, sono anzitutto i preti. A tutti i livelli. Oggi il clero è in grandissima parte non solo complice, bensì artefice e protagonista del tentativo sempre più devastante di distruzione interna ed esterna della Chiesa Cattolica. È fin troppo facile affermare che oggi non ci sono più né Padri né Dottori fedeli (eccetto singoli lodevoli casi), e nemmeno semplici maestri. È fin troppo facile affermare che il cancro della dissoluzione ha disseminato le sue metastasi a ogni livello del clero, nessuno escluso e in maniera radicale, tanto verticalmente che orizzontalmente, tanto su uno specifico punto che su ogni questione possibile. Oggi è fin troppo facile constatare che la dissoluzione non è solamente teologica, ma anche liturgica, non solamente dottrinale ma anche pastorale, non solamente morale ma anche umana. Lo vediamo ogni giorno.
Ma l’errore più grave e più profondo che oggi viene fatto, nella valutazione di questa tragica situazione, risiede proprio in ciò che dicevamo all’inizio: nel presentare tale situazione come un incidente di percorso, quasi come una necessità storica ricorrente. Nel presentarla come una sorta di terremoto capitato, di meteorite caduto dal cielo. Questo atteggiamento, diffusissimo anche tra i più lucidi denunciatori dell’attuale crisi, è il più velenoso dei mali.
La crisi odierna è differente da tutte le altre crisi del passato. Quelle sì erano figlie, conseguenze, dei tempi, delle scelte sbagliate degli uomini, oltre che ovviamente dell’opera del demonio. Questa invece è frutto di un plurisecolare piano di dissoluzione condotto magistralmente da generazioni e in parallelo con quello operante a livello politico e sociale nella società una volta cristiana. La crisi della Chiesa odierna, insomma, è una tappa essenziale del processo rivoluzionario. In fondo, ne è lo scopo supremo. In quanto tale, è imparagonabile al passato e ci obbliga a una valutazione specifica del suo essere crisi.
In realtà, questa valutazione non dobbiamo darla noi, né fornire particolari spiegazioni. L’ha data una volta per sempre e in maniera magistralmente incomparabile san Pio X nell’enciclica Pascendi Dominici Gregis nel 1907. Il nome di questa crisi è “modernismo”, “ricettacolo di tutte le eresie” e, come spiegato dal santo pontefice, tentativo diabolico di distruzione dell’intero edificio della Fede e della Chiesa cattoliche, come anche degli stessi principi del diritto naturale.
Dal modernismo – in tutte le sue facce: naturalista, razionalista, sentimentalista, politica e liturgica – discende come una pianta dalle sue radici il progressismo postbellico, che ha trovato la sua esplosione di fiori e frutti avvelenati nel Concilio Vaticano II, nella sua patetica “primavera” di menzogne, nella sua avvelenata “nuova pentecoste” corroborata dalle eresie del relativismo, dell’irenismo, dell’ecumenismo, dell’adesione amorosa al mondo, e, soprattutto, nella riforma liturgica naturalista e antropocentrica, filoprotestantica, fino ad arrivare, oggi, alla schiavitù patetica, perfino ridicola a volte, a questo mondo.
Supportare con esempi quanto appena detto è perfettamente inutile. Chi è onesto, lo sa abbondantemente. Per chi invece non lo è – o non vuole esserlo, per debolezza sentimentalista o mancanza di coraggio intellettivo – nessuna catastrofe, nemmeno la più evidente e grave (“Dio non è cattolico”? Lutero in Vaticano? Un bacio del Corano? La preghiera a tutti gli dei? Tutte le religioni conducono a salvezza? Non finiremmo più…) potrà mai bastare. Sarebbe sufficiente in realtà anche solo l’approfondimento dello sconvolgimento – e delle devastanti conseguenze – della riforma liturgica, per dimostrare che quanto accade oggi è qualcosa di completamente differente da tutti i peggiori eventi della storia della Chiesa del passato. O magari riflettere anche solo “poco poco” sul pensiero di teologi che insegnano la libertà d’amore svincolato dall’ordine naturale, o magari il diritto di aborto in determinati casi, o tacciano dinanzi ai sacrifici umani di neonati, o affermano che la Resurrezione è simbolica.
Basterebbe anche solo uno di questi esempi (tra mille possibili). Ma non è questo il modo corretto di procedere. Per spiegare veramente il senso profondo della odierna crisi della Chiesa, e quindi il suo inarrivabile salto di gravità teologica e ontologica in rapporto al passato, bisogna avere chiaro nella mente il senso, i meccanismi, gli artefici, le modalità e soprattutto gli scopi ultimi del processo rivoluzionario (ciò che non possiamo certo chiarire ora, in un articolo già troppo lungo). Solo chi ha compreso cosa sia la Rivoluzione, può capire fino in fondo il senso dell’attuale crisi della Chiesa (come il senso di quanto sta accadendo oggi nel mondo).
Per questo chi non conosce, chi non comprende, farebbe bene a tacere e invece a studiare, a ricercare, ad approfondire, se è in buona fede, scegliendo bene cosa leggere e studiare e soprattutto chi seguire e chi evitare. Perché… se invece si appartiene alla schiera dei riduzionisti o negazionisti di professione, allora si è al servizio, volenti o nolenti, di codesta Rivoluzione.
In fondo, come sempre, è questione di scelta di campo, nell’immenso e sconvolgente teatro del momento più decisivo della storia umana nella lotta tra la luce e le tenebre. E questa scelta di campo richiede un coraggio personale che è inversamente proporzionale al moderatismo della stragrande maggioranza dei cattolici odierni. Nessuna categoria esclusa.

– di Massimo Viglione