ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 19 aprile 2018

Il cambio di paradigma lascia sgomenti




Il Cattolicesimo romano e il suo rapporto con la modernità

Dopo l'elezione al pontificato del Papa argentino qualcosa è cambiato, l'entusiasmo del primo momento sta lasciando spazio ad una certa inquietudine. Un buon motivo per scoraggiarsi?
  
Il direttore Sebastiano Caputo ha recentemente presentato il breve manifesto generazionale dell’Intellettuale Dissidente, in omaggio non solo ad un progetto che nasce contro l’assuefazione culturale a cui la nostra società (in primis i giovani) è sottoposta quotidianamente, ma per testimoniare e ribadire quale è la linea da seguire, facendo quadrato attorno a delle coordinate ben precise.

L’Intellettuale Dissidente riunisce una generazione cresciuta dopo la caduta del muro di Berlino che odia essere definita “millennials” e non si riconosce nel nuovo mondo liberale e libertario dove tutto permesso ma è niente è possibile.[…] alla base del nostro impegno politico c’è il sabotaggio culturale che mira a destrutturare le colonne portanti della modernità: il culto del progresso, la globalizzazione economica e il buoncostume umanitario occidentale che impone al resto del mondo una civiltà senz’anima né gloria. Così mentre i partiti entrano in campagna elettorale, noi combattiamo la battaglia generazionale. 
Ci vediamo nel futuro.

Ebbene, credo che al fine di poter correttamente leggere, analizzare la nostra società, sia quanto più opportuno scostare le tendine che si frappongono fra il nostro sguardo e il mondo esterno, provando ad esaminare un elemento in particolare: il Cattolicesimo romano e il suo rapportarsi con la modernità.





E’ di civiltà senz’anima né gloria a cui si è alluso poc’anzi, infatti. E’ tempo dunque di restituire al trascendente ciò che gli compete e sforzarsi di ricostruirla, quest’anima, perché tutto inizia e procede da qui. Una indicazione e, al contempo, uno spunto interessante sul tema, ce lo fornisce un intellettuale e filosofo laico, nonché illustre esponente del cosiddetto pensiero debole, come Gianni Vattimo, quando alcuni anni fa, lanciò un appello molto forte dalle colonne del Corriere della Sera:

Voi cattolici avete resistito impavidi per quasi due secoli all’assedio della modernità. Avete ceduto proprio poco prima che il mondo vi desse ragione. Se tenevate duro ancora per un po’, si sarebbe scoperto che gli “aggiornati”, i profeti del futuro postmoderno eravate proprio voi, i conservatori. Peccato. Un consiglio da laico: se proprio volete cambiare ancora, restaurate, non riformate. È tornando indietro, verso una tradizione che tutti vi invidiano e che avete gettato via, che sarete più in sintonia con il mondo d’oggi, che uscirete dall’insignificanza in cui siete finiti “aggiornandovi” in ritardo. Con quali risultati, poi? Chi avete convertito da quando avete cercato di rincorrerci sulla strada sbagliata?”

Questa vera e propria sentenza o diagnosi, che unisce capacità retrospettiva e dono di profezia – si potrebbe dire – è non solamente simbolica, ma ci permette di inquadrare chiaramente il cambiamento di linea, di prospettiva che la Chiesa Cattolica, dall’evento conciliare (1962-1965), ha effettivamente intrapreso.

Che un cambiamento vi sia stato è pacificamente ammesso da alcuni dei protagonisti diretti del Concilio Vaticano II; il Cardinale Suenens dichiarò: «Il Concilio è il 1789 (Rivoluzione francese) della Chiesa», il futuro Papa Benedetto XVI, ancora Cardinale, in una intervista rilasciata ad un mensile, nel 1984, spiegò come

Il problema degli anni Sessanta era quello di acquisire i migliori valori espressi da due secoli di cultura “liberale”. Si tratta infatti di valori che, anche se nati al di fuori della Chiesa, possono trovare il loro posto, – epurati e corretti – nella visione del mondo di questa. Ed è quel che è stato fatto.

Ma di quali “valori” si sta parlando, è lecito chiedersi. Pio XII, nel 1952, dinanzi agli iscritti di Azione Cattolica, non esita ad additarli come i 

principali responsabili della minaccia che incombe sull’umanità: un’economia senza Dio, un diritto senza Dio, una politica senza Dio. Il nemico si è adoperato e si adopera perché Cristo sia un estraneo nelle Università, nella scuola, nella famiglia, nell’amministrazione della giustizia, nell’attività legislativa, nel consesso delle nazioni, là ove si determina la pace o la guerra.




La cultura liberale è figlia della Rivoluzione francese, la quale segna l’irrompere della modernità nella storia. L’arma che essa brandisce è il liberalismo (il rifiuto di accettare una verità o una legge imposta all’uomo dall’esterno). In nome della libertà dell’uomo viene costruita una visione immanente che riconosce il valore dell’individuo non traendolo dalla dignità di essere umano che possedeva in quanto figlio di Dio, ma da quella che adesso possiede in quanto soggetto ormai emancipatosi da qualsiasi nesso con il trascendente; un soggetto che trae da se stesso il suo valore, la sua umanità. I totalitarismi del XX secolo non esiteranno a dimostrare quanto inconsistente e sprovvista di reali garanzie individuali sia una visione simile, che lascia inerme ed esiliato l’individuo, in preda alla forza bruta ed agli istinti di sopraffazione.

Il cambio di paradigma lascia sgomenti un mondo che si attende dalla Chiesa quello scoglio a cui aggrapparsi nelle notti burrascose del dubbio, nell’inquietudine dell’eterno relativo, nella liquidità dei rapporti umani, da troppo tempo sofferenti e angoscianti di non ricevere più quella luce abbagliante che insegna e predica punti fermi, e non implode su se stessa in nome di un mal inteso adeguamento al mondo. Al mondo non ci si adegua, lo si vince, per mandato divino. Si legge, infatti, nella prima lettera di Giovanni:

Tutto ciò che è nato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede. E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio?

Un documento particolarmente simbolico e determinante in materia , mi riferisco alla Dichiarazione conciliare sulla libertà religiosa – Dignitatis Humanae, è di primario interesse poiché rappresenta ufficialmente la rinunzia, da parte della Chiesa, a rivendicare l’autorità del trascendente, di Dio su ogni potestà umana, in particolare sugli stati, e il dovere conseguente che questi hanno, che le comunità umane hanno di rendere pubblica testimonianza (il che vuol significare implicitamente anche una legislazione conforme al diritto naturale) di un simile stato di cose. Infatti, come Pio XI attesta nell’enciclica Quas Primas:

Né v’è differenza fra gli individui e il consorzio domestico e civile, poiché gli uomini, uniti in società, non sono meno sotto la potestà di Cristo di quello che lo siano gli uomini singoli. È lui solo la fonte della salute privata e pubblica[…] Non rifiutino, dunque, i capi delle nazioni di prestare pubblica testimonianza di riverenza e di obbedienza all’impero di Cristo insieme coi loro popoli, se vogliono, con l’incolumità del loro potere, l’incremento e il progresso della patria.




Il professor Roberto de Mattei, illustre storico e pensatore cattolico, già vicepresidente del CNR, nel suo libro “Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta” così sintetizza la questione:

Il Magistero pontificio, in opposizione alle teorie nate dalla Rivoluzione francese, ritiene che nella vita sociale delle nazioni l’errore può essere al più tollerato come un fatto, mai come un diritto. La condanna del relativismo liberale e del falso principio della libertà di coscienza e di religione è ininterrotta da parte del Magistero. Nel XIX secolo, era stata affermata da Gregorio XVI nella enciclica Mirari vos, da Pio IX nella enciclica Quanta cura e nel Sillabo, da Leone XIII, nelle encicliche Immortale Dei e Libertas. Pio XII aveva ribatito che “ciò che non corrisponde alla verità e alla legge morale, non ha oggettivamente alcun diritto né all’esistenza, né alla propaganda, né all’azione”.

Il decreto Dignitatis Humanae modifica la linea da sempre seguita e sostenuta dal Magistero ecclesiastico, affermando invece

che la persona umana ha il diritto alla libertà religiosa. Il contenuto di una tale libertà è che gli esseri umani devono essere immuni dalla coercizione da parte dei singoli individui, di gruppi sociali e di qualsivoglia potere umano, così che in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza né sia impedito, entro debiti limiti, di agire in conformità ad essa: privatamente o pubblicamente, in forma individuale o associata.

In queste brevi righe viene cancellata la distinzione fondamentale tra foro interno (relativo alla coscienza dei singoli fedeli) e foro esterno (relativo alla manifestazione pubblica del culto), ingenerando una confusione che servirà da pretesto per alterare radicalmente la visione tradizionale del Magistero, con conseguenze pratiche disastrose. La Chiesa ha sempre rispettato e garantito la libertà religiosa del singolo di aderire o meno alla verità cattolica, in foro interno. Viceversa, non ha mai consentito la professione e propagazione degli altri culti religiosi, e quindi la libertà religiosa, in foro esterno.

Gli effetti pratici di questo cambiamento, come prima ho anticipato, furono disastrosi. Infatti, continua il professor de Mattei:

La libertà religiosa fu invocata, dopo Dignitatis Humanae, per sopprimere ogni forma di protezione degli Stati alla Chiesa cattolica, ma la rinuncia da parte dell’autorità civile a riconoscere la missione e il ruolo della Chiesa e l’esistenza di una legge naturale, oggettiva da tutelare, aprì la strada, contemporaneamente, alla diffusione del relativismo e a quella di altre religioni, a cominciare dall’Islam. Il relativismo si affermò negando agli Stati ogni forma di censura religiosa e morale nei confronti della scristianizzazione dilagante. L’Islamismo, in nome della stessa libertà religiosa, pretese la costruzione delle moschee e minareti, destinati a superare, per numero, la costruzione delle chiese, abbandonate o trasformate in alberghi e supermercati.»




L’aspetto più importante su cui trovo sia utile soffermarsi, al di là della lettera di un decreto, è ciò che realisticamente tutto ciò volle significare. Sposare la Chiesa al liberalismo fu una forzatura contro il suo stesso spirito, il suo stesso DNA, come testimoniano le condanne dei papi e più di mille anni di prassi ecclesiastica; e che, di fatto, contribuì a subire passivamente gli attacchi  di ciò che Benedetto XVI non esitava ad additare come il principale male del nostro tempo, vale a dire quella “dittatura del relativismo”, che priva l’uomo di stabilità gettandolo nella provvisorietà e nel dubbio. La modernità non sa che farsene di Dio, di Cristo, della nozione di sacrificio, non riconosce altra autorità che il sé. Comprendere la genesi dello Stato laico, ovvero ateo (come qualcuno lo ribattezzò) e la visione che ne è alla base (vale a dire il rigetto della «fondazione sacrale della storia e dell’esistenza statuale» in nome di una visione puramente secolarizzata, che fa della “ragione” e del “volere dei cittadini” il suo mantra) è quindi non solo utile ma necessario per tutti coloro i quali si interrogano sui limiti della società attuale e tentano di trovare risposte.

Non è di politica spicciola, né di aspetti relegabili al contingente – come potrebbe sembrare – su cui si sta dibattendo, ma sul futuro della nostra società, che dipende dalla capacità o meno di ricostruire un’anima individuale e sociale che consenta di attraversare il mare aperto dell’incertezza, respingendo le bordate ondose provenienti da un mondo che a fronte di una sempre più totale e ostentata presunzione di autosufficienza si dimena tra ansiolitici e virtualità. In epoche di grande incertezza e scoraggiamento come l’attuale, in periodi in cui i pastori della Chiesa sembrano aver perso di vista il bene del gregge, ebbene si ha il dovere di restare ritti sulla cima del mondo, non per scagliare qualche sfida a chicchessia, ma per confidare in quel Cattolicesimo romano, inossidabile e cristallino, che ebbe il coraggio di alzare la voce e difendere l’Europa, la sua identità e la dignità umana innumerevoli volte, e in tutte le arti e i campi del sapere.



Il Cattolicesimo romano ha una virtù, impressale dal Suo Fondatore: non sa cosa sia la contraddizione. A dispetto di diversi uomini di Chiesa che in epoche come l’attuale, faticano un po’ a ritrovarcisi. Questa è la ragione per cui di fronte a sfide sempre più imponenti, non bisogna abbattersi, è necessario anzi restare ritti in un mondo di rovine, avendo la piena consapevolezza che la Chiesa Cattolica non si esaurisce nella prospettiva mondana e negli imprevisti spesso contraddittori di una vasta parte dei suoi membri, ma si coagula attorno a promesse di altra natura, né contraddittorie né tantomeno fallaci, aventi il retrogusto di Verità.

di Diego B. Panetta - 19 aprile 2018    
http://www.lintellettualedissidente.it/societa/liberta-religiosa-bergoglio-cattolicesimo/