ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 19 aprile 2018

Senza che sia fatta una diagnosi..



A seguito dell’articolo pubblicato martedì sulla vicenda di Alfie, ho ricevuto il messaggio di un sacerdote che non conoscevo: “Ho seguito passo passo una vicenda simile a quella di Alfie due anni fa con l’aiuto del Prof. Ramenghi (per la neonatologia) e del Prof. Bellini (per il trasporto aereo) di un bambino italiano all’estero al Gaslini di Genova. Tramite i genitori di quel bambino, gli stessi professori sono disponibili a prendersi in carico la questione e appoggiare l’ultimo ricorso dei legali della famiglia di Alfie. Ho letto il suo articolo di ieri e molti altri e l’apprezzo moltissimo in tutta sincerità. Le chiedo se ha qualche idea sul come affrontare l’ultima battaglia legale. I due prof. del Gaslini dicono che, non essendoci una diagnosi, i genitori non possono sapere nulla di questa malattia neppure per il futuro (chiaro che può essere un’arma a doppio taglio, ma intanto salviamo questo bambino). Forse sarebbe una buona leva per liberarlo dall’ospedale inglese! Inoltre non capisco come mai non si riesca a ridicolizzare la motivazione della sentenza che condanna il bambino a morire perché durante il trasporto potrebbe avere delle convulsioni. Questo significa che tutte le persone a rischio non possono essere trasportate? Eliminiamo le ambulanze? Grazie! Faccia quello che può!”

Poi ci siamo sentiti al telefono e mi ha raccontato la vicenda di Filippo, un neonato in coma che è stato trasportato da Shanghai a Genova, tredici ore di volo, con un aereo militare attrezzato. A bordo, una équipe di specialisti dell’ospedale pediatrico “Gaslini” che se lo è preso in carico. “Dalla Lanterna a Shanghai e ritorno per portare all’ospedale Gaslini un neonato italiano in gravissime condizioni ed assicurargli le migliori cure possibili” titolavano allora i giornali.
Cos’è, in confronto, un volo da Liverpool? si chiede il sacerdote. E poi, come possono ammazzare un bambino senza sapere che cos’ha? Senza che sia fatta una diagnosi? Senza che questi genitori, giovanissimi, conoscano la malattia di cui è affetta la loro creatura, anche in previsione di metterne al mondo altre? I giudici negano il permesso al trasporto aereo di Alfie perché potrebbe avere delle convulsioni durante il viaggio. Ma allora, mi dice, eliminiamo le ambulanze perché il passeggero potrebbe morirci dentro? Meglio finirlo prima?.
Il sacerdote non si dà pace e mi dice che vuole fare tutto il possibile in questa vicenda, per due motivi fondamentali: per salvare la vita di un innocente e per non andare all’inferno avendo omesso ciò che la coscienza gli impone di fare. All’inferno, lui, ci crede.
Mi mette in contatto con il papà di questo bambino. Ci sentiamo poco più tardi. Sta a Shanghai, ma ha già parlato con i medici che avevano soccorso il suo Filippo: il primario neonatologo e il responsabile del trasporto aereo, che sarebbero pronti a volare a Liverpool.
Lo scoglio, ovviamente, è la “giustizia” inglese, i cui funzionari sono i portavoce ufficiali dell’ideologia malefica travestita da diritto, ovvero dell’anti-logica munita di forza imperativa. Quella per cui un paziente va ucciso perché non corra il rischio di aggravarsi in trasferta; quella per cui, siccome non si è in grado di fare una diagnosi, si elimina il problema eliminando il malato. Hanno bisogno del sigillo dell’autorità per coprire il vuoto totale di senso.
Ma i soloni della legge, prostrati all’altare della scienza, paradossalmente impediscono alla scienza di fare il suo corso. Vietano di capire di che male soffre un bambino, a beneficio suo e di tutti. Cos’è questo accanimento furioso e dissennato contro un innocente e contro chi lo vuole proteggere dai suoi aspiranti carnefici? Cos’è questo orrore vestito degli abiti belli, e rispettabili, delle istituzioni civili e democratiche?
Un argomento dice il papà di Filippo incredibilmente non è stato ancora utilizzato dagli avvocati della famiglia di Alfie. Questo: nel tempo della dittatura scientifica due ragazzi poco più che ventenni dovrebbero accettare la condanna a morte del proprio figlio senza nemmeno sapere quale patologia lo renda indegno di vivere, senza avere una diagnosi su cui approfondire, ricercare, capire, per lui, per loro e per i figli che verranno. Così non solo viene condannato Alfie, ma sarà per sempre condizionata la vita dei suoi genitori. Questo argomento andrebbe usato in aula e non so se qualcuno lo ha mai fatto presente.
Speriamo di fermare questi boia”, mi scrive infine.
Preghiamo che qualcuno ascolti il grido di chi non si rassegna ad arrendersi alla tirannia dell’assurdo. Per grazia di Dio, nonostante la corrente avversa si faccia sempre più impetuosa, ci sono ancora genitori disposti a non fermarsi davanti a nulla per il bene dei figli, medici disposti a rischiare tutto per salvare i pazienti, sacerdoti che credono ancora che esista l’inferno.
Più che nelle manovre della diplomazia, confidiamo nella forza di quei genitori, di quei medici, di quei preti, che vogliono servire la vita e il suo unico Signore.
Oggi per Alfie, domani per chiunque di noi.



– di Elisabetta Frezza


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