ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 18 maggio 2018

Anche la Chiesa Cattolica è roba loro?

MOSTRUOSO RICATTO ALL'EUROPA


L’Europa deve reagire al mostruoso ricatto. Ci vogliono inchiodare ad Auschwitz affinché non torniamo mai più padroni di noi stessi. La cosa più grave è che "i promotori del nichilismo" controllano tutti i mezzi d’informazione 
di Francesco Lamendola  

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Un ricatto mostruoso pesa sull’Europa, dal 1945 a oggi; e continuerà a pesare, fino a quando gli europei, e i tedeschi per primi, non saranno capaci di riconoscere e respingere le false premesse ideologiche e morali sulle quali esso si basa. Il ricatto è questo: l’Europa deve accettare il nichilismo come il proprio destino, perché l’ultimo energico sforzo che essa ha fatto per scrollare da sé la cultura nichilista è stato compiuto da forze politiche, sociali e culturali che hanno prodotto il fascismo, prima, indi il nazismo, e, da ultimo, Auschwitz: e la colpa di aver prodotto Auschwitz è inestinguibile, peserà per sempre sulla coscienza europea, perciò qualsiasi tentativo di reagire al nichilismo equivarrebbe a un tentativo, più o meno mascherato, di ridar vita a quelle stesse forze malvagie, che si resero colpevoli del genocidio. In altre parole: non si può lottare contro il nichilismo, perché gli ultimi che lo hanno fatto, sono stati i carnefici nazisti: l’Europa deve restare inchiodata alla vergogna di Auschwitz, non può andare oltre, non può e non deve né dimenticare, né voltare pagina; deve restare crocifissa al suo senso di colpa.


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I veri vincitori della Seconda guerra mondiale sono stati i banchieri di Londra e di New York

Si tratta di un sofisma mal costruito, e tuttavia efficace, visto che, da settant’anni, funziona egregiamente, e pare destinato a durare ancora chissà quanto. È un sofisma, per varie ragioni: tanto per cominciare, di ordine storico. Esso, infatti, non fa alcuna distinzione tra fascismo e nazismo, il che è storicamente errato (ed è errato, a maggior ragione, porre, o anche solo suggerire, una impossibile equivalenza fra il razzismo biologico e l’antisemitismo dei nazisti, da un lato, e la politica razziale del fascismo, dall’altro); non include, tra le forze “malefiche”, o comunque ribelli al disordine europeo, il socialismo e il comunismo, il che è del pari errato; e non include, ovviamente, neppure il liberalismo e la democrazia, le quali, specie nella forma del capitalismo finanziario del XX secolo, senza dubbio meritano di essere incluse, sia tra le espressioni del nichilismo europeo, sia fra i tentativi di dare ad esso una risposta. Ma la storia, si sa, è sempre e comunque la storia dei vincitori: perciò, dal 1945 ad oggi, la domanda che il mondo intero ripete, o almeno pensa, pur senza formularla ad alta voce, è sempre la stessa: Perché voi tedeschi non vi siete ribellati a Hitler?; e a nessuno, neanche ai campioni della democrazia liberale, è mai venuto in mente di voler domandare ai russi: Perché non vi siete ribellati a Stalin? Laddove è evidente che, se la Seconda guerra mondiale si fosse conclusa, in Europa, sulle macerie di Mosca, anziché di Berlino, nessuno avrebbe chiesto, né allora, né poi, ai tedeschi vincitori, perché non si fossero ribellati a Hitler, mentre ora tutti lo chiedono, ma solo perché la Germania è stata sconfitta. E se, per ipotesi accademica, fossero stati sconfitti gli inglesi e gli americani, forse che il mondo non avrebbe domandato loro ragione di Dresda e di Hiroshima? E se fossero stati sconfitti i sovietici, forse che il mondo non avrebbe domandato loro ragione della pugnalata alle spalle inferta alla Polonia e dei massacri della Bessarabia, per non parlare dello sterminio dei kulaki e delle “purghe” staliniane? Non parliamo, poi, del fascismo e di Mussolini: un piccolo saggio di ciò che la nostra opinione pubblica avrebbe seguitato a dire di lui, se l’esito della Seconda guerra mondiale fosse stato diverso, lo si può dedurre da quel che di lui dissero e scrissero quasi tutti gli intellettuali, alcuni anche di parte socialista e comunista, in termini estremamente elogiativi, per non dire entusiastici, all’indomani della conclusione vittoriosa della campagna d’Etiopia e della proclamazione dell’Impero. Quanto all’antisemitismo fascista - che, come tale, non è mai esistito, anche se è esistita una politica razziale fascista, il che è cosa ben diversa - sarebbe quantomeno imbarazzante andare a rileggere i nomi dei firmatari del Manifesto della razza, tra i quali figura Amintore Fanfani,  o spulciare fra la stampa dell’epoca, dove si troverebbero gli articoli, favorevoli a quelle leggi, di un certo Spectator, che era il nom de plume di Alcide De Gasperi. E chi è senza peccato, scagli la prima pietra. E che dire della stampa cattolica, ad esempio la rivista dei gesuiti La Civiltà Cattolica? Forse è meglio sorvolare per carità di patria (o di religione).
Naturalmente, la ragione profonda della mancata ribellione a Hitler (come pure a Stalin) suona ancora più sgradevole ai delicati orecchi del politicamente corretto, perché giace a un livello ideologicamente più “basso” dei gusti dei nostri intellettuali, tutti debitamente progressisti e, se possibile, di sinistra. Oltre alle difficoltà pratiche materiali di organizzare, o anche solo d’immaginare, una ribellione nei confronti di un regime autenticamente totalitario, come quello nazista (e quello comunista; mentre il regime fascista era totalitario solo nelle velleità di pochi suoi esponenti, e Mussolini non era fra costoro), resta la decisiva contro domanda: Perché mai i tedeschi (o i russi) avrebbero dovuto ribellarsi contro un regime che stava conseguendo dei grandiosi successi, sia in politica interna che in politica estera? Un regime che, nel caso della Germania, aveva assorbito, in soli sei anni, l’intera disoccupazione provocata dalla crisi di Wall Street del 1929, qualcosa come sei milioni di disoccupati, al ritmo di un milione l’anno, riportando quel Paese, alla vigilia della guerra, nel 1939, ai vertici dell’economia mondiale? Ma qui il discorso si farebbe inevitabilmente scabroso, perché bisognerebbe vedere in che modo il nazismo ha realizzato un simile miracolo, perché di un miracolo si tratta, visto che gli storici di regime sono ancora qui ad affannarsi per spiegarci come Roosevelt, col suo mitico New Deal, e pur disponendo di risorse incomparabilmente superiori, non riuscì a rimettere in piedi l’economia americana e a riassorbire la disoccupazione; cosa che accadde, invece, solo con l’entrata in guerra degli Stati Uniti e l’inizio della conversione industriale agli scopi bellici. 

La vulgata attuale farfuglia che la ripresa dell’economia tedesca fu dovuta alla politica di riarmo del nazismo, ma, ovviamente, è un po’ difficile spiegare dove lo Stato, in tempi di recessione, abbia trovato i capitali per finanziare le commesse all’industria privata (una ricetta che poté funzionare per gli Sati Uniti, dopo il 1941, perché gli Stati Uniti disponevano delle materie prime, di una struttura produttiva e di un mercato interno e internazionale, in misura incomparabilmente superiore alla Germania, all’Italia e al Giappone messi insieme). E la prova che la conclusione della guerra, nel 1945, ha portato all’instaurazione di un totalitarismo democratico, il quale perdura a tutt’oggi, si deduce dal fatto che è tuttora impossibile affrontare seriamente questo argomento: perché il miracoloso risanamento dell’economia tedesca (e la buona tenuta dell’economia italiana) negli anni Trenta del Novecento ha a che fare con una ricetta che sarebbe pericoloso, ancora oggi, divulgare, visto e considerato che le forze dominanti della finanza mondiale sono, oggi, le stesse del 1929 e del 1945, cioè le stesse che regalarono al mondo la Grande Depressione, la Seconda guerra mondiale e la vergognosa spartizione dell’Europa in due sfere coloniali: forze che non devono essere neppure nominate, anche perché, diversamente, i popoli dell’Europa potrebbero capire che la sottomissione alla finanza mondiale non è un destino ineluttabile e che, volendo, è possibile opporsi ad essa in favore degli interessi nazionali di ciascuno Stato. Cosa che non avverrà mai fino a che le classi dirigenti europee saranno rappresentate da uomini come Sergio Mattarella, il quale, dopo aver giurato sulla Costituzione di difendere la sovranità dello Stato italiano, scavalcando l’esito delle elezioni del marzo 2018 e anticipando la formazione del nuovo governo, si affretta ad ammonire pubblicamente gli italiani che nessuno Stato può pensare di far da solo, con ciò svalutando l’idea sovranista, disprezzando l’esito del voto del popolo sovrano e portando acqua al mulino di Bruxelles, della Banca centrale europea (privata), del signor Junker e della signora Merkel, ossia delle stesse forze che tengono in ginocchio l’Italia e rappresentano la prepotenza della finanza contro il lavoro e la libertà dei popoli.
Ma torniamo al nostro assunti iniziale: si può uscire dal nichilismo, senza incorrere nel reato di voler “dimenticare” Auschwitz? Ne avevamo già discusso una volta (cfr. il nostro articolo: Il crollo del Terzo Reich attesta l’impossibilità di superare il nichilismo?, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 28/12/2015, e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 17/11/2017). Rimandiamo il lettore a quella precedente riflessione; e, senza ripetere cose già dette, ci domandiamo: è possibile che qualcuno voglia tenere lo spirito europeo intrappolato nel suo senso di colpa, alimentandolo ad arte, affinché a nessuno venga la “tentazione” di ribellarsi al nichilismo, perché la cultura nichilista è perfettamente funzionale alla sottomissione politica, economica e finanziaria dell’Europa, oltre che all’ideologia divenuta in essa dominante, e che esprime, in buona sostanza, sia il punto di vista, sia gli interessi materiali dei veri vincitori della Seconda guerra mondiale, i banchieri di Londra e di New York, ma che gli europei hanno indossato come fosse una divisa, senza rendersi conto che è una camicia di forza o, meglio ancora, una vera e propria camicia di Nesso, che sta provocando la loro morte? Rispondiamo che sì, è possibilissimo; anzi, è molto probabile. La cultura nichilista non è solo una tendenza “spontanea” dell’Europa. Perché il resto del mondo non ne è affatto colpito? E non parliamo solo della Russia, o dei Paesi islamici, o della Cina, o del Giappone; parliamo anche degli Stai Uniti e della Gran Bretagna, i quali ne sono appena sfiorati, pur essendone i maggiori esportatori e, in buona sostanza, anche i principali produttori. Come dire che Stati Unti e Gran Bretagna “fabbricano” le idee e le opere del nichilismo, ma non le mangiano; un po’ come coloro i quali acquistano le reti televisive e se ne servono per condizionare mentalmente le persone, si guardano bene dal mettersi davanti al piccolo schermo (nell’ambiente circola questa battuta: la televisione è come la merda; chi la fa, non la guarda). E se questo, che abbiamo suggerito, è uno scenario possibile, anzi probabile, allora diventa anche abbastanza chiara la strada che conduce fuori dalla palude mefitica del nichilismo. Si tratta di una strada in due tappe: la prima, e forse la più difficile, consiste nel rifiuto del ricatto di Auschwitz; nel rifiuto, cioè, dell’assioma, assurdo e maligno, secondo il quale voler uscire dal nichilismo equivale a rimettersi sul binario nefasto già percorso dal nazismo, tornando cioè al populismo, alla xenofobia, al rogo dei libri e chissà a quali altre nefandezze. Sono le accuse che oggi, sul piano politico, vengono rivolte a partiti come la Lega, o a uomini di governo come Orban e Putin: e ciò perché essi rivendicano con fierezza la sovranità dei loro Paesi, la difesa dei confini e soprattutto la difesa delle radici cristiane, contro la marea montante della globalizzazione, specialmente dell’invasione islamica dell’Europa e della graduale sostituzione delle sue popolazioni con gli immigrati africani e asiatici. 

L’Europa deve reagire al mostruoso ricatto

di Francesco Lamendola

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MUNCHHAUSEN ADDIO EUROPA

Il film capolavoro del 1943, Munchhausen di Josef von Báky fu il canto del cigno della nostra civiltà europea, prima che incominciasse a scomparire per un’Europa massonica, involgarita, "americanizzata" e dominata da Hollywood
 di Francesco Lamendola  
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Anno di grazia 1943: ombre sempre più scure si addensano sull’Europa, stretta nella morsa della Seconda guerra mondiale: i sovietici da oriente, gli angloamericani dal Nordafrica e, l’anno dopo, dall’Inghilterra, si preparano a sferrare il colpo decisivo contro le potenze dell’Asse e i loro alleati minori. Le due battaglie decisive, quella di El Alamein e quella di Stalingrado, si sono già consumate e sono terminate in due grandi vittorie della strana alleanza sovietico-anglosassone: decine di migliaia di soldati tedeschi e italiani sono presi prigionieri, alcuni torneranno a casa dopo quattro, cinque anni, sei anni, e perfino più tardi. La battaglia dell’Atlantico si mette male per i sommergibili tedeschi; le città italiane, e soprattutto quelle tedesche, sono avvolte nel fumo e nelle fiamme di bombardamenti aerei sempre più massicci e sempre più deliberatamente rivolti contro le popolazioni civili. Amburgo è trasformata in un inferno di fuoco dalle bombe al fosforo bianco: interi quartieri sono distrutti e le persone corrono per le vie avvolte dalle fiamme, cercando di buttarsi nell’acqua dei canali; qualche pietoso poliziotto le finisce a colpi di rivoltella. Il 19 luglio anche Roma riceve la sua razione di bombe, nonostante la presenza del Vaticano; in agosto Badoglio la dichiara “città aperta”, ma neppure questo le risparmia altri selvaggi bombardamenti: cinquantuno, per la precisione. A Casablanca, dal 14 al 23 gennaio, si tiene una importante conferenza interalleata, dalla quale esce una sola parola rivolta al Tripartito: resa senza condizioni. Quella che viene presentata come la “liberazione” dell’Europa (così come continua ad essere definita ancora oggi) assume sempre più l’aspetto di una lotta senza quartiere e di una conquista sanguinosa per imporre la supremazia del vincitore e per distruggere completamente i sistemi sociali, politici ed economici dei vinti, per cancellare anche il ricordo di tutto ciò che essi hanno rappresentato per i rispettivi popoli, cultura compresa. È veramente il crepuscolo dell’Europa, un crepuscolo molto più grave di quello del 1918, e dal quale è dubbio che si possa mai riprendere e tornare ad essere se stessa. Sta per divenire, infatti, per metà una colonia sovietica e per metà un satellite degli Stati Uniti, un facile mercato per i suoi prodotti e uno sbocco per i suoi capitali, sempre più avidi di preda. Il dominio sovietico durerà una quarantina d’anni; quello americano continua tuttora e fa sì che la divisione dell’Europa, nonostante la fine della Guerra Fredda, perduri e perfino si aggravi, nonostante la caduta del comunismo e la restaurazione di un governo russo che appare sempre più come il depositario della vera civiltà europea.

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Liberatori? Roma riceve la sua razione di bombe, nonostante la presenza del Vaticano; in agosto Badoglio la dichiara “città aperta”, ma neppure questo le risparmia altri selvaggi bombardamenti: cinquantuno, per la precisione.

Questa è l’atmosfera in cui la cinematografia della vecchia Europa, in mezzo ai lutti e alle macerie, produce uno dei suoi ultimi capolavori di poesia e di bellezza: il film Il barone di Munchhausen (titolo originale: Munchhausen) del regista Josef von Báky, con la sceneggiatura di un bravissimo scrittore per l’infanzia, Erich Kastner (che si firma però con la pseudonimo di Berthold Bürger, dato che i suoi libri avevano avuto grossi problemi col regime nazista, che li aveva fatti bruciare pubblicamente). Tratto dal celebre romanzo di Rudolf Erich Raspe (o, per dir meglio, pubblicato in una edizione inglese, a Londra, da Raspe, nel 1785, sulla base di un manoscritto anonimo), il lungometraggio di 110 minuti viene girato interamente a colori, con pellicole Agfa, per celebrare i venticinque anni della Casa produttrice UFA, fondata nel 1917. L’interprete principale è il popolarissimo cantante e attore Albert Albers, praticamente scomparso dopo il 1945, quando gli americani imporranno quale nuova icona cinematografica la loro candidata, la tedesca “brava”, perché antinazista, Marlen Dietrich, che canterà al seguito dell’esercito di occupazione (anche se la Dietrich se n’era andata dalla Germania non solo e non tanto per ragioni politiche ma per poter praticare in santa pace la sua omosessualità). Accanto ad Albers, nel ruolo di Isabella d’Este, c’è la giovane e bella attrice Ilse Werner, divenuta celebre, tre anni prima, interpretando il film Concerto a richiesta, di Eduard von Borsody, che era stato presentato alla nona Mostra del Cinema di Venezia ed era stato uno dei maggiori successi del cinema tedesco.
C’è una sola maniera di definire il film Munchhausen: è un capolavoro, punto e basta. È un prodigio di bellezza, d’inventiva, di originalità, di fantasia, di finezza, di buon gusto, di sapienza narrativa, di equilibrio fra realtà e sogno, di leggera e sorridente ironia. In breve, è tutto il contrario di ciò che in genere si pensa del carattere tedesco: è il lato solare, fanciullesco, sorridente, quasi ingenuo di questo popolo per altri aspetti così severo con se stesso e con gli altri, e perciò così temuto; di questo popolo che, oggi, è solo l’ombra di quel che era, avendo subito una capillare e sistematica opera di decostruzione della propria identità, a vantaggio di mode e atteggiamenti tipicamente americani, e nel quale è stato coltivato, con perfida metodicità, il sentimento della colpa collettiva, in modo da inchiodarlo per sempre alle sue “responsabilità” nei confronti del passato nazista. NelMunchhausen possiamo vedere, dalla sceneggiatura alla fotografia, dalla colonna sonora alla recitazione, il lato migliore dell’anima tedesca, ma anche, ci sia permesso dirlo, dell’anima europea: non dell’Europa di oggi, avvilita e imbastardita, ma della vecchia Europa, di quella Europa che nel 1943 stava già agonizzando e che oggi non esiste più, così come non esistono più Breslavia, Königsberg, Fiume, Zara; o meglio, esistono ancora, ma hanno perduto la loro anima. Né questo destino è capitato solo alle città e alle regioni che, al termine della guerra, sono passate di mano e hanno subito una radicale sostituzione etnica, ma a tutte le città e a tutte le regioni, investite, poco a poco, dalla marea dell’americanismo, che ha omologato e appiattito ogni cosa, dall’urbanistica al cinema, dalla moda alla musica leggera, dalla letteratura alla televisione, dal mangiare alla lingua. Siamo diventati tutti americani, chi più, chi meno; abbiamo perso le nostre radici, siamo ormai solo numeri, solo carne da macello sul mercato del lavoro, abbandonati allo strapotere di una finanza – americana – che dispone di noi come di bassa manovalanza, e decide il nostro futuro come se fossimo bestiame, né più, né meno. Che poi tra quei superfinanzieri, che sono i grandi usurai del mondo d’oggi, spicchino i cognomi ebraici, questo è un fatto e non è colpa nostra, non è un peccato il fatto di prenderne nota: a meno di voler dare la colpa del nazismo agli storici che studiano la Germania di Hitler, o dare la colpa dei terremoti ai sismologi che registrano le scosse coi loro strumenti.
Ma torniamo al film di Josef von Báky. Prendiamo una enciclopedia del cinema o una qualunque altra enciclopedia e andiamo a vedere chi era costui: si troveranno notizie avarissime e imprecise; si intuisce che un tacito ostracismo postumo, quasi una tacita damnatio memoriae ha colpito colui che osò girare un grande film nella Germania del 1943, invece di opporsi a Hitler e adoperarsi per la caduta del suo regime, come avrebbero dovuto fare, secondo l’opinione oggi universalmente diffusa, tutti i bravi tedeschi, Avrebbero dovuto prendere le armi contro i loro fratelli, pugnalare alle spalle i loro soldati impegnati al fronte, e questo per dare la mano ai “liberatori” che trasformavamo Amburgo, Dresda, Berlino in altrettanti cimiteri infuocati. Eppure, il suo film è, puramente e semplicemente, un capolavoro: un prodigio di bellezza, quale raramente capita di vedere, e quale ormai da moltissimi anni nessuno ha più visto, in questa cinematografia mondiale dominata da Hollywood (e quindi, direttamene o indirettamente, dagli stessi signori usurai dei quali parlavamo poc’anzi). Si farebbe fatica a scegliere una sequenza del Munchhausen, che è tutto un susseguirsi di sequenze magnifiche, una che spicchi sulle altre: pure vogliamo sbilanciarci, e consigliamo il lettore di gustare, in particolare, la sequenza della sfilata delle gondole lungo il Canal Grande, a Venezia, con la bellissima musica che è la vera protagonista, quei cori celestiali che hanno la leggerezza e la trasparenza di una favola. È un momento di straordinaria intensità poetica: si direbbe che il film prenda le ali e che trasporti lo spettatore in un regno meraviglioso, il regno dell’infanzia felice, che tutti noi, almeno una volta, abbiamo conosciuto, dove le miserie e le brutture della realtà quotidiana svaniscono per incanto, come nebbia al sole, e ciò che resta è solo un trionfo di stupore, ammirazione, gioia e fantasia. Ammirando le scene veneziane del film, con la folla in costume che si assiepa sulle rive del canale, sotto un cielo azzurro da fiaba e in una atmosfera quasi da Mille e una notte, vagamente orientale, sospirante e un po’ sensuale, si provano delle emozioni molto simili a quando, da bambini, al circo, allorché si spegnevano i riflettori e davanti a noi si parava lo spettacolo fantastico degli elefanti disposti a formare una scena fantastica, “impossibile”, ci sentivano trascinati per magia in un altrove fuori del tempo e dello spazio, ove tutto era possibile, ove nessun sogno sembrava troppo difficile da potersi realizzare. 
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Quella di oggi è un'Europa americanizzata e involgarita; un’Europa ove gli studenti sanno tutto dell’ultimo rapper da un milione di visualizzazioni su Youtube, ma ignorano chi ha dipinto la Cappella Sistina !
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IL VIDEO:


Münchhausen (1943) Venice

  
Munchhausen, il canto del cigno della nostra civiltà

di Francesco Lamendola

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