ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 25 maggio 2018

Distruggere la Chiesa dall’interno

IN BALLO PARADISO E INFERNO


Sono in ballo il Paradiso e l’Inferno. E' una congiura planetaria: dietro la desacralizzazione, la protestantizzazione e la relativizzazione del cattolicesimo odierni, c’è una regia precisa il cui scopo è distruggere la Chiesa 
di Francesco Lamendola  

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Kierkegaard diceva che la Cristianità ha tradito il Cristianesimo; noi, oggi, possiamo vedere e constatare che la Chiesa cattolica, o una gran parte di essa, ha tradito se medesima, e, nello stesso tempo, ha tradito Gesù Cristo, insieme alla propria missione e alla propria ragion d’essere: la salvezza delle anime. Perché quando il clero, a cominciare dalla cattedra di san Pietro, giù, giù, fino all’ultimo parroco di paese, insegna che la salvezza è non solo per tutti, ma di tutti; quando dà a intendere che non ci sarà alcun giudizio, e che tutte le anime andranno in Paradiso presso il Padre  (o, al massimo, quelle dei cattivi si dissolveranno: tale sembra essere la personale teologia del signor Bergoglio, stando alle sue conversazioni col gran massone Eugenio Scalfari), si tradisce Gesù e si ingannano i fedeli.Gesù non ha mai detto che tutti si salveranno; ha detto, al contrario, di essere venuto per salvare il mondo, ma di aver constatato il rifiuto del mondo: e ha precisato che per i malvagi è preparato il fuoco eterno del diavolo, mentre i buoni andranno alla destra del Padre, in Paradiso. Questo è quello che ha detto Gesù; opinare diversamente, non è cattolico e quindi, a un teologo cattolico, non è lecito dire. Se vi sono, come vi sono, dei sedicenti teologi cattolici i quali scrivono libri ed articoli, e rilasciano interviste, per tentar di modificare la dottrina del Novissimi, costoro si assumono la responsabilità di predicare l’eresia e di spingere le anime dei fedeli verso l’apostasia dalla fede; e Dio, che è giusto giudice, darà loro la ricompensa secondo ciò che hanno meritato.

Il fatto che il clero, oggi, abbia quasi smesso di parlare del peccato e della grazia; il fatto che abbia quasi smesso di ricordare alle anime che, senza l’aiuto soprannaturale dei Sacramenti, non si va da nessuna parte; il fatto che si sia spinto, in non pochi casi, fino al punto di affermare che il peccato non è peccato, e che i divorziati possono tranquillamente consumare la santa Eucaristia, o che i sodomiti impenitenti possono unirsi e vivere felicemente insieme, come una coppia benedetta da Dio, oppure che una donna, dopo aver abortito, può confessarsi semplicemente da un qualsiasi sacerdote, e non più dal vescovo, come ci si confessa per un furto di caramelle, o per una piccola maldicenza: tutto questo carica sulle spalle di codesto clero una responsabilità immensa, tale che per nulla al mondo vorremmo trovarci nelle condizione di doverne rendere conto, quando sarà il tempo, davanti al Signore Gesù. Chi predica un cristianesimo dove non c’è più il peccato, dove non c’è più il giudizio e dove non c’è più la vita eterna - e non già una vita eterna generica, bensì una vita eternamente beata o eternamente dannata – di fatto sta predicando un’altra religione, spacciandola, però, per cristianesimo, cioè ingannando le anime in maniera gravissima, con il concreto pericolo di spingerle verso la perdizione. E la cosa più triste è che costoro lo fanno per la brama di essere popolari, per voler piacere al mondo, anche al prezzo di dispiacere a Dio: ma il loro Dio, in realtà, sono gli uomini, è la loro approvazione che vogliono, sono i loro applausi che desiderano; di quel che ne pensa il Signore Iddio, poco si curano, per la semplice ragione che molti di loro, anche se non hanno il fegato di dirlo apertamente, hanno perso la fede, e tuttavia seguitano a parlare, a predicare, ad agire come se nulla fosse, abusando della veste che indossano (molto poco, a dire il vero; pare che se ne vergognino profondamente) e spacciandosi per ciò che non sono. In pratica, non sono più dei veri sacerdoti, ma solo dei modernisti travestiti da preti, cioè degli eretici che hanno abbandonato la Chiesa e parlano a nome di essa senza averne l’autorità, e soprattutto senza essere in grazia di Dio. I Sacramenti da essi amministrati sono comunque validi, perché, grazie al Cielo, la loro validità non dipende dall’intenzione del celebrante, ma da quella del fedele, purché questi sia in grazia di Dio; nondimeno, il male che provocano insegnando delle false dottrine è incalcolabile, tanto che li si può paragonare a dei lupi travestiti da pastori, i quali si adoperano non già per custodire il gregge, ma per disperderlo e, se possibile, per distruggerlo. Il che è quanto dire che non sono ministri di Dio, ma servitori del diavolo.

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Con la personale teologia del signor Bergoglio si tradisce Gesù e si ingannano i fedeli?

Scriveva, nel suo DiarioSøren Kierkegaard (a cura di Cornelio Fabro, Milano, Rizzoli, 2000, pp. 283; 292; 293):
C’è un potere che si chiama peccato. Se tu vuoi salvarti da esso, corri allora a Cristo. Egli è salvezza, benché umanamente parlando sia una salvezza amara; ma se il peccato è in verità per te più amaro, allora non c’è da esitare.
Verrà un’ultima ora, quella della morte. Allora Cristo ti promette un bene infinito, la beatitudine del cielo. Vorresti tu farne a meno per qualcos’altro? Ebbene, a te ora di scegliere Lui. Ma allora se anche Egli si riserva di disporre della tua vita quaggiù, Egli te la rende un po’ più pesante: ma anche ti aiuta a portarla. […]
Nella Cristianità in sostanza il Cristianesimo è stato abolito. Qui si vive a casaccio, corroborati dai pastori nell’idea che senz’altro ci salveremo ugualmente. Si tratta soltanto dei settant’anni di questa vita. Osare qualche cosa per una buona causa, sarebbe un tentare Dio: chi lo facesse, gli si rinfaccerebbe che è colpa sua se gli capiterà di soffrire. Quindi non resta che abbandonarsi a quel che può succedere nella vita. Se uno arriva per caso a passarla allegramente, tutto va bene. Se invece capitano le sofferenze, le preoccupazioni economiche, ecc., si è pronti a escogitare i rimedi contrari. Questa è la vita degli uomini: figuratevi se in una vita simile sarebbe possibile trovare la minima traccia del Cristianesimo! Neanche il Paganesimo aveva un’idea così fallace dell’amore di Dio e della felicità eterna! […]
Una volta eliminato l’orrore dell’eternità (o eterna felicità, o perdizione eterna!) il voler imitare Gesù diventa in fondo una fantasticheria. Perché soltanto la serietà dell’eternità può obbligare, ma anche muovere un uomo a compiere e a giustificare il suo passo.
Ma poiché noi tutti viviamo press’a poco in quell’idea, cullandoci nell’indolenza che tutti saremo salvi, le canaglie come i giusti, colui che si conservò fedele a Dio nella tensione di tutte le sue forze come chi alquanto mercanteggiò;… tutti, tutti noi saremo senz’altro quei rispettabili giusti: per questo gli uomini hanno in fondo ragione a trovare che è fantastico e ridicolo voler tutto sacrificare per seguire Gesù.
Ciò infatti che dà serietà è l’aspetto etico. Eliminare l’aspetto etico, fare per es. di Cristo un astratto ideale per volerGLi assomigliare a questo modo, è un prenderlo invano. Sono in ballo il Paradiso e l’Inferno, e per questa ragione voler imitare Gesù, cioè essere salvati: ecco dov’è la serietà!

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Søren Kierkegaard

Kierkegaard mette il dito sulla fondamentale mancanza di serietà dell’atteggiamento del cristiano “moderno”, che è la sua caratteristica saliente. Da parte nostra, abbiamo ripetutamente sostenuto che, dietro la desacralizzazione, la protestantizzazione e la relativizzazione del cattolicesimo odierni c’è una regia precisa, il cui scopo è distruggere la Chiesa dall’interno e far scomparire quella forma mentis che, sola, costituisce un problema per l’instaurazione di quel “nuovo ordine” mondiale in cui non ci sarà più posto per le persone, intese come soggetti pensanti, perché esse verranno sostituite da una post-umanità ridotta a gregge, a bestiame, a massa totalmente inconsapevole e manipolabile, eventualmente anche con l’ausilio di tecniche di condizionamento mentale e, se necessario, mediante la somministrazione di farmaci o di minuscoli impianti elettronici (microchip) coi quali controllare in maniera capillare la vita di ciascuno. Tuttavia, che si creda o no a una tale congiura planetaria, i caratteri della civiltà moderna sono di per sé tali da spingere gradualmente l’umanità verso un livello sempre più basso di autocoscienza, e, quindi, di comprensione della vita e del suo fine. Distratto e frastornato da cento e cento cose secondarie (consumismo), l’uomo moderno non ha più il tempo, né la voglia, di fermarsi a riflettere sull’essenziale: ne consegue il suo caratteristico sbilanciamento verso l’esterno, il suo essere costantemente proiettato fuori di sé e, quindi, la sua inevitabile mancanza di equilibrio e di armonia. Una delle conseguenze di questa esteriorizzazione dei fini della vita umana è la sua perdita di serietà.Nell’uomo cristiano medievale, e, per molti aspetti, anche nell’uomo antico, vi era una fondamentale serietà esistenziale, dovuta alla consapevolezza dell’alto fine cui egli è chiamato, e quindi della presenza di un elemento tragico, perché tragico è il destino dell’uomo se manca di riconoscere e realizzare tale fine. Ma se l’uomo, come accade nella civiltà moderna, non si pone neppure il problema del proprio fine, ma gioca tutta la sua esistenza sul piano dell’immanenza, inseguendo la “realizzazione” di sé intesa come semplice affermazione dell’io, cioè come una questione di potenza e/o di piacere, questa serietà viene a mancare. Infatti, l’elemento tragico è presente se l’uomo si confronta con la propria finitezza, se contempla la propria morte, qualunque atteggiamento decida di assumere di fronte ad essa: è tragico il dialogo fra Glauco e Diomede (le generazioni degli uomini sono come le foglie), come lo è il dialogo fra Sant’Agostino e Dio (tardi ti ho conosciuto e tardi ti ho amato, ecc.). Ma l’uomo moderno non vuol guardare la propria morte; non ne parla, non se ne occupa: ci penserà qualcun altro; lui ha cose più concrete e più urgenti da fare, qui e adesso. 

Sono in ballo il Paradiso e l’Inferno…

di Francesco Lamendola 

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NIETZSCHE: UOMO EREDE DI DIO?
Se Dio è morto l’uomo ne sarà il degno erede? Il problema posto da Nietzsche e che attende ancora una soluzione se Dio è morto all'uomo restano 2 sole possibilità: farsi il dio di se stesso o precipitare al livello delle bestie 
di Francesco Lamendola   

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Se c'è un pensatore che ha preso sul serio la portata e le conseguenze della morte di Dio nel mondo moderno, questi è statoNietzsche. Egli appartiene ancora a un'epoca in cui le cose si prendevano sul serio, anche le più rivoluzionarie: in questo senso, era un romantico, un uomo del primo Ottocento scaraventato sessanta o settant'anni più avanti della sua epoca, cioè in piena Seconda rivoluzione industriale e in piena massificazione della società europea (infatti, uno dei suoi problemi era se l'Europa voleva essere ancora se stessa oppure il nulla). In questo senso, ha visto e giudicato il problema del nichilismo e del suo superamento in tutta la sua immensa portata: ha compreso, prima e meglio di quasi tutti i suoi contemporanei, che l'umanità senza Dio ha bisogno non solo di un nuovo codice morale, ma anche di un nuovo modo di sentire la vita, se non vuole sprofondare in un regresso spirituale catastrofico. La visione del reale di Nietzsche è di tipo eroico e drammatico: au-aut, o questo o quello, tutto o il nulla; è un Kierkegaard dell'ateismo. Non sopporta la mediocrità, ma è proprio un mondo di mediocri quello che vede avanzare; e ne prova orrore, pena e sgomento. Nietzsche viene sempre, banalmente, ricordato per la profezia del Superuomo, ma dovrebbe essere del pari ricordato per la profezia dell'Ultimo Uomo: nessuno, come lui, ha valutato la possibilità che l'uomo non sappia essere all'altezza della morte di Dio; che sprofondi nelle paludi del vizio e si abbrutisca, come Dostoevskij, pochi anni prima, aveva intravisto: se Dio non c'è, allora tutto è permesso. Nietzsche, quindi, ha posto con forza il problema della libertà. A che serve la libertà, se Dio non c'è, e quindi se non c'è (più) una morale oggettiva, superiormente fondata? Evidentemente una nuova tavola dei valori deve essere scritta; ma chi lo farà? Per lui, deve scriverla l'uomo, non a suo arbitrio, bensì seguendo una massima fondamentale: la fedeltà alla terra. Nietzsche è il profeta, e, se si vuole, il santo, della religione della terra, una religione puramente e rigorosamente immanentistica: esser fedeli alla terra vuol dire, per lui, essere fedeli alla vita, sempre e comunque. Il suo è una specie di vitalismo panteistico, o, se si vuole, un panteismo vitalistico. La vita è il nuovo Dio, e la "terra" è l'insieme dei valori che da essa scaturiscono.
Il guaio è che dalla "terra", così intesa, non scaturisce, di per sé, alcun valore. L'epoca di Nietzsche è l'epoca del darwinismo trionfante: la legge fondamentale della vita è vista come la lotta per la vita. Forse che Nietzsche intende questo, quando parla della "fedeltà alla terra" e quando esorta gli uomini, li supplica, li scongiura, di essere fedeli a lei e a lei sola? Quasi certamente no: la visione di Nietzsche è e resta una visione idealistica; egli non nega l'idealismo, solo lo vuol cambiare di segno, lo vuol capovolgere, proprio comeMarx accoglie e fa suo l'hegelismo, però lo capovolge, per rimetterlo, dice lui, sui piedi anziché sulla testa. Nietzsche, quindi, vuol salvare l'impulso eroico dell'uomo (romanticamente, appunto), perché vede, e questo gli fa profondamente onore, la serietà della vita. Per lui, come per Kierkegaard (chissà se lo aveva mai letto) ci sono due sole alternative per l'uomo: o riuscire o fallire. L'uomo riesce a dare un senso alla sua vita quando ritorna integralmente alla terra, quando vive la sua vita realizzando in se stesso ciò che vuole lo spirito della terra: coraggio, audacia, passione, gratitudine, generosità, innanzitutto verso se stessi. Egli vede con chiarezza che il punto debole della morale religiosa è il latente disamore di sé; gli sfugge, però, che non tutti gli asceti sono dei nemici di se stessi, anzi, che il vero asceta, o almeno il vero asceta cristiano, è un uomo che ama la vita, ma la ama come il mezzo che ci viene dato per giungere a Dio: la ama come il buon agricoltore ama la zappa per vangare la terra, o come il pescatore ama la sua barca o le sue reti: cioè come un mezzo per realizzare un fine ulteriore. Per Nietzsche, il quale dà per scontato che non vi sono dei fini ulteriori, considerare la vita come un mezzo è un delitto di lesa maestà verso la madre terra, una profanazione dell'amore che a lei sola è dovuto. In ogni caso, a Nietzsche va il merito di non aver preso alla leggera la morte di Dio: c'è in lui più serietà "religiosa" che in molti cristiani abitudinari e impigriti, come quelli denunciati da Kierkegaard nella sua durissima requisitoria contro la cristianità che ha tradito il Cristianesimo. Su questo aspetto del pensiero del filosofo tedesco ha scritto Eugen Fink, considerato uno dei massimi esponenti della scuola fenomenologica fondata da Edmund Husserl (da: E. Fink, La filosofia di Nietzsche; titolo originale: Nietzsches Philosophie, Stuttgart, Kolhammer, 1960; traduzione dal tedesco di Pisana Rocco Traverso, Padova, Marsilio, 1973, e Milano, Mondadori,  1977, pp. 72-74):
Durante la discesa dalla solitudine decennale sui monti verso il paese degli uomini, Zarathustra incontra nel bosco il Santo, l'eremita che si ritirò lontano dagli uomini per amare soltanto Dio; EGLI non ha alcuna dottrina, nulla da indirizzare all'uomo; la sua esistenza da eremita si trascende verso Dio; è con Lui che egli ha un dialogo: la preghiera, il parlare dell'uomo direttamente a Dio. Ma l'Eremita Zarathustra, che dice a se stesso: "È mai possibile! Questo vecchio Santo nel suo bosco non  ha ancora udito che Dio è morto!", questo eremita senza dialogo col sovrumano deve proprio, quando dice la sua parola intorno all'Essere, parlare con l'uomo, deve INSEGNARE; dopo la morte di Dio il vero linguaggio dell'uomo non è più nominare gli dei e invocare i santi, è ora la lingua DELL'UOMO ALL'UOMO: l'invocazione delle più alte possibilità umane è L'INSEGNAMENTO DEL SUPERUOMO. La morte di Dio è così la condizione sulla quale si basa l'insegnamento di Zarathustra. Nietzsche spiega l'insegnamento di Zarathustra per mezzo della "parabola del sole": la fortuna del sole è che la sua sovrabbondanza di luce viene portata via dalle cose che illumina; il pensatore Zarathustra paragona se stesso al sole: colui che insegna, il "superuomo", diventa ora la "luce del mondo", ciò che prima era Dio. Con la morte di Dio, cioè con la fine di ogni idealità nella forma di un al di là del'uomo, di una trascendenza oggettiva, con il crollo della volta celeste sul paesaggio della vita umana, sorge il pericolo di un mostruoso impoverimento dell'umanità, di una spaventosa, volgare e piatta empietà e scostumatezza; la tendenza idealistica si atrofizza, la vita diventa "illuminata", razionalistica e banale. La tendenza idealistica rimane, non si perde più, soltanto se onora ciò che essa stessa ha creato raffigurandoselo, poi, come cosa estranea, come il Dio dell'al di là e il suo decalogo; la tendenza idealistica si avvede della sua essenza "creativa"", e progetta ora consapevolmente nuovi ideali creati dall'uomo. Queste due possibilità dell'essenza umana dopo la morte di Dio sono l'Ultimo Uomo e il Superuomo, Nietzsche decide con entusiasmo: insegna il Superuomo, mostrando la profonda abiezione dell'Ultimo Uomo. E il suo insegnamento non ha in questo la freddezza di una rappresentazione teoretica, esso trema di commozione, cerca di parlare commuovendo.[...]
Ci si deve tenere aggrappati al carattere eroico dell'esistenza anche dopo la morte di Dio: riprendere nella vita ciò che, in quanto Dio, sembrava estraneo e appartenente al di là. Poiché Nietzsche tenta ovunque questo appello e vuole risvegliare lo stato d'animo di una grandezza eroica dell'uomo anche davanti al crollo del "cielo ideale", lo "Zarathustra è ridondante, sovraccarico di una tensione febbrile, di un pathos eccessivo, di appelli e di stati d'animo fulminei, di imperativi e anatemi. [...]
Il Superuomo, consapevole della morte di Dio, cioè della fine dell'idealismo, della perdita dell'al di là, riconosce nell'al di là idealistico soltanto una utopia immagine riflessa della terra. E alla terra restituisce ciò che le è stato preso a prestito e rapinato; rinnega tutti i sogni dell'al di là e si volge alla terra col medesimo fervore, col quale prima si volgeva al mondo dei sogni; il massimo della libertà umana si volge alla Gran Madre, alla terra dall'ampio petto, e in essa trova i limiti, il contrappeso di tutti i suoi tentativi. Mentre l'esistenza si rifonda sulla terra, la sua libertà si fonda sulla terra stessa, o più precisamente: non è più una libertà verso Dio, ma nemmeno una libertà verso il Nulla, bensì è libertà verso la terra, in quanto grembo da cui ebbe origine tutto ciò che appare alla luce, e nello spazio e nel tempo trova permanenza e luogo. Qui la libertà raggiunge, attraverso tutti i suoi rischi, una ferma, ultima posizione. Dove, per l'umanità imprigionata nella sua alienazione, stava Dio ora sta la terra.
Se Dio è morto, l’uomo ne sarà il degno erede?

di Francesco Lamendola

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Chiediamo scusa dell’ignoranza, ma non sapevamo che nel Vangelo ci fossero anche Enaudi e Monnet


“Abbiamo dei paletti fermi e irrinunciabili: la centralità della persona, il lavoro come fondamento della personalità umana, l’attuazione della Costituzione, la scelta chiara per la democrazia e per l’Europa.”
Questo parole sono state affermate dal cardinale Bassetti nell’ultima riunione della CEI.
Dunque, per i vescovi italiani ci sono dei “paletti irrinunciabili” riguardo al giudizio che si dovrà di volta in volta formulare nei confronti dell’operato del governo che in questi giorni sta nascendo.
Tra questi: la centralità della persona… e va bene, anche se, detto così, è un concetto troppo vago e per giunta, non sottomettendolo alla centralità di Dio, alquanto equivoco e pericoloso… ma lasciamo stare.
Ciò che però colpisce (ma fino ad un certo punto, visti i tempi) è che tra questi “paletti irrinunciabili” vi siano anche la Costituzione e l’Europa.
Che questi due punti siano stati trasformati in principi non negoziabili è quanto dire. 
Finora non ci risultava che tra i precetti (questo vorrebbe significare “irrinunciabili”) vi fossero anche l’accettazione della Costituzione e del processo di unificazione europea.
A proposito di quest’ultima è chiaro (lo capirebbe anche un bambino) che il riferimento è una sorta di richiamo a certe sensibilità euroscettiche espresse dal nuovo governo.
Dunque, nel Vangelo, accanto a Nostro Signore e agli Apostoli, ci sarebbero anche Einaudi e Monnet. Chiediamo scusa della nostra ignoranza: ma non ce ne eravamo accorti.
Non ci fa meraviglia un altro ennesimo paradosso: si parla tanto contro i principi non negoziabili (vita, famiglia, libertà di educazione) e poi se ne creano di posticci… a conferma di quel clericalismo mondano di cui abbiamo parlato più volte (clicca qui).