ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 18 maggio 2018

O stare con Cristo e con la Chiesa o dalla parte delle idee moderne

VATICANO II FU UNA VENDETTA?


 Il Concilio è il nostro 1789 ! Il concilio Vaticano II è stato la vendetta contro il I. L'ipotesi che quanti lo vollero intesero riprendere l’opera abortita nel 1870 mirando a una "rivincita" sul dogma dell’infallibilità papale 
di Francesco Lamendola  

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Quando si parla del Concilio Vaticano I, la mente della maggior parte delle persone corre al dogma dell'infallibilità papale, per cui si tende a identificare il concilio con quella storica decisione. Ma la verità è che  il papa Pio IX, quando concepì l'idea del concilio - e ne diede annuncio ai cardinali fin dal 6 dicembre 1864, cinque anni prima della sua effettiva convocazione - pensava, sì, anche ad una eventuale affermazione solenne della infallibilità papale in materia dogmatica; ma, nello stesso tempo, aveva in mente uno scenario molto, ma molto più vasto. La vera posta in gioco, che, a suo avviso, rendeva necessaria la convocazione del concilio, era la definizione, chiara e inappellabile, delle relazioni fra la Chiesa e il mondo moderno: e non è certo un caso che il Concilio venne aperto, nella basilica di San Pietro, l'8 dicembre 1869, cioè nello stesso giorno in cui, quindici anni prima, aveva proclamato il dogma della Immacolata Concezione di Maria. In particolare, per Pio IX si trattava di ottenere una adesione dell'episcopato all'enciclica dell'8 dicembre 1864, Quanta cura, cui aveva allegato il Sillabo, un elenco di ottanta proposizioni dichiarate erronee e riguardanti le idee sociali, politiche e culturali più caratteristiche della civiltà moderna. L'intenzione e la finalità del Sillabo possono essere riassunte nell'ottantesima e ultima proposizione condannata, che, in un certo senso, le compendia tutte: il Romano Pontefice può e deve riconciliarsi e venire a composizione col progresso, col liberalismo e con la moderna civiltà.

Tale era la posta in gioco: si trattava di porre tutti i credenti, clero e laici, di fronte ad una alternativa secca: o stare con Cristo e con la Chiesa, o stare dalla parte delle idee moderne, il liberalismo, la democrazia, il socialismo, l'ateismo, la libertà di stampa, la sovranità popolare, l'indifferentismo religioso, e tutti gli istituti che derivavano da esse, a cominciare dal matrimonio civile. Alla fine, come è noto, Pio IX riuscì a spuntarla e ad ottenere la ratifica delle sue posizioni da parte del Concilio, anche se la breccia di Porta Pia pose bruscamente fine ai lavori: evento che, del resto, parve una conferma del fatto che il mondo moderno, in questo caso lo Stato liberale italiano, era animato da una volontà di sopraffazione rispetto alla Chiesa e bisognava perciò difendersi dalle sue pretese e dalle sue aggressioni. C'è però un fatto importantissimo da tener presente, e cioè che il Concilio confermò la posizione papale, e la rafforzò ulteriormente con la proclamazione della costituzione dogmatica Pastor Aeternus del 18 luglio 1870; ma questo risultato, peraltro ottenuto a prezzo di duri contrasti e di qualche defezione in campo cattolico, fu reso possibile dal fatto che Pio IX, sin dal principio, aveva potuto contare su di una maggioranza di vescovi a lui favorevoli, per lo più italiani  e spagnoli: circa 550 su un totale di 764 vescovi presenti al momento dell'apertura dei lavori.
La situazione esistente all'epoca del Concilio Vaticano II era completamente diversa, per non dire opposta. Fin dall'inizio apparve chiaro che i vescovi novatori, cioè quelli dell'area francese e tedesca (esattamente come nel 1869), non erano affatto una minoranza, bensì potevano contare sulla maggioranza dei voti conciliari, anche per via delle diocesi africane, asiatiche e latino-americane nelle quali erano penetrate le idee dei riformatori, oppure, più semplicemente, che parteggiavano per una linea di autonomia delle "periferie" rispetto alla Curia romana. Ecco perché gli schemi preparatori dei lavori conciliari, elaborati con molta competenza, ma anche con scrupolo di fedeltà alla linea "tradizionale", e già approvati da Giovanni XXIII e inviati a tutti i padri conciliari fin dal luglio 1962, cioè qualche mese prima dell'apertura del concilio, vennero respinti dal "partito" progressista, che ottenne la facoltà di riscriverli completamente, inserendo nelle apposite commissioni i propri uomini-chiave, cioè i teologi neomodernisti. Ci furono dei vescovi che esultarono, e il cardinale Suenes, capofila dei progressisti, esclamò: Il Concilio è il nostro 1789!, con riferimento alla riunione degli Stati Generali francesi e alla loro storico decisione di riunirsi e di votare non per ordine, ma per testa, rifiutando le indicazioni di Luigi XVI e costituendosi in Assemblea nazionale costituende, il primo atto rivoluzionario del 1789. Più chiaro di così...

0 montini roncalli
Roncalli e Montini i papi del Concilio Vaticano II

Resta da capire e da spiegare, naturalmente, perché Giovanni XXIII, che certo non ignorava il fermento sempre più diffuso esistente nell'episcopato, volle ugualmente, e fortissimamente volle, benché vecchio e malato, la convocazione del Concilio; e perché, ancora nel discorso di apertura, ebbe l'animo di prendersela con i "profeti di sventura", alludendo in modo trasparente proprio a quanti, fra il clero ed i suoi stessi collaboratori, si erano dimostrati perplessi circa l'opportunità di un concilio, in quel determinato momento storico; perplessità che erano state sufficienti, solo qualche anno prima, a trattenere Pio XII - che pure aveva pensato, anch'egli, a un concilio - dal convocarlo. E più si riflette e si studia la cosa, più si arriva alla conclusione che esistono due sole possibilità: o Giovanni XXIII peccò di leggerezza e sottovalutò colpevolmente i rischi, illudendosi di poter controllare i lavori del Concilio e di riuscire a concluderli in un paio di mesi (tale sembra che fosse la sua intenzione originaria), quasi per dare uno sfogo più apparente che sostanziale ai fermenti e alle inquietudini che covavano nella Chiesa; oppure sapeva benissimo quel che sarebbe accaduto, o che sarebbe potuto accadere, e non se ne preoccupava, perché il suo desiderio era quello di attuare, attraverso il Concilio, una trasformazione profonda e complessiva dell'intera Chiesa cattolica, sia pure dietro l'apparenza di una finalità esclusivamente pastorale (cioè sul come annunciare il Vangelo al mondo moderno) e sia pure lasciando che ad andare allo scoperto fossero altri, in modo da non assumersi la responsabilità diretta e personale di quanto sarebbe accaduto. E se così non fu, come spiegare il fatto che si rimangiò, senza batter ciglio, gli schemi preparatori dei lavori, che aveva già letto, approvato e fatto distribuire, e consentì che venissero riscritti di sana pianta? Non è un po' strana, tanta arrendevolezza? E questi interrogativi, destinati a rimanere senza una risposta certa e definitiva, non fanno che suscitare altri interrogativi, e ci inducono a risalire ancora più indietro nel tempo: a quel conclave, cioè, che nel 1958 proclamò papa Angelo Roncalli, ma che in un primo tempo, forse – non lo sapremo mai – si era orientato verso un altro nome, un nome che significava continuità con il pontificato di Pio XII, mentre il suo, indubbiamente, avrebbe segnato una discontinuità: quello di Giuseppe Siri.
C’è una pagina, molto bella, del grande storico tedesco Leopold von Ranke – protestante, ma serio e obiettivo, e che ebbe accesso agli archivi riservati della Corte pontificia – che ci sembra illuminante circa le ragioni profonde che spinsero Pio IX a convocare il Concilio Vaticano I (da: Ranke, Storia dei Papi; titolo originale: Die römischen Päpste in dem letzen 4 Jahrunderten; traduzione dal tedesco di Claudio Cesa, Firenze, Sansoni, 1968, pp. 1012-1014):
Per un momento si era pensato di ottenere il riconoscimento dell’infallibilità papale per acclamazione; ma l‘umore dell’assemblea lo rese impossibile. La maggioranza rivolse però al concilio stesso un indirizzo nel quale esso era invitato a dichiarare che l’autorità papale era libera da ogni errore. 
L'indirizzo fu formulato da vescovi italiani e spagnoli, le cui scuole ecclesiastiche erano ancora attaccate alle tradizioni dei secoli di mezzo. Ad esso però si opposero soprattutto i vescovi tedeschi, la cui cultura aveva origini ben diverse. Essi da un lato riconobbero che il concilio, senza il papa, non poteva essere considerato rappresentativo della Chiesa, dall'altro però affermarono che la decisione in materia di fede è condizionata dalla tradizione apostolica e dal'accordo della Chiesa. Essi mettono in guardia contro il proposito di proclamare l'infallibilità del papa come dogma, perché questo servirebbe di movente o di pretesto ai governi, sul piano diocesano, per limitare ulteriormente i diritti della Chiesa. 
A questo indirizzo aderirono anche i vescovi francesi. Lo ripeterono in gran parte alla lettera; omisero solo alcune righe, quelle nelle quali i vescovi tedeschi avevano riconosciuto al soglio romano un'autorità autonoma nell'antichissimo periodo preconciliare; essi evitarono tutto ciò che sarebbe stato direttamente contrario alle proposizioni gallicane. Indipendentemente da questo i vescovi orientali richiamarono l'attenzione del papa sulla difficoltà e sui pericoli  che si sarebbero loro presentati se il decreto proposto  fosse stato approvato. In Inghilterra quando i cattolici erano stati emancipati si era posta loro l'espressa condizione che rinunziassero a quella dottrina. Ora i puseysti, simpatizzanti per il cattolicesimo, fecero notare che con una tale affermazione si sarebbe impedita per sempre l'unione delle Chiese anglicana e cattolica. 
Però se il progetto della proclamazione dell'infallibilità suscitava  rimostranze così consistenti tra lo stesso clero, quanto più doveva provocare la reazione di coloro che seguivano dall'esterno i lavori conciliari! Lo schema sull'autorità della Chiesa, che doveva essere proposto al concilio, era già diventato pubblico, per un caso, o di proposito e sembrava fatto apposta per mettere in moto le relazioni dei governi laici contro le pretese della gerarchia di intervenire negli affari interni dei loro stati. Il governo francese, che non aveva ancora rinunziato alle tradizioni gallicane, prese occasione da ciò per protestare contro le tendenze gerarchiche del concilio. In un primo tempo nello schema summenzionato si parlava soltanto dell'infallibilità della Chiesa, che non riguarda unicamente le proposizioni dogmatiche, ma anche i mezzi per acquistarne la conoscenza, e non soltanto la rivelazione, ma tutto ciò che sarebbe stato ritenuto necessario per interpretarla e difenderla. Il ministro degli affari esteri di Francia dichiarò che in questo modo si affermerebbe la superiorità del potere ecclesiastico su quello laico dovunque entrassero in contatto. La potenza della Chiesa in detto schema appare assoluta, e, rispetto al potere legislativo e giudiziario, indipendente dall'autorità civile. La sua autorità si estenderebbe quindi persino sui principi costitutivi della società, sui diritti e doveri dei governanti e dei governati, sui sistemi elettorali, sulle stesse famiglie. Ora, se l'infallibilità della Chiesa era trasmessa al papa - come ci si proponeva di fare - ogni altra autorità sarebbe diventata a lui sottoposta. Come ci si poteva aspettare che la sovranità dei principi si inchinasse di fronte agli attributi del soglio romano, che erano stati stabiliti senza neppure chiedere il loro parere? Il ministro chiese che fosse data comunicazione preliminare degli argomenti in discussione e persino che un plenipotenziario francese fosse ammesso al concilio.
Ci si proponevano così grandi cose:  un accordo tra le dottrine rigoristiche della Chiesa e il sistema costituzionale uscito dai moti del secolo, un accordo tra l'altissima autorità della Chiesa ed i bisogni dei diversi paesi. Nella stampa francese, e soprattutto nelle riviste che avevano rapporti col governo, si colsero atteggiamenti analoghi, che andavamo assai più oltre. Si sosteneva che il concilio non era più libero: una minoranza, che era però maggioranza se si teneva conto dell'ampiezza delle diocesi, era tiranneggiata da una maggioranza che, sotto lo stesso rispetto, era minoranza, e che era ciecamente devota ai capi ultramontani. Ma il concetto di assemblea conciliare implica che questa sia libera nei suoi lavori; è necessario che essa sia convocata dal papa, ma deve anche poter scegliere liberamente gi argomenti su cui deliberare e anche la forma della discussione. Il concilio doveva avere come compito esclusivo la ricerca di una mediazione tra le dottrine ecclesiastiche e le esigenze della vita dello Stato, e di accordarle; doveva respingere e dichiarare non vincolante il Sillabo, anche se il papa aveva convocato il concilio per averne conferma. Si disse che bisognava appellarsi, contro il concilio non libero, ad un autentico concilio libero, guidato dallo Spirito Santo, e sospendere i lavori del concilio vaticano...

  
Il concilio Vaticano II è stato la vendetta contro il I

di Francesco Lamendola 

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