ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 6 agosto 2018

Per il «male minore» di qualche uomo di potere



Il 17 gennaio 1945 il rappresentante diplomatico del Sol Levante presso la Santa Sede, Masahide Kanayama, si vide con il Segretario di Stato vaticano Giovanni Montini, che 18 anni dopo sarebbe divenuto Papa Paolo VI. L’incontro avvenne sotto gli occhi di Pio Rossignani, segretario personale di Pio XII.
Kanayama lavorava sotto l’ambasciatore Ken Harada. Il suo compito, in sostanza, era di fare da canale nascosto per un appello diretto al Papa.
I Giapponesi volevano che il Pontefice fosse il mediatore tra loro e gli Alleati.
«I pacifisti in Giappone hanno grande fede nella Santa Sede. Un tentativo della Santa sede di iniziare la mediazione incoraggerebbe di molto i nostri pacifisti, anche se non vi fossero risultati concreti nell’immediato» disse Kanayama.
Montini rispose: «è a noi chiaro che la distanza tra i punti di vista fra i due belligeranti è troppo ampia per permettere la mediazione Papale»
Montini, cioè, chiuse la porta.

A pochi mesi di distanza, ci furono Hiroshima e Nagasaki. Quest’ultima, lo ricordiamo, era la città pià cattolica del Giappone, quella dove i cattolici erano la maggioranza, l’unica regione in cui la Vera Religione si salvò dalle tremende persecuzioni dello Shogunato nel XVII secolo.
Non è più discutibile il fatto che il Montini fosse un asset (cioè una fonte, un confidente, financo un «agente») dell’OSS, l’organizzazione che poi si trasformò in CIA.
Il futuro Paolo VI  parlava direttamente con colui che è considerato «padre» della CIA,  William Donovan.
Donavan, peraltro, era cattolico. Nel denso film dedicato all’OSS e alla CIA, The Good Shepherd, la figura di Donavan è interpretata da Robert De Niro, qui anche eccellente regista. Egli si lamenta, in una scena, del fatto di essere l’unico cattolico nell’ente che lui stesso stava creando; tale creazione, che diventerà la Central Intelligence Agency (CIA), reclutava il suo personale dai figli della élite WASP, per lo più affiliati alla lugubre confraternità universitaria Skull and Bones. Donovan era già stato ospite del Vaticano nel 1944 per essere insignito da Pio XII della Gran Croce dell’ordine di San Silvestro.
Montini aveva tuttavia ancora maggiori rapporti con con la «madre» della CIA James Jesus Angleton. Personaggio interessante, l’Angleton crebbe in Italia, dove il padre vendeva macchine da scrivere, e si laureò in poesia: nel dopoguerra corrispondeva con Ezra Pound che egli ammirava enormemente, mentre però lo teneva dietro le sbarre. Ad Angleton viene fatto risalire tanto della storia Repubblicana, al punto che meriterebbe un posto tra i padri fondatori dell’Italia democratica, certamente più di De Gasperi e dei Costituenti: c’è il sospetto che Angleton avesse trattato con Lucky Luciano lo sbarco degli alleati in Sicilia (e quindi il ritorno della mafia), avesse trattato il referendum che seppellì la Monarchia, fosse stato fulcro delle manovre che crearono la DC. Infine, egli impazzì mentre dirigeva per la CIA il controspionaggio antisovietico, inghiottito da quello che egli stesso, memore della sua formazione poetica, chiamava «Il deserto degli specchi».
Ma è del deserto atomico di Hiroshima e Nagasaki che stiamo parlando.
Sembrerebbe proprio che anche in quel colloquio in cui il Giappone gli chiedeva aiuto, Montini facesse il gioco angloamericano.
È difficile non pensare che una risposta differente avrebbe potuto salvare decine di migliaia di esseri umani a Hiroshima e centinaia di migliaia di cattolici a Nagasaki.
La cosa va inquadrata secondo la mentalità del Montini e della Democrazia Cristiana. Democrazia Cristiana che egli benedì, facendola prosperare al punto che, per colpirla, dovettero colpire un amico personale del papa bresciano, Aldo Moro.
Montini, il papa del post-concilio, il papa della messa nuova plasmata dal massone Bugnini, il papa che incoraggiò quella Democrazia Cristiana che ha siglato tutti gli enormi compromessi con la Morte – compromessi che sono costati al Paese circa 53 volte i morti di Hiroshima e Nagasaki – preferì il male minore della continuazione della guerra, vedendone chissà quale vantaggio futuro: forse quello americano, che con la detonazione delle bombe spaventò la Russia impedendole di invadere l’Hokkaido. La Russia aveva dichiarato guerra al Giappone poche settimane prima, e un’invasione sovietica da Nord avrebbe reso il Giappone un Paese diviso dai blocchi come la Germania, o, più tardi, la Corea.
Ecco, insomma, il male minore atomico.
Davanti al diniego di Montini, i Giapponesi in Vaticano non si persero d’animo. Nel febbraio 1945, l’ambasciatore Ken Harada volle vedere l’inviato personale di Roosevelt presso Pio XII Myron Taylor, e gli passò un messaggio chiarissimo: «gli elementi giapponesi che desiderano la pace non sono responsabili della guerra nel pacifico, e potrebbero essere in grado di far sentire la propria volontà se gli angloamericani offrissero termini accettabili».
Il Giappone, in Vaticano, offriva il ramoscello d’olivo.
Taylor promise di passare il messaggio, ma volle ricordare Pearl Harbor: come dire, abbiamo qualche ragione per invadervi.
A leggere la storia dai documenti non pare proprio che il Giappone fosse graniticamente opposto all’idea di un armistizio; il mito dell’ultimo giapponese che continua a combattere nell’isola per anni è probabilmente un’operazione psicologica per giustificare le bombe atomiche.
È eclatante il caso del telegramma al Papa mandato il 6 aprile 1945 dal delegato apostolico a Yokohama Lorenzo Tatewaki Toda: «Il presente è il momento più favorevole per conquistare l’intransigenza dei militaristi estremisti nell’interesse di una pacifica soluzione della guerra» scrisse Toda, il quale era peraltro imparentato nientemeno che con l’imperatore Hirohito. Nel messaggio, si prometteva che al più presto possibile si sarebbero proposte alla Santa Sede alcune condizioni da sottoporre al vaglio degli angloamericani. Gli americani sapevano: il messaggio fu intercettato dall’OSS e girato a Roosevelt l’11 aprile, un giorno dinanzi della sua improvvisa morte.
Il successore, il massone Truman, poche settimane dopo sganciò le bombe.
Si trattò dell’unico utilizzo su esseri umani dell’ordigno a fissione dell’atomo.
Ho pellegrinato per ambo le città martiri dell’atomo americano. Voglio confessare Nagasaki, soprattutto, una delle città che amo di più al mondo.
La storia del bombardamento atomico di Nagasaki è una storia cattolica sin dal suo epicentro: il bombardiere “Bockscar” pilotato dal maggiore Charles Sweeney, all’anagrafe un irish-catholic, prese come bersaglio la cattedrale della Immacolata Concezione, chiamata anche cattedrale di Urakami, il quartiere a Nord della città.
Quando l’atomo colpì, era l’ora delle confessioni. Tanti erano là sotto in fila per liberarsi dei proprio peccati; una di questi era la moglie di un medico cattolico riconosciuto poi eroe internazionale, Paolo Takeshi Nagai.
Nagai studiò la malattia da radiazione da menomato, incapace persino di stare seduto: sdraiato perennemente, tra microscopi e carte, su di uno strato paglia steso sul pavimento.
I fedeli di Urakami quel giorno trovarono d’improvviso una morte mai vista prima. Disintegrati, disciolti, fusi nell’intimo della materia con ciò che era nelle circostanze.
Nel museo a fianco della Cattedrale di Urakami, ho guardato e rimirato per ore un cimelio in particolare. Un rosario «sciolto» dalla bomba.
Vi ho visto questo segno pazzesco, struggente: era la Fede violata nella sua intimità, e al contempo era la Fede che resiste anche alla potenza nucleare.
Quel rosario diceva, soprattutto, che qualcuno era morto stringendolo fra le mani.
Ricordo come accanto a me, davanti al rosario atomico, vi erano dei ragazzi americani venuti, come tanti loro connazionali, a fare quello che il loro governo non riesce a fare da 73 anni: affacciarsi all’orrore e chiedere scusa. La prima a scoppiare a piangere fu la ragazza; il ragazzo seguì. Lacrime americane, lacrime umane.
Avevano compreso ciò che i vertici del loro Paese, e probabilmente anche Montini, non avevano compreso.
Vite sacrificate, a milioni, per il «male minore» di qualche uomo di potere.
Il «male minore» è il Male. E il Male vuole lo sterminio infinito, e lo scioglimento dell’Unica Vera Fede.
– di Roberto Dal Bosco

Agosto 1945: l’annientamento del Giappone

Oggi un articolo di Giacomo Gabellini, un imperdibile resoconto di cosa veramente accadde in quei terribili giorni del 1945. Un testo che dovrà essere inserito nei libri scolastici di una società liberata dalla propaganda. 

Agosto 1945: l’annientamento del Giappone
Di Giacomo Gabellini
Tra il 1942 e il 1942, le forze armate statunitensi ottennero considerevoli successi nella battaglia del Pacifico. La conquista di Guadalcanal al termine di ferocissimi scontri contro le truppe giapponesi preluse alla cacciata delle truppe nipponiche dalla Birmania ad opera degli anglo-indiani e all’occupazione delle Isole Marianne da parte dei marines, che si posero così nelle condizioni di concentrare l’attenzione sulle Filippine, conformemente ai disegni del generale Douglas MacArthur – e contrariamente alle raccomandazioni di Chester Nimitz, che premeva affinché la priorità fosse data a Taiwan. La tenace resistenza giapponese complicò terribilmente questo compito, ma la soverchiante potenza di fuoco statunitense finì per prevalere assestando un colpo micidiale alla forza aeronavale giapponese, che perse tre portaerei e quasi 400 aerei. Dal punto di vista degli Usa, la disarticolazione dell’Imperial Japanese Navy nelle acque del Mare delle Marianne spianava alla punta di lancia di Nimitz la strada che conduceva all’Isola di Honshu, il “cuore” dell’Impero del Sol Levante. Ma per conseguire questo obiettivo, Nimitz ritenne che fosse necessario assumere preliminarmente il controllo delle isolette prospicienti il centro nevralgico del Giappone. Lo suggeriva la “strategia del cavalluccio” (leapfrogging strategy, elaborata nel 1911 dal contrammiraglio Raymond P. Rodgers), che poneva l’accento sulla necessità di ricavare degli avamposti militari presso gli atolli della Micronesia su cui far leva per puntare con decisione verso l’Impero del Sol Levantei.
Gli Usa procedettero quindi alla conquista di Tarawa e Saipan, prima occupare Iwo Jima e Okinawa al termine di sanguinosissimi combattimenti che videro i giapponesi ricorrere ad attacchi suicidi pur di infliggere al nemico il maggior numero di perdite possibili, stimabili in circa 40.000 morti e 90.000 feriti. Una volta conquistati questi atolli e decimata la forza aerea giapponese, gli Usa applicarono verso l’Impero del Sol Levante la stessa strategia impiegata nei confronti della Germania nazista, consistente nell’orientare il fuoco non soltanto sui distretti industriali, ma anche sulle aree urbane, con lo scopo di “fiaccare la resistenza della popolazione”. Fu questo il succo della direttiva emessa nel febbraio del 1945 dal XXI Comando bombardieri dell’Usaaf coordinato dal generale Curtis E. LeMay, in base alla quale quasi 300 bombardieri B-29 penetrarono nello spazio aereo giapponese – volando a bassa quota così da eludere i rilevamenti radar – sganciando migliaia di bombe incendiarie che arsero vivi quasi 125.000 cittadini e distrussero il 25% circa degli edifici di Tokyo, senza che le forze locali potessero reagire. Il ragionamento “utilitaristico” sottostante alla decisione di trasformare il bombardamento strategico e terroristico nel modus operandi da adottare nei confronti del nemico (alla fine, quasi 800.000 giapponesi morirono a causa dei bombardamenti Usa) era maturato in seguito all’esperienza del 1943, anno in cui l’Usaaf si alternò con la Raf britannica nel bombardamento sistematico delle città tedesche. Se gli inglesi bombardavano di notte, gli statunitensi colpivano di giorno, costringendo la Luftwaffe a distogliere e reimpiegare per la difesa del Paese gran parte dei velivoli che erano stati originariamente destinati alla difesa del fronte orientale. L’introduzione dell’ottimo caccia a lungo raggio Mustang e l’installazione di serbatoi supplementari sugli aerei da attacco consentirono all’aeronautica militare Usa di incrementare l’efficacia delle proprie incursioni, distruggendo le numerose fabbriche che Albert Speer aveva disseminato in tutto il territorio nazionale e infliggendo alla Luftwaffe perdite assolutamente insostenibili – gli aerei venivano ricostruiti, ma i piloti rimanevano insostituibili. Non erano tuttavia soltanto i complessi industriali ad essere presi di mira dall’aviazione Usa, ma anche le strutture civili, come testimoniato dalla distruzione di Amburgo, Dresda ed altre città tedesche, dove oltre 300.000 cittadini furono arsi vivi dalle bombe al fosforo sganciate dall’Usaaf e dalla Royal Air Force.
Sul piano militare, il bombardamento strategico rappresenta una sostanziale soluzione di continuità rispetto alla famigerata “marcia verso il mare” condotta verso la fine del 1864 (durante le fasi conclusive della Guerra di Secessione americana) da un sottogruppo della divisione militare del Mississippi agli ordini del generale William Tecumseh Sherman; una sortita di oltre 1.000 km in territorio georgiano nel cui ambito i soldati nordisti conquistarono Savannah e Charleston prima di invertire la rotta e ricongiungersi con i corpi d’armata dal generale Sheridan – vittoriosi a Five Forks – e serrare da sud l’accerchiamento dell’esercito confederato. La “cavalcata” di Sherman lasciò una scia di sangue e distruzione da cui il sud non si è mai realmente ripreso. In entrambi i casi – campagna georgiana e bombardamento delle città tedesche e giapponesi – si trattava di “fiaccare la resistenza della popolazione”, per usare un’espressione divenuta di uso comune nel dopoguerra. Come scrive Walden Bello, « lo “stile di guerra americano” da sempre prevede l’uccisione e la punizione dei civili. I bombardamenti di Dresda e di Tokyo, le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, l’Operazione Phoenix in Vietnam, sono tutte operazioni che avevano come preciso bersaglio la popolazione civile»ii. Stesso discorso vale per le operazioni militari condotte dagli Usa in Cambogia, Jugoslavia, Iraq e Libia.
Nell’immediato,ivantaggi assicurati dall’opzione relativa al bombardamento strategico contribuirono puntualmente a indurre Washington a mettere da parte i piani di invasione del Giappone in favore di un’opzione molto meno “dispendiosa” in termini di vite umane statunitensi, vale a dire l’impiego della bomba atomica contro le città di Hiroshima (6 agosto) e Nagasaki (9 agosto), che mise definitivamente in ginocchio il Giappone costringendolo ad arrendersi senza condizioni.
Questa, per lo meno, è quanto sostiene la narrativa predominante. L’apparato dirigenziale giapponese, in realtà, era pienamente consapevole che la guerra era ormai perduta, ma intendeva opporre una resistenza a tutto campo per costringere gli Stati Uniti e la Gran Bretagna ad offrire una proposta di pace più “ragionevole” rispetto a quella che implicante una resa incondizionata del Giappone. La speranza dei leader nipponici era quella di sfuggire ai tribunali militari del dopoguerra, e di preservare l’autorità giapponese su alcuni dei territori che erano stati conquistati durante il conflitto. Due opzioni furono elaborate per ottenere questo scopo; la prima, concepita e appoggiata dal ministro degli Esteri Shigenori Togo, consisteva nell’attribuire a Stalin un ruolo di mediatore tra gli anglo-statunitensi da un lato e il Giappone dall’altra, nella consapevolezza che il georgiano aveva tutto l’interesse a non assicurare agli Usa condizioni eccessivamente favorevoli in quanto ciò avrebbe rafforzato l’influenza statunitense sull’Asia, a scapito dell’Urss. La seconda opzione, predisposta dal ministro della Guerra, generale Anami Korechika, prevedeva di infliggere agli Stati Uniti il maggior numero di perdite possibili per indurre Washington a rivedere la propria intransigenza diplomatica nei confronti di Tokyo. Per il governo giapponese e i vertici dell’esercito imperiale, le distruzioni inflitte dai bombardamenti statunitensi erano il necessario prezzo da pagare per conseguire lo scopo prefissato; lo dimostra il fatto che, due giorni dopo lo spaventoso bombardamento che aveva trasformato Tokyo in un immenso rogo, l’ex ministro degli Esteri Shidehara Kijuro aveva affermato che «il popolo si sarebbe gradualmente abituato ad essere bombardato quotidianamente. Nel tempo la sua unità e determinazione sarebbero divenute più forti»iii. In una lettera inviata ad un amico, lo stesso Kijuro puntualizzò il suo pensiero chiarendo che era necessario che i giapponesi si abituassero a sopportare le più indicibili sofferenze perché «anche se centinaia di migliaia di non combattenti vengono uccisi, feriti o muoiono di fame, anche se milioni di edifici vengono distrutti o bruciati»iv, era comunque necessario assicurare alla diplomazia il tempo sufficiente a produrre risultati significativi. Come nota a questo proposito lo specialista Ward Wilson: «un bombardiere B-29 che volava dalle Isole Marianne poteva trasportare, a seconda della posizione del bersaglio, qualcosa come 7.000-9.000 kg di bombe. Un raid standard si componeva di circa 500 bombardieri. Ciò significa che durante una tipica incursione convenzionale venivano sganciati 4-5 kilotoni di bombe su ogni città (un kiloton è mille tonnellate ed è la misura standard della potenza esplosiva di una bomba nucleare. La bomba di Hiroshima misurava 16,5 kilotoni, la bomba di Nagasaki 20 kilotoni.) Dal momento che un numero elevato di bombe consente di disseminare distruzione in modo uniforme (e quindi efficace), mentre una singola potente bomba spreca gran parte della sua potenza al centro dell’esplosione “rimbalzando” sulle macerie,  si potrebbe sostenere che alcune incursioni convenzionali si avvicinarono alla massima distruzione più dei due bombardamenti atomici […]. Nelle tre settimane prima di Hiroshima, 26 città furono attaccate dall’Usaaf. Di queste, otto, quasi un terzo, furono completamente distrutte più di Hiroshima (in termini  percentuali). Il fatto che il Giappone avesse 68 città distrutte nell’estate del 1945 pone una seria sfida a coloro che vogliono fare del bombardamento di Hiroshima la causa della resa del Giappone»v. A far tramontare le speranze giapponesi fu l’intervento militare dell’Unione Sovietica, materializzatosi sotto forma di rapida occupazione della Manciuria e dell’isola di Sakhalin, in prospettiva di invadere Hokkaido, la più settentrionale delle isole giapponesi situata a una distanza proibitiva per i bombardieri statunitensi. Come rileva ancora Ward:
«l’invasione sovietica compromise sia la strategia militare che quella diplomatica. In un colpo solo, tutte le opzioni del Giappone evaporarono. Essa fu strategicamente decisiva perché precluse al Giappone tutte le opzioni disponibili, a differenza del bombardamento di Hiroshima – che non ne precluse nessuna. Inoltre, la dichiarazione di guerra dei sovietici ridimensionò lo spazio di manovra dei militari. L’intelligence giapponese prevedeva che le forze statunitensi avrebbero impiegato alcuni mesi per r mettere in atto l’invasione. Le forze sovietiche, invece, potevano giungere in Giappone in appena 10 giorni. Fu l’invasione dell’Urss a porre fine alla guerra. E i dirigenti giapponesi erano consapevole del ruolo cruciale che avrebbe svolto l’Unione Sovietica già da alcuni mesi. In una riunione del Consiglio Supremo del giugno 1945, riconobbero che l’entrata in guerra dei sovietici avrebbe deciso il destino dell’Impero. Il vicecapo di Stato Maggiore dell’esercito, Masakazu Kawabe, dichiarò in quello stesso incontro, che “il mantenimento della pace con l’Unione Sovietica è fondamentale per la continuazione della guerra”»vi.
Il che spiega anche il rapido susseguirsi degli eventi; il 6 agosto, gli Usa lanciano la prima bomba atomica su Hiroshima, provocando la morte immediata di non meno di 70.000 persone. L’8 agosto l’Urss invade la Manciuria e il giorno successivo viene sganciata la seconda bomba atomica su Nagasaki, la quale causò quasi 40.000 morti – morti a cui vanno sommati le migliaia e migliaia di giapponesi contaminati dalle radiazioni. Solo a quel punto, quando a Tokyo non era rimasta più alcuna opzione a disposizione, l’imperatore Hiroito accettò la resa incondizionata del Giappone.
Ma ci sono altri fattori di carattere politico da tenere in debita considerazione. Durante le conferenze di Teheran e di Jalta, Roosevelt esercitò forti pressioni su Stalin perché rigettasse l’accordo di non aggressione stipulato con il Giappone nel 1941 per aprire un secondo fronte di guerra con l’Impero del Sol Levante. Come contropartita, gli Usa si sarebbero impegnati non solo ad appoggiare diplomaticamente la restituzione all’Urss dei territori che l’impero zarista aveva ceduto al Giappone in seguito alla sconfitta maturata nella guerra del 1904-1905 (isole Kurili e l’area meridionale di Sakhalin), ma anche ad accordare a Mosca il diritto di utilizzo della base navale di Port Arthur; a riconoscere l’indipendenza della Mongolia esterna dalla Cina e ad avallare l’assegnazione del monopolio sulle tratte ferroviarie della Manciuria, che sarebbe tornata sotto la sovranità di Pechino, a compagnie sino-sovietiche. A Jalta, Churchill e Roosevelt avevano inoltre riconosciuto la funzione preminente svolta dall’Unione Sovietica nella liberazione dell’Europa orientale e accettato che Mosca svolgesse un ruolo di primo piano nella costituzione del governo polacco. Erano giunti persino ad accogliere la proposta di Stalin di spostare il confine orientale della Polonia verso ovest, in corrispondenza della Linea Curzon del 1919, per permettere il ritorno della Bielorussia occidentale e dell’Ucraina occidentale all’Unione Sovietica. Sulla base di tali premesse, Stalin, benché memore dell’atteggiamento “attendista” tenuto dagli anglo-statunitensi nel momento in cui si trattava di alleviare lo sforzo militare sovietico attraverso lo sbarco in Normandia, decise di accettare l’offerta di Roosevelt – anche nella speranza di poter ottenere condizioni di pace di estremo favore accordandosi separatamente con il Giappone.
La morte di Roosevelt, sopraggiunta il 12 aprile 1945, produsse l’effetto di incrementare notevolmente la diffidenza di Stalin, poiché l’incarico presidenziale passò all’ex senatore del Missouri Harry Truman. Costui era, per sua stessa ammissione, assai inesperto di questioni geopolitiche e molto più ostile nei confronti dell’Urss rispetto al suo predecessore. Al punto che, nel 1941, quando Roosevelt era all’affannosa ricerca degli appoggi politici necessari ad estendere il programma Lend-Lease all’Unione Sovietica, ebbe a dire che «se vediamo che vincono i tedeschi, dobbiamo aiutare i russi; se vincono i russi, dobbiamo aiutare i tedeschi e lasciare che ne uccidano il maggior numero possibile»vii. Per di più, una volta insediatosi alla Casa Bianca, Truman si gettò letteralmente tra le braccia di quei “falchi” annidati nel Dipartimento di Stato e negli alti comandi delle forze armate, alle cui opinioni Roosevelt non aveva mai prestato grande attenzione. In quel frangente, personaggi come il segretario di Stato Edward R. Stettinius e il suo vice Joseph C. Grew, l’ammiraglio e Capo di Stato Maggiore William D. Leahy, il generale e capo della missione militare Usa in Urss John R. Deane, il segretario alla Difesa Stimson e il segretario alla Marina James V. Forrestal si riunirono attorno all’eminente figura di Averell W. Harriman, l’ambasciatore statunitense a Mosca che dopo aver gestito il programma Lend-Lease nei confronti dell’Unione Sovietica si era trasformato nel più fervente sostenitore di una linea diplomatica improntata all’intransigenza, fondata sulla convinzione che il Cremlino stesse approfittando dell’appoggio degli Usa per imporre la propria egemonia sui territori che venivano man mano liberati dall’Armata Rossa.
Harriman sosteneva che gli Stati Uniti si trovavano nelle condizioni per trattare con Mosca da una posizione di forza, garantita dagli aiuti economici forniti all’Urss e dal bisogno estremo degli Usa che quest’ultima avrebbe avuto per rimettere in sesto il proprio apparato produttivo al termine del conflitto. Tanto più che, stando alle conclusioni a cui approdò uno studio realizzato dai pianificatori militari statunitensi verso la fine dell’aprile 1945, «per procedere all’invasione non è più necessario che la Russia entri al più presto in guerra contro il Giappone»viii. Per Truman e – soprattutto – i suoi più stretti collaboratori si trattava di una notizia incoraggiante, poiché all’epoca era forte il timore che un coinvolgimento dell’Unione Sovietica nel conflitto con il Giappone avrebbe accresciuto l’influenza di Mosca in Asia orientale, ponendo Stalin nelle condizioni di fornire ai comunisti cinesi di Mao Zedong l’appoggio decisivo per volgere a proprio favore la guerra civile che li vedeva opporsi al Kuomintang, guidato dal filo-statunitense Chiang Kai-Shek. Di fatto, la stessa disponibilità della bomba atomica pose i dirigenti statunitensi nelle condizioni di battere con accresciuta convinzione la via dell’inflessibilità che era già stata individuata da Harriman come l’unica strada percorribile per relazionarsi efficacemente con l’Unione Sovietica. Washington individuò nell’impiego di questo “asso nella manica”, come lo definì il capo del Pentagono Stimson, l’unica soluzione in grado di costringere il Giappone alla resa pur risparmiando vite statunitensi ed evitando di ricorrere al supporto dell’Urss, che sarebbe così stata messa in guardia sia dal perseverare con la linea della fermezza in Europa orientale ed estremo oriente, sia dall’illudersi di poter trattare con gli Usa su un piede di parità.
Fu proprio quel senso di invulnerabilità che traeva origine dal possesso dell’arma nucleare ad indurre Truman a sottoporre al ministro degli Esteri sovietico Molotov quello che suonava come un vero e proprio diktat: il sostegno economico statunitense all’Urss era vincolato all’accettazione, da parte del Cremlino, di un governo polacco in cui ai comunisti del “comitato di Lublino” sarebbero andati ad affiancarsi i quadri liberali esuli a Londra. E fu sempre la possibilità di far ricorso alla bomba atomica a spingere i dirigenti Usa a sedersi al tavolo negoziale di Potsdam con l’intento deliberato di rovesciare la politica votata alla collaborazione con l’Urss che era stata stabilita da Roosevelt prima a Teheran e poi a Jalta, nonostante «la rapidità della sovietizzazione [dell’Europa orientale] non era che l’inevitabile conseguenza di quanto era stato stabilito alla conferenza di Crimea […]. I rimpianti espressi ora [a Potsdam]dagli inglesi e dagli americani erano del tutto ingiustificati […]. [Da ciò non poteva che scaturire] un attrito senza limiti tra i rappresentanti sovietici e anglo-americani»ix, come rilevò puntualmente il generale Charles De Gaulle. Come sostiene lo storico Gar Alperovitz, l’uso intensivo della “diplomazia atomica” da parte degli Stati Uniti non riguardava quindi la sola capitolazione della residua resistenza giapponese, ma anche – e soprattutto – la definizione degli assetti geopolitici del dopoguerra; dalla questione polacca all’egemonia sovietica in Europa orientale, passando per il nodo cruciale delle future relazioni tra Stati Uniti ed Unione Sovietica.

Comunicazione: “Critica Scientifica” da sito multiautore torna ad essere un blog personale.

Quegli autori che sin qui hanno contribuito al sito potranno essere di volta in volta ospiti con dei contributi che non implicano degli “endorsement” alle idee dell’autore del blog.


Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.