ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 25 settembre 2018

Una calcolata manovra di approcci

VICARI DI CRISTO O POP STAR?


La lenta e astuta sostituzione di soggetti, da Gesù al papa, dal Vangelo alla neochiesa è incominciata col perfido discorso pronunciato da Roncalli: per la prima volta un papa suggeriva un confronto fra sé e il suo predecessore 
di Francesco Lamendola  

 http://www.accademianuovaitalia.it/images/gif/chiesa/0-109-crsitos.gif 

Dei duecentosessanta papi che si sono succeduti al timone della Chiesa, da San Pietro a Pio XII, gli studi storici hanno indagato e rivelato virtù e vizi, sicché oggi lo studioso imparziale, o che si sforza d’essere tale, può formarsi un giudizio abbastanza esatto, tenendo conto delle svariate circostanze che, di volta in volta, hanno condizionato i singoli pontificati. Una cosa, tuttavia, dovrebbe trovare tutti d’accordo: fino a Pio XII, nessun papa ha anteposto deliberatamente la propria persona, né ha ricercato la propria popolarità, prima dell’immagine che i fedeli dovevano avere della Chiesa. Alcuni sono stati indegni dal punto di vista morale; altri sono stati smodatamente avidi, ambiziosi e anche lussuriosi; nessuno ha propalato l’eresia, nessuno è caduto nell’apostasia; nessuno ha distorto la dottrina e cercato d’ingannare i cattolici su questioni di fede. Inoltre, nessuno ha cercato di rubare il palcoscenico ai Santi; nessuno ha cercato di farsi credere santo, senza esserlo; nessuno ha fatto in modo che la gente fosse indotta a guardare più alla sua persona che al solo modello dell’unico Maestro, Gesù Cristo. Nessuno, neanche i papi moralmente peggiori, come Alessandro VI; neanche i papi mondani di Avignone, o i papi burattini dei tempi di Alberico e di Marozia. Nessuno, gonfiando il petto, ha incoraggiato il culto della propria persona, anteponendolo a quello dei Santi, di Maria e di Gesù Cristo; tutti, almeno formalmente, hanno riconosciuto la loro piccolezza e la loro indegnità davanti al solo Redentore, al solo Salvatore. 

Nessuno si è inginocchiato più volentieri davanti a un altro essere umano, che davanti al Santissimo; nessuno ha osato esprimersi in maniera irrispettosa nei confronti di Gesù Cristo, di Maria e dei Santi; nessuno è andato a caccia di facili applausi, promettendo perdono all’ingrosso e generosità all’ingrosso nei confronti dei peccatori conclamati e non pentiti. A costo di essere impopolari, tutti, dal primo all’ultimo, hanno tenuto fermo sulla dottrina e, di conseguenza, sulla morale evangelica. Nessuno ha osato dire che la sodomia è una disposizione naturale e perciò lecita; che la rottura del sacramento del matrimonio non esclude della santa Comunione; che si può confessare l’aborto come un peccato qualsiasi, davanti al primo prete che capita, come si confessa un furto di caramelle; nessuno ha mai osato elogiare pubblicamente, né permettere a membri del clero di elogiare, gli aperti fautori del divorzio, dell’aborto e dell’eutanasia. Ora queste cose accadono, e bisogna domandarsi perché. Inoltre, bisogna domandarsi come sia possibile che i cardinali e i vescovi non insorgano, non pretendano dei chiarimenti, delle rettifiche, delle correzioni di rotta: anzi, avallino, con il loro silenzio, la mancata risposta a quattro eminenti cardinali che si erano rispettosamente rivolti al papa per avere dei chiarimenti su questioni di fede aventi una grande importanza per la salute dell’anima. Quando ha avuto inizio questa papolatria, questa venerazione sconveniente, esagerata, per la figura del papa? Quando esattamente il papa ha incominciato a essere percepito come una figura, se non più importante, più presente, più concreta, più “reale” del solo e vero capo della Chiesa, il nostro Signore Gesù Cristo, Re dell’universo e fine della storia? Quando e come, un mattina, da cattolici che eravamo fino alla sera prima, ci siamo svegliati papisti e bergogliani? Quando e come è sbocciata, nella testa di tanti preti, l’idea di dire e fare tutta una serie di cose, cose che dividono, che aprono un solco nel corpo della Chiesa, che spaccano la comunità dei fedeli – proprio loro, che hanno sempre in bocca la retorica dei ponti da gettare e dei muri da abbattere – dicendo di essere in linea con Francesco, di fare quel che fa Francesco, di applicare il modello di Francesco, e hanno smesso di parlare del solo e unico modello, che è e sarà sempre Gesù Cristo, e della sola linea, che deve essere quella del Vangelo, il quale, come dice san Paolo, non è di tizio o di caio ma è il Vangelo del Signore Gesù, e di nessun altro?

0 red vatikan
La lenta e astuta sostituzione di soggetti, da Gesù al papa, dal Vangelo alla neochiesa, è incominciata con il discorso pronunciato da Giovanni XXIII, poco dopo la sua elezione, il 4 novembre 1958, per annunciare le linee programmatiche del suo pontificato: discorso estremamente sgradevole, perché in esso il nuovo papa celebrava se stesso e criticava, sia pure velatamente e indirettamente, il suo defunto predecessore.

A nostro parere, questa deviazione idolatrica ha avuto inizio subito dopo la morte di Pio XII:, complice la televisione, la quale, per la prima volta, ha avuto in mano il “racconto” del conclave e di tutto ciò che i papi, a partire da quel momento, avrebbero detto e fatto. Chi non ricorda il famoso discorso dal Palazzo apostolico di Giovanni XXIII dell’11 ottobre 1962, passato alla storia come il “discorso della luna”; e quanti non hanno pensato, dopo averlo udito, o averne udito parlare, che Giovanni XXIII fosse celebre per il fatto di carezzare i bambini, mentre il suo predecessore, rigido e compassato, non avrebbe mai fatto un gesto del genere, un gesto, oltretutto così in linea col Vangelo, dal momento che Gesù prediligeva i bambini e sgridava i suoi Apostoli quando essi cercavano di impedir loro di avvicinarsi a Lui? Ebbene: Giovanni XXIII non ha mai carezzato un bambino in tutto il suo pontificato. Però quella frase, udita da milioni e milioni di persone: Date una carezza ai vostri bambini e dite loro: “Questa è la carezza del papa!”, ha generato l’idea che Giovanni XXIII, il “papa buono” (ma perché? gli altri papi non lo erano? Pio X, Pio XI, Pio XII erano cattivi?) fosse il più vicino all’idea evangelica del Buon Pastore. Eppure, questa idea è stata pensata e studiata a tavolino dallo stesso Giovanni XXIII. È stato lui che ha fatto di tutto perché la gente lo identificasse come il papa buono; non solo: perché la gente facesse un confronto fra lui e il suo predecessore, e traesse la convinzione che, fra i due, quello veramente buono ed umano, quello evangelico e simile a Gesù, era lui, Roncalli, e non certo Pacelli.

0 roncalli
La "papolatria" incominciò con Papa Roncalli?

Giovanni XXIII, che tanti hanno sottovalutato, da questo punto di vista, per il suo aspetto modesto e contadinesco, per la sua corporatura grassoccia, per la sua età avanzata e la salute cagionevole, e soprattutto per la bonomia e l’affabilità del tratto e del sorriso,è stato il primo papa della storia che ha lavorato moltissimo per coltivare una propria immagine suadente e popolare, il primo che ha dedicato sforzi ed energie per costruirsi una visibilità mediatica, che arrivasse direttamente nelle case e al cuore delle persone, quasi facendo passare in ombra l’aspetto essenziale della funzione del papato: la fedele custodia della Verità. Egli, programmaticamente, ha contrapposto l’immagine del Buon Pastore a quella del severo difensore dell’ortodossia: e ha fatto in modo che le simpatie e le preferenze dei fedeli andassero al primo, a capito del secondo. Ma di Buon Pastore la Chiesa ne ha uno solo, Gesù Cristo; il papa è solo il suo vicario. Il suo compito non è soltanto quello di pascere il gregge – a ciò provvedono i vescovi e i sacerdoti – quanto custodirlo nella Verità. Ricordiamo che l’ultima preghiera di Gesù nella sala dell’Ultima Cena, prima della Passione, è stata di questo tenore: Padre, tu me li hai affidati e io li ho conservati tutti, tranne colui che ha voluto perdersi. Ora io torno a Te e te li affido. Non ti chiedo di proteggerli dal male, ma di custodirli nella Verità. La tua parola è Verità. Parole più chiare di così, non è possibile immaginarle. Eppure, Giovanni XXIII ha insinuato – oh, ma con molta, con moltissima abilità – che l’importante, per un papa, è pascere le pecorelle e proteggerle dal male, indipendentemente dalla Verità. Ma il gregge senza la Verità non è più il gregge di Cristo, è un’altra cosa. E la Chiesa, senza la verità di Cristo, non è più la vera Chiesa: è un altra cosa. Ora vediamo il signore argentino fare a pezzi il poco di integro che ancora restava nella dottrina, nella pastorale e nella liturgia; ma l’opera nefasta era iniziata fin dal conclave del 1958, quello che elesse il cosiddetto “papa buono”. Come ora, che tutti dicono che Bergoglio è buono, che Bergoglio è umano, che Bergoglio è il miglior papa che sia mai esistito. Papolatria, narcisismo, vanità, ambizione sfrenata. Questa lenta e astuta sostituzione di soggetti, da Gesù al papa, dal Vangelo alla neochiesa, è incominciata con il discorso pronunciato da Giovanni XXIII, poco dopo la sua elezione, il 4 novembre 1958, per annunciare le linee programmatiche del suo pontificato: discorso estremamente sgradevole, perché in esso il nuovo papa celebrava se stesso e criticava, sia pure velatamente e indirettamente, il suo defunto predecessore. Giovanni Paolo II, coi suoi viaggi spettacolari e innumerevoli, con le sue folle adoranti, coi sui pellerossa danzanti, coi suoi mantelli svolazzanti, con i suoi milioni di papa boys e le ammucchiate poco dignitose e poco cattoliche in questo o quel continente, intorno alla sua persona, ha proseguito per la stessa strada, dilatando a dismisura gli aspetti più esteriori e discutibili del culto del papa. Avrebbe dovuto fare l’attore: questo era il commento che si sentiva più spesso, e non solo fra i non cristiani, ma anche fra i cattolici e persino da parte di molti che pure lo amavamo e lo stimavano. In mezzo, due figure più controverse, più sofferte, più introverse, Paolo VI e Benedetto XVI; di Giovanni Paolo I non diciamo nulla, perché non è possibile dire nulla di un papa che ha regnato trenta giorni. Pure, sappiamo che anche quelle due figure amletiche e, per certi aspetti, commoventi, celavano dei segreti, dei segreti inconfessabili: Paolo VI, quello della sua omosessualità, ben nota e schedata dalle forze di polizia assai prima della sua elezione a pontefice romano, vizio che lo poneva oggettivamente nelle condizioni di poter essere ricattato da certi poteri interni al Vaticano, dalla massoneria ecclesiastica e da altre forze ancora, di provenienza internazionale; del secondo, forse, un giorno sapremo non solo perché si è dimesso a quel modo, senza dare alcuna spiegazione convincente, ma anche perché ha permesso, durante il suo pontificato e prima ancora, come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, tutta una serie di cose che non avrebbe dovuto permettere – ad esempio, perché abbia concesso sempre più spazio al falso monaco e falso preteEnzo Bianchi, consentendogli di avvicinarsi alla posizione di potere che ha infine raggiunto con il pontificato attuale, al punto da tenere, lui laico e lui eretico – le sue eresie si contano a decine: ogni suo libro e ogni suo discorso ne sono letteralmente intrisi, c’è solo l’imbarazzo della scelta – di predicare gli esercizi spirituali mondiali al clero cattolico. Il che fa il paio con l’aver permesso che il gesuita James Martin, quello che vuole il pieno riconoscimento della sodomia da parte della Chiesa, con tanto di nozze gay, sacerdoti gay e santi gay (secondo lui), sia andato a Dublino a parlare all’Incontro mondiale della Famiglia. Se James Martin è una voce autorevole da far udire alle famiglie cattoliche, ed Enzo Bianchi è una voce autorevole da far udire al clero cattolico, allora vuol dire che abbiamo toccato il fondo: che questa chiesa non è più la nostra Chiesa, la Chiesa in cui siano stati battezzati e in cui abbiamo fatto la nostra Prima Comunione; la stessa che ci ha confessati, che ci ha cresimati, che ci ha sposati (oppure ordinati sacerdoti) e che ci darà, a Dio piacendo, l’estrema unzione. Non è più la Chiesa di Gesù Cristo, soprattutto: cosa più grave di ogni altra.

0 GALLERY martin corna
Questo è proprio lui: il gesuita James Martin, quello che vuole il pieno riconoscimento della sodomia da parte della Chiesa, con tanto di nozze gay, sacerdoti gay e santi gay (secondo lui). Quello che a Dublino ha parlato all’Incontro mondiale della Famiglia !

Dicevamo che tutto è incominciato nel 1958, subito dopo la morte di Pio XII; e che il Vaticano, le alte gerarchie ecclesiastiche, con fretta servile e indecente si sono affrettati ad adeguarsi al “nuovo corso”: corso mediatico, corso demagogico, corso spettacolare. Ecco cosa ha scritto un testimone di tutto rispetto, giornalista, vaticanista e saggista, Carlo Falconi (1915-1998), che conobbe bene e da vicino sia Pio XII, sia Giovanni XXIII) nel suo interessane volume di memorie L'uomo che non divenne papa (Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1978, pp. 227-229):

L'indomani, comunque, 4 novembre [1958], tutti i miei propositi di serenità e di equilibrio nei confronti del nuovo papa andarono in frantumi: il primo urto fu abbastanza rapidamente superato.  A procurarmelo fu il suono rauco delle trombe d'argento che salutavano la sua entrata nella basilica. Era la prima volta che vedevo papa Roncalli  in sedia gestatoria al "suo" posto. Ma fu una reazione d'un attimo.  [...]
Ma ecco, all'omelia, la mia ribellione. Dopo una calcolata manovra di approcci, nel brano focale del discorso,  Giovanni XXIII disse letteralmente: "C'è chi aspetta dal pontefice l'Uomo di Stato, il diplomatico, lo scienziato, l'organizzatore della vita collettivo, ovvero uno dall'animo aperto a tutte le forme di progresso della vita moderna, senza alcuna eccezione... Tutti costoro sono fuori del retto cammino, perché si formano del Sommo Pontefice un concetto che non è pienamente conforme al vero ideale.". Il papa autentico "anzitutto attua in se stesso la splendida immagine del Buon Pastore... A noi sta a cuore in maniera specialissima il compito di pastore di tutto il gregge. Tutte le altre qualità umane - scienza, accorgimento e tatto diplomatico, qualità organizzative - possono riuscire di abbellimento e di complemento dell'Ufficio Pastorale, ma in nessun modo sostituirlo".

Vicari di Cristo o pop star?

di Francesco Lamendola
 continua su:

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.