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mercoledì 24 ottobre 2018

La “religione dei vecchi tempi”

MONS. CHARLES POPE: LA LETTERA DI VIGANÒ È UN GRANDE MOMENTO PASTORALE E LETTERARIO PER LA CHIESA.

Cari Stilumcuriali, il National Catholic Register ha pubblicato nei giorni scorsi un articolo estremamente interessante sulla terza testimonianza scritta dall’arcivescovo Carlo Maria Viganò. Lo potete leggere nell’originale di mons. Charles Pope, e nella mia traduzione.

Quando ho finito di leggere la terza lettera dell’Arcivescovo Carlo Maria Viganò, ho avuto subito l’impressione di aver appena letto qualcosa che è destinato a essere uno dei grandi momenti pastorali e letterari della storia della Chiesa. C’era un’aria di grandezza che non posso descrivere completamente. Sono rimasto sbalordito dalla sua qualità soteriologica – dal suo richiamo commovente e tuttavia duro del nostro giorno del giudizio. In effetti ci ha ricordato che questo è più di un cavillo sulla terminologia o su chi vince su questo o quel punto, o su chi è abbastanza rispettoso di chi. Riguarda la salvezza delle anime, inclusa la nostra. Non sentiamo quasi mai vescovi o preti che parlano così oggi!

Altri scriveranno adeguatamente sugli aspetti canonici, ecclesiali e politici dell’ultimo e conciso riassunto del caso dell’arcivescovo Viganò. Come molti di voi sanno, ho pienamente affermato altrove che trovo le sue accuse credibili e che dovrebbero essere investigate a fondo. Ma in questo post voglio esplorare ulteriormente le qualità sacerdotali manifestate in questa terza lettera, qualità che troppo spesso mancano all’azione oggi.
Per cominciare, ha in mente la condizione morale delle anime. L’arcivescovo mette in guardia in diversi punti dal pericolo rappresentato per le anime dei fedeli dal silenzio e dalle azioni confondenti di molti vescovi e sacerdoti e del papa. Lamenta che questo, insieme alla sottocultura omosessuale nella Chiesa, “continua a provocare gravi danni alla Chiesa – danno a tante anime innocenti, a giovani vocazioni sacerdotali e ai fedeli in generale”.
Molto tempo fa, in una galassia molto, molto lontano, questa era la prima preoccupazione della maggior parte di ogni sacerdote: la condizione morale delle anime, inclusa la sua. Oggi molti vescovi e sacerdoti, così come molti genitori e altri dirigenti della Chiesa, sembrano molto più preoccupati dei sentimenti e della felicità emotiva di coloro che sono sotto la loro cura che della loro effettiva condizione morale. Si preoccupano di più della correttezza politica e non turbano coloro che si impegnano nella politica dell’identità e basano la loro intera identità su abitudini aberranti e peccaminose e inclinazioni disordinate. Che una persona sia contenta e affermata oggi è apparentemente più importante di quella che viene chiamata a pentirsi e guarire o essere preparata per il giorno del giudizio. Il passaggio e la felicità apparente eclissa la felicità vera ed eterna. Inoltre, il silenzio di fronte a orribili peccati, il rimandare e il servilismo ai potenti ecclesiastici, e ai leader culturali di questo mondo sembrano superare ogni preoccupazione per il danno causato alle anime e alle vite degli altri.
Sì, troppo spesso, l’unica cosa che conta davvero, la salvezza delle anime, è appena considerata. Come altri hanno giustamente sottolineato, ciò indica una perdita di fede e un blando universalismo in cui tutti, o la grande maggioranza, raggiungono il Cielo. Inoltre, la possibilità dell’Inferno è quasi del tutto respinta – quasi mai non predicata, per non parlare di un fattore su come dovremmo guidare pastoralmente le persone.
In tutto questo, l’arcivescovo Viganò ha ancora quella “religione dei vecchi tempi”. Prende sul serio le ammonizioni di Gesù riguardo al Giorno del Giudizio, i suoi molti avvertimenti sull’Inferno e l’assoluto bisogno di decidere chi serviremo: Dio o il mondo, il Vangelo o cultura popolare, carne o spirito. Gli ultimi due paragrafi di Viganò non potrebbero essere più chiari:
“Potete scegliere di ritirarvi dalla battaglia, continuare nella cospirazione del silenzio e distogliere lo sguardo dall’avanzare della corruzione. Potete inventare scuse, compromessi e giustificazioni che rimandano il giorno della resa dei conti. Potete consolarvi con la doppiezza e l’illusione che sarà più facile dire la verità domani e poi ancora il giorno dopo. Oppure, potete scegliere di parlare. Fidatevi di Colui che ci ha detto, “la verità vi renderà liberi”. Non dico che sarà facile decidere tra il silenzio e il parlare. Vi esorto a considerare quale scelta sul letto di morte e davanti al giusto Giudice non avrete a pentirvi di aver preso”.
Questo è potente. Potrei stare leggendo San Giovanni Crisostomo, Papa San Gregorio Magno o Sant’Alfonso Liguori. Onestamente, non posso ricordare molte volte in cui ho sentito un vescovo moderno o anche un sacerdote parlare in questo modo. Ci sono ovviamente delle eccezioni, come il grande arcivescovo Fulton J. Sheen, ma la chiarezza è rara. Spero anche che alcuni diaconi, sacerdoti e vescovi che potrebbero leggere questo dicono: “Anch’io sono un’eccezione. Io predico spesso in questo modo. “
Ma la mia esperienza generale mi dice, da molti che mi scrivono, che i loro sacerdoti e vescovi non menzionano mai il peccato mortale, l’inferno o il giudizio. E se predicano sul peccato usano astrazioni e generalità, eufemismi e altri termini sicuri come “ingiustizia” e “ferita”.
In questa lettera, l’arcivescovo Viganò scrive come se non avesse mai avuto il “promemoria” per offuscare e parlare in modo occulto e guardingo; parlare in termini così confusi che nessuno ha davvero idea di cosa tu stia dicendo. Invece l’arcivescovo viene fuori e dice:
“Per quanto riguarda il secondo silenzio, questa gravissima crisi non può essere correttamente affrontata e risolta fintanto che non chiamiamo le cose con il loro vero nome. Questa è una crisi dovuta alla piaga dell’omosessualità, in coloro che la praticano, nelle sue mozioni, nella sua resistenza ad essere corretta. Non è un’esagerazione dire che l’omosessualità è diventata una piaga nel clero e che può essere debellata solo con armi spirituali. È un’ipocrisia enorme deprecare l’abuso, dire di piangere per le vittime, e però rifiutare di denunciare la causa principale di tanti abusi sessuali: l’omosessualità. È un’ipocrisia rifiutarsi di ammettere che questa piaga è dovuta ad una grave crisi nella vita spirituale del clero e non ricorrere ai mezzi per porvi rimedio… mentre schiaccianti sono le prove di come la piaga dell’omosessualità sia endemica, si diffonda per contagio, con radici profonde difficili da sradicare…rivendicare la crisi stessa come clericalismo è puro sofisma”.
Anche qui ci sono stati pochissimi vescovi o sacerdoti disposti a parlare in modo così chiaro e ad abbandonare gli eufemismi. Ci sono delle eccezioni, ma sono troppo poche. E il buon arcivescovo reintroduce anche un termine più vecchio che è caduto in disuso: “Indubbiamente esiste un clero donnaiolo e senza dubbio anche loro danneggiano le loro anime, le anime di coloro che corrompono e la Chiesa in generale”.
Un donnaiolo è un uomo che sfrutta le donne, un “donnaiolo”. È uno che, in un modo spesso casuale, sfrutta una donna, ma ha poca o nessuna intenzione di sposarla. La sfrutterà per i suoi bisogni ma non la considererà una persona meritevole del suo massimo rispetto e lealtà nel matrimonio. Purtroppo anche questo esiste nel sacerdozio, ma su una base molto più limitata. Qualunque sia il numero o la percentuale di dongiovanni – uno è già troppo – il numero molto più grande di reati omosessuali (80 percento) nel clero sollecita l’attenzione. Ma pochi, pochissimi vescovi o funzionari vaticani sono disposti a parlarne apertamente e chiaramente. Questo deve cambiare se qualsiasi soluzione deve essere credibile e la fiducia deve essere ripristinata con il popolo di Dio. Escludere qualsiasi riferimento all’omosessualità attiva nel sacerdozio equivale ad escludere qualsiasi discorso sul fumo di sigaretta come causa di cancro ai polmoni. Ne risulta una discussione inutile e ridicola che nessuno può prendere sul serio. Qualche altro vescovo seguirà l’esempio dell’arcivescovo Viganò e di pochi altri, come il vescovo Robert Morlino? Resta da vedere, ma la credibilità rimane in bilico.
Infine, l’arcivescovo Viganò, in un certo modo paolino, ha assunto il compito necessario di opporsi al comportamento di Pietro (cioè di Papa Francesco) francamente e pubblicamente. Mentre alcuni si chiedono perché questo non sia fatto in privato, la risposta deve essere sicuramente: “Come potrebbe rivolgersi a Papa Francesco in privato?” Papa Francesco ha fermamente rifiutato di affrontare i suoi interlocutori. Ha intrapreso una politica di “ambiguità armata” e quando vengono poste domande legittime, sono accolte con il silenzio. Lungi dal rispondere al suo gregge, spesso si riferisce a loro come mostri, accusatori, creatori di scandali e peggio quando insistono per avere chiarezza e cercano risposte e responsabilità.
È raro che altri vescovi siano disposti a parlare in modo così chiaro delle loro preoccupazioni. Solo quattro cardinali hanno emesso la dubia. Perché questo? Dove sono gli altri? Solo nelle ultime settimane il Papa ha lasciato intendere che potrebbe esserci un’indagine ammissibile degli archivi vaticani. Uno deve ancora chiedere: quando? Come? E fino a che punto? Ci vorrà una coraggiosa insistenza da parte dei fedeli e dei vescovi per vedere che ciò sia compiuto..
Alla fine, sono profondamente grato per la dose di “religione dei vecchi tempi” dell’arcivescovo Viganò. È bello sentire un arcivescovo chiamare il peccato per nome; mostrare preoccupazione per la condizione morale delle anime, non solo per lo stato emotivo; per mettere in guardia per il giorno del giudizio e chiamarci tutti noi a decidere – non solo nascondere, offuscare e preoccuparsi di “andare d’accordo” mentre le anime si perdono. È segno di speranza che un arcivescovo di alta reputazione sia disposto a chiedere conto al Papa e al Vaticano. Questo tipo di leadership è oggi troppo poco evidente nella gerarchia e fra i sacerdoti.

Mons. Charles Pope è attualmente un decano e un pastore dell’Arcidiocesi di Washington, DC, dove ha servito nel Priest Council, nel College of Consultors e nel Priest Personnel Board. Oltre a pubblicare un blog quotidiano sul sito web dell’Arcidiocesi di Washington, ha scritto su riviste pastorali, ha condotto numerosi ritiri per sacerdoti e fedeli laici e ha anche condotto studi biblici settimanali al Congresso degli Stati Uniti e alla Casa Bianca. È stato nominato monsignore nel 2005.

Marco Tosatti

24 ottobre 2018 Pubblicato da wp_7512482 3 Commenti --

Oggi è il 60° giorno in cui il Pontefice regnante non ha, ancora, risposto.

“Quando ha saputo che McCarrick era un uomo perverso, un predatore omosessuale seriale?”

“È vero, o non è vero, che mons. Viganò lo ha avvertito il 23 giugno 2013?”

Joseph Fessio, sj: “Sia un uomo. Si alzi in piedi e risponda”.

http://www.marcotosatti.com/2018/10/24/mons-charles-pope-la-lettera-di-vigano-e-un-grande-momento-pastorale-e-letterario-per-la-chiesa/

“Nella Chiesa del politicamente corretto Viganò riporta in primo piano il giudizio di Dio”


“Quando ho finito di leggere la terza testimonianza dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò , ho avuto subito l’impressione di aver appena letto qualcosa che è destinato a rimanere come uno dei grandi momenti pastorali e letterari nella storia della Chiesa. C’è in quel documento un’aria di grandezza che non posso descrivere completamente. Sono rimasto sbalordito dalla sua qualità soteriologica, dal suo richiamo commovente e tuttavia netto al nostro giorno del giudizio. Oggi non sentiamo quasi mai vescovi o preti che parlano così!”.
Il commento è di monsignor Charles Pope, che così scrive sul National Catholic Register(http://www.ncregister.com/blog/msgr-pope/reflections-on-archbishop-viganos-courageous-third-letter) a proposito dell’ultima testimonianza resa nota dall’ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò.
Monsignor Charles Pope, decano e pastore nell’arcidiocesi di Washington, non solo ribadisce che trova credibili le valutazioni e le accuse di Viganò, ma sottolinea quella che chiama la “qualità sacerdotale” che emerge dal testo.
“Per cominciare – scrive – [monsignor Viganò] ha ben presente la condizione morale delle anime. L’arcivescovo mette in guardia dal pericolo rappresentato per le anime dei fedeli dal silenzio e dalle azioni confuse di molti vescovi e sacerdoti e del papa stesso. Lamenta che tutto ciò, insieme alla sottocultura omosessuale nella Chiesa, continua a provocare gravi danni alla Chiesa, danni per tante anime innocenti, per tante giovani vocazioni sacerdotali e per i fedeli in generale”.
Molto tempo fa, osserva Charles Pope, e in un mondo che sembra essere una galassia lontana, quelle che emergono dalla testimonianza di Viganò erano le prime e fondamentali preoccupazioni della maggior parte dei sacerdoti, che si occupavano della salute morale delle anime, inclusa la propria. Oggi invece molti vescovi e sacerdoti, così altri dirigenti della Chiesa e, d’altra, come molti genitori, piuttosto che dell’effettiva condizione morale sembrano molto più preoccupati dei sentimenti e della felicità emotiva di coloro che sono sotto la loro cura”.
Ciò di cui si preoccupano in massima parte i pastori, denuncia Pope, è la correttezza politica di ciò che dicono. Che una persona sia contenta e affermata è oggi apparentemente più importante della chiamata al pentimento e alla guarigione in vista del giorno del giudizio. La felicità apparente ed effimera eclissa la felicità vera ed eterna. Inoltre c’è un silenzio assordante di fronte al peccato. Tutto ciò è sintomo di “una perdita di fede” e di un “blando universalismo” in base al quale tutti, o la grande maggioranza, sono destinati al paradiso, mentre la possibilità dell’inferno è quasi del tutto respinta e raramente predicata.
In questo quadro, scrive Pope, le parole dell’arcivescovo Viganò suonano come quelle di un pastore “vecchi tempi”: prende sul serio i moniti di Gesù sul giorno del giudizio e il bisogno inderogabile di decidere chi vogliamo servire, Dio o il mondo, il Vangelo o la cultura popolare.
Il finale della testimonianza ha particolarmente colpito Pope, per come fa appello agli altri pastori. Eccoli: “Potete scegliere di ritirarvi dalla battaglia, continuare nella cospirazione del silenzio e distogliere lo sguardo dall’avanzare della corruzione. Potete inventare scuse, compromessi e giustificazioni che rimandano il giorno della resa dei conti. Potete consolarvi con la doppiezza e l’illusione che sarà più facile dire la verità domani e poi ancora il giorno dopo. Oppure potete scegliere di parlare. Fidatevi di Colui che ci ha detto ‘la verità vi renderà liberi’. Non dico che sarà facile decidere tra il silenzio e il parlare. Vi esorto a considerare quale scelta sul letto di morte e davanti al giusto Giudice non avrete a pentirvi di aver preso”.
Queste, dice monsignor Pope, sono parole “potenti”. Richiamano san Giovanni Crisostomo, papa san Gregorio Magno, sant’Alfono Maria de’ Liguori. “Non ricordo di aver ascoltato molte volte un vescovo moderno o anche un sacerdote che abbia parlato in questo modo”.
“Molti fedeli che mi scrivono – aggiunge Pope – dicono che i loro sacerdoti e vescovi non menzionano mai il peccato mortale, l’inferno o il giudizio. E se predicano sul peccato usano astrazioni e stanno sulle generali, ricorrono ad eufemismi ed a termini sicuri come ‘ingiustizia’ e ‘ferita’. Nella sua lettera invece l’arcivescovo Viganò scrive come se non avesse mai preso in considerazione il promemoria che chiede ai pastori di usare parole così confuse che nessuno ha davvero idea di cosa stai dicendo. No, l’arcivescovo esce allo scoperto e dice: “Questa gravissima crisi non può essere correttamente affrontata e risolta fintanto che non chiamiamo le cose con il loro vero nome. Questa è una crisi dovuta alla piaga dell’omosessualità, in coloro che la praticano, nelle sue mozioni, nella sua resistenza ad essere corretta. Non è un’esagerazione dire che l’omosessualità è diventata una piaga nel clero e che può essere debellata solo con armi spirituali. È un’ipocrisia enorme deprecare l’abuso, dire di piangere per le vittime, e però rifiutare di denunciare la causa principale di tanti abusi sessuali: l’omosessualità. È un’ipocrisia rifiutarsi di ammettere che questa piaga è dovuta ad una grave crisi nella vita spirituale del clero e non ricorrere ai mezzi per porvi rimedio”.
Bisogna ammettere, commenta monsignor Charles Pope, che pochissimi vescovi o sacerdoti disposti a parlare in modo così chiaro, lasciando da parte gli eufemismi. Ci sono delle eccezioni, ma sono troppo poche.
Papa Francesco, dice Pope, non risponde. “Ha intrapreso una politica di ambiguità armata e quando gli vengono poste domande legittime risponde con il silenzio”. Né si può dimenticare che solo quattro cardinali hanno manifestato i loro dubia. “Perché? Dove sono gli altri? Nelle ultime settimane il papa ha persino lasciato intendere che potrebbe esserci un’indagine negli archivi vaticani. Ma quando? Come? E fino a che punto?”.
“Sono profondamente grato per la dose di religione dei vecchi tempi che l’arcivescovo Viganò ci ha donato. È bello sentire un arcivescovo chiamare il peccato per nome; mostrare preoccupazione per la condizione morale delle anime, non solo per lo stato emotivo; mettere in guardia dal giudizio e convocare tutti noi per decidere, non solo per nascondere, offuscare e preoccuparsi di andare d’accordo con tutti, mentre le anime si perdono… Alcuni saranno sicuramente irritati dal linguaggio forte dell’arcivescovo. Ma vi chiedo: è davvero così diverso dal modo in cui parlò il Signore Gesù?”
A giudizio di monsignor Pope, la lettera dell’arcivescovo Viganò passerà alla storia come uno dei più grandi momenti di integrità pastorale, in un’epoca di timido silenzio da parte di troppi alti prelati e sacerdoti. “Possa il coraggio dell’arcivescovo ispirare molti altri a farsi avanti rispettosamente ma chiaramente, insistendo sulla necessità delle risposte e sull’onestà. Possa il suo avvertimento circa il giorno del Giudizio essere salutare. Che il pentimento, il rinnovamento e il coraggio possano crescere nella realtà della Chiesa di Dio!”.
Aldo Maria Valli

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