ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 21 novembre 2018

L'”apertura al mondo”..

Questo articolo, adattamento di una relazione tenuta al simposio del Forum Romano 2018 sul Lago di Garda, esamina l’origine della crisi senza precedenti che investe la Chiesa: la rivolta neomodernista durante il periodo interbellico, culminata in quella catastrofe conosciuta come “l’apertura al mondo” del Vaticano II.
L'”apertura al mondo” conciliare è stata poderosamente coadiuvata da due visionari “conservatori” illusi, i cui ruoli furono assolutamente decisivi: Jacques Maritain e il suo discepolo Papa Montini, la cui relazione e il mutuo legame con nientemeno che Saul Alinksy sono al centro di questo testo.

Non è più possibile negare in buona fede che il risultato del Concilio sia stato il diffondersi di una malattia ecclesiale che ora colpisce praticamente ogni parte del Corpo Mistico, e che sia Maritain sia Montini deplorarono a gran voce nelle sue prime fasi, rifiutando però decisamente di riconoscere il proprio ruolo, e quello del Concilio, nel progressivo sfacelo che ne seguì.
Per più di cinquanta anni i commentatori tradizionalisti, rimarcando l’ovvio, hanno descritto il declino ecclesiale che ne è conseguito in ogni aspetto. Hanno avvertito incessantemente che la mania riformista scatenata dal Concilio – tra gli applausi di Maritain e Montini e dei loro colleghi riformatori “conservatori” illusi – avrebbe condotto al disastro finale per l’elemento umano della Chiesa. Il disastro finale è arrivato con il papato fuori controllo di Jorge Mario Bergoglio e la sua cerchia di collaboratori omosessuali o favorevoli all’omosessualismo, che egli ha sistematicamente elevato a posizioni di potere al servizio della sua vera e propria dittatura sulla Chiesa.
Confermando esattamente ciò che gli osservatori tradizionalisti di questo pontificato hanno detto su Bergoglio negli ultimi cinque anni e mezzo, il virulento pro-omosessuale padre Thomas Rosica dichiara:
Papa Francesco rompe con la tradizione cattolica ogni volta che vuole perché è ‘libero da attaccamenti disordinati’.
La nostra Chiesa è effettivamente entrata in una nuova fase: con l’avvento di questo primo papa gesuita, è apertamente governata da un individuo piuttosto che dall’autorità della Scrittura da sola o dai dettami della tradizione più la Scrittura.[1]
Quello che Rosica elogia non è altro che il tentativo di imporre alla Chiesa universale un culto della personalità, slegato da qualsiasi dottrina o pratica che il capo del culto consideri inaccettabile. La “nuova fase” è in effetti la fase terminale della rivoluzione postconciliare nella Chiesa.
La prossima fase della storia della Chiesa sarà il totale ripristino di ogni singolo elemento della Tradizione che la rivoluzione ha rovesciato. Ma ora sembra che questo inevitabile restauro debba coinvolgere un intervento divino del tipo più drammatico, perché, a parte poche comunità legate alla tradizione, l’elemento umano della Chiesa, dalla testa in giù, si è reso incapace di prendere definitivamente le distanze da ciò che è stato fatto o permesso di fare in nome del più sfortunato concilio ecumenico nella storia della Chiesa. Ricordando quanto profetizzò Nostra Signora del Buon Successo:
Per liberare gli uomini dalla schiavitù di queste eresie, coloro che l’amore misericordioso del Mio Santissimo Figlio destinerà a quella restaurazione avranno bisogno di una grande forza di volontà, costanza, valore e fiducia in Dio. Per testare questa fede e la fiducia dei giusti, ci saranno occasioni in cui tutto sembrerà perduto e paralizzato. Allora sarà il felice inizio della completa restaurazione.
[…]
Durante questa epoca sfortunata, l’ingiustizia entrerà persino nel mio giardino chiuso. Mascherata sotto il nome di falsa carità, l’ingiustizia seminerà la rovina nelle anime. L’astioso Diavolo cercherà di seminare la discordia per mezzo di membri putridi i quali, mascherati da un’apparenza di virtù, saranno come sepolcri in corruzione che emanano la pestilenza della putrefazione, causando morti morali, in alcuni, e tiepidezza, in altri.
[…]
lo spirito di impurità che saturerà l’atmosfera in quei tempi, come un oceano ripugnante, inonderà le strade, le piazze e i luoghi pubblici con un’incredibile libertà. Non vi saranno quasi più anime vergini nel mondo.
[…]
Quanto soffrirà la Chiesa durante questa notte buia! Mancando un Prelato e Padre che li guidi con amore paterno, dolcezza, fortezza, saggezza e prudenza, molti sacerdoti perderanno il loro spirito, ponendo le proprie anime in grande pericolo. Pregate insistentemente senza stancarvi e piangete con lacrime amare, nel segreto del vostro cuore, implorando il nostro Padre Celeste il Quale, per l’amore del Cuore Eucaristico del mio Santissimo Figlio e per il Suo Prezioso Sangue versato con tanta generosità e per la profonda amarezza e sofferenza della Sua crudele Passione e Morte, Egli potrebbe avere pietà dei Suoi ministri e porre rapidamente fine a questi tempi infausti, mandando alla Sua Chiesa il Prelato che ristorerà lo spirito dei suoi sacerdoti.[2]
IL DISCEPOLO DI MARITAIN Sebbene vivesse nel rimorso per la rovina ecclesiale che aveva provocato e successivamente cercato disperatamente di riparare (troppo poco, troppo tardi), papa Montini era un rivoluzionario formato nel modernismo “conservatore” di un altro rivoluzionario: Jacques Maritain. Come ammise lui stesso:
Sono un discepolo di Maritain. Lo chiamerò il mio insegnante.[3]
L’umanesimo integrale di Maritain (1936) non era niente di meno che il “petit livre rouge” (piccolo libro rosso) di un’intera generazione di cristiani.”[4] Ovvero, di cattolici liberali come Montini, figlio di “patrioti” dell’alta borghesia dello stato italiano nato dalla violenza rivoluzionaria del cosiddetto Risorgimento.
Come lo stesso Maritain, Montini fu sedotto dall’ignis fatuus [5] di una Nuova Era dell’umanità in cui la Chiesa, felicemente riconciliata con la democrazia pluralista e con la concezione moderna dei diritti, sarebbe stata il lievito di una nuova cristianità, libera dalle strutture invalidanti di ciò che Maritain liquidò come “età sacra” della cristianità medievale, superata la quale non sarebbe più stato possibile farvi ritorno in alcun modo. Montini e Maritain, come tipico dei falsi profeti della modernità, non erano in grado di vedere, nemmeno mentre stava accadendo, ciò che i Papi preconciliari avevano preannunciato, e che prontamente sarebbe accaduto se la Chiesa avesse conformato il suo insegnamento allo spirito dell’epoca, con la sua richiesta non negoziabile di estinguere lo stato cattolico confessionale.
Il “Primo Papa moderno”[6], discepolo disilluso di un laico deluso, avrebbe condotto la Chiesa a una disastrosa deviazione dal percorso di tutti i suoi predecessori, solo per quel “supposto che giace infranto di tutto il pontificato suo”.[7]
Nel suo “Il contadino della Garonna”, pubblicato nel 1966, Maritain si unì a Montini lamentando le conseguenze del Concilio Vaticano II, assolvendolo da ogni biasimo per la rivolta neo-modernista post-conciliare che deplorava pur essendo frutto del suo “pensiero”, che aveva dato origine al culto internazionale del Maritainismo a cui Montini aderiva, e che fu determinante nel facilitare la rivolta durante e dopo il Concilio.
MARITAIN E ALINSKY Nel “Contadino”, Maritain scriveva della sua relazione con l’amico rivoluzionario Saul Alinsky:
Vedo nel mondo occidentale non più di tre rivoluzionari degni di questo nome: Eduardo Frei in Cile, Saul Alinsky in America, […] e io stesso in Francia, che però non valgo niente, dal momento che la mia chiamata di filosofo ha escluso le mie possibilità di agitatore […] Saul Alinsky, che è un mio grande amico, è un coraggioso e ammirevole fedele organizzatore di “comunità popolari” e un leader antirazzista i cui metodi sono tanto efficaci quanto non ortodossi[8].
Inspiegabilmente, Maritain aveva un’infatuazione per l’organizzatore di comunità ebreo agnostico, che aveva incontrato per la prima volta nel 1945 nel suo soggiorno in America durante la guerra e successivamente nel dopoguerra. Lo studioso di Maritain Bernard Doering osservò che ogni volta che Maritain e Alinsky si incontravano,
trascorrevano lunghe ore ad esplorare il sogno democratico di persone che lavoravano al proprio destino. Entrambi accettarono la democrazia come la migliore forma di governo.[9]
La decantata carriera di Alinsky quale combattente per la giustizia sociale a Chicago, dove sviluppò profondi legami con i preti e prelati progressisti dell’arcidiocesi di Chicago, produsse poco o nulla sulla via della giustizia effettiva. Ma, sollecitato nientemeno che da Maritain, scrisse un paio di influenti libri su come essere un efficace sobillatore e un politicante imbroglione nella promozione delle cause socialiste. Dai “primi giorni della loro amicizia nell’America in tempo di guerra”, scrive Doering, “Maritain aveva sollecitato, anzi incessantemente pungolato Alinsky a pubblicare una spiegazione dei suoi metodi di organizzazione comunitaria, una sorta di manuale per un’autentica rivoluzione”.
Alinsky scrisse la sua “Reveille for radicals” (Sveglia per radicali, ndt) specificatamente su richiesta di Maritain, cedendogli pure i diritti esclusivi per la traduzione francese. In una lettera di raccomandazione per la concessione di una fondazione ad Alinsky, Maritain lo descrisse come “Tomista pratico”, un esempio di quanto fosse elastico il cosiddetto tomismo di Maritain. Nella stessa lettera descrisse Alinsky come “una grande anima, un uomo di profonda purezza morale …”[10]

Fu Maritain a sollecitare anche la pubblicazione dell’ultimo lavoro di Alinsky, il famigerato “Rules for Radicals” (1971), che avrebbe influenzato la carriera di Obama e di Hillary Clinton. Apparentemente Maritain non riuscì a leggere o non fece caso a buona parte del contenuto del libro, la cui pubblicazione avrebbe in seguito lodato.
“Rules” è dedicato “Al primo radicale noto all’uomo che si è ribellato contro l’establishment e lo ha fatto in modo così efficace da guadagnare almeno il suo regno: Lucifero.” In “Rules”, Alinsky dichiara: “Il dogma è il nemico della libertà umana. Occorre stare attenti al dogma ed arrestarlo ad ogni svolta del movimento rivoluzionario.”[11] Quindi si contraddice immediatamente ponendo un dogma dopo l’altro, tra cui:
  • Il “sacro diritto” alla rivoluzione.
  • Il detto che “L’umanità è stata ed è divisa in tre parti: chi ha tutto, chi non ha nulla, chi ha poco e vuole di più”[12]. “La vita spirituale di chi ha tutto” secondo Alinsky è puramente “una ritualistica giustificazione del suo avere”.
  • Varie regole etiche del guerriero per la giustizia, incluso il diritto di utilizzare il ricatto o altri mezzi immorali se necessario per ottenere fini di giustizia sociale.
Secondo le regole etiche di Alinsky “la vera e unica domanda riguardante l’etica dei mezzi e dei fini è, ed è sempre stata, «Questo fine particolare giustifica questo particolare mezzo?»”. “Gli standard etici”, dice Alinsky, “devono essere elastici per adattarsi ai tempi.” “Dire che mezzi corrotti corrompono i fini è credere nella immacolata concezione dei fini e dei principi”, ha inoltre dichiarato.
Alinsky cita anche Maritain – ingiustamente e fuori dal contesto – per sostenere la sua affermazione secondo cui gli SJW (Social Justice Warriors – Guerrieri della giustizia, ndt) non possono evitare di sporcarsi combattendo, perché la “paura di infangarci entrando nel contesto della storia non è una virtù, ma un modo per sfuggire alla virtù”. I giudizi etici, dice Alinsky, “devono essere espressi nel contesto dei tempi in cui è avvenuta l’azione e non da qualsiasi altro punto di vista cronologico” e “meno importante è il fine da desiderare, più ci si può permettere di impegnarsi in valutazioni etiche dei mezzi.”[13]
Ecco un esempio della “purezza morale” di Alinsky dalle pagine di “Rules”:
Credo da sempre che il controllo delle nascite e l’aborto siano diritti personali che devono essere esercitati dall’individuo. Se nei primi giorni in cui organizzai il quartiere di Back of the Yards a Chicago, che era per il 95% cattolico romano, lo avessi fatto presente, anche attraverso l’esperienza dei residenti la cui situazione economica era aggravata da famiglie numerose, sarebbe stata la fine della mia relazione con la comunità.
Alcuni anni più tardi, dopo aver stabilito solide relazioni, ero libero di parlare di qualsiasi cosa, incluso il controllo delle nascite. Ricordo di aver discusso con l’allora Cancelliere cattolico. A quel punto la discussione non era più limitata a domande del tipo: “Per quanto tempo ancora pensi che la Chiesa cattolica possa aggrapparsi a questa nozione arcaica e continuare a sopravvivere?”[14]
Questo fu scritto nello stesso periodo in cui l’opposizione neo-modernista all’insegnamento della Chiesa sul matrimonio e la procreazione spingeva Montini a produrre quel documento che divenne Humanae Vitae. Nonostante tutto ciò, Maritain scrisse al suo amato amico Alinsky nel 1971, una delle sue ultime lettere, per elogiare il suo “Rules” come:
Un grande libro, ammirevolmente libero, assolutamente senza paura, radicalmente rivoluzionario… Questo libro farà la storia. Se le persone della classe media possono essere organizzate e sviluppare un senso e una volontà per il bene comune – e se Saul è lì per ispirarle – saranno in grado di cambiare l’intera scena sociale per il bene della libertà.[15]
Dopo alcune timide obiezioni sulla situazione amorale e sull’etica utilitaristica di Alinsky, per le quali si scusa, Maritain conclude la sua epistola celebrativa all’agitatore ebreo agnostico:
Sai che sono con te con tutto il cuore e l’anima. Prega per me, Saul. E Dio ti benedica. Per te, la fervente ammirazione e il costante amore del tuo vecchio Jacques.[16]
In un’intervista su Playboy Magazine (!!, ndt) poco prima della sua morte per infarto nel 1972, all’età di 63 anni (l’intervista fa parte di un fascicolo dell’FBI), l’uomo a cui Maritain chiese di pregare per lui ha dichiarato che avrebbe scelto senza esitazione l’inferno piuttosto del paradiso:
PLAYBOY: Avendo accettato la tua mortalità, credi in qualche tipo di aldilà?
ALINSKY: A volte mi sembra che la domanda che la gente dovrebbe porre non sia “c’è vita dopo la morte?” Ma “c’è vita dopo la nascita?” Non so se ci sia qualcosa dopo o no. Non ho visto le prove in un modo o nell’altro e non penso che nessun altro abbia. Ma so che l’ossessione dell’uomo per la domanda deriva dal suo ostinato rifiuto di affrontare la sua stessa mortalità. Diciamo che se c’è un aldilà, e avrei qualcosa da dire al riguardo, sceglierò senza riserve di andare all’inferno.
PLAYBOY: Perché?
ALINSKY: L’inferno sarebbe il paradiso per me. Per tutta la vita sono stato con i non abbienti. Da queste parti, se sei un non abbiente, sei a corto di denaro. Se sei un non abbiente all’inferno, sei a corto di virtù. Una volta entrato all’inferno, comincerò a organizzare i non abbienti laggiù.
PLAYBOY: Perché loro?
ALINSKY: Sono la mia gente.







[1]  https://www.lifesitenews.com/news/fr.-tom-rosica-praises-pope-francis-reign-he-breaks-catholic-traditions-whe
[2]  https://onepeterfive.com/400-years-ago-our-lady-sent-us-a-message-from-ecuador/
[3]      In Catherine M.A. McAuliffe, “Jacques Maritain’s Embrace of Religious Pluralism and the Declaration on Religious Freedom”, 41 Seton Hall Law Review 593 (2011) at 610.
[4]  Ibid., p. 598.
[5]  Fuoco fatuo, ndt.
[6]  From the title of Peter Hebblethwaite’s definitive biography of Montini.
[7]  Romano Amerio, Iota Unum (Kansas City: Angelus Press, 1996), p. 68.
Il riferimento è, sempre citando Amerio, al “supposto [è] che l’uomo si debba accettare come è, mentre la religione lo piglia sì come è, ma non lo accetta come è, perché egli è corrotto: la religione ha sempre di mira come egli deve essere, per risanarlo appunto dalla corruzione e salvarlo”, ndt.
[8]  Bernard Doering, “Jacques Maritain and His Two Authentic Revolutionaries,” 96 (archival article, State University of New York at Stony Brook).
[9]  Bernard Doering, The Philosopher and the Provacateur: The Correspondence of Jacques Maritain and Saul Alinsky (Notre Dame: University of Notre Dame Press, 1994).
[10] Bernard Doering, The Philosopher and the Provacateur: The Correspondence of Jacques Maritain and Saul Alinsky (Notre Dame: University of Notre Dame Press, 1994).
[11] Saul Alinsky, Rules for Radicals (New York: Vintage Books, 1972), p. 4.
[12] Traducibile anche come “Gli abbienti, i non abbienti, e i poco abbienti che vogliono di più”. Nell’originale “The Haves, the Have-Nots, and the Have-a-Little, Want Mores”.
[13] Saul Alinsky, Rules for Radicals (New York: Vintage Books, 1972), p. 34.
[14] Ibid., pp. 93-94.
[15] Doering, op. cit., 110.
[16] Ibid., 112.
Fonte: The Remnant, 17/08/2018
– di Christopher A. Ferrara (traduzione di Marco Manfredini)

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