ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 16 febbraio 2019

Scordarsi anche d’essersi scordati..?

RADICI DELL'ERESIA BERGOGLIANA


Le radici rahneriane dell’eresia bergogliana. La sua è una confusione volutamente calcolata, che parte dalla teologia del gesuita Karl Rahner, erede della Nouvelle théologie e prima ancora del neotomismo della Scuola di Lovanio 
di Francesco Lamendola  

 0 SUPER PAPA burke a canterbury 

La maggior parte dei cattolici che si sentono feriti dal modo di agire e di parlare del signor Bergoglio e che non capiscono perché egli si comporti così, tende a pensare a lui come a un confusionario, forse anche in buona fede; come a un uomo di scarsa cultura teologica, che però dà l’assoluta preminenza a una pastorale del “fare”, a un cristianesimo attivo e misericordioso verso il prossimo, insofferente di dogmi e di rigidità dottrinarie. Costoro non si rendono conto che Bergoglio non è per niente un confusionario e che il suo modo di procedere nasce da una radice ben precisa: semmai la confusione è il risultato, perfettamente voluto e calcolato, della sua cosiddetta pastorale. 

E tale radice sta nella teologia del gesuita Karl Rahner, erede, a sua volta, della Nouvelle théologie e, prima ancora, del neotomismo della Scuola di Lovanio, il quale di tomista aveva una cosa sola: la volontà di imbrigliare la filosofia di san Tommaso d’Aquino nel carcere del criticismo kantiano, il tutto spacciato come aggiornamento; entrambe versioni aggiornate e molto più raffinate del modernismo dei primi anni del XX secolo, quello solennemente condannato da san Pio X con l’enciclica Pascendi del 1907. Questo aspetto della crisi attuale del Magistero è stato ben trattato in libri e conferenze dal professor Stefano Fontana, che ha individuato con estrema precisione la radice teologica rahneriana di certe affermazioni di Bergoglio e di altri esponenti della neochiesa, un’espressione che lui non adopera ma che a noi sembra necessaria per designare non la Chiesa cattolica dei nostri giorni, ma quella sovrastruttura eretica e apostatica che le si è sovrapposta e l’ha oscurata (anche se essa ha abolito il concetto stesso di eresia e ha usato questa parola una volta sola, cioè per comminare la scomunica a don Alessandro Minutella, un sacerdote che non riconosce gli errori del modernismo andato al potere). Rimandiamo ai suoi lavori per un approfondimento puntuale della questione; qui ci limiteremo ad una riflessione di carattere generale.

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Le radici rahneriane dell’eresia bergogliana.

Le frasi del signor Bergoglio possono sembrare strane, azzardate, incomprensibili, solo a chi non tenga presente questa precisa matrice filosofica. Bergoglio, peraltro, non ha mai nascosto di considerare Walter Kasper, discepolo diretto di Karl Rahner (e quella sua mediocrissima copia che è Enzo Bianchi) come il suo teologo di riferimento, e il più illustre pensatore della cristianità odierna. Ora, un teologo dello spessore e della finezza di monsignor Antonio Livi ha fatto più volte notare che il pensiero di Karl Rahner – un impasto confuso e indigeribile di Kant, Hegel e soprattutto Heidegger – è, puramente e semplicemente, un pensiero eretico. Mancano, in esso, o vengono radicalmente fraintesi e stravolti, alcuni punti essenziali del cattolicesimo: perfino i due dogmi fondamentali, sui quali si regge tutto il resto, l’Unità e la Trinità di Dio e l’Incarnazione del Verbo, non sono interpretati in maniera ortodossa, secondo il Magistero perenne, bensì alla luce del cosiddetto trascendentale moderno e della cosiddetta svolta antropologica. In altre parole, Rahner pretende di annullare la conoscibilità di Dio, non solo a livello filosofico, ma anche nella stessa Rivelazione; inoltre, pretende di immanentizzare completamente la fede, il che significa che la Rivelazione stessa, peraltro mai del tutto esauriente, non finisce con le Scritture e con la Tradizione, ma prosegue, sotto forma di rivelazione quotidiana, non nella Chiesa, ma nel mondo. La Chiesa stessa sbaglia a tenersi distinta dal mondo (idea tipicamente protestante); al contrario, deve essere una Chiesa “in uscita”, cioè una Chiesa che va nel mondo, che si fa mondo. Strano, perché non è questo che troviamo nel Vangelo, non è questo che dice la Tradizione, non è questo che il Magistero ha insegnato per millenovecento anni: al contrario, esso ha insegnato che Gesù è venuto nel mondo per convertirlo, e che ha fondato la sua Chiesa per proseguire nella stessa opera, non certo per farsi mondo. È evidente la matrice kantiana ed hegeliana, oltre che hiedeggeriana, di tutti questi errori: l’eliminazione della metafisica; la rinuncia alla conoscenza della cosa in sé; la riduzione di Dio a pensiero e del pensiero a “energia” cosmica (qui c’è anche lo zampino di un altro famoso gesuita eretico, Teilhard de Chardin).

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Ma chi ha dato spazio a Rahner prima, al suo erede Kasper poi ed infine a Enzo Bianchi?

Se si adotta questa chiave, una precisa chiave di lettura filosofica e teologica, le stranezze di Bergoglio cesseranno di apparirci come stranezze; le sue confusioni, cesseranno di apparirci confusioni; le sue ambiguità, cesseranno di apparirci ambiguità. In effetti, il signore argentino non parla, né agisce, in modo strano, o confuso, o ambiguo: segue la teologia di Karl Rahner, attraverso il suo discepolo Walter Kasper. E non sarebbe corretto, né equo, attribuire al solo Bergoglio la responsabilità di questa rahnerizzazione della Chiesa cattolica, visto il ruolo che Rahner ebbe nello svolgimento del Concilio Vaticano II, e visti i pubblici riconoscimenti e ringraziamenti che ricevette da Paolo VI in persona, per non parlare della successiva esaltazione del Concilio e dello sviluppo delle tendenze moderniste da esso introdotte, ad opera di Giovanni Paolo II e dello stesso Benedetto XVI. Rahner aveva detto, a suo tempo:Ci vorrà del tempo, ma alla fine la Chiesa cattolica sarà la Chiesa del Concilio. Ora quel tempo è arrivato: ed è evidente che il Concilio non è in linea con gli altri venti concili che l’hanno preceduto, non è in linea con la Chiesa cattolica di sempre, quella fondata da Gesù Cristo e affidata a san Pietro; altrimenti la frase di Karl Rahner non avrebbe alcun senso. Bergoglio, di suo, ci ha messo solo una maggiore brutalità, o, se si preferisce, una maggiore franchezza: poco dopo la sua (dubbia) elezione, si era affrettato a strillare, adoperando come megafono Eugenio Scalfari e il giornale La Repubblica (organo storico della cultura massonica e anticristiana della borghesia radical-chic): Sono venuto per cambiare la Chiesa. Altro che discussioni di lana caprina sulla continuità o la discontinuità dell’ermeneutica postconciliare: quella era una dichiarazione di guerra anticattolica, e i cattolici avrebbero dovuto capirlo. Invece non l’hanno capito affatto, o meglio hanno finto di non capire: ai cardali, ai vescovi, ai preti e ai laici imbevuti di spirito modernista e di mentalità protestante conveniva non capire, e lasciare che “il papa venuto dalla fine del mondo” andasse avanti per la sua strada, come un carro armato, per demolire quel che di cattolico ancora restava nella Chiesa. Tanto, se le cose fossero andate male, sarebbe stato lui a scottarsi le dita; se fossero andate bene, tutti loro avrebbero tirato un gran sospiro di sollievo, e avrebbero gridato a squarciagola:Evviva il papa della gente, il papa che capisce lo spirito dei tempo, il miglior papa che la Chiesa abbia mai avuto!

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Rahner e Ratzinger al Concilio Vaticano II.

Dunque, per Karl Rahner Dio non si rivela mai pienamente, per la semplice ragione che l’uomo è totalmente immerso nel mondo e nulla conosce in maniera completamene oggettiva, ma in ogni sua conoscenza, compresa quella delle cose divine che viene dalla ragione e dalla stessa Rivelazione c’è sempre qualcosa di suo: e questa è un’idea che proviene da Kant, con la sua riduzione del conoscere a conoscenza del fenomeno, mai del noumeno. Insomma, per Rahner noi siamo inseparabili dalla realtà del mondo, siamo esseri biologici e storici, totalmente risolti nell’immanenza; non c’è un soprannaturale che si staglia al di sopra della natura, o, se c’è – il che è lo stesso, agli effetti pratici – esso risulta per noi irraggiungibile e inattingibile. Solo che questo non è più cattolicesimo, non è neanche cristianesimo: qui siamo lontani anni luce da ciò che per duemila anni abbiamo conosciuto come Vangelo, cioè come Parola di Dio,  e come Chiesa, cioè come retta e univoca interpretazione di quella Parola. Ma è importante capire che non si tratta solo di un’eresia del signor Bergoglio; perché quel che stanno facendo, contestualmente a lui, vescovi e sacerdoti, è il frutto del medesimo errore e della medesima scuola: quella di Karl Rahner. Non è da sei anni, ma da sessanta, che la Chiesa cattolica ha cominciato a uscir dai binari; negli ultimi sei anni c’è stata una brusca accelerazione, ma la rottura si era già verificata, e il deragliamento era solo questione di tempo. E tutto questo è accaduto perché chi doveva vigilare, non ha vigilato; perché la Congregazione per la Dottrina della Fede ha smesso di fare il suo dovere; perché nei seminari si è permesso che entrassero i corsi di Karl Rahner, della Nouvelle théologie e della Scuola di Lovanio, coi vari De Lubac, Congar, Schillebeeckx, eccetera. E ora siamo arrivati qui. Il pericolo maggiore, adesso, e ciò a cui puntano questi signori che hanno deciso di cambiare la Chiesa, cioè di sostituire alla vera dottrina cattolica una nuova dottrina sincretista, panteista e gnostica, dalle fortissime connotazioni massoniche, è che i cattolici si scordino cos’è il vero cattolicesimo (tanto, Dio non è cattolico, come ama dire il signor Bergoglio), e poi, come osserva giustamente il professor Fontana) che si scordino anche d’essersi scordati. A quel punto il gioco sarà fatto, e la mutazione genetica della chiesa (minuscola) risulterà irreversibile.

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Kasper e Ravasi.

Le radici rahneriane dell’eresia bergogliana

di Francesco Lamendola

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