ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 27 marzo 2019

La sola, vera tristezza

LA TENSIONE VERSO LA SANTITA'


Che fine ha fatto la tensione verso la santità? La sola, vera tristezza è quella di non essere santi, diceva un grande scrittore cattolico Léon Bloy. La santità è il frutto di una tensione continua verso la vita che piace a Dio 
di Francesco Lamendola  

 ANGELI MADONNA

La sola, vera tristezza è quella di non essere santi, diceva un grande scrittore cattolico, Léon Bloy. Ora, la santità non s’improvvisa: è il frutto di una tensione continua, la tensione dell’anima verso la vita buona, verso la vita che piace a Dio. Ora, ci permettiamo di domandare: che fine ha fatto quella tensione? E, contestualmente: che fine ha fatto l’esortazione costante del clero e del Magistero verso quella tensione? Fino a qualche decennio fa, il catechismo, le omelie domenicali, i documenti del Magistero, avevano come tema costante proprio quella tensione: erano uno sprone, un incitamento al superamento dell’egoismo, del vizio, dei bassi impulsi, per realizzare, giorno per giorno, coraggiosamente, eroicamente, la vita buona, la cui meta ultima è la santità. Poi, un poco alla volta, la Chiesa ha smesso di parlarne; guarda caso, ha smesso di parlarne proprio mentre si metteva a parlare sempre più spesso, sempre più insistentemente, sempre più ossessivamente, dei migranti, dell’accoglienza, dei poveri, delle questioni sociali, ambientali e perfino climatiche.


Una Chiesa che si preoccupa del clima, ma non esorta più alla vita buona, non indica più alle anime il modello della santità! Come è possibile? Ma c’è stato e c’è tuttora anche di peggio, di molto peggio: una Chiesa che, per bocca di monsignori come Vincenzo Paglia, esalta quale modello di vita il defunto Marco Pannella, il campione del divorzio, dell’aborto, dell’eutanasia, della sodomia, delle unioni contro natura e della libera droga! Come è possibile, si chiederà qualcuno? Infatti non è possibile. Una Chiesa così non è la vera Chiesa di Cristo; non si deve scriverla con la lettera maiuscola; è una falsa chiesa, una chieda apostatica, una vera e propria contro-chiesa. È, in ultima analisi, la sinagoga di Satana di cui parlano le Scritture. La sinagoga di Satana ha preso il posto della vera Chiesa, ingannando le anime dei fedeli e trascinandole verso l’apostasia e verso l’immoralità! Perché cos’altro significa, indicare Pannella quale modello di altissima spiritualità, se non esaltare l’apostasia e l’immoralità? E cos’altro significa, come ha fatto il sedicente papa Bergoglio, chiamare la signora Emma Binino una grande italiana, se non ingannare le anime e trascinarle deliberatamente, malvagiamente, verso l’apostasia e verso l’immoralità? La signora Bonino, per chi non lo sapesse o non lo ricordasse, fra le altre cose si è vantata di aver eseguito con le sue stesse mani, vale a dire con l’aiuto di una pompa di bicicletta, migliaia di aborti, quando l’interruzione volontaria della gravidanza non era ancora una legge dello Stato. E un signore che si veste da papa, si fa chiamare papa e va in giro per il mondo fingendo di essere papa, osa chiamare una donna del genere una grande italiana! Non santa Chiara d’Assisi; non santa Caterina da Siena; non santa Rita da Cascia; non santa Gemma Galgani: no: la grande italiana è la signora Bonino. I due leader radicali, i due campioni del divorzio, dell’aborto, dell’eutanasia, eccetera, Emma Bonino e Marco Pannella, ci vengono magnificati e  portati ad esempio da uomini che si trovano ai massimi vertici della Chiesa. Che cosa bisogna dedurne, se si possiede ancora un minimo di sensus fidei, oltre che un minimo di onestà intellettuale, di senso critico, e soprattutto di coscienza? Che cosa concludere, se non che costoro sono dei miserabili impostori, e che la Chiesa di Cristo è caduta nelle mani di una banda di cialtroni, apostati ed eretici della peggiore specie, di anime perverse che vorrebbero perdere tante altre anime, milioni di anime, ingannandole con falsi insegnamenti e con diabolica astuzia, sfruttando l’abito che indossano indegnamente e abusivamente, e l’autorità che esercitano pessimamente?

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La grandezza del cristianesimo è sempre stata quella di non indicare agli uomini la via più facile e, in apparenza, più gradevole, ma quella più difficile; di chiedere loro uno sforzo supplementare, oltre alla quotidiana fatica del vivere.

Ma lasciamo stare questo discorso, per adesso, e torniamo alla nostra domanda: che fine ha fatto la tensione verso la santità? Abbiamo parlato, nel precedente articolo Il peccato più grave della contro-chiesa modernista (pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 15/03/2019), della lotta contro le tentazioni come di un aspetto caratterizzante della vita cristiana, lamentando il fatto che il clero, da alcuni anni a questa pare, ha praticamente smesso di parlarne, e perfino di usare la parola tentazioni, relegata nella soffitta dei vocaboli obsoleti e non politicamente corretti. Ma la lotta dell’anima contro le tentazioni – quelle dello spirito e quelle della carne – è solo un aspetto della vita interiore, quello, per così dire, di segno negativo; l’altra faccia della medaglia, in positivo, è data appunto dallo sforzo dell’anima di elevarsi, di perfezionarsi, di avvicinarsi a Dio. Di fatto, i due aspetti sono strettamente collegati: ogni vittoria contro le tentazioni equivale a un passetto, per quanto piccolo, sulla via della santità, cioè sulla strada che conduce alla beatitudine dell’essere conformi alla volontà di Dio. Il concetto è precisamente questo: Dio ci chiama tutti alla santità, nessuno escluso; Dio ci vuole santi; e ci vuole santi perché vuole il nostro bene; e il nostro bene porta anche la felicità. Quella felicità, che cerchiano a tentoni sulle strade del mondo, facendo tante esperienze sbagliate, ingannevoli, mortificanti, che lasciano l’amaro in bocca, dopo averci fatto sperare e intravedere chi sa quale appagamento; quella felicità è qui, davanti a noi, nella strada che conduce verso Dio. E quella strada è fatta di piccoli o grandi sacrifici, lietamente affrontati e lietamente offerti a Dio; è fatta dell’auto-mortificazione del nostro piccolo Io meschino, avido e capriccioso, per il bene del nostro vero Io, l’Io spirituale, che è tutt’uno con la dimensione della vita soprannaturale. Il guaio è che la maggior parte degli esseri umani, e anche dei sedicenti cattolici, vive sprofondata nella dimensione terrena, inseguendo false immagini di felicità e riducendosi a razzolare miseramente nel fango come se fosse acqua profumata, fino a quando non si rende conto di come stanno le cose – vedi la parabola del figlio prodigo, quando torna in sé, sotto il peso delle delusioni - e si affretta ad uscire, inorridita, dal pantano, per rimettersi sulla retta via, la sola che conduce al Bene.

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Gesù consegna le chiavi della Sua Chiesa a San Pietro

Dobbiamo rimettere la tensione verso la santità all’ordine del giorno. Dobbiamo tornare a parlarne, e, soprattutto, gli adulti devono tornare a darne l’esempio ai giovani; in particolare i genitori verso i loro figli. Non si può pretendere che tutti i genitori diventino santi, però si può deve pretendere che i genitori cristiani si sforzino di dare ai loro figli l’esempio della vita buona, della vita in grazia di Dio. Questo significa rimettere al centro l’anima, dopo anni di ubriacatura consumista, in cui, al centro, sono state messe le cose. I bambini devono tornare a vedere nei loro genitori l’immagine, per quanto debole e imperfetta, della Sacra Famiglia; perché le famiglie cristiane devono sforzarsi di prendere a modello Gesù, Giuseppe e Maria. Altro che Marco Pannella ed Emma Bonino! Ma stiamo scherzando? I bambini devono tornare a vedere i loro genitori che, pur in mezzo a difficoltà di qualsiasi tipo, e anche a incomprensioni e contrasti, che inevitabilmente sorgono nel corso degli anni, mettono sempre in cima alle loro preoccupazioni la famiglia, e particolarmente i figli; che sempre si sforzano di dar il buon esempio del rispetto, della collaborazione e dell’armonia familiare; che sempre cercano di mettere in pratica, nella loro vita e nelle circostanze concrete della realtà di ogni giorno, anche le più impervie e problematiche, quell’ideale di vita cristiana che non serve a nulla magnificare a parole, se alle parole non corrispondono i fatti. Verba movent, exempla trahunt, dicevano i romani: le parole  muovono, ma gli esempi trascinano addirittura. Il bambino che ha visto, nel corso della sua infanzia, il papà e la mamma (possiamo ancora esprimerci così? O dobbiamo scusarci della nostra intolleranza omofoba, perché non diciamo “genitore 1” e “genitore 2”?) impegnarsi quotidianamente a tenere unita la famiglia, a superare i contrasti, a perdonarsi le eventuali, reciproche offese, ne resterà segnato positivamente per tutta la vita. Da grande, senza dubbio, quando si troverà a dibattersi, a sua volta, nelle difficoltà che necessariamente la vita familiare porta con sé, si ricorderà di quel che hanno fatto suo padre e sua madre, e forse troverà in quel ricordo, in quell’esempio, un modello da imitare, un porto di certezza in mezzo ai dubbi e ai turbamenti della sua esistenza. E quel che abbiamo detto per l’armonia fra marito e moglie, vale anche per ogni altro aspetto della vita, a cominciare dalla laboriosità, dall’onestà, dalla lealtà e dalla fedeltà alla parola data, nonché il rispetto degli obblighi derivanti dagli impegni presi. E ancora: la pazienza, la gentilezza, la mitezza, la capacità di comprendere, la generosità, l’altruismo, la sollecitudine verso chi è nel bisogno – non solo nel bisogno materiale, come oggi sembra voler insegnare la contro-chiesa modernista: tutte queste qualità, che rendono più bella la vita dell’anima e l’avvicinano a Dio, sono anche, nello stesso tempo, l’esempio più efficace e più desiderabile che si possa dare ai giovani, in primo luogo ai propri figli. I bambini devono vedere che il papà e la mamma sanno essere miti, pazienti, generosi, solleciti del bene altrui: solo così impareranno a combattere quotidianamente con il proprio egoismo, solo così si abitueranno a considerare giusta e normale l’idea che la vita non si vive solamente per se stessi, e meno ancora per la ricerca del piacere, ma per servire un ideale più alto, che è quello indicato dal Vangelo di Gesù Cristo. Ma se il bambino, Dio non voglia, dovesse vedere lo spettacolo del padre e della madre che pensano in primo luogo a se stessi e ai propri comodi, come potrebbe farsi una simile idea? Come potrebbe trovarla bella e giusta? Come potrebbe scoprire in se stesso le energie necessarie a vincere il proprio naturale egoismo e ad aprirsi al bene degli altri, oltre che al proprio? E perciò come potrebbe rendersi conto che la vita è una battaglia continua, una battaglia del bene contro il male, una battaglia per innalzare la propria anima dal fango dei bassi impulsi alle sublimi altezze, illuminate dalla grazia divina?

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Come è possibile? una Chiesa che, per bocca di monsignori come Vincenzo Paglia, esalta quale modello di vita il defunto Marco Pannella, il campione del divorzio, dell’aborto, dell’eutanasia, della sodomia, delle unioni contro natura e della libera droga! 

Che fine ha fatto la tensione verso la santità?

di Francesco Lamendola

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1 commento:

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