ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 17 aprile 2019

Verità di segno opposto

I FALSI CUSTODI DELLA FEDE


La Passio di S. Ignazio:"Io devo esser maciullato dai denti delle belve". Per il "Teologo" don Paolo Squizzato, l'Atto di dolore è una preghiera assolutamente non cristiana che, “purtroppo” viene ancora recitata in molte chiese 
di Francesco Lamendola  

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Chi sa perché, la Passio di S. Ignazio detto Teoforo, Padre della Chiesa e Padre apostolico, vescovo di Antiochia – allora terza città per grandezza dell’Impero Romano - e martire, a Roma, verso il 107, sotto Traiano, ci è tornata alla mente mentre ascoltavamo l’intervista mandata un onda da TV2000, la rete televisiva della C.E.I., al teologo don Paolo Squizzato, nel corso della quale, come esercizio di pietà quaresimale, costui ha affermato con la massima tranquillità, fra le altre bellissime cose, che l’Atto di dolore è “una preghiera assolutamente non cristiana”, “una tremenda preghiera” che, “purtroppo”, viene ancora recitata in molte chiese.


Ecco le sue precise parole: 
Noi, parlo di Chiesa, Chiesa ufficiale, la Chiesa dei preti, abbiamo credo infangato molto il termine e concetto di peccato; l’abbiamo pensato anzitutto come una trasgressione, come infrazione a una norma, a un comandamento e quindi come un’offesa fatta a Dio. Tutto questo è rimasto in quella tremenda preghiera che purtroppo viene ancora usata, so, da alcuni catechisti, che è l’Atto di dolore: “perché con il peccato ho offeso Te, infinitamente buono, e per questo merito i tuoi castighi”. È una preghiera che non ha nulla di cristiano perché Dio non si può offendere e poi Dio non castiga, perché Gesù è venuto a rivelarci un altro tipo di Dio, di Padre”.

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La fede è un dono che entra nell’anima per mezzo dello Spirito Santo e vi mette le radici con l’aiuto soprannaturale della Grazia. La fede, nella sua viva luce soprannaturale, è un’esperienza interiore, ed è la rivelazione di Dio al Singolo – come diceva Kierkegaard – e non alle Folle, alle Masse, al Popolo, o comunque si voglia dire ai tanti. No: Gesù si rivolge al Singolo!

Ci riserviamo di tornare poi su queste parole di don Squizzato; per intanto, vorremmo sapere se il collegamento che è sorto nella nostra mente con la Passio di S. Ignazio di Antiochia è casuale e irragionevole, oppure se anche altri, confrontando i due testi, vi troveranno delle corrispondenze, beninteso all’incontrario, come è accaduto a noi; nel senso che là dove il teologo di oggi dice delle cose a proposito del peccato, del pentimento, di Dio che non si offende e che perdona sempre qualsiasi peccato, tanto è vero che non castiga mai alcuno, si può cogliere altrettante verità di segno opposto nelle parole del Santo e martire del II secolo, che affrontò impavido i denti dei leoni e che lo fece con animo fermissimo e assolutamente sereno, per testimoniare la fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio.

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 Oggi, quella contrabbandata da molti "teologi" è in realtà un’altra “fede”, a misura del mondo ed escogitata da un clero modernista e quindi apostata, che però non ha il coraggio di dichiararsi tale, e cerca di spacciarsi per il custode della fede di sempre!

Ed ecco il passaggio centrale della Passio di S. Ignazio (cit. da: Eroi del Cristianesimo, a cura di Konrad Kirch; traduzione Antonio Angeli, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina, 1927, vol. 1, Dall’Antichità cristiana, 90-94):
SALUTO. Ignazio detto Teoforo alla chiesa che ha ottenuto misericordia dalla generosità del Padre Altissimo e dal suo unico Figliuolo Gesù Cristo, alla Chiesa amata e illuminata per volontà di Colui che volle tutto ciò che esiste, secondo l’amore di Gesù Cristo Signor Nostro; la quale presiede inoltre nella regione dei romani – degna di Dio, degna di gloria, degna di essere celebrata, degna di elogio, degna di tutti i voti, santa e pura, posta a capo dell’unione di carità, ossequente alla legge di Cristo e insignita nel nome del Padre. Io la saluto in nome di Gesù Cristo, Figliuolo del Padre. A tutti quelli che sono uniti ai suoi precetti secondo la carne e lo spirito, a quelli che sono ricolmati e resi invincibili dalla grazia di Dio e purificati da ogni colore alieno, auguro felicità e salvezza in Gesù Cristo, Signor nostro.
LA SUA PREGHIERA. A forza di preghiere m’era stato concesso di poter vedere i vostri volti degni di Dio: del resto persevero ancora nella preghiera per ottenere questa grazia. Spero cioè di salutarvi come prigioniero di Gesù Cristo, purché Iddio mi degni di rimaner tale sino alla fine. Ma io pavento il vostro amore; esso potrebbe nuocermi. A voi è facile condurre a termine il vostro disegno, ma a me è ben difficile di giungere a Dio, se voi avete pietà di me. Mai potrò trovare un’occasione più propizia per riunirmi a Dio, né vi potrete legare a un’azione migliore il vostro nome, che astenendovi dall’intervenire. Se non direte nulla per me, io diventerò del Signore. Ma se voi amate la mia misera carne, ecco che, uscito dalla retta via divengo simile a un traviato. Lasciate ch’io venga immolato al Signore ora che l’altare è pronto, acciocché riuniti in un coro d’amore possiate innalzare un inno al Padre in Gesù Cristo, perché il Signore si degnò di guidare il vescovo della Siria dall’oriente all’occidente, è bello tramontare al mondo diretti verso Dio, per poter risorgere in Lui. “Quelle cose che si vedono sono temporanee, quelle invece che non si vedono sono eterne” (2 Cor, 4, 18). Il nostro Dio Gesù Cristo, dopo che s’è riunito al Padre, brilla d’un più vivo splendore. Il cristianesimo non è opera di silenzio, bensì di grandezza, specialmente dal momento che esso viene odiato dal mondo”.
IO DEVO ESSERE MACIULLATO DAI DENTI DELLE BELVE… Io scrivo alle Chiese e dichiaro loro che son pronto a morire per il Signore, se voi non me lo impedite. Vi scongiuro dunque di non dimostrarmi una benevolenza intempestiva. Lasciate c’io divenga preda delle belve acciocché possa giungere a Dio. Sono frumento di Dio e devo essere stritolato dai denti delle belve per essere trovato puro pane di Cristo. Piuttosto cercate di adescare le belve perché diventino la mia tomba e non risparmino niente di me, affinché, dopo morto, non abbia a recar incomodo a nessuno. Allora sarò veramente discepolo di Cristo, anche se il mondo non vedrà più nulla del mio corpo.

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 S. Ignazio di Antiochia

CREDETELO A ME! Io non vi impartisco ordini come Pietro e Paolo. Essi erano apostoli, io sono un condannato; essi erano liberi, io invece sono ora uno schiavo. Ma se vengo messo alla morte, sarò un liberto di Cristo e risorgerò libero in Lui. In catene, oggi imparo a non desiderare niente di terreno e di vano. Dalla Siria a Roma sostengo la lotta con le bestie per terra e per mare, di notte e di giorno, legato a dieci leopardi, cioè a un reparto di soldati che, beneficati, diventano più malvagi. Dalle loro ingiurie vengo più ammaestrato ma per questo non sono giusti tifato. Oh! Possa raggiungere le belve che mi sono preparate e che prego di trovare ben disposte! Io le alletterò in modo che mi divorino in fretta, e non mi risparmino, per un misterioso terrore, come fecero con alcuni. E se mostreranno ripugnanza verso di me, io le costringerò. Perdonatemi: io so quello che mi giova. Permettetemi di essere seguace del mio Dio nelle sofferenze. Chi in sé lo possiede, consideri quello ch’io voglio e, sapendo ciò che mi preme, abbia di me misericordia. E se anche io stesso, quando sarò tra voi, dovessi chiedervi dell’altro, non datemi ascolto; piuttosto tenete conto di quello che ora vi scrivo. Vi scrivo infatti mentre sono ancor vivo e ardo dal desiderio di morire. Eccovi in poche parole la mia preghiera: credete a me! Se vado alla morte è segno che mi avete amato; se vengo liberato vuol dire che voi mi avete odiato.
CONCLUSIONE. Vi saluta il mio spirito e l’affetto delle chiese che mi accolsero in nome di Gesù Cristo, non come un viaggiatore. Poiché anche le chiese che non sono a me affidate, mi accompagnano di città in città lungo il cammino che debbo compiere secondo la carne.
Queste parole le scrivo a voi da Smirne, per mezzo degli Efesini, degni di ogni encomio. Per quanto riguarda quelli che, a gloria di Dio, mi precedettero dalla Siria a Roma, credo che li avrete conosciuti. Partecipate anche a loro ch’io sono vicino. Essi sono in tutto degni di Dio e di vi; conviene che li ristoriate. Questo vi scrivo il 24 agosto. Vi saluto, siate forti fino alla fine per Gesù Cristo! Amen.

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La fede che traluce dalle parole dei Santi, come da s. Ignazio di Antiochia, ha qualcosa a che fare con la fede di cui parla don Squizzato? A noi sembra proprio di no. Si tratta di due cose diverse, due mondi diversi. Non è questione di sensibilità individuale; non è la stessa fede declinata in due maniere diverse, in due epoche storiche diverse: sono due fedi diverse.

Certo: di primo acchito, parrebbe che i due brani non abbiano alcuna relazione reciproca, neanche alla lontana. Ma la relazione che ci si è affacciata spontanea alla mente è una relazione al contrario: ci è parso che la religione professata da S. Ignazio non sia affatto la stessa professata da don Squizzato. Il quale, sia detto fra parentesi, detesta che si dica che il cristianesimo è una religione, parola che a lui sembra brutta e cattiva, ma vuole che lo si consideri tutt’altra cosa, e cioè una fede: come se fede e religione cristiana fossero termini incompatibili. Ma a parte questa stranezza, che, pur nella sua enormità, è ancora poca cosa rispetto al resto, ci sembra che qui non si parli dello stesso Gesù Cristo, dello stesso Dio Padre, né dello stesso Vangelo; ci sembra che si parli di un Gesù, di un Dio e di un Vangelo radicalmente diversi. Quello di S. Ignazio è il Gesù che ci è stato insegnato a conoscere, amare e adorare fin da bambini, a noi che abbiamo varcato la soglia dei sessant’anni: si deve dunque pensare che la Chiesa di prima del Concilio ha ingannato i fedeli? E che solo dopo il Concilio, solo dopo Karl Rahner, solo grazie all’ecumenismo, al dialogo interreligioso e a teologi come don Squizzato, Enzo Bianchi e Vito Mancuso, la fede cattolica sia stata ristabilita nella sua verità e nella sua interezza; che solo allora ne sia stato messo in luce l’aspetto fondamentale, l’amore di Dio per gli uomini? Parrebbe di sì. Se la logica non è un’opinione, non si può parlare, come mellifluamente e subdolamente dissero i Padri del Concilio Vaticano II, di un approfondimento della fede e un aggiornamento della pastorale. E poi, che vuol dire approfondimento della fede? La fede non si approfondisce in quanto Chiesa; si approfondisce in quanto singoli cristiani, perché la fede, nella sua viva luce soprannaturale, è un’esperienza interiore, ed è la rivelazione di Dio al Singolo – come diceva Kierkegaard – e non alle Folle, alle Masse, al Popolo, o comunque si voglia dire ai tanti. No: Gesù si rivolge al Singolo; la fede è prima di tutto un’esperienza di trasformazione interiore. Poi, essa si manifesta nei riti, nella liturgia, nella partecipazione alla Chiesa visibile; ma alla sua origine vi è un atto personale, una chiamata di Dio alla singola anima di ciascun uomo – e l’eventuale risposta di quest’ultimo. L’esperienza interiore e mistica della fede può consistere in un approfondimento, perché nell’incontro del Singolo con Dio, Dio consente alla vista umana di diventare più acuta e scorgere ciò che prima, senza l’aiuto della Grazia, essa non giungeva a scorgere; ma nel Magistero della Chiesa la fede è espressa in termini razionali, è una dottrina, e la dottrina non si approfondisce, per il semplice fatto che, se si approfondisse, essa cambierebbe, mentre la dottrina è quella e non cambia, possono trascorrere i secoli e i millenni, ma la dottrina è sempre la stessa. Certo, vi si possono aggiungere nuove verità, come il dogma dell’Immacolata Concezione di Maria; ma non si tratta di un approfondimento, bensì di una chiarificazione e di una esplicitazione di una verità che i fedeli già sentivano, intuitivamente, da sempre: che la Madre di Gesù, la Madre di Dio, non poteva esser nata con l’ombra del Peccato originale. Non approfondimento, quindi, ma piena rivelazione e formalizzazione di una verità implicita, in tutto concorde con l’insieme della dottrina cattolica. Mentre le novità del Concilio, il dialogo interreligioso e l’ecumenismo, introducono delle idee e delle prassi che si discostano nettamente dal Magistero perenne. Quando mai Gesù ha insegnato di venire a patti col mondo, di dialogare coi seguaci delle false religioni, o con gli apostati e gli eretici? Quando mai san Pietro e san Paolo si sono regolati in altro modo? Si pensi all’episodio di Simon Mago; si pensi all’episodio della conversione dell’ambasciatore della regina Candace: la loro norma era sempre la stessa, quella insegnata da Gesù: Andate in tutto il mondo, predicate il Vangelo e battezzate nel mio nome. E chi crederà, sarà salvo; ma chi non crederà, sarà condannato.

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 Nessun Concilio e nessun "teologo" può cambiare la Parola di Dio! Si chiamino Karl Rahner, Jorge Mario Bergoglio o  don Paolo Squizzato!

Io devo esser maciullato dai denti delle belve…

di Francesco Lamendola
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