ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 27 luglio 2019

Uomini veri si diventa o si nasce?

UOMINI VERI E "MAL RIUSCITI"


Uomini veri e uomini per tutte le stagioni. Oggi i "Mal riusciti" come li chiamava Nietzsche hanno preso il sopravvento; e anche nella neochiesa di Francesco. Oggi è necessario che i veri uomini, se ce ne sono, battano un colpo 
di Francesco Lamendola  

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Il discrimine fondamentale fra gli esseri umani è quello che separa i veri uomini dagli uomini per tutte le stagioni. I veri uomini hanno una sola parola, una sola fedeltà, un solo modo di vivere: quello che ignora furbizie e compromessi. Sono loro che hanno fatto il mondo, creato la scienza, l’arte, il pensiero, le leggi, la giustizia, in genere pagando di persona un alto prezzo. Gli altri, la massa dei furbi e degli opportunisti, sfrutta la scia tracciata da loro: da buoni parassiti, gli uomini per tutte le stagioni tessono le loro tele bavose e poi aspettano che qualcuno vi s’impigli. 

Non sanno creare, non sanno osare, non sanno cosa sia la lealtà. Promettono e non mantengono; giurano e spergiurano; dicono e disdicono; chiedono e non restituiscono; declamano e non agiscono; incominciano e non finiscono; garantiscono e poi si dileguano.

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 Uomini veri si diventa o si nasce?

Uomini veri si diventa o si nasce? Senza dubbio c’è un fondo personale, dovuto sia al carattere che all’educazione ricevuta; ma anche la forza di volontà può far molto, se la materia prima è buona e se c’è la sensibilità, che è prima di tutto un dono naturale, che è possibile raffinare e arricchire, ma non creare dal nulla. Ciò premesso, bisogna aggiungere che una società sana lavora per educare uomini veri; e così è stato, difatti, sino agli anni del grande sbandamento, verso la metà XX secolo, quando la finanza ha vinto la Seconda guerra mondiale e ha imposto il suo stile di vita, edonista e americaneggiante, in quasi tutto il mondo. L’edonismo di massa ha prodotto la cultura dei diritti a senso unico e dell’azzeramento dei doveri; il senso di responsabilità è stato messo in soffitta; qualunque tanghero e cialtrone in torto marcio, si è sentito incoraggiato a far la voce grossa, ad alzare il ditino, a sporgere querela, a far valere chi sa quali principi oltraggiati. Ed è incominciata la selezione alla rovescia: la selezione dei peggiori. La società ha abolito il merito, ha abolito i premi e i castighi, ha incoraggiato i pigri e i parassiti, e così ha tirato su un paio di generazioni di irresponsabili, viziati e figli di papà. Questo è il vivaio di coltura degli uomini per tutte le stagioni. I quali non farebbero tutto il danno che effettivamente provocano, se, come avveniva un tempo, la società sapesse metterli al loro posto: vale a dire nei gradini più bassi, non tanto in senso sociale quanto in senso morale, dell’intero edificio sociale. Finché gli uomini e le donne dozzinali sono relegati in posizioni subordinate, senza potere dirigente, senza autorità politica, economica o amministrativa, poco male. Cialtrone più, cialtrone meno; sfaticato più, sfaticato meno: la società è sempre andata avanti, a dispetto del fatto che una quota dei suoi membri ha sempre amato prendere più di quel che sia disposta a dare, a promettere senza mantenere, a esigere dagli altri senza mai esser capace di sacrificarsi.

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Una selezione alla rovescia, ovvero: la selezione dei peggiori? La società ha abolito il merito, ha abolito i premi e i castighi, ha incoraggiato i pigri e i parassiti, e così ha tirato su un paio di generazioni di irresponsabili, viziati e figli di papà!

Oggi le cose sono giunte al punto di saturazione perché gli uomini per tutte le stagioni, i pigri, i profittatori, i meschini, gli invidiosi, hanno preso il sopravvento sia numericamente, sia negli ambiti dirigenti e decisionali. Banche, industrie, aziende agricole, università, case editrici, amministrazioni locali, fisco, giustizia, sport: ovunque gli uomini di seconda scelta, mal riusciti, come direbbe Nietzsche, si sono imposti e hanno arraffato le leve del potere. Essendo però quel che sono, cioè delle pretenziose nullità, da quando essi hanno preso il sopravvento tutto va male: finanza, economia, cultura, magistratura, sport, eccetera. Tutto va male perché gli uomini per tutte le stagioni non si sognano nemmeno di fare quel che va fatto, ma fanno quel che piacerà al pubblico; non si prendono le loro brave responsabilità, le scaricano a pioggia sugli altri; non si vogliono compromettere assumendo decisioni precise, ma bordeggiano, traccheggiano, gironzolano su e giù, girano attorno alle questioni, fingono di fare e poi non fanno, dicono che faranno e tergiversano, insomma badano solo a conservare poltrone, stipendi e privilegi. Le due istituzioni più importanti della vita sociale, dopo la famiglia, cioè lo Stato e la Chiesa, sono cadute alla mercé degli uomini per tutte le stagioni. Se così non fosse, ora non vedremmo entrambi andare alla deriva. Qualcuno si alzerebbe in piedi e, anche a costo di rischiare la poltrona, denuncerebbe le cose che non vanno e porrebbe mano a disboscare la foresta lussureggiante dei parassiti, degli inutili, degli intrallazzatori e dei voltagabbana. Invece, niente. Al contrario, vengono promossi e fanno carriera soprattutto i funzionari, i magistrati, i manager pubblici, i giornalisti, i professori universitari che stanno allineati e coperti; che dicono quel che è politicamente corretto e tacciono quel che è politicamente scorretto; che gettano secchi d’acqua sul bagnato ma non si azzardano a bagnare con una solo goccia le piante più preziose, che stanno morendo di sete. E se qualcuno, ogni tanto, tenta di fare il suo mestiere (e il suo dovere); se qualcuno si espone, esce dalle quinte, agisce e denuncia la zizzania, in un modo o nell’altro riescono a toglierlo di mezzo, a metterlo a tacere, a neutralizzarlo. O lo promuovono e subito dopo lo trasferiscono; o lo mettono sotto inchiesta; o lo distruggono con la macchina del fango; mentre nei casi più gravi, cioè qualora non si voglia assolutamente arrendere, lo fanno eliminare fisicamente.

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 Hanno portato la Chiesa di Cristo sulle soglie di una guerra civile interna, con la prospettiva di un vero e proprio scisma, che nei fatti c'è già!

La stessa dinamica è in atto nella chiesa. Dove sono gli uomini veri, quelli che hanno una parola sola, una sola fede? Un prete ordinato prima del 1965 non può non aver visto e misurato con i propri occhi la degenerazione senza precedenti che sta travagliando l’istituzione ecclesiastica, lo stravolgimento della liturgia e della pastorale, la deriva eretica e apostatica della dottrina che si esprime nel Magistero. Ma anche quelli ordinati dopo il Concilio e dopo la riforma liturgica di Paolo VI, non possono non aver visto e compreso, sulla base del semplice buon senso e di quel minimo di conoscenze che perfino gli squinternati seminari degli ultimi decenni somministrano ai futuri sacerdoti, quale immenso tradimento è in atto rispetto alla vera dottrina e all’autentico Vangelo di Gesù Cristo. Non possono non aver visto, e preso buona nota, del fatto inaudito, scandaloso, di un sedicente papa che prima pubblica un documento gravemente inficiato d’eresia, come Amoris laetitia, poi rifiuta di dare spiegazioni ai cardinali che rispettosamente glielo domandano a nome del popolo cristiano; infine si nasconde dietro l’interpretazione che di quel documento ha dato una delle centinaia e migliaia di diocesi che formano il mondo cattolico, quella di Buenos Aires. Sicché il Magistero, sacro e infallibile, è divenuto materia d’interpretazione: e dunque il migliore ermeneuta è quello che riformula la dottrina, non colui che è ripieno di Spirito Santo. Molto strano, comunque: il papa decisionista, il papa intransigente, il papa accentratore (tutto il contrario di quel che aveva promesso di essere) non si prende il disturbo di spiegare come un suo documento debba essere interpretato; lascia che lo faccia qualcun altro, empiricamente, surrettiziamente e ufficiosamente, sapendo benissimo, oltretutto, che in tante altre diocesi vige l’interpretazione opposta: il che significa mandare la chiesa allo sbaraglio, verso lo scisma o la guerra civile.

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Un tempo l’istituto principale che formava uomini e donne veri era la famiglia: se il figlio sbagliava, i genitori lo riprendevano; se sbagliavano i genitori, intervenivano i nonni, gli zii, i cognati; nei casi più gravi interveniva il parroco!

Il fatto è che, prima d’ora, un documento del Magistero solenne non era stato mai passibile di diverse e opposte interpretazioni.L’ambiguità, figlia del diavolo, incomincia a partire dal Vaticano II: qualsiasi enciclica o altro solenne documento papale anteriore al Concilio è talmente chiaro che nessuna interpreazione soggettiva è possibile. Ed è chiaro perché nessun papa, mai, ha preteso di dire la sua in materia di dottrina cattolica, ma solo di chiarire ai fedeli la dottrina di Gesù Cristo, perenne e immodificabile, quale è stata tramandata, intatta, da duemila anni a questa parte, cioè da quando il Signore Gesù l’ha fondata a prezzo del suo Sangue. E anche questo, qualcosa vorrà dire. Ora, la cosa più scandalosa di tutte è questo appiattimento, questo conformismo, questo fariseismo da parte di quanti dovrebbero far sentire la loro voce, prendersi le loro responsabilità, obiettare e far valere le ragioni della vera dottrina, insomma difendere sul serio il Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo; e invece tacciono o, peggio, si schierano entusiasticamente dalla parte di chi sta cercando di cambiare tutto, perfino il modo di vestire e di pregare nei monasteri, come ha detto senza timor di Dio il cardinale Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata, già noto sostenitore della teologia della liberazione (ufficialmente condannata da almeno due papi, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI) nonché tristo protagonista della persecuzione scatenata fin dal 2013 contro i Francescani dell’Immacolata. E che dire dei sinodi pilotati in anticipo per attuare una rivoluzione nella chiesa, come già si sta facendo per il prossimo sinodo sull’Amazzonia, che prenderà di mira il celibato ecclesiastico e l’unicità del sacerdozio maschile? Ebbene: di fronte a un simile disastro, a una simile anarchia, a una simile apostasia, gli uomini veri, se ce ne fossero, dovrebbero far sentore forte e chiara la loro voce: ma quanti lo hanno fatto? Appena un pugno di persone: fra i teologi, padre Antonio Livi (ora ridotto al silenzio da una grave malattia); fra i filosofi, Robert Spaemann, recentemente scomparso; fra i cardinali, Gerhard Müller e il defunto Carlo Caffarra. E tutti gli altri? Tacciono per paura o per convenienza, oppure s’imbrancano col partito al potere.

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Oggi le cose sono giunte al punto di saturazione perché gli uomini per tutte le stagioni, i pigri, i profittatori, i meschini, gli invidiosi, hanno preso il sopravvento sia numericamente, sia negli ambiti dirigenti e decisionali: ovunque gli uomini di seconda scelta, i mal riusciti, come direbbe Nietzsche, si sono imposti e hanno arraffato le leve del potere!

Come abbiamo accennato, l’istituto principale che formava uomini e donne veri era la famiglia, specialmente quella patriarcale (la famiglia mononucleare è già, per sua natura, soggetta alle cento dinamiche distruttive ed edoniste tipiche della modernità: e infatti la vediamo ovunque allo sfascio). Quando i padri e la madri si assumevano la responsabilità dei loro rispettivi ruoli, distinti e complementari, i figli avevano dei punti saldi di riferimento e una prospettiva chiara su come regolarsi nella vita: era sufficiente che si chiedessero: e mio padre, mia madre, che cosa farebbero, come agirebbero in questa tale circostanza? Non stiamo idealizzando la “vecchia” famiglia; la stiamo descrivendo. C’erano anche allora, ovviamente, quelle famiglie che oggi si definiscono “disfunzionali”, ma erano l’eccezione e non la regola, perché esistevano mille fattori correttivi che tendevano a riportare sui binari i membri di esse che sgarravano. Così, la vecchia famiglia medicava da se stessa le proprie ferite, e produceva da se stessa i necessari anticorpi per conservare la salute. Non era frequente che si ammalasse, ma se anche ciò capitava, raramente la malattia era mortale, perché la fibra di cui era fatta era di ottima qualità. Se il figlio sbagliava, i genitori lo riprendevano; se sbagliavano i genitori, intervenivano i nonni, gli zii, i cognati; nei casi più gravi interveniva il parroco, che non era un don Abbondio uso a navigare sottocosta, ma un ministro di Dio che non temeva d’inimicarsi qualche parrocchiano pur di difendere la morale cristiana.

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Al punto in cui siamo, è necessario che i veri uomini, se ce ne sono, battano un colpo...
  
Uomini veri e uomini per tutte le stagioni

di Francesco Lamendola

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DI COSA E' SCHIAVO L'UOMO?

Antropologia delle filosofie ateistiche e antropologia del credente. L’uomo è schiavo ma di che cosa? L'abito mentale tipico degli "Intellettuali progressisti": il pessimismo antropologico di matrice esistenzialista "sartriana" 
di Francesco Lamendola  
  
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L’antropologia delle filosofie ateistiche è, in linea di massima, ottimistica: se non c’è alcun Dio al di sopra dell’uomo, allora vuol dire che l’uomo è misura di tutte le cose; e se è misura di tutte le cose, ciò significa che ha in se stesso, purché le sappia individuare e sfruttare nella maniera più idonea, le risorse per prendere in mano il proprio destino e per fare della sua vita ciò che vuole. Certo, a margine di questo filone ottimista c’è anche un filone pessimista, secondo il quale l’uomo è gettato allo sbaraglio in un mondo incomprensibile, nel quale non ha chiesto di entrare e che non possiede i mezzi per padroneggiare. Questo filone pessimista conduce direttamente al nichilismo di Leopardi, Schopenhauer, Eduard von Hartmann; mentre l’altro filone, quello principale, si fonda sull’esaltazione del progresso e perciò si configura come progressista, un grande contenitore nel quale trovano spazio il razionalismo materialista, il criticismo, l’illuminismo, l’idealismo, il positivismo e il neopositivismo, lo strutturalismo, il pragmatismo, il marxismo, la psicanalisi e chi più ne ha, più ne metta.

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Antropologia delle filosofie ateistiche: mai nominare "La questione di Dio"! L’uomo è schiavo ma di che cosa? L'abito mentale tipico degli "Intellettuali progressisti": il pessimismo antropologico di matrice esistenzialista "sartriana"!

Di fatto, nell’ordine della vita pratica, i due filoni hanno finito per convergere e per intrecciarsi, com’era inevitabile, data la comune premessa ateistica: e ne è nato un abito mentale molto strano, tipico di tutti gli intellettuali progressisti ma anche di molte persone comuni, nel quale si mescolano un pessimismo antropologico di matrice esistenzialista, e più specificamente sartriana, con una fiducia pressoché illimitata nella scienza, o in ciò che la cultura moderna definisce scienza, anche se tale non è, come la psicanalisi, vista come la sola ancora di salvezza rispetto alla deriva dell’esistere in un mondo disarmonico e privo di senso, di scopi e di obiettivi. Un tipico esempio di questo strano miscuglio di pessimismo antropologico e di ottimismo epistemologico è dato dalle moderne scienze sociali, per le quali anche solo porre la questione di Dio – porla in termini reali, cioè, e non in termini meramente sociologici o antropologici – è già di per sé qualcosa d’inconcepibile, mentre la risposta e la soluzione ai problemi umani sono delegati alla scienza, e specialmente alla medicina e alla bioingegneria, alle quali sono ormai indirizzate le aspettative e le speranze dell’umanità. Umanità la quale non si attende altro se non una serie di miglioramenti quantitativi alla propria condizione: che si allunghi la durata della vita media, per esempio, o che una donna sterile, o troppo avanti negli anni, possa avere lo stesso dei figli, o perfino che una coppia di omosessuali possa ottenere, con la fecondazione eterologa o con la maternità surrogata (leggi: utero in affitto) la gioia della doppia paternità o della doppia maternità. E naturalmente la possibilità di por termine alla propria vita, con l’assistenza dei medici(alla faccia del giuramento d’Ippocrate), quando essa risulti non più accettabile secondo dei parametri di valutazione puramente edonisti e materialisti.

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Oggi un clero apostatico, scandalosamente corrotto e tutto proteso a scusare e legittimare ogni sorta di turpitudini, rinnova l’antico progetto di asservire l’umanità, togliendole la speranza della Redenzione. Un progetto che si sa bene esser stato concepito dal Principe del modo..

L’antropologia del credente, al contrario, non può che essere pessimistica: per salvarsi, l’uomo non dispone di forze sufficienti; senza l’aiuto di Dio, sarebbe perduto. Ciò dipende non da un difetto della sua natura originaria, ma da un vulnus, da una ferita che ha colpito quella natura, insieme alla natura nel suo complesso, e che rende tutti gli uomini soggetti a una forma di schiavitù. L’uomo infatti, lo si vede per così dire a occhio nudo, senza bisogno di tante indagini, non è libero: né fisicamente, né psicologicamente, né spiritualmente. C’è qualcosa che lo tiene in soggezione e che lo riduce alla condizione di schiavo alla mercé di forze molto più grandi di lui; e ciò nonostante che tutto il suo essere tenda alla libertà, al punto da avvertire la mancanza di essa, o la sua sostanziale inadeguatezza, come la più grave disarmonia che minacci l’unità della sua coscienza. Quali sono queste forze che limitano, condizionano e impediscono all’uomo di esplicare liberamente la sua volontà e di affermare l’eccellenza della sua natura, a cominciare dal bene inestimabile dell’autodeterminazione? La risposta, per il cristiano, non è affatto misteriosa; egli sa da dove trae origine la schiavitù dell’uomo, e semmai è strano che così spesso egli tenda a dimenticarsene. Ciò dipende, crediamo, anche dal cattivo servizio reso dalla teologia al credente negli ultimi decenni, specie dopo il Concilio Vaticano II: una teologia che, mettendo illusoriamente – e illegittimamente - l’uomo al centro del discorso teologico, ha generato in lui false certezze e un falso senso di confidenza in se stesso, che non può non lasciarlo, alla prova dei fatti, scoraggiato e disperato, quando la realtà s’incarica di spazzare via, come castelli di carte, tali sicurezze, rivelandogli con rinnovata amarezza la sua condizione di schiavo.

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Cattivi maestri del '68? Jean-Paul Sartre, (a destra) con Andrè Glucksmann: l'abito mentale tipico degli "Intellettuali progressisti"è il pessimismo antropologico di matrice esistenzialista!

Per rispondere al nostro interrogativo, ci piace riportare una pagina del saggio di Henri Maurier Teologia del Paganesimo (titolo originale: Essai d’un théologie du paganisme, Paris, Editions de l’Orante, 1965; traduzione dal francese a cura dell’Ufficio Studi della Casa di Carità Ari e Mestieri, Torino, Piero Gribaudi Editore, 1968, pp. 146-148):
Il Nuovo e il Vecchio Testamento rivelano che l’uomo è schiavo. Ma di che cosa? Di chi? “Sembra che S. Paolo non tenga molto a precisare chi è il nemico che ci ha assoggettati. Ovvero parla di diversi nemici, di diversi agenti oppressori. Ma attraverso le varie formulazioni risulta esservi un’unità in questa rete malefica, cioè una potenza unica che tiene le redini di queste molteplici potenze. Per contrapposizione alla regalità del Figlio di Dio, l’epistola ai Colossesi parla di un misterioso “impero delle tenebre” (Col., 1,13), mentre l’epistola agli Efesini, conservando il plurale, parla di “reggitori di questo mondo di tenebre” (Ef 6,12) (L. Bouyer, “Initiation théologique, II, 505).
Questi oppressori sono il peccato e la morte, la carne e il mondo, ed infine le Potenze. V’è “un cattivo mondo attuale” (Gal. 1,4) da cui bisogna liberarsi. Paolo sa di essere inviato alle nazioni “ad aprire i loro occhi, perché passino dalle tenebre alla luce e dal potere di Satana a Dio” (Atti, 26,18). Noi dobbiamo rivestirci dell’armatura di Dio “per poter resistere alle insidie del diavolo: perché noi non abbiamo da combattere solo contro forze puramente umane, ma contro i principati e le potestà, contro i reggitori di questo mondo di tenebre, contro gli spiriti del male sparsi nell’aria” (Ef. 6,11-12). Cristo è presentato come vincitore dei Principati, delle Potenze, delle Virtù, delle Signorie (Ef. 1,21; Col. 2,14-15;1 Piet. 3,22) di cui egli è il Capo (Col. 2,10).
Paolo raccomanda anche di scuotere ormai la dominazione degli “elementi del mondo” (Col 2,8-20; Gal. 4,3-9), cioè dei costituenti materiali del mondo e della legge che ne regola minuziosamente l‘uso (cfr. Col. 2,16; Gal. 4,10), nonché di scuotere la dominazione degli spiriti celesti che pretendono, per mezzo della legge (Gal., 3,19), di mantenere il mondo sotto la loro tutela. In Ebr. 2,5 si legge: “Non agli angeli Iddio assoggettò il mondo avvenire”, il che implica che il mondo presente, invece, è stato a loro affidato.

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Gran parte dei potenti del mondo sono uomini scelti e ispirati dal Maligno, consigliati e stimolati da lui, assistiti da lui nella scalata sociale e politica, protetti da lui nella battaglia per farsi largo e conquistare le posizioni più ambite!

Si tratta ancora dei “prìncipi di questo mondo”(1 Col. 2,6-8), dello spirito del mondo (1 Cor. 2,12), del dio di questo secolo che ha accecato i pensieri degli infedeli (2 Cor, 4,4). In tali contesti non v’è dubbio “che questo dio non è che una sola cosa col diavolo di Ef. 4,27 e 6,11, con Satana invidioso e tentatore di 1 Tess. 2,18; 2 Tess. 2,9; Rom. 16,20; 1 Cor 5,5 e 7,5e 2 Cor. 2,11; 11,14; 12,7” (Bouyer, ibid, 510). S. Luca (4,6) fa dire al demonio: “Io ti darò tutta questa potenza e la loro gloria, perché è stata data a me e la do a chi voglio”. Giovanni conferma anch’egli questa dominazione sul mondo (12,31; 14,30; 16,11 “il principe di questo mondo” cfr. Apoc. 13,2-4 “il dragone che dà il potere alla Bestia”). Infine in Matteo (8,29) i demoni gridano: Sei tu venuto a tormentarci innanzi tempo?”, il che implica una certa indipendenza dominatrice di questi esseri.
Il Deuteronomio (3,28) presenta le nazioni come distribuite ai “figli di Dio”, che non sono necessariamente dei demoni ma almeno degli angeli (cfr. Deut. 32,43). Esso afferma che “il cielo, il sole e la luna e tutto l’esercito dei cieli sono stati dati in sorte a tutti i popoli che si trovano sotto il cielo” (Deut. 4,19), come per indicare che le loro divinità sono questi astri o gli spiriti che li reggono. Il Sal. 82 sembra mettere in scena “dei figli di Dio” che non sono soltanto i re, i capi o i giudici dei popoli, ma spiriti della corte di Dio, divenuti prevaricatori e che saranno cacciati fuori del loro regno.
La dominazione delle Potenze provoca presso le nazioni idolatria, svergognatezza dei costumi, orgoglio, omicidi: lo si vede già in Gen. 4,11 (Caino, Lamec, il tempo di Noè; Nemrod, Babele). Il curioso passo di Gen. 6, 1-4 mostra il male che s’introduce negli uomini in seguito al difetto delle Potenze, che essendo cadute vogliono approfittare della creazione umana intrattenendo con le “figlie degli uomini” relazioni di fornicazione o prostituzione, il che dà origine ad un’umanità mostruosa. In Sap. 2,24 sta scritto che “è per invidia del diavolo che la morte è entrata nel mondo“. Satana “il serpente antico” (Apoc. 12,9), “il seduttore del mondo intero”, è il padre della menzogna (Giov. 8,44); “sin dall’origine egli è omicida” (Giov. 8,44), “peccatore” (1 Giov. 3,8), l’Avversario (1 Piet. 5,8), colui che vuole prendere il posto di Dio (cfr. 2 Tess. 2,4).

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Le conseguenze del Peccato originale? Da quel momento, la signoria sul mondo è stata assunta dal diavolo, che si serve degli angeli ribelli, le Potestà, per tenere gli uomini  in una condizione di schiavitù: schiavi del peccato, della morte, della carne e del mondo stesso!


L’uomo è schiavo; ma di che cosa?

di Francesco Lamendola

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