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venerdì 29 novembre 2019

Che morale può aver insegnato?

II - SULLA LETTERA DEL VESCOVO


Ancora sulla lettera del vescovo Marangoni. La Chiesa ha insegnato che il matrimonio è un sacramento indissolubile. La lettera stomachevole, del ben noto don Luigi Del Favero nel tentativo disperato di difendere il vescovo di Belluno-Feltre Marangoni  

Ancora sulla lettera del vescovo Marangoni
La lettera, stomachevole, del ben noto don Luigi Del Favero nel tentativo disperato di difendere il vescovo Marangoni

di don Floriano Pellegrini


COLOMBA ROSSA SCARICATO
  
Il sito della diocesi di Belluno-Feltre, di fronte all’ondata delle critiche, sacrosante, alla lettera e all’iniziativa del vescovo di Belluno-Feltre di chiedere scusa e fare il buonista con divorziati e separati, corre ai ripari e pubblica una lettera gratulatoria del ben noto don Luigi Del Favero, già insegnante di morale; capirete che morale può aver insegnato, se non quella dell’ipocrisia e del doppio gioco, almeno in faccende di ossequio ai superiori gerarchici, tirando in ballo la distinzione assurda tra foro interno e foro esterno !


La lettera è proprio stomachevole, per non dire vomitevole; qualcun altro penserà il contrario. Ci sono sempre quelli che pensano il contrario, l’importante è far vedere di essere degli allineati. A questo riguardo, in 35 anni di sacerdozio ne ho viste di cotte e di crude. Quand’ero assistente religioso all’ospedale di Belluno, proposi che le suore venissero alla S. Messa serale, nella cappellina di allora, assieme a quei rarissimi ammalati o loro parenti (due o tre persone in tutto) che vi assistevano. Il tal maniera si sarebbe evitata una S. Messa alle ore 6 del mattino che sembrava fatta tanto per accontentare il capriccio di qualche superiora delle suore. Ma non ci fu nulla da fare, anzi venni rimproverato di voler fare io il capriccioso, di non adattarmi alle regole, crear grane, rompere il quieto vivere con la direzione ospedaliera, che ci garantiva la paga, ecc. ecc. ecc. Arrivò, come nuovo assistente religioso, certo don Ivano Brambilla, ora decano di Cortina d’Ampezzo (si capisce bene, anche da questo, che ne ha fatta di strada). Lui non propose al vescovo, cioè non chiese, ma semplicemente lo informò che non avrebbe più fatto la S. Messa delle ore 6. E il vescovo non trovò nulla da dire, anzi trovò che l’iniziativa era saggia e lui da elogiare.
Questo è il sistema che non va: far vedere che una cosa è giusta o sbagliata in base alla bocca che pronuncia tale verità o menzogna. Con il Vangelo e Gesù Cristo, di cui il Vangelo riporta gli insegnamenti, non si può fare alla stessa maniera; la dottrina di Gesù è quella che è e la Chiesa si è sforzata, pur fatta da uomini peccatori, di metterla in pratica.
La Chiesa ha insegnato che il matrimonio è un sacramento indissolubile e romperlo, per colpa, è peccato. La Chiesa ha pure insegnato che tale peccato è grave; e, per terzo, si è sempre insegnato che le persone in peccato grave non possono ricevere Gesù nell’Eucaristia, cioè fare la Comunione. Possono e devono partecipare alla vita delle parrocchie, andare alla S. Messa, fare questo e fare quello, ma devono astenersi dal fare la Comunione, almeno quando ciò risultasse una contro-testimonianza o una specie di approvazione implicita (ma anche abbastanza evidente ed esplicita) del divorzio rato e consumato e che, insomma, sì sì e no no, la Comunione si può fare. Sembra brutto dire di no, un escludere, un allontanare ancor più; ma non è questa la questione, e non è che lo si faccia a cuor leggero, per cattiveria o per fedeltà alle tradizioni e dottrine vecchie, che sarebbero superate, come se le dottrine fossero cose fisiche, che invecchiano e muoiono. Dell’Eucaristia, cioè del Corpo mistico ed eucaristico di Cristo, non siamo proprietari e macchinette distributrici, a piacere, noi sacerdoti o vescovi. L’Eucaristia è quello che è, come la volle Cristo; essa rappresenta, come dice la parola, la più alta forma di Comunione che sulla Terra si possa avere con Lui, Figlio di Dio incarnato. San Paolo incita in modo esplicito a cristiani a non accostarsi all’Eucaristia se si è in peccato grave, per non “mangiare la propria condanna” (parole sue). Ora, non è certo in comunione con Cristo chi ha spezzato il vincolo sacramentale del matrimonio. Dare la Comunione, perciò, diventa un ingannare quel fedele, dirgli che è in unione intima con Gesù quando così non è.
Si potrebbero e dovrebbero dire molte altre cose. Ad esempio che, sì, certo, se si guardasse alla dignità morale propria, forse pochi si accosterebbero alla Comunione; questo è vero, ma ciò non toglie che, quando si sappia di essere in peccato veramente grave (e la rottura del sacramento del matrimonio è uno di questi peccati), almeno allora, sia giusto astenersi dalla Comunione. In coerenza e, tutto sommato, la comunità, che osserva (quando avvenisse, perché oggi – tra l’altro – nessuno vi fa più caso), dovrebbe sentire che deve stare a fianco di quella persona, aiutarla e pregare per lei, per la soluzione, se possibile, della sua situazione difficile. Questo è il vero aiuto che si può e si deve dare, non il buonismo di non parlar più di peccati e di accusare i preti di essere stati troppo severi con separati e divorziati; ma scherziamo?
Tutto questo dovrebbe dirlo un insegnante di morale, come don Luigi Del Favero, ma si sa chi è don Luigi Del Favero: è un uomo dell’apparato, più che un amante della verità in se stessa. Sembra abbia giurato di difendere gli uomini dell’istituzione ad ogni costo; oh, infelice! Preghiamo anche per lui, per la sua conversione, che, se sarà, sarà un autentico miracolo! Ecco, frattanto (i neretti sono all’originale), cosa non si è fatto scrupolo di scrivere oggi sul sito diocesano e i gestori del sito diocesano non hanno avuto scrupolo di pubblicare (cfr. http://www.chiesabellunofeltre.it/riprodotto-latteggiamento-del-buon-pastore/ ) :

Riproduce l’atteggiamento del buon Pastore
A proposito delle reazioni alla lettera del Vescovo. Piena solidarietà per una critica dai toni troppo aspri.

Anche attraverso il sito diocesano, desidero esprimere il “grazie” più sentito al nostro Vescovo per la provvida iniziativa di invitare ad un incontro amichevole e familiare, che si può ben qualificare come incontro di spiritualità, quanti sono reduci da un fallimento matrimoniale e forse ora stanno vivendo una nuova esperienza familiare. Vediamo riprodotto nel vivo l’atteggiamento del Buon Pastore che esce e va a cercare tutte le pecore del suo gregge e non trascura quelle considerate lontane; egli è consapevole che tra quanti hanno vissuto un fallimento, c’è chi ha lasciato le nostre comunità. Proprio a loro il Vescovo vuol far giungere una parola bellissima, capace di commuovere: «Siamo qui per confidarvi che ci mancate e che sentiamo bisogno di voi».  È una parola che mons. Marangoni ha affidato ad una lettera breve, chiara e piena di affetto. Proprio per questo testo vorrei dire un secondo “grazie” a don Renato che così ci mostra come parlare a fratelli e sorelle. Si è saputo che la lettera ha attirato l’attenzione di molti e l’adesione grata di tanti che si sono sentiti raggiunti dall’invito, ma contro di essa si è alzata, in modo a me incomprensibile, una critica dai toni troppo aspri per poter essere accettata come una critica fraterna. Non mancano infatti  insulti inaccettabili. Ci piacerebbe che il Vescovo sentisse la nostra piena solidarietà.
Riflettendoci e cercando di capire, trovo ingiustificate le due accuse più ricorrenti.
La prima afferma che il Vescovo di Belluno-Feltre non parla della rottura di un precedente matrimonio, che è rottura di un patto sacro e violazione dell’indissolubilità. Ora il testo sotto accusa parla di «vicende familiari travagliate», fa riferimento a «sogni, progetti, vocazione»,  che si erano alimentati e che hanno conosciuto la fragilità, attraverso situazioni complesse, con il concorso di tanti fattori che possono essere stati decisivi. Afferma che «tali vicende travagliate hanno disturbato e ferito i vostri affetti familiari». Se qualcuno cercava la parola “peccato”, riconosca che nelle espressioni citate, tutte presenti nella lettera, c’è la descrizione del peccato, in quanto male che ferisce e divide. In altri termini, è ben lontana dal Vescovo l’idea che si possa arrivare alla separazione e anche al divorzio fischiettando allegramente! E forse in questo modo si è più vicini al cuore del Padre misericordioso che al ritorno del figlio prodigo non si commuove per il ricordo dell’offesa da lui patita, ma per la visione delle sofferenze che ha provato il figlio stesso.
La seconda critica, ancora più dura, si concentra sulla richiesta di perdono, sul chiedere scusa presente nella lettera. E corre alla riga dove la richiesta di scuse si estende anche alla non ammissione ai sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia. Sono scuse doverose. Si rilegga l’intestazione della lettera e si considerino i destinatari: “Coniugi separati o divorziati o sposati civilmente o non sposati”. Quanti di questi sono rimasti per anni lontani dalla Comunione per il fatto di essere ‘solo’ separati o divorziati. È avvenuto per colpa nostra, per un clima di esclusione carica di giudizi severi, per  messaggi erronei e colpevolmente sbagliati da parte di parroci e di confessori «irrigiditi in una visione molto formale delle situazioni familiari». E quando si è trattato di separati o divorziati che vivono in una seconda unione o di sposati civilmente, non si è data la dovuta attenzione alle direttive della Chiesa che contemplavano, da lungo tempo, l’attenzione ai casi personali, da considerare secondo la prassi consolidata della morale cattolica.
Permettetemi di aggiungere che l’età, l’esperienza pastorale di tanti anni, l’approfondimento della teologia morale e la pratica della consulenza familiare, mi mettono in una condizione particolare per ripetere al nostro Vescovo il “grazie” più sentito per averci mostrato un sentiero che oggi confluisce nella grande strada che sta percorrendo con coraggio papa Francesco. A noi pare che si tratti semplicemente della strada del Vangelo.

don Luigi Del Favero

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Baliato dai Coi
( in Val di Zoldo )
Coi, 28 novembre 2019

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