ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 21 dicembre 2019

Le radici gnostiche della modernità

IL PRINCIPIO RESPONSABILITA’


Come il pensiero dominante ci ha indotto a credere che le colpe umane devono sempre caricarsi sulle spalle di qualcun altro: spaventa l’inversione tra bene e male e la capacità di lupi e sciacalli di rivestirsi di pelle d’agnello 
di Roberto Pecchioli  

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 Nel corso della lettura dei resoconti della recente conferenza sul clima di Madrid, rallegrata- si fa per dire- dalla presenza di una santa laica, Greta Thunberg-  conclusa con un solenne fallimento a malapena occultato dalle frasi fatte dei comunicati finali, ci siamo più volte imbattuti in un concetto vago, assai sospetto agli occhi di chi, come noi, ha smesso da tempo di credere alla buona fede delle istituzioni. Si tratta della “responsabilità sociale d’impresa”. Abbiamo svolto una rapida indagine, scoprendo che, una volta di più, si tratta di un’idea di matrice anglosassone. Il termine è stato introdotto nel 1984 da Robert Edward Freeman e descrive l’ambito delle implicazioni etiche nelle strategie d’impresa. Ha una sigla anglofona (CSR, Corporate Social Responsibility) ed è stata oggetto di definizione anche dall’Unione Europea: la responsabilità delle imprese per il loro impatto sulla società.

E’ un travestimento in più, la falsa patina di moralità di un modo di produzione – e dell’idea generale della vita come mercato- che nasconde dietro eleganti fumisterie la falsa coscienza, anzi l’assenza assoluta di coscienza morale. La sigla, criptica e legata al magico gergo degli affari, enfatizza e insieme cela ciò che sembrerebbe ovvio, ovvero il dovere dell’assunzione di responsabilità per le azioni compiute. Questo linguaggio equivoco dimentica l’essenziale: il bene e il male lo fanno le persone di carne ed ossa, e non i gruppi collettivi. I giuristi romani introdussero il concetto di persona giuridica come soluzione per situazioni complicate, ma precisarono immediatamente che si trattava di una fictio iuris, un espediente per governare aspetti specifici di una società complessa.

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E' l’atteggiamento dell’uomo occidentale moderno, privato del senso del male ad aver messo in crisi il suo rapporto con il mondo, rendendolo incapace, per l’egemonia del materialismo predatorio, di cogliere la trama, innanzitutto morale, della relazione con il creato. Va quindi ribadito con forza, dinanzi alle maschere e agli equilibrismi verbali del tipo della “responsabilità sociale d’impresa”, che alla fine sono sempre persone di carne e ossa a prendere le decisioni!

Nel presente, dobbiamo dare ragione a Giacinto Auriti, il quale, in un prezioso, pressoché introvabile saggio pubblicato in forma di atti di un convegno culturale, definiva le società di capitali, soggetti della nebulosa “responsabilità sociale”, come strumento di dominazione economica sganciato da qualunque etica, un’intelligente artificio per sfuggire i vari aspetti- morali, civili e penali –della responsabilità, dissolvendola nel labirinto delle tecniche giuridiche. Convince tanto più la tesi dello studioso abruzzese, se valutiamo la responsabilità attraverso il prisma deformato dell’ultimo mezzo secolo. Da tempo il pensiero dominante ci ha indotto a credere che le colpe umane devono sempre caricarsi sulle spalle di qualcun altro, che la responsabilità di comportamenti dannosi deve sempre attribuirsi alla società; che gli esseri umani nascono non solo perfettibili ma identici, per cui qualunque conflitto va addossato alle condizioni ambientali.
Una simile filosofia ha preparato con pompa solenne le giustificazioni virtuose dei ceti dominanti, le oligarchie economiche, finanziarie, scientifiche e tecnologiche che, con la complicità attiva delle autorità politiche, hanno condotto il pianeta alla crisi etica, comunitaria, ambientale di cui cominciamo a comprendere portata e conseguenze. A Ulpiano e Gaio non è mai passato per la testa di mettere in dubbio che è la persona fisica, l’uomo concreto, l’unico protagonista dell’etica e del diritto. Parlare di responsabilità di gruppi umani o istituzioni economiche come le imprese/società anonime, è un’invenzione recente, che coincide con il disconoscimento generale della logica.
Ciò che viene dimenticato è che il termine responsabilità ha significati diversi a seconda che si parli di persone fisiche o giuridiche. Quando si attribuisce un’azione a una persona giuridica si sta utilizzando il concetto di responsabilità in un senso traslato che non coincide affatto con il significato primario, riferito alla persona fisica. Il sistema economico e finanziario è bravissimo a giocare con queste differenze per sottrarsi alle conseguenze dei propri atti, il cui scopo è sempre il profitto, con scarso o nullo interesse per le ricadute sugli esseri umani, sulla società e sulla natura. Possiamo definire questa dimenticanza “mentalità socializzante”. Si trascura che la società umana è solo un mezzo per un fine, il bene comune, e, sotto il profilo individuale, lo strumento per la crescita assiologica della persona. La responsabilità del bene e del male cagionato è personale in senso primario; va dunque ripristinata l’opposta prospettiva, ovvero la mentalità personalista.

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Greta Thunberg

La differenza sta nell’aggettivo “morale”. In senso proprio, nessun gruppo umano ha responsabilità morale. Si tratta solo dell’attribuzione, più o meno artificiosa, di conseguenze giuridiche alle azioni di collettivi umani come associazioni, imprese, società anonime. Per esse, devono valere le conseguenze, non le intenzioni. Non reus nisi mens rea est, nessuno è colpevole se non lo è la sua mente, fu il principio di Giustiniano, relativo alle persone fisiche. Nicolai Hartmann corresse l’assurdo delle persone collettive di cui parlava Max Scheler, un grave errore di ascendenza russoviana, che servì da copertura intellettuale del totalitarismo, ma può essere altresì il pretesto dell’irresponsabilità e dell’impunità di cui godono le azioni commesse dalle imprese economiche e finanziarie per scopi di profitto o di dominio.
Vale la pena ricordare la notevole prestazione intellettuale di Hans Jonas, pensatore tedesco allievo di Martin Heidegger. Pur non uscendo dalle angustie del materialismo, Jonas resta uno dei pochi filosofi morali del nostro tempo e la sua opera maggiore, Il Principio Responsabilità (1979), pone l’uomo occidentale, accecato dall’idea di progresso, davanti alla scelta decisiva se restare un essere morale o lasciarsi agire dalla tecnica. Jonas ebbe anche il merito di individuare le radici gnostiche della modernità. Il suo punto di partenza è la constatazione che “il fare dell’uomo è oggi in grado di distruggere l’essere del mondo” Proprio il problema ambientale, accennato all’inizio di queste note con riferimento all’ ambigua categoria di responsabilità etica d’impresa, ispirò a Jonas un’intensa riflessione morale e bioetica sulla libertà e responsabilità di ciascun uomo nell’era tecnologica.
Il filo conduttore è la convinzione che nel rapporto alienato con la natura vada ricercata una delle prime cause della crisi della civiltà occidentale. Con l'avvento della potenza tecnologica si creano le condizioni affinché tale conflitto sfoci nell’irreversibile alterazione della condizione umana, attraverso l’ingegneria genetica e la distruzione dell’equilibrio della biosfera. Di qui la necessità di estendere la responsabilità morale a ciascun uomo di oggi e di domani, la cui esistenza è minacciata dall’esito nichilistico della tecnica. Il “principio responsabilità” intende porsi come una riformulazione dell’imperativo categorico di Kant in termini contemporanei: “agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla terra”.

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Hans Jonas

Concedendo all’uomo la libertà, afferma Jonas, Dio ha rinunziato alla sua potenza. Un paradosso cui si può replicare ricordando che è l’atteggiamento dell’uomo occidentale moderno, privato del senso del male e della trascendenza, ad aver messo in crisi il suo rapporto con il mondo, rendendolo incapace, per l’egemonia del materialismo predatorio, di cogliere la trama, innanzitutto morale, della relazione con il creato. Va quindi ribadito con forza, dinanzi alle maschere e agli equilibrismi verbali del tipo della “responsabilità sociale d’impresa”, che alla fine sono sempre persone di carne e ossa a prendere le decisioni, anche quelle apparentemente guidate dal determinismo economico e “tecnico”.  
Negli statuti delle persone giuridiche è messo in chiaro chi sono i responsabili concreti degli atti compiuti, ma la decisione presa da un gruppo umano non è altro che la volontà di chi ha il coltello dalla parte del manico. Il collettivo come tale, la fictio iuris della persona giuridica, non è responsabile morale di nulla. Responsabili morali sono coloro, o colui, che comanda. E’ un dettaglio assai importante. Se una società causa un danno sanzionato dalla legge, è eticamente ingiusto che paghi l’impresa. Ricevono un danno i dipendenti e gli stessi azionisti; in una civiltà moralmente orientata, il castigo dovrebbe ricadere innanzitutto sul patrimonio e sulla libertà personale di chi ha realmente causato il problema, ovvero i membri del consiglio d’amministrazione.
Se è una società anonima quella che paga, non vi è incentivo a cambiare atteggiamento e, in un mondo nel quale gli unici valori riconosciuti sono valutabili in denaro, persino i risarcimenti possono essere agevolmente contabilizzati e detratti come redditizie spese pubblicitarie. Al contrario, se fossero le persone in carne e ossa a pagare per le loro azioni, con tutte le conseguenze del caso, molte condotte cambierebbero.

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Martin Heidegger

IL PRINCIPIO RESPONSABILITA’ 
di Roberto Pecchioli 
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LA CONGIURA DEL SILENZIO

                                                  
    Dimmi chi non c’è, e ti dirò chi sei. La manipolazione culturale e la normalizzazione ideologica imposta nei libri dai vincitori purgando l'elenco degli autori? La condanna più grave è quella che s’infligge mediante il silenzio 
di Francesco Lamendola  

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Una comunità nazionale è come una grande famiglia, o almeno lo era fino a qualche decennio fa, cioè prima che i tentacoli della globalizzazione intaccassero e iniziassero a sfilacciare il tessuto sociale, i legami affettivi e professionali, le relazioni virtuose fra uomo e ambiente e quelle degli uomini con la tradizione, cioè con la loro storia e il loro passato. E come in alcune famiglie c’è un parente del quale nessuno parla volentieri, anzi che non viene neppure nominato, perché con il suo comportamento o i suoi atti ha gettato il disonore e il discredito su tutti gli altri, così anche presso alcuni popoli avviene la stessa cosa: la memoria di alcuni personaggi viene rimossa e costoro, benché morti da pochi anni o magari ancora in vita, è come se non fossero mai esistiti, è come se nessuno li avesse mai conosciuti, perché tutti quanti rifiutano di prendere atto del fatto che, invece, sono esistiti e hanno dato un contributo alle vicende di quella nazione; contributo che ora essa vorrebbe dimenticare e addirittura rimuovere dalla propria memoria. Ciò avviene specialmente dopo una rivoluzione o una guerra: perché dopo tali rivolgimenti la parte uscita vittoriosa dalla lotta desidera far sparire ogni traccia del nemico vinto, e solo dopo averlo fatto avrà la sensazione di aver chiuso i conti col passato e assicurato saldamente il proprio potere. E tale epurazione postuma non riguarda solo gli uomini politici, ma anche gli esponenti del mondo della cultura che hanno avuto la sfortuna di trovarsi, al momento della resa dei conti, dalla parte soccombente, per poco che abbiano resa esplicita la loro adesione, o anche solo una certa simpatia, nei confronti del caduto governo. Pertanto, se si vuol avere un’idea veritiera degli uomini e delle opere che hanno dato un contributo significativo alla storia di un popolo, non ci si può assolutamente limitare a quelli compresi nell’elenco per così dire ufficiale, poiché essi riflettono solo la parte uscita vittoriosa dalla lotta.

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La condanna più grave ad un autore è quella che s’infligge mediante il silenzio. Se un nome non c’è, quella memoria va perduta. E si ricordi che il prototipo di tutte le enciclopedie è proprio lei, l’Encyclopédie degli illuministi, pubblicata fra il 1751 e il 1780: la macchina da guerra da essi concepita e realizzata per veicolare la cultura massonica, deista e anticristiana e per distruggere le basi stesse della cultura precedente!

La storia, si sa, viene scritta dai vincitori; e ciò vale anche per il mondo della cultura, dello spettacolo, del giornalismo, del cinema, ecc. È chiaro che i personaggi più noti non possono semplicemente esser fatti scomparire, come accadde al faraone Akhenaton, il cui nome e le cui gesta vennero scalpellati via da tutti i monumenti e raschiato da tutti i papiri, poiché la casta sacerdotale al potere nell’antico Egitto aveva deciso di rimuovere la sua memoria; infatti il ricordo dei personaggi più importanti rimane nei ricordi delle persone e tutto quel che si può fare, da parte dei vincitori, è di avvolgere tale ricordo da un alone di negatività assoluta, bollandoli come dei delinquenti, dei criminali, dei pazzi sanguinari, ecc. Così, ad esempio, è capitato a Nerone per la storia romana, e in parte anche a Tiberio, benché le accuse tramandate nei loro confronti siano fortemente faziose e discutibili, così come faziose e discutibili sono le lodi sperticate e apparentemente unanimi che hanno accompagnato la memoria di altri, come Ottaviano Augusto (cfr. il nostro articolo: Augusto, il grande corruttore, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 22/05/14 e ripubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 25/12/17).

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Una comunità nazionale è come una grande famiglia, o almeno lo era fino a qualche decennio fa, cioè prima che i tentacoli della globalizzazione intaccassero e iniziassero a sfilacciare il tessuto sociale, i legami affettivi e professionali, le relazioni virtuose fra uomo e ambiente e quelle degli uomini con la tradizione, cioè con la loro storia e il loro passato!

Pertanto, il consiglio che ci sentiamo di dare a chi si avvicina a una società e a una cultura col sincero desiderio di conoscerne integralmente la storia, e quindi soprattutto alle giovani generazioni, è quello di non accontentarsi dell’elenco delle presenze, bensì di verificare anche l’elenco delle assenze. Ma, si obietterà, come può un giovane accorgersi se i libri, gli insegnanti, i giornali, i film,  i programmi televisivi, si sono “dimenticati” di illustrare la figura e l’opera di Tizio o di Caio, dal momento che egli non conosce quei personaggi, ma si affida alle informazioni che la cultura dominante gli trasmette? La risposta è appunto che non ci si può, non ci si deve, accontentare di quel che dice la cultura dominante, ma bisogna stare sempre con le antenne ben drizzate, e cercar di fiutare l’aria, in modo da intuire se ciò che viene detto dei personaggi del passato, quello lontano e anche quello recente, corrisponde a verità, industriandosi di andare alla ricerca delle fonti originali, in modo da fare la conoscenza anche di quei nomi, quelle figure e quelle opere che poi la censura del Politicamente Corretto ha espunto intenzionalmente. Nella società dell’immagine, qual è la nostra, la memoria tende a svanire estremamente in fretta, non solo da una generazione all’altra, ma perfino all’interno della stessa generazione: chi ricorda più, a distanza di vent’anni, il cantante X o l’attrice Y, che a suo tempo fecero tanto parlare di sé? E chi ricorda quest’anno le canzoni che avevano scalato le classifiche appena l’estate scorsa? Perciò, se la memoria di una persona, di un’opera o di un evento non viene fermata sulla carta stampata, è quasi certo che i giovani, nati venti, trenta, cinquanta anni dopo, non sapranno mai neppure che quella persona, quell’opera o quell’evento sono esistiti. Ma non ci si può fidare neanche delle enciclopedie? Anzi, soprattutto di quelle: sono i testi nei quali più pesantemente si riflette l’ideologia dominante; e, in tempi di Pensiero Unico, sono quelli che servono a promuovere e a condannare nella maniera più evidente; laddove la condanna più grave è quella che s’infligge mediante il silenzio. Se un nome non c’è, quella memoria va perduta. E si ricordi che il prototipo di tutte le enciclopedie è proprio lei, l’Encyclopédie degli illuministi, pubblicata fra il 1751 e il 1780: la macchina da guerra da essi concepita e realizzata per veicolare la cultura massonica, deista e anticristiana e per distruggere le basi stesse della cultura precedente. Dunque, ciò che bisogna fare è andare il più possibile alle fonti; prendere nota di ciò che fecero, dissero e scrissero gli uomini di quel tempo, cercando di non lasciarsi suggestionare dai giudizi emessi poi, alla luce del Politicamente Corretto; e infine andare a verificare quanti di quei personaggi sono “spariti” dall’elenco della spesa, quanti sono stati cancellati e rimossi, e così farsi un’idea del livello di manipolazione culturale che la società attuale esercita sui suoi membri, pur se si spaccia per la più libera e la più democratica di tutte le società, anzi, pur se esalta se stessa proprio per il fatto di esser nata da una lotta per la libertà contro le forze del totalitarismo.

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Non ci si deve, accontentare di quel che dice la cultura dominante, ma bisogna stare sempre con le antenne ben drizzate, e cercar di fiutare l’aria, in modo da intuire se ciò che viene detto dei personaggi del passato corrisponde a verità, industriandosi di andare alla ricerca delle fonti originali, in modo da fare la conoscenza anche di quei nomi, quelle figure e quelle opere che poi la censura del Politicamente Corretto ha espunto intenzionalmente!

Si dirà che tutto questo richiede un eccessivo dispendio di energie; e può darsi che sia vero. D’altra parte, la conoscenza non è un piatto pronto che basta consumare e digerire; è una ricerca sempre faticosa e sempre solitaria, perché non ha valore se non è frutto di conquista personale, e sia pure, in certi casi, con l’aiuto determinante di una guida qualificata. Qualcuno potrebbe chiedere se valga la pena di sobbarcarsi una simile fatica solo per conoscere onestamente il passato, non accontentandosi di ciò che dice la cultura dominante. Rispondiamo: dipende da ciò che si ritiene importante nella propria vita. Se si pensa che conoscere onestamente il passato sia un lusso, un extra, una sorta di capriccio per gente che non ha niente di meglio a cui dedicarsi, allora sì, è meglio lasciar perdere e dedicarsi a qualcos’altro, ad esempio a fare shopping, andare al cinema a vedere l’ultima idiozia uscita dagli studi di Hollywood, o passare le ore nei camerini dei negozi d’abbigliamento per guardarsi allo specchio e vedere se la giacca o la gonna o il vestito cadono bene o cadono male. Se invece si pensa che non c’è vera umanità senza conoscenza delle proprie radici e della propria identità; che anzi non si è neppure veramente se stessi se si costruisce la propria vita sulle menzogne che vengono spacciate dal Pensiero Unico e alle quali la massa si adatta come un gregge di pecore, salvo poi trovarsi ingabbiati in un meccanismo che non lascia scampo e che opera uno sfruttamento sempre più spietato e una manipolazione sempre più cinica, allora si comprende che si tratta d’una fatica che vale il gioco e che non si perde tempo, ma lo si guadagna, e che sarebbe impossibile costruire alcunché di solido e durevole sulle ondeggianti fondamenta della menzogna e la palude di una verità addomesticata.

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 La storia la fanno i vincitori, pertanto, se si vuol avere un’idea veritiera degli uomini e delle opere che hanno dato un contributo significativo alla storia di un popolo, non ci si può assolutamente limitare a quelli compresi nell’elenco per così dire ufficiale, poiché essi riflettono solo la parte uscita vittoriosa dalla lotta!

Dimmi chi non c’è, e ti dirò chi sei 
di Francesco Lamendola


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