ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 24 agosto 2020

Abbandonando Dio

Il futuro del mondo è senza Dio (o quasi)

Spesso si dipinge, a ragione, l’Occidente come la culla della secolarizzazione e dell’ateizzazione, il faro della cristianità divenuto bastione del relativismo culturale e del nichilismo, luogo in cui scienza e fede non possono coesistere e dove la seconda occupa una posizione sempre meno rilevante negli affari pubblici e nell’intimità delle persone.

La tendenza, in effetti, sembra inevitabile e irreversibile e ha colpito indistintamente ogni Paese occidentale, comportando l’entrata in una “fase post-cristiana” di numerose nazioni, fra le quali Paesi Bassi e Germania, e la caduta di baluardi storici del cattolicesimo, come l’Irlanda. Soltanto in alcuni teatri, come ad esempio nello spazio postcomunista, si è assistito ad un ritorno del sacro nella politica e nella società che, comunque, non è privo di tensioni – e quanto sta accadendo in Polonia è il migliore specchio di questa realtà.
Contrariamente al quadro comune che viene dipinto non è soltanto l’Occidente che sta diventando “senza Dio”: è il mondo intero. Questo è, almeno, il risultato di una lunga inchiesta recentemente pubblicata da Foreign Affairs, dettagliata, ricca di fonti e supportata dai numeri.

Il mondo sta diventando ateo

Il titolo dell’indagine, pubblicata l’11 agosto di quest’anno, è eloquente e rispecchia fedelmente il contenuto e i risultati finali emersi dalla raccolta dei dati: “Giving Up on God. The Global Decline of Religion” (ndr. Abbandonando Dio: il declino globale della religione). Gli autori del lavoro hanno deciso di tornare su 43 casi-studio, comprendenti il 60% della popolazione mondiale, di cui era stata analizzata la situazione religiosa nel periodo 1981-2007, monitorandone l’evoluzione dal 2007 al 2019.
Nel primo periodo selezionato in 33 Paesi su 49 era stato registrato un aumento della religiosità da parte degli abitanti, soprattutto nello spazio postcomunista e nel mondo in via sviluppo e, in misura minore, in alcuni Paesi avanzati. I risultati sembravano convergere verso una spiegazione controcorrente: “l’industrializzazione e la diffusione della conoscenza scientifica non provocano la scomparsa della religione”.
Ma dal 2007 ad oggi 43 Paesi su 49 sono stati travolti da una tendenza inversa a quella precedente, ovvero la perdita di religiosità; e ad un ritmo più veloce. La secolarizzazione sta colpendo in egual misura Paesi sviluppati, in via di sviluppo e sottosviluppati, e sebbene i motivi siano diversi, a volte indipendenti e a volte correlati tra loro, uno sembra essere particolarmente incisivo e ricorrente: l’emancipazione sessuale. In breve, “le società moderne sono diventate meno religiose perché, in parte, non supportano più la difesa di quelle categorie di genere e di norme sessuali che le maggiori religioni mondiali hanno instillato per secoli”.
La scoperta di nuove norme comportamentali nei confronti del sesso e del genere sarebbe, quindi, il primo passo verso l’allontanamento dalla fede di appartenenza. Ma altri fattori entrano in gioco: lo sviluppo comporta benessere e sicurezza, perciò i fedeli che non appartengono ad una confessione per reale credo, ma per approfittare dei possibili benefici derivanti dal far parte di una comunità, se ne distanziano, trovando in altre istituzioni sociali ciò che cercano, liberi dagli obblighi e dalle costrizioni morali delle religioni.
Non sarebbe quindi la diffusione del progresso scientifico, e della mentalità ad esso correlata, la causa prima della perdita della fede, quanto la diffusione del benessere. Essere parte di una comunità significa godere di uno scudo protettivo, e questo era vero soprattutto nei secoli scorsi, quando i pericoli di carestie e guerre civili erano frequenti anche in quei Paesi che oggi compongono il cosiddetto Occidente. Infatti, la religione non ha mai svolto un ruolo puramente metafisico, ovvero fornire agli esseri umani gli strumenti per affrontare dei quesiti esistenziali per i quali la scienza non possiede risposte, ma ha anche protetto fisicamente, ha fornito aiuto materiale e morale, ha fatto politica.
Nell’ordine degli Stati contemporaneo, però, in cui vige una rigida separazione tra dimensione religiosa e sfera pubblica, e dove è quest’ultima a fornire (quasi) tutto ciò di cui una persona ha bisogno, la fede finisce per rivestire un’importanza centrale soltanto per coloro che appartengono ad una confessione per reale convinzione.

Il caso degli Stati Uniti

Dall’analisi dei casi-studio è emerso un fatto curioso: le società sperimentano un tipo di polarizzazione che si conclude a detrimento delle confessioni ogni qualvolta il potere politico si serva della religione per mobilitare i fedeli nell’aspettativa di ottenerne i voti. Questo evento, secondo gli autori della ricerca, sarebbe una delle cause principali della drammatica scristianizzazione degli Stati Uniti.
Nel caso specifico il riferimento è alle guerre culturali (omosessualità, aborto, ideologia di genere, pena di morte, e molto altro) che dagli anni ’90 dividono la destra religiosa e la sinistra liberal: la strumentalizzazione della religione a scopo politico avrebbe spinto i fedeli secolarizzati ad abbandonare le chiese di appartenenza, comportando al tempo stesso una radicalizzazione di coloro che hanno deciso di restare e di coloro che, invece, non ne fanno parte perché atei. Il risultato è sotto gli occhi dell’opinione pubblica mondiale: la società americana non è mai stata così divisa come nell’era Trump in due opposti estremismi impegnati a combattere le guerre culturali di stampo etico con tanto livore.
Dio sta scomparendo dall’orizzonte degli americani, questa è la drammatica conclusione alla quale è giunto Foreign Affairs basandosi, anche, sul modo radicale in cui sono cambiate le risposte ad una domanda sulla centralità di Dio nella quotidianità del vivere dal 2007 al 2017. Nel primo caso gli intervistati avevano risposto che, su una scala da uno dieci, Dio era importante “8.2”; dieci anni dopo lo stesso campione ha risposto “4.6”.

Le eccezioni

Nella stragrande maggioranza dei casi-studio presi in esame da Foreign Affairs la religiosità ha registrato un grave crollo, ma si segnalano alcune curiose eccezioni. Per quanto riguarda lo spazio postsovietico, la fine del comunismo ha effettivamente comportato un ritorno del sacro, ma non in maniera uniforme. La riscoperta della fede è avvenuta laddove essa è stata storicamente percepita come un elemento inseparabile dall’identità nazionale e vissuta genuinamente e profondamente, come ad esempio in Russia e in Bulgaria. In questi due Paesi la religiosità è aumentata costantemente dal 1981 al 2019.
L’aumento della religiosità è stato riscontrato anche in Brasile, in Messico e in Sud Africa; Paesi caratterizzati dal fatto di essere stati attraversati simultaneamente da tre eventi: l’attecchimento della secolarizzazione, la ritirata del cattolicesimo e l’avanzata preponderante del protestantesimo evangelico e neopentecostale. In breve, secolarizzazione e de-cattolicizzazione, insieme, hanno avuto un effetto sulle suscritte società meno considerevole di quello esercitato dalla “rivoluzione protestante”.
Ad ogni modo, l’eccezione più significativa è l’India. Qui è stato registrato l’aumento di religiosità più ragguardevole: su una scala da 0 a 1, l’incremento è stato pari a 1. L’ascesa di Narendra Modi e la trasformazione del nazionalismo indù in una forza motrice della cultura e della politica di Nuova Delhi sarebbero le manifestazioni più iconiche di questa risurrezione identitaria che sta caratterizzando in egual misura induisti e musulmani.

Un caso a parte: il mondo islamico

Per via della difficoltà di condurre sondaggi approfonditi nelle realtà islamiche, gli autori dell’inchiesta si sono limitati a raccogliere dati e informazioni su temi come l’accettazione del divorzio, dell’aborto e dell’omosessualità ovunque fossero disponibili. Presso il World Values Survey, il centro dati al quale è stato fatto riferimento per la ricerca, erano presenti dei numeri utili per ricostruire parzialmente le dinamiche religiose di 18 Paesi musulmani – e i risultati sono sorprendenti.
Mentre il mondo intero si è diretto verso la graduale accettazione di nuovi valori e sistemi, come la tolleranza e l’accettazione dell’omosessualità, dell’aborto e la de-strutturazione delle famiglie di tipo patriarcale – che a loro volta sono un riflesso della secolarizzazione – nel mondo musulmano questa tendenza non ha attecchito.
L’analisi dei dati dei 18 Paesi presi in esame parla chiaro: “[essi] rimangono fortemente religiosi e impegnati a preservare le norme tradizionali riguardanti il genere e la fertilità. Pur in presenza di sviluppo economico, i Paesi a maggioranza islamica tendono ad essere, in qualche modo, più religiosi e culturalmente conservatori della media [mondiale]”.
Se le tendenze catturate e misurate da Foreign Affairs dovessero cristallizzarsi, e la rinascita identitaria di Paesi come Russia e Turchia sembra confermare questa ipotesi, un domani la religione e la fede potrebbero continuare ad esistere soltanto in alcune e precise regioni del pianeta, come il mondo islamico e una parte dello spazio postcomunista, e anche all’interno di alcuni Paesi post-cristiani – ma in questi ultimi sarebbero vissute nel più stretto riserbo da minoranze esigue di credenti, irrilevanti dal punto di vista politico e dell’ordinamento morale delle società.
Emanuel Pietrobon
24 AGOSTO 2020
https://it.insideover.com/religioni/il-futuro-del-mondo-e-senza-dio-o-quasi.html?utm_source=ilGiornale&utm_medium=article&utm_campaign=article_redirect

IL LUNGO CONFLITTO
Perché ora siamo disarmati di fronte all'islam

Qualcuno, come fece Oriana Fallaci, ancora si chiede perché la Chiesa non prenda posizione netta nei confronti dell’islam. La Chiesa ha sempre chiamato a raccolta i cristiani per la difesa dall'islam. Ora non è più possibile perché non c'è più una cristianità

   Assedio di Vienna (1683)

Qualcuno, come fece Oriana Fallaci, ancora si chiede perché la Chiesa non prenda posizione netta nei confronti dell’islam. Come ha fatto per secoli. Già, perché se non siamo tutti musulmani lo si deve proprio alla Chiesa.

Fu grazie alla sua insistenza se nel 1098 partirono le Crociate, quando l’imperatore bizantino, disperato, chiese aiuto ai fratelli cristiani d’Occidente; fu il papa Urbano II a sbottare, a Clermont, nei confronti della litigiosa nobiltà feudale: signori, se proprio avete voglia di menare le mani, perché non andate a farlo in difesa dei fratelli d’Oriente? Il papa, in quell’occasione, snocciolò le atrocità commesse sui pellegrini cristiani. E fu ascoltato. Fu un altro papa, san Pio V, a metterci i denari e la tessitura diplomatica necessaria quando si trattò di organizzare la spedizione di Lepanto nel 1571. Un secolo prima, la liberazione di Belgrado fu dovuta ancora alla Chiesa, che tassò tutto il clero per radunare un esercito cristiano. E fu un suo uomo, il francescano san Giovanni da Capestrano, a galvanizzare la raccogliticcia armata e a permettere a Janos Hunyadi la vittoria. Quel giorno lo si festeggia ancora, è il 6 agosto, festa della Trasfigurazione (istituita per simboleggiare la gioia che “trasfigurò” il volto dell’Europa), ed è da allora che le campane di tutta la cristianità suonano a mezzogiorno.

Nel 1683 fu ancora un papa a liberare Vienna dall’assedio maomettano (Vienna, nel cuore dell’Europa), svenandosi finanziariamente (l’imperatore austriaco, Leopoldo, non aveva uno scellino). E ancora un francescano, il b. Marco d’Aviano. Questo, mentre la Francia di Luigi XIV trescava col turco (non era una novità: nel secolo precedente il francese Francesco I lo aveva già fatto contro l’imperatore Carlo V). Ai francescani è affidata la Custodia della Terrasanta perché il loro è stato il tributo di sangue più alto nel rapporto con l’islam. I primi cinque ammazzati (i cosiddetti Protomartiri francescani) stavano appunto predicando in Marocco. Fu vedendo i loro cadaveri che l’agostiniano portoghese Fernando de Bulhões decise di farsi francescano col nome di Antonio di Padova (sì, proprio lui), e solo la malaria lo indusse a rinunciare alla missione nell’Africa musulmana.

Lo stesso Francesco d’Assisi provò tre volte a recarsi personalmente in terra islamica. La terza come cappellano della Quinta Crociata. Qui sfidò il sultano Malik al Kamil all’ordalia del fuoco, per vedere chi aveva ragione tra Cristo e Maometto (ma i mullah prudentemente rifiutarono). Il padre del “dialogo” cristiano-musulmano è ancora un francescano, il b. Raimondo Lullo (Ramón Llull), spagnolo. Ex militare, nel XIII secolo fondò una scuola in cui i francescani studiavano l’arabo e il Corano, appunto per cercare un contatto tra i due mondi. Ma, dopo una vita passata ad analizzare l’islam e gli islamici (Lullo è considerato uno dei maggiori eruditi di tutti i tempi), concluse che con quelli non c’era modo di ragionare e girò per i concili predicando la crociata definitiva, per la quale auspicava la fusione di tutti gli ordini monastico-militari. Morì in Africa, lapidato indovinate da chi.

Potremmo andare avanti con gli esempi storici per un libro intero, ma non c’è lo spazio. La Chiesa, domatrice di popoli, è riuscita ad ammansire gli unni e i vikinghi, i magiari e persino i vandali. Ma non ha mai, dico mai, concluso granché con gli islamici. Infatti, dal secolo VII la condizione permanente, a parte intervalli più o meno lunghi, è il conflitto. Lo dice la storia, non noi. Tornando alla domanda iniziale, come mai oggi la Chiesa cerca disperatamente il dialogo, pur sapendo che è un dialogo, sì, ma tra sordi? Perché non c’è più una cristianità. Anzi, non c’è più un Occidente. Le uova di drago seminate dagli –ismi (cominciando dall’Illuminismo e finendo col Comunismo) hanno lasciato l’ex Occidente in braghe di tela, e i papi da oltre due secoli sanno bene che nessuno muoverà un dito per soccorrere quei poveri disgraziati che confessano Cristo (di nascosto, naturalmente) nei luoghi dove i musulmani comandano. Ogni parola “sbagliata” del papa può costare la pelle a migliaia di cristiani, e nessuno nell’ex Occidente farà una piega. Sarà già tanto se qualche giornale ne parlerà in un trafiletto in una pagina interna. Dunque, la Chiesa deve trattare con i guanti ayatollah e imam, mullah e muftì, sperando nella loro benevolenza. Purtroppo la sorte ha voluto che su quasi tutto il petrolio mondiale stessero seduti proprio i seguaci del Profeta, ai quali farebbero un baffo eventuali sanzioni economiche. Da qui il “dialogo”.

Rino Cammilleri
https://lanuovabq.it/it/perche-ora-siamo-disarmati-di-fronte-allislam
Chi era San Francesco? Ce lo spiega Chesterton

Chi era davvero san Francesco? Per ricostruirne la figura consigliamo la lettura dell’interessante saggio San Francesco d’Assisi (edizioni Lindau) di G. K. Chesterton e del romanzo Il gioioso mendicante (edizioni Rizzoli) di Louis de Wohl.


Morto nel 1226 e canonizzato solo due anni più tardi, san Francesco d’Assisi divenne ben presto protagonista di molte opere (narrative o saggistiche). Fin da subito nacque una fiorente letteratura sul santo.

L’agiografia due-trecentesca presentava san Francesco d’Assisi secondo una duplice tradizione. Ad un’impostazione in cui il santo veniva descritto in chiave edulcorata e miracolistica, che trovava la sua espressione nella Legenda prima e nella Legenda secunda di Jacopo da Varagine (1228-1298) e nel XIV secolo nei Fioretti di san Francesco (1370-1390), se ne contrapponeva un’altra più realistica riconosciuta come più veritiera e attendibile dall’ordine francescano delle origini di cui esempio più famoso era la Legenda maior (1260-1263) di san Bonaventura da Bagnoregio (1217/1221 circa-1274).

Ma chi era davvero san Francesco? Per ricostruirne la figura consigliamo la lettura dell’interessante saggio San Francesco d’Assisi (edizioni Lindau) di G. K. Chesterton (1876-1924) e del romanzo Il gioioso mendicante (edizioni Rizzoli) di Louis de Wohl (1903-1961).

L’immensa produzione di Chesterton, scrittore e giornalista, spazia dalla narrativa (ad esempio, L’uomo che fu giovedì, I racconti di Padre Brown) alla saggistica fino alla miriade di articoli giornalistici che l’hanno reso il più brillante giornalista inglese del secolo scorso.

Lungi dalla biografia sentimentale e agiografica, il saggio di Chesterton presta attenzione al significato delle tante storie di san Francesco che «troppo spesso vengono usate come una sorta di residuo romantico del mondo medioevale, invece di essere, a immagine del santo, una sfida al mondo moderno».

Animato da quel sano realismo che è scevro di posizioni razionalistiche che non permetterebbero di comprendere appieno la santità dell’uomo, Chesterton cerca di inserire l’Assisiate all’interno della cultura e del contesto storico, sfidando la tendenza giornalistica che – a suo dire – trascura troppo spesso la tradizione in cui un fenomeno si colloca.

Così, scartando le due posizioni prevalenti della critica e della biografia che hanno letto il santo o alla luce di un’analisi sociale o sotto una prospettiva teologica, Chesterton sceglie una terza via, che è quella di condurre una ricerca animata dallo stupore per l’eccezionalità di un uomo, che è stato il vero genio del Duecento.

Per ricostruire la figura incontrata, lo scrittore sceglie pochi aneddoti, ma con la vena da affabulatore che gli è propria, la semplicità e la meraviglia del neofita, li spiega come se fossero successi a lui, con la potenza dell’immedesimazione in un santo innamorato di Cristo, proprio come lui neoconvertito. L’immagine che ne emerge è affascinante.

San Francesco era soprattutto una persona che sapeva dare e la cosa che più gli stava a cuore era il miglior modo di dare, cioè ringraziare. […] Di lui si può dire che ha scritto un trattato dell’accettazione, un trattato della gratitudine. Francesco capiva fino in fondo la teoria del ringraziamento, il cui fondamento è un abisso senza fine. Sapeva che rendere grazie a Dio poggia sulle sue basi più solide quando non poggia su nulla. […] Possiamo misurare l’intensità del miracolo dell’esistenza se ci rendiamo conto che, se non fosse per uno straordinario atto di clemenza, noi potremmo anche non esistere.

San Francesco è stato seguace di Cristo e proprio per questo è stato un precursore:

ha dato all’Italia la poesia prima che venisse al mondo Dante; si è eretto a tribuno dei poveri prima del regno di san Luigi; ha dipinto affreschi prima di Giotto. […] Il grande pittore che ha dato inizio a tutta l’ispirazione della pittura europea si è ispirato a san Francesco. Si dice che quando san Francesco mise in scena, con la semplicità che gli era propria, una rappresentazione della natività di Betlemme con i re e gli angeli nei rigidi e vistosi costumi medioevali e con le ali dorate che facevano da aureole, fu un miracolo pieno di splendore francescano. […] È stato l’anima della civiltà medioevale che non si era ancora data un corpo. C’è anche un’altra corrente di ispirazione spirituale dovuta in larga misura a lui: tutta quella spinta riformista dei tempi medioevali e moderni di cui è responsabile il motto: Deus est Deus pauperum.

Non certo sognatore, san Francesco fu uomo pratico, di azione, rapido fin quasi ad essere precipitoso nei compiti che si assumeva o nelle promesse che dava. Che entusiasmo comunica l’episodio in cui il santo mendica pietre per la ricostruzione della chiesa di San Damiano! La sua stranezza è operosa, caritatevole, entusiasta, infuocata di una passione ardente per Cristo. È la stranezza stessa di un seguace di Colui che fu paradosso e segno di contraddizione per tutti. «Noi non siamo mai saliti così in alto, perché non siamo mai scesi così in basso» scrive Chesterton a proposito di san Francesco.

Ed effettivamente nella lettura tralucono tanto l’attenzione dello scrittore ai limiti umani e al peccato quanto la letizia per aver incontrato Colui che redime la nostra miseria. Proprio da questa duplice consapevolezza nasce il senso umoristico e ironico del narratore che si dispiega in forma così semplice che il lettore ha l’impressione di accompagnare il santo nelle sue avventure.

Una doppia prospettiva (esterna al cenacolo del santo ed interna, cioè consentanea alle ragioni profonde del suo operare) permette al lettore di leggere la storia francescana sotto l’ottica mondana e sub specie aethernitatis.

Lo scrittore ungherese, naturalizzato britannico, Louis de Wohl (1903-1961) dedica molti romanzi alle figure dei santi.

Ne Il gioioso mendicante (tradotto in italiano nel 2013) Louis de Wohl presenta un uomo che abbandona tutto (la gaudente vita precedente, le ricchezze e l’agiatezza della casa paterna, la brama di combattere, la sua immagine di rex iuvenum ovvero «re dei giovani», ambìto dalle compagnie di Assisi) per seguire Cristo.

Le vicende personali del santo sono inserite nel quadro storico contemporaneo, animato da personaggi come papa Innocenzo III, papa Onorio III, l’imperatore Federico II, il sultano Al-Kamil, santa Chiara e attraversato da grandi conflitti (come le crociate, gli scontri tra Papato e Sacro Romano impero).

Con uno stile appassionato e teatrale, che indulge spesso al dialogo vivo tra i personaggi, Louis de Wohl fa rivivere la vita di san Francesco, ripercorrendone la storia dalle diatribe e incomprensioni con il padre Pietro di Bernardone alla scelta radicale di vivere come mendicante, privo di tutto, ricco solo dell’amore di Cristo, dagli incontri con i papi al viaggio per incontrare il sultano durante la crociata. 

Infine, ammalatosi, san Francesco chiese di conoscere la verità sulle sue condizioni di salute. Gli risposero che sarebbe presto morto.

«Benvenuta, sorella Morte» aveva detto subito, con gioia, e aggiunto una nuova strofa al suo Cantico di frate Sole. […] Infine aveva chiesto, e persino implorato i fratelli di riportarlo ad Assisi, e alla Porziuncola. […] Lui aveva redatto il suo testamento, esprimendo i propri desideri per i fratelli, poiché quei desideri erano i suoi unici averi terreni, tranne il corpo che stava per lasciare. Dicono si fosse messo a cantare. Quando frate Elia, con dolce rimprovero, gli suggerì che fosse più decoroso pentirsi dei peccati, lui rispose: «L’ho già fatto questa mattina. Adesso voglio lodare la bontà di Dio». Verso sera, intonò un altro salmo. […] Poi tacque. E non appena scese il silenzio, si levò il richiamo di un’allodola, alla quale subito rispose un’altra e un’altra ancora.

Giovanni Fighera
https://lanuovabq.it/it/chi-era-san-francesco-ce-lo-spiega-chesterton

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