ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 24 dicembre 2020

In questa vigilia della Notte Santa.

Natale con il cardinale Pell. La luce di Gesù illumina anche chi è in prigione



La meditazione natalizia che segue è stata offerta dal cardinale George Pell ad Asia News, l’agenzia del Pontificio Istituto Missioni Estere del cui direttore, padre Bernardo Cervellera, egli è amico da decenni.

Asia News l’ha pubblicata il 18 dicembre e Settimo Cielo la ripropone qui con la sua autorizzazione.


Un anno fa, a Natale, Pell era rinchiuso in una cella di massima sicurezza, senza messa né comunione. Un po’ come nelle icone natalizie orientali, che raffigurano il neonato Gesù, se non proprio in prigione, in una grotta buia come un sepolcro e fasciato come in un sudario.

Settimo Cielo ha anticipato alcune pagine dei suoi diari di carcerato:

> Anteprima. I diari di prigione del cardinale Pell

A lui la parola, in questa vigilia della Notte Santa.

*

“QUELLA NASCITA DAVVERO MIRACOLOSA”

di George Pell

Durante tutto quest’anno il Covid-19 ha portato nel mondo malattia e morte, anche se non così tanto come temevamo. La pandemia ha bloccato i viaggi internazionali e danneggiato o diminuito le attività commerciali. Per tutto ciò quest’anno stiamo per celebrare Natale in un brutto periodo, sebbene questo non sia il peggiore. Non abbiamo alcuna guerra mondiale che infuria, nessuna grande carestia, e in più abbiamo questi nuovi vaccini che promettono un freno e un controllo alla malattia.

Quest’anno per me le cose vanno meglio. In questo isolamento e confusione, io vado controcorrente, perché lo scorso Natale ero in prigione a Melbourne (Australia) per un crimine sessuale che non avevo commesso. Durante i miei 404 giorni spesi in due prigioni, non ho potuto mai celebrare la messa; ricevevo la comunione solo una volta alla settimana grazie a una suora meravigliosa, responsabile della cappellania cattolica del carcere. Non ho potuto ricevere la comunione il giorno di Natale, segnato però da qualche buon cibo natalizio di stile inglese, tacchino e dolce di prugne, e ho potuto augurare “Buon Natale!” alle guardie.

Al di là di questo, è stato un altro semplice giorno di prigionia, da cui potevo fuggire solo con la mia immaginazione, le mie letture, o i programmi religiosi di Natale alla televisione. Fin dalla più tenera età ho amato i canti natalizi, non solo ascoltarli, ma cantarli con la comunità. “O Come all ye faithful” (“Adeste fideles”) e il canto tedesco “Silent Night” (“Astro del Ciel”) erano i miei preferiti nella fanciullezza, anche se oggi per me “O Holy Night” è al primo posto nella lista. Lo scorso Natale ho potuto guardare in televisione il programma “Carols by Candlelight” (“Canti a lume di candela”), ma non mi è stato possibile udire o vedere i due cori di miei sostenitori (uno era un gruppo di vietnamiti) che si erano radunati fuori della prigione per cantare i nostri canti preferiti. Non sono sicuro che altri, o almeno qualcuno dei prigionieri abbia potuto ascoltarli, il che è una doppia amarezza.

A causa di ciò, nella libertà che vivo qui a Roma, così tristemente vuota di pellegrini, in questo periodo natalizio penso in modo speciale a coloro che sono in prigione, separati dalle persone che amano, siano essi in carcere per una giusta punizione, o incarcerati perché lottano per la libertà, o perché perseguitati, appartenendo a un qualche gruppo religioso o sociale. Anche nel migliore dei sistemi, vi sono prigionieri innocenti reclusi; e dove i sistemi sono corrotti, o dove vi è una oppressione o persecuzione sistematica, vi sono molti prigionieri innocenti che soffrono. Dovremmo pregare anzitutto per loro, in questo periodo, in cui preghiamo per la “pace sulla terra agli uomini di buona volontà”.

Alla gente di Galazia, circa 60 anni dopo il primo Natale, san Paolo ha spiegato il Natale con queste parole: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l'adozione a figli”.

Quella nascita era davvero miracolosa, nonostante la puzza della stalla e la povertà dell’ambiente, perché la Madre del bambino, Maria, era una vergine e suo marito Giuseppe non era il padre biologico. Il neonato era vero Dio e vero uomo; Emmanuel, Dio con noi, perché Dio era suo padre.

Maria e Giuseppe erano ebrei per stirpe e religione. I vangeli ci raccontano che Giuseppe era un “díkaios”, parola greca che indica un uomo buono e giusto, e Maria è considerata da tutti i cristiani come la più grande delle sante: entrambi erano membri di quella stirpe scelta da Dio per introdurre il monoteismo nella storia. C’è un solo Dio, spiegato in modi differenti nelle tre grandi tradizioni monoteistiche: ebraismo, cristianesimo, islam, ma solo noi cristiani celebriamo il Natale, la nascita dell’unico Figlio di Dio.

Il cristianesimo ha avuto una forte presenza nel mondo occidentale per almeno mille anni, da quando la l’antica Russia si è convertita; e ancora prima in Italia, Grecia, Francia, Spagna dai tempi di Costantino, il primo imperatore cristiano dell’impero romano, che nel 313 d.C.  ha garantito la libertà religiosa a questa minoranza perseguitata. Ma il cristianesimo non è una religione occidentale, non solo perché il Medio Oriente e l’intera Africa del nord erano un tempo cristiani, ma perché il cristianesimo è nato in Oriente, o almeno in Medio Oriente, la casa del popolo ebraico. Per questo noi cristiani abbiamo riverenza per il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe e di Mosè, che è anche il Padre del Bambino Gesù, nostro Signore.

Ai tempi di Gesù, Gerusalemme era già una città sacra, dominata dal suo magnifico tempio. Ma non era per nulla una delle più grandi capitali. Essa apparteneva a una provincia – piuttosto povera e piena di fastidi – dell’impero romano, conquistata da Pompeo nel 63 a.C. e governata dal tirannico re Erode. Al fondo, era orgogliosamente ebrea, seppure influenzata dal pensiero e dalla tecnica greca, e ostile alla Roma d’Occidente.

La religione ebraica ha portato un grande cambiamento nella cultura, nel mondo della filosofia e delle religioni, e ciò è contenuto nella festa di Natale. Per gli antichi greci, come pure per i buddisti e gli indù, ogni vita percorre un cerchio senza fine; giorno e notte, il ciclo delle stagioni sono indicative di questa ruota dell’eterno ritorno.

Ma gli ebrei hanno introdotto nel pensiero popolare la freccia diritta del tempo, l’idea di storia della salvezza, dato che essi attendevano e attendono il Messia. Da questa teoria del muoversi in avanti si è sviluppata la nozione occidentale del progresso e naturalmente, quando il Bambino Gesù è cresciuto, insegnando e salvando con la sua morte e resurrezione, ci ha indicato anche gli ultimi giorni, la Sua seconda venuta alla fine dei tempi, per il giudizio finale.

In tal modo, guardando al passato e a questo meraviglioso sviluppo con speranza, veniamo tutti nutriti dalla festa di Natale. Gesù è stato accolto dai pastori vicini, come pure dai cercatori della verità, astrologi e filosofi, i Magi, forse dall’Iran, perché Egli ci ha consegnato un modo di vivere che non è solo una teoria, accessibile solo a quelli più istruiti.

Natale è la festa della speranza per tutti noi, con il neonato Figlio di Dio che ci indica gli ultimi tempi, quando tutto sarà buono, in cielo, dove non vi sono carceri, né prigionieri, né Covid.

Settimo Cielo

di Sandro Magister 24 dic

http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2020/12/24/natale-con-il-cardinale-pell-la-luce-di-gesu-illumina-anche-chi-e-in-prigione/

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