ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 20 febbraio 2021

Chi è il papa?

 Roma senza papa. C’è Bergoglio. Non c’è Pietro

Roma è senza papa. La tesi che intendo sostenere si riassume in queste quattro parole. Quando dico Roma non mi riferisco solo alla città di cui il papa è vescovo. Dico Roma per dire mondo, per dire realtà attuale.

Il papa, pur essendoci fisicamente, in realtà non c’è perché non fa il papa. C’è, ma non svolge il suo compito di successore di Pietro e vicario di Cristo. C’è Jorge Mario Bergoglio, non c’è Pietro.

Chi è il papa? Le definizioni, a seconda che si voglia privilegiare l’aspetto storico, teologico o pastorale, possono essere diverse. Ma, essenzialmente, il papa è il successore di Pietro. E quali furono i compiti assegnati da Gesù all’apostolo Pietro? Da un lato, “pasci le mie pecorelle” (Gv 21:17); dall’altro, “tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli” (Mt 16:19).

Ecco che cosa deve fare il papa. Ma oggi non c’è nessuno che svolga questo compito. “E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli nella fede” (Lc 22:32). Così dice Gesù a Pietro. Ma oggi Pietro non pasce le sue pecorelle e non le conferma nella fede. Perché? Qualcuno risponde: perché Bergoglio non parla di Dio, ma solo di migranti, ecologia, economia, questioni sociali. Non è così. In realtà Bergoglio parla anche di Dio, ma dall’insieme della sua predicazione esce un Dio che non è il Dio della Bibbia, ma un Dio adulterato, un Dio, direi, depotenziato o, meglio ancora, adattato. A che cosa? All’uomo e alla sua pretesa di essere giustificato nel vivere come se il peccato non esistesse.

Bergoglio ha certamente messo al centro del suo insegnamento i temi sociali e, tranne sporadiche eccezioni, appare in preda alle stesse ossessioni della cultura dominata dal politicamente corretto, ma ritengo che non sia questo il motivo profondo per cui Roma è senza papa. Anche volendo privilegiare i temi sociali, si può comunque avere una prospettiva autenticamente cristiana e cattolica. La questione, con Bergoglio, è un’altra, e cioè che la prospettiva teologica è deviata. E per un motivo ben preciso: perché il Dio di cui ci parla Bergoglio è orientato non a perdonare, ma a discolpare.

In Amoris laetitia si legge che la “Chiesa deve accompagnare con attenzione e premura i suoi figli più fragili”. Mi spiace, ma non è così. La Chiesa deve convertire i peccatori.

Sempre in Amoris laetitia si legge che “la Chiesa non manca di valorizzare gli elementi costruttivi in quelle situazioni che non corrispondono ancora o non più al suo insegnamento sul matrimonio”. Mi spiace, ma sono parole ambigue. Nelle situazioni che non corrispondono al suo insegnamento ci saranno pure “elementi costruttivi” (ma, poi, in che senso?), tuttavia la Chiesa non ha il compito di valorizzare tali elementi, bensì di convertire all’amore divino al quale si aderisce osservando i comandamenti.

In Amoris laetitia leggiamo anche che la coscienza delle persone “può riconoscere non solo che una situazione non risponde obiettivamente alla proposta generale del Vangelo; può anche riconoscere con sincerità e onestà ciò che per il momento è la risposta generosa che si può offrire a Dio, e scoprire con una certa sicurezza morale che quella è la donazione che Dio stesso sta richiedendo in mezzo alla complessità concreta dei limiti, benché non sia ancora pienamente l’ideale oggettivo”. Di nuovo l’ambiguità. Primo: non c’è una “proposta generale” del Vangelo, alla quale si può aderire più o meno. C’è il Vangelo con i suoi contenuti ben precisi, ci sono i comandamenti con la loro cogenza. Secondo: Dio mai e poi mai può chiedere di vivere nel peccato. Terzo: nessuno può rivendicare di possedere “una certa sicurezza morale” circa ciò che Dio “sta richiedendo in mezzo alla complessità concreta dei limiti”. Queste espressioni fumose hanno un solo significato: legittimare il relativismo morale e prendersi gioco dei comandamenti divini.

Questo Dio impegnato più che altro a scagionare l’uomo, questo Dio alla ricerca di attenuanti, questo Dio che si astiene dal comandare e preferisce comprendere, questo Dio che “ci è vicino come una mamma che canta la ninna nanna”, questo Dio che non è giudice ma è “vicinanza”, questo Dio che parla di “fragilità” umane e non di peccato, questo Dio piegato alla logica dell’”accompagnamento pastorale” è una caricatura del Dio della Bibbia. Perché Dio, il Dio della Bibbia, è sì paziente, ma non lassista; è sì amorevole, ma non permissivo; è sì premuroso, ma non accomodante. In una parola, è padre nel senso più pieno e autentico del termine.

La prospettiva assunta da Bergoglio appare invece quella del mondo: che spesso non rifiuta del tutto l’idea di Dio, ma ne rifiuta i tratti meno in sintonia con il permissivismo dilagante. Il mondo non vuole un vero padre, amorevole nella misura in cui è anche giudicante, ma un amicone; anzi, meglio ancora, un compagno di strada che lascia fare e dice “chi sono io per giudicare?”.

Ho scritto altre volte che, con Bergoglio, trionfa una visione che ribalta quella reale: è la visione secondo cui Dio non ha diritti, ma solo doveri. Non ha il diritto di ricevere un culto degno, né di non essere irriso. Però ha il dovere di perdonare. Al contrario, secondo questa visione, l’uomo non ha doveri, ma solo diritti. Ha il diritto di essere perdonato, ma non il dovere di convertirsi. Come se potesse esistere un dovere di Dio a perdonare e un diritto dell’uomo a essere perdonato.

Ecco perché Bergoglio, dipinto come il papa della misericordia, mi sembra il papa meno misericordioso che si possa immaginare. Trascura infatti la prima e fondamentale forma di misericordia che compete proprio a lui e a lui solo: predicare la legge divina e, così facendo, indicare alle creature umane, dall’alto dell’autorità suprema, la strada per la salvezza e la vita eterna.

Se Bergoglio ha concepito un “dio” di questo genere – che volutamente indico con la minuscola, poiché non è il Dio Uno e Trino che adoriamo – è perché per Bergoglio non vi è alcuna colpa di cui l’uomo debba chiedere perdono, né personale né collettiva, né originale né attuale. Ma se non vi è colpa, non vi è nemmeno Redenzione; e senza necessità di Redenzione non ha senso l’Incarnazione, e tantomeno l’opera salvifica dell’unica Arca di salvezza che è la Santa Chiesa. Vien da chiedersi se quel “dio” non sia piuttosto la simia Dei, Satana, che ci spinge verso la dannazione proprio nel momento in cui egli nega che i peccati e i vizi con i quali ci tenta possano uccidere la nostra anima e condannarci all’eterna perdita del Sommo Bene.

Roma è dunque senza papa. Ma se nella distopia vaticana di Guido Morselli (il romanzo intitolato appunto Roma senza papa) lo era fisicamente, perché quel papa immaginario se n’era andato a vivere a Zagarolo, oggi Roma è senza papa in un modo ben più profondo e radicale.

Avverto già l’obiezione: ma come puoi dire che Roma è senza papa quando Francesco è ovunque? È in tv e nei giornali. È stato sulle copertine di Time, Newsweek, Rolling Stones, perfino di Forbes e Vanity Fair. È nei siti e in un’infinità di libri. È intervistato da tutti, addirittura dalla Gazzetta dello sport. Forse mai un papa è stato così presente e così popolare. Rispondo: tutto vero, ma è Bergoglio, non è Pietro.

Che il vicario di Cristo si occupi delle cose del mondo non è certo vietato, anzi. Quella cristiana è fede incarnata e il Dio dei cristiani è Dio che si fa uomo, che si fa storia, dunque il cristianesimo rifugge dagli eccessi di spiritualismo. Ma una cosa è essere nel mondo e un’altra è diventare come il mondo. Parlando come parla il mondo, e ragionando come ragiona il mondo, Bergoglio ha fatto svaporare Pietro e ha messo se stesso in primo piano.

Ripeto: il mondo, il nostro mondo nato dalla rivoluzione del Sessantotto, non vuole un vero padre. Il mondo preferisce il compagno. L’insegnamento del padre, se è vero padre, è faticoso, perché indica la strada della libertà nella responsabilità. Molto più comodo è avere accanto qualcuno che si limita a farti compagnia, senza indicare nulla. E Bergoglio fa proprio questo: mostra un Dio non padre, ma compagno. Non a caso alla “chiesa in uscita” di Bergoglio, come a tutto il modernismo, piace il verbo “accompagnare”. È una chiesa compagna di strada, che tutto giustifica (attraverso un concetto distorto di discernimento) e tutto, alla fine, relativizza.

La riprova sta nel successo che Bergoglio riscuote tra i lontani, i quali si sentono confermati nella loro lontananza, mentre i vicini, disorientati e perplessi, non si sentono affatto confermati nella fede.

Gesù in materia è piuttosto esplicito. “Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi” (Lc 6, 26). “Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo” (Lc 6, 22).

Ogni tanto torna alla ribalta una voce secondo cui anche Bergoglio, come Benedetto XVI, penserebbe di dimettersi. Io credo che non abbia in programma nulla di simile, ma il problema è ben altro. Il problema è che Bergoglio si è reso protagonista, di fatto, di un processo di dismissione dai compiti di Pietro.

Ho già scritto altrove che Bergoglio è ormai diventato il cappellano delle Nazioni Unite, e ritengo che questa scelta sia di una gravità inaudita. Tuttavia, ancora più grave della sua adesione all’agenda dell’Onu e al politicamente corretto è che abbia rinunciato a parlarci del Dio della Bibbia e che il Dio al centro della sua predicazione sia un Dio che discolpa, non che perdona.

La crisi della figura paterna e la crisi del papato vanno di pari passo. Così come il padre, rifiutato e smantellato, è stato trasformato in un generico accompagnatore privo di qualsiasi pretesa di indicare una strada, allo stesso modo il papa ha smesso di farsi portatore e interprete dell’oggettiva legge divina ed ha preferito diventare un semplice compagno.

Pietro, così, è svaporato proprio quando avevamo più bisogno che ci mostrasse Dio in quanto padre a tutto tondo: padre amorevole non perché neutrale, ma perché giudicante; misericordioso non perché permissivo, ma perché impegnato a mostrare la strada del vero bene; pietoso non perché relativista, ma perché desideroso di indicare la via della salvezza.

Osservo che il protagonismo nel quale indulge l’ego bergogliano non è una novità, ma risale in buona parte alla nuova impostazione conciliare, antropocentrica, a partire dalla quale papi, vescovi e chierici hanno anteposto se stessi al loro sacro ministero, la propria volontà a quella della Chiesa, le proprie opinioni all’ortodossia cattolica, le proprie stravaganze liturgiche alla sacralità del rito.

Questa personalizzazione del papato è diventata esplicita da quando il Vicario di Cristo, volendo presentarsi come “uno come noi”, ha rinunciato al plurale humilitatis con il quale dimostrava di parlare non a titolo personale, ma assieme a tutti i suoi predecessori e allo stesso Spirito Santo. Pensiamoci: quel Noi sacro, che faceva tremare Pio IX nel proclamare il dogma dell’Immacolata Concezione e san Pio X nel condannare il modernismo, non avrebbe mai potuto essere usato per sostenere il culto idolatrico della pachamama, né per formulare le ambiguità di Amoris laetitia o l’indifferentismo di Fratelli tutti.

Circa il processo di personalizzazione del papato (al quale l’avvento e lo sviluppo dei mass media hanno dato un importante contributo), occorre ricordare che vi fu un tempo in cui, almeno fino a Pio XII incluso, ai fedeli non importava chi fosse il papa, perché comunque essi sapevano che, chiunque fosse, avrebbe sempre insegnato la stessa dottrina e condannato gli stessi errori. Nell’applaudire il papa essi applaudivano non tanto colui che in quel momento era sul santo soglio, ma il papato, la regalità sacra del Vicario di Cristo, la voce del Supremo Pastore, Gesù Cristo.

Bergoglio, che non gradisce presentarsi come successore del principe degli apostoli e, sull’Annuario pontificio, ha fatto mettere in secondo piano l’appellativo di vicario di Cristo, implicitamente si separa dall’autorità che Nostro Signore ha conferito a Pietro e ai suoi successori. E questa non è una mera questione canonica. È una realtà le cui conseguenze sono gravissime per il papato.

Quando tornerà Pietro? Quanto a lungo Roma resterà senza papa? Inutile interrogarci. I disegni di Dio sono misteriosi. Possiamo solo pregare il Padre celeste dicendo: “Sia fatta la tua volontà, non la nostra. Ed abbi pietà di noi peccatori”.

https://www.radioromalibera.org/roma-senza-papa-ce-bergoglio-non-ce-pietro/

Il Gran Pasticcio della Giustizia Vaticana. E il Diktat (Mezzo Ritirato) sul Vaccino.

20 Febbraio 2021 Pubblicato da  7 Commenti

 

Marco Tosatti

Carissimi Stilumcuriali, un amico, grande esperto di cose giuridiche, ci ha inviato questa riflessione su una serie di eventi e decisioni vaticane in questo campo che testimoniano di una situazione di sbandamento e di sfascio, a livello decisionale e di coordinamento. Buona lettura.  

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Il gran pasticcio del tribunale Vaticano – SCV: Se Cristo Vedesse…

Sembra esser passato inosservato l’ennesimo colpo di machete al sistema giudiziario vaticano inferto a suon di Motu Proprio dal Supremo Gerarca di questo verde miserikordioso pontifikato che modifica l’assetto strutturale degli uffici giudiziari del Vaticano.

L’8 febbraio scorso, infatti, Bergoglio ha firmato una “Lettera Apostolica sotto forma di Motu Proprio” col quale il Supremo Legislatore, in qualità di “Sovrano” (con buona pace degli zelantissimi cortigiani irenistici estensori del nuovo Annuario Pontificio), ha emanato alcune modifiche “in materia di giustizia”. Che già detto così fa ridere. Ma tant’è.

L’atto – la cui natura elastica e versatile fa già venire l’orticaria ai giuristi – si compone di 3 articoli.

Ma quello che più ci interessa è l’art. 3, rubricato come “Modifiche ed integrazioni alla legge n. CCCLI sull’ordinamento giudiziario”.

In esso, al n. 2 si dispone: «Nella legge n. CCCLI sull’ordinamento giudiziario dello Stato della Città del Vaticano, il primo comma dell’articolo 12 è sostituito dal seguente: «1. L’ufficio del promotore di giustizia esercita in autonomia e indipendenza, nei tre gradi di giudizio, le funzioni di pubblico ministero e le altre assegnategli dalla legge.».»

E al n. 3 si legge: «Nella legge n. CCCLI sull’ordinamento giudiziario dello Stato della Città del Vaticano, l’articolo 15 è sostituito dal seguente: «1. Nei giudizi di appello le funzioni di pubblico ministero sono esercitate da un magistrato dell’ufficio del promotore di giustizia, designato ai sensi dell’articolo 13, comma 1.»». (neretto nostro)

Ora, per i non addetti ai lavori va detto che l’ufficio del Promotore di Giustizia corrisponde, mutatis mutandis, a quello del Pubblico Ministero dell’ordinamento italiano. Cioè la magistratura inquirente e non giudicante, come ormai tutti ben sappiamo, specialmente dopo le rivelazioni (dei segreti di pulcinella) del caso Palamara.

E la cosa che fa letteralmente accapponare la pelle è che il Papa della miserikordia ha deciso che il magistrato inquisitorio sia il medesimo in tutti e tre i gradi di giudizio (art. 3, n. 1, 1) blindando di fatto l’accusa (che dà vita al processo) al grado iniziale, senza alcuna possibilità di modifica (tanto in difetto quanto in eccesso) nemmeno in cassazione, che non è – lo ricordiamo – un giudizio di merito ma di legittimità.

Immobilizzare il ruolo del Promotore di Giustizia entro margini così cristallizzati identificandolo nei tre gradi di garanzia giudiziaria nello stesso ufficio di fatto fa sì che sia materialmente impossibile (perché è lo steso ordinamento a impedirlo!) compiere alcun passo verso l’accertamento della verità (il più delle volte emergente nelle sue più varie sfaccettature proprio grazie al dinamismo dei gradi di giudizio… e non bisogna essere Carnelutti per dirlo!) ma piuttosto ci si fossilizzi nell’assecondare inevitabili tendenze inquisitorie/accusatorie proprie dell’ufficio stesso che promuove l’accusa.

Ciò significa che quell’accusa per la quale si inizia un processo rimane tale e quale fino alla cassazione. Ci chiediamo che senso abbia, a questo punto, avere tre gradi di giudizio, di cui per l’appunto uno di legittimità. Su cosa dovrebbe giudicare la Cassazione?

Non crediamo, a nostra memoria, che vi sia al mondo un sistema giuridico che rientri in quelli comunemente qualificabili come “stati di diritto” nel quale sia presente un tale abominio logico, prima ancora che giuridico, che sembrerebbe prodromico ad un’unificazione dei tribunali, frutto di un vero e proprio delirio dispotico.

Se poi facciamo il paro con le recenti nomine avvenute negli uffici giudiziari del Vaticano, sembra di trovarsi in uno stato poliziesco, visto che come presidente del tribunale, successore di quell’equilibrato e fine canonista ed ecclesiasticista che fu Giuseppe Dalla Torre (scomparso lo scorso dicembre), siede oggi Giuseppe Pignatone, già Procuratore della Repubblica di Roma, sicuramente qualificato magistrato protagonista degli affairs di “Roma Capitale” ma non certo vergine ai commenti sferzanti del Buscetta della magistratura italiana, Luca Palamara. Affidare la presidenza del Tribunale di uno “stato-mezzo”, qual è il Vaticano, a uno che nella vita, di fatto, ha fatto il cacciatore di colpevoli è un grave indice di necrosi sclerotizzante del sistema ma anche un pessimo segnale squalificante per quella realtà da sempre nota per la sua scrupolosa prudenza in ogni scelta istituzionale.

A tal proposito va segnalato che quanto abbiamo notato prima non manchi di avere un inevitabile ripercussione anche sulle nuovissime nomine compiute dal miserikordioso gerarca nell’ambito dello stesso Tribunale vaticano.

Lo scorso 5 febbraio, infatti, si rendeva noto che il Santo Padre aveva nominato due giudici della Corte di Appello (presieduta dall’irremovibile, chiacchieratissimo e tirannico Decano della Rota mons. Pio Vito Pinto) nelle persone di mons. Francesco Viscome, calabrese e giudice rotale, e Massimo Massella Ducci Teri, avvocato generale dello Stato in Italia.

Insieme a loro, però, veniva nominata anche una donna, Catia Summaria, Sostituto procuratore della Corte d’Appello di Roma e già Sostituto Procuratore della Repubblica di Roma, chiamata ad assumere il ruolo di Promotore di Giustizia della Corte di Appello vaticana, sostituendo il dimissionario prof. Raffaele Coppola.

Già Faro di Roma, in un pungente quanto azzeccato commento glossava la notizia con idonee considerazioni circa l’inopportunità di chiamare nei ranghi dell’ordinamento giudiziario vaticano due laici provenienti dalla magistratura inquirente e senza alcuna conoscenza né del diritto canonico né tantomeno dell’ordinamento vaticano e senza alcuna esperienza in ambito ecclesiasticistico, quando invece, nel passato, si è sempre pescato tra le fila accademiche o al massimo tra esponenti della magistratura amministrativa o alti funzionari legati all’ambito della giustizia italiana, e mai tra i “magistrati d’assalto”. Ma è evidente che la prudenza non aleggia più tra le sacre mura…

Adesso, però, la cosa divertente (per noi), imbarazzante (per chi probabilmente gliel’ha dovuto far presente), mortificante (per chi l’ha subita), indegna (per chi si sente Solone del diritto d’uno Stato che, probabilmente a buona ragione, e profeticamente, il card. Tardini apostrofava come “ridicolo”) è che la dott.ssa Summaria – la cui nomina è stata salutata con prevedibili laudes bergoliane per l’altissima considerazione che il Papa avrebbe del ruolo delle donne nella Chiesa – pur essendo stata nominata prima dell’entrata in vigore delle nuove disposizioni, si trova oggettivamente nella impossibilità di assumere l’ufficio a cui è stata chiamata perché… perché è stato soppresso!! Ma come si fa – ci chiediamo sbigottiti – a nominare una persona in un ufficio il 5 di febbraio, e ad appena 3 giorni di distanza firmare un documento che sopprime quello stesso ufficio, rendendolo noto, poi, otto giorni dopo? Cosa dovrebbe fare adesso la Summaria? Tornare a casa a godersi la pensione? O fare la “vice” di qualcuno?

Anche perché il MP si conclude con la disposizione finale: «Alla data di entrata in vigore del presente provvedimento e per effetto delle disposizioni che precedono, i magistrati già nominati ai sensi dei previgenti articoli 15 e 20 della legge n. CCCLI sull’ordinamento giudiziario dello Stato della Città del Vaticano, sono integrati nell’organico dell’ufficio del promotore di giustizia.»

A parte il fatto che le tempistiche cronologiche ci fanno presumere che, in corner, abbiano voluto “metterci una pezza”… ma ci chiediamo perché mai un magistrato nominato “Promotore di Giustizia della Corte di Appello” debba esser messo nella sgradevole situazione di non poter assumere, di fatto, l’ufficio specifico per il quale è nominato ma trovarsi a fare altro (forse).

A ciò si aggiunga una considerazione: cosa ci stanno a fare i tre gradi di giudizio, dunque tre tribunali (ordinario, appello, cassazione) se tutto sarà in mano – si parva licet componere magnis – alla “procura” vaticana? Siamo al Palamara due?

Ma tutto ciò accade – parafrasando Guareschi – in quella parte del mondo dove accadono cose che non accadono in nessun’altra parte…

E mentre in Vaticano, con provvedimento a firma del presidente del Governatorato, card. Bertello, prima si minaccia il licenziamento a chi non si vaccina (cose che nemmeno nella Cina comunista!), salvo poi ritrattare (con una nota senza firma divulgata in tarda serata) mitigando il tenore sanzionatorio della disposizione (peraltro alquanto ridicola se si considera che la quasi totalità dei dipendenti del Governatorato sono cittadini italiani, e se si considera che il Vaticano non è il Monte Athos ma sta dentro Roma), abbiamo sempre più, quotidianamente, spiacevole contezza di quanto sia l’irrazionalità, l’abuso, il dispotismo, l’avventatezza, l’autocrazia, l’arbitrio a reggere quel luogo ameno che in realtà esiste solo per affermare e proteggere la Verità di Cristo e non per giocare con le istituzioni come nel paese dei balocchi.

Suoniamo anche noi, come il Marchese del Grillo, le campane di tutta a Roma a morto, perché la Giustizia muore ogni giorno, soffocata da una sciagurata sudamericanizzazione dell’ultimo baluardo dell’Occidente che è il Colle Vaticano.

Siamo convinti, però, che presto o tardi una risata li seppellirà, perché si sa: quanno se scherza, bisogna esse seri.

https://www.marcotosatti.com/2021/02/20/il-gran-pasticcio-della-giustizia-vaticana-e-il-diktat-mezzo-ritirato-sul-vaccino/

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