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mercoledì 16 novembre 2011

Sposati e ordinati. La serie B del clero cattolico

Sono almeno duemila. Di rito orientale o convertiti dal protestantesimo. Hanno moglie e figli e celebrano la messa. La Chiesa riconosce loro "pari dignità" con i preti celibi. Ma nei fatti non è così

di Sandro Magister
ROMA, 16 novembre 2011 – In una recente udienza, di quelle che tiene ogni mercoledì, Benedetto XVI ha invitato ancora una volta i sacerdoti a "riscoprire nella sua bellezza e nella sua forza la libera scelta del celibato per il Regno dei cieli".

L'ha fatto commentando il salmo 119 là dove dice: "La mia parte è il Signore". Una citazione che già era stata il cardine della prima e maggiore esposizione delle ragioni del celibato ecclesiastico fatta da Joseph Ratzinger dopo la sua elezione a papa, nel discorso alla curia romana del 22 dicembre 2006:

> "Con grande gioia..."

È radicalmente teologico e teocentrico, infatti, il fondamento che Benedetto XVI assegna – parole sue – al "celibato che vige per i vescovi in tutta la Chiesa orientale ed occidentale e, secondo una tradizione che risale a un’epoca vicina a quella degli apostoli, per i sacerdoti in genere nella Chiesa latina".

In quest'ultima descrizione dello stato dei fatti, c'è però chi vede affacciarsi una contraddizione non risolta.

È vero, infatti, che i vescovi sia di rito latino che di rito orientale, sia cattolici che ortodossi, sono tutti celibi, senza eccezioni, e sono celibi nella stragrande maggioranza anche i sacerdoti di rito latino.

Ma è anche vero che tra i sacerdoti cattolici di tradizione orientale gli sposati sono molto presenti e in alcune regioni sono la quasi generalità.

Non solo. Anche nella Chiesa cattolica di rito latino vi sono dei sacerdoti sposati, ordinati dopo la loro conversione da comunità protestanti. E in un vicino futuro ve ne saranno ancora di più, con il passaggio alla Chiesa cattolica di interi blocchi della comunione anglicana.

Manca un calcolo accurato di quanti siano oggi nella Chiesa cattolica i sacerdoti legittimamente ordinati dopo aver contratto matrimonio (il caso inverso, di matrimonio successivo all'ordinazione, non è mai stato ammesso, nemmeno nelle Chiese ortodosse).

Ma si può presumere che siano almeno duemila. Una piccola frazione su un insieme di oltre 400 mila sacerdoti cattolici, ma pur sempre significativa.

Se per i celibi vale quel fondamento teologico della loro libera scelta richiamato con insistenza dal papa, non si vede però una fondazione teologica di pari forza del sacerdozio sposato, pur riconosciuto nella sua piena validità e dignità dal Concilio Vaticano II e dal Codice canonico delle Chiese orientali promulgato nel 1990.

È questa la contraddizione non risolta. Essa è stata messa in luce, da ultimo, da Basilio Petrà, sacerdote cattolico di rito orientale, non sposato, professore di patristica e di teologia morale alla facoltà teologica di Firenze, in un libro uscito quest'anno in Italia edito da Cittadella col titolo: "Preti celibi e preti sposati. Due carismi della Chiesa cattolica".

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In effetti, tra la fine del XX secolo e l'inizio del XXI, sono intervenute delle novità importanti riguardo al celibato del clero. Sul terreno storiografico, su quello fattuale e su quello teologico.

Sul terreno storiografico si è imposta una rilettura che ha rovesciato l'opinione corrente secondo cui nei primi secoli il celibato era una libera scelta di pochi vescovi e sacerdoti, mentre la maggioranza di loro erano sposati, e solo dal IV secolo in poi, e solo in Occidente, il celibato del clero cominciò man mano ad essere imposto per legge, fino ad essere definitivamente sancito nel Concilio di Trento.

La nuova ricostruzione storica, che ha avuto i suoi studiosi più noti in Christian Cochini e in Alfons M. Stickler, mostra invece che il celibato era osservato già nei tempi apostolici ed è stata legge condivisa universalmente per secoli dalla Chiesa sia d'Occidente che d'Oriente. Tale legge si concretizzava sia come impossibilità per i celibi di sposarsi dopo l'ordinazione sacerdotale, sia come "continentia", cioè come interruzione per gli sposati, dopo l'ordinazione, dei rapporti sessuali con la moglie.

Secondo questa ricostruzione storica, furono le Chiese d'Oriente ad allentare, nel VII secolo, la disciplina fin lì vigente, Ma solo per i sacerdoti e i diaconi, non per i vescovi. E solo per il diverso grado della "continentia" imposta agli sposati.

In Oriente l'interruzione dei rapporti sessuali con la sposa, dopo l'ordinazione, fu ristretta alla vigilia delle celebrazioni eucaristiche, come per i leviti dell'Antico Testamento prima del servizio nel Tempio.

In Occidente invece la "continentia" dovuta dopo l'ordinazione restò ancora a lungo perpetua, con l'allontanamento della stessa sposa, previo il suo consenso, e con la crescente preferenza di ordinare al sacerdozio uomini celibi invece che sposati. Fin quasi alla scomparsa, dopo il Concilio di Trento, dell'ordinazione di questi ultimi.

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Anche sul terreno dei fatti le novità sono di rilievo.

Non solo perché anche in quest'ultimo secolo – come già in tutte le epoche precedenti, in diverse misure – la legge del celibato è stata inosservata da numerosi sacerdoti.

Il futuro papa Angelo Giuseppe Roncalli, in visita nel sud dell'Italia quasi un secolo fa, trovò che nella piccola diocesi di Bova Marina su sedici preti uno soltanto era rimasto fedele alla promessa di castità. E anche oggi il concubinato continua a essere diffuso tra il clero cattolico un po' ovunque, in Africa o in America latina come in Austria, di pari passo col crescere della domanda, in settori del clero, di un'abolizione tout court della legge del celibato.

Le novità vere sono però altre. Sono anzitutto quella già richiamata più sopra: l'aumento nella Chiesa cattolica di sacerdoti cattolici sposati, siano essi di rito orientale o ex protestanti, che esercitano il loro ministero continuando a vivere la loro vita di famiglia, con l'approvazione della Chiesa.

Un'altra novità è la prassi divenuta corrente, dopo il Concilio Vaticano II, di ordinare al diaconato degli uomini sposati, anche qui senza alcun obbligo di "continentia". Di diaconi con famiglia se ne contano oggi in tutto il mondo alcune decine di migliaia.

Inoltre si è ripetutamente levata in questi ultimi decenni, da parte di vescovi, la richiesta di sopperire al calo delle vocazioni al sacerdozio celibatario ricorrendo all'ordinazione di "uomini sposati di età matura e di comprovata probità", anche qui col sottinteso che continuino la loro vita di famiglia. Nel sinodo dei vescovi del 1971 una simile richiesta fu messa ai voti e battuta solo di poco da quella contraria: per 107 voti contro 87.

Insomma, la novità di quest'ultimo secolo non è tanto che sia ripreso ad aumentare nella Chiesa cattolica il numero delle ordinazioni al sacerdozio o al diaconato di uomini sposati, ma piuttosto che a questi non si chieda più la disciplina della "continentia", neppure temporanea, riguardo alla loro sposa.

Anche il Codice canonico delle Chiese orientali del 1990 asseconda questa svolta. Nel canone 374 dice semplicemente che "i chierici celibi o coniugati devono risplendere per il decoro della castità" e che "spetta al diritto particolare stabilire i mezzi opportuni da usare per raggiungere questo fine".

E nel canone successivo specifica che "i chierici coniugati offrano un luminoso esempio agli altri fedeli cristiani nel condurre la vita familiare e nell'educazione dei figli".

Rare e inascoltate sono le voci di chi obietta che tale abbandono della disciplina della "continentia", oltre che contrario a una plurisecolare tradizione della Chiesa, non è esplicitamente autorizzato neppure dai testi del Concilio Vaticano II.

L'ultima di queste voci è di Cesare Bonivento, vescovo missionario della diocesi di Vanimo in Papua e Nuova Guinea, in un libro pubblicato in inglese a cura della sua stessa diocesi e in italiano dalle edizioni San Paolo.

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Questi fatti sembrerebbero dunque spingere a una svolta anche sul terreno della dottrina: una svolta che non solo dia sempre più spazio nella Chiesa cattolica all'ordinazione di uomini sposati, ma ne ripensi anche il significato, accantonando l'antica regola della "continentia".

Invece non è così. Prima con Giovanni Paolo II e oggi più ancora con Benedetto XVI, la scelta di "farsi eunuchi per il Regno dei cieli" è proposta ai sacerdoti della Chiesa cattolica come teologicamente fondata sulla stessa natura del sacerdozio, con un rigore argomentativo che non ha precedenti nel magistero della Chiesa.

Per rendersene conto, basta rileggere quanto ha detto più volte Benedetto XVI a proposito del sacerdozio celibatario, a cominciare dal suo discorso alla curia del 22 dicembre 2006.

Papa Ratzinger non ha però finora prodotto un analogo insegnamento che dia fondamento teologico anche all'altra forma di sacerdozio presente con pari dignità nella Chiesa: quella di chi, prima d'essere ordinato, si è unito con la sua sposa in un matrimonio che è già esso segno sacramentale delle nozze tra Cristo e la Chiesa, di cui anche il sacerdozio è figura.

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