ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 2 giugno 2012

Lo sguardo del taumaturgo

PADRE PIO E IL BUDDISMO NEI RICORDI DI GIACINTO SCELSI,
COMPOSITORE ELETTO ~

Ogni tanto ci si imbatte in qualche aristocratico dello spirito che mostra venerazione per Padre Pio, il santo sdegnato dai mediocri, anche di parte cattolica, in quanto immagine di un cristianesimo sanguinante. Nobiltà e popolo si ritrovano invece insieme, anche in questa occasione, nel culto dello Stigmatizzato di Pietrelcina. Oggi è la volta di un musicista, «per decenni invisibile», come ha scritto Quirino Principe, sommerso dall'arroganza degli engagés nei Cinquanta-Sessanta, confuso con gli avanguardisti, caricaturizzato in versione esotica, e soltanto adesso ‘riscoperto’ come sempre accade quando il tempo fa venir giù i gaglioffi e restano in filigrana le figure che contano: Giacinto Scelsi. Il «Charles Ives italiano», secondo una definizione dell’americano Morton Feldman, conosce addirittura la notorietà per opera del regista Martin Scorsese che ha usato una composizione scelsiana come unico commento musicale al suo film Shutter Island. Amico di John Cage, Jean Cocteau, Norman Douglas, Henri Micheaux, Pierre Jean Jouve, Virginia Woolf, viaggiatore in Nepal e in India, attratto dalle religioni orientali, tentato dai simbolismi di cui la sua casa romana sui Fori fu tempio, il conte Giacinto Francesco Maria Scelsi si recò più volte a San Giovanni Rotondo per incontrare Padre Pio e deporre ai suoi piedi i peccati dell’arte satanica, l’eccesso di spirito creativo che mette l’uomo in competizione con la divinità. Nella sua autobiografia, uscita da Quodilibet nel 2010, Il sogno 101, così racconta alle pagine 172-173 di quelle ore passate nel povero convento pugliese.

«Parlando di occhi [Scelsi aveva incontrato un giorno lo sguardo di Mussolini, cui mancava ‘una profondità’, ndr], devo dire che quelli di Padre Pio erano ‘diversi’. Una volta andai a trovarlo. Ma che dire dei grandi Esseri e dei Santi? Non si può che chinare la fronte e tacere. Certo, Padre Pio era pieno di santità e di luce divina, ed anche di poteri soprannaturali: chiaroveggenza, bilocazione, ecc. – poteri che appartengono anche agli yogi indiani, sebbene da questi siano conseguiti in altra maniera […]. Padre Pio era un docilissimo strumento della forza divina, e quindi non gli importava affatto quanto si potesse dire di lui, ed obbediva agli ordini dei suoi superiori gerarchici senza alcuna protesta né difficoltà anche quando tali ordini erano ciechi e ingiusti; tutto ciò a lui non importava punto, anche se in certi casi disturbavano la sua azione visibile: egli aveva altri mezzi per continuarla. D’altronde, se lui era uno strumento della divinità, la sua fede cristiana era per lui uno strumento, ed in questa fede è compresa anche la dottrina del sacrificio e della obbedienza alla regola. Certo, se da un lato questa obbedienza e la fede assoluta gli avevano permesso di giungere all’estasi e alla santità, d’altro canto non vi era per lui spazio per altro. Non so se sul caso di una realizzazione mistica così perfetta si possa o si abbia il diritto di imporre restrizioni. Certo egli non ammetteva nulla all’infuori della rivelazione e della verità cristiana; per lui l’induismo e il buddhismo non erano vie di sviluppo spirituale: ammetteva che possedessero un poco di verità, non ‘la Verità’.

Forse egli vide sfilare nella mia mente i grandi mistici d’Oriente e quindi sentì in me qualche lieve riserva mentale; ed è, penso, per questo che non adoperò per me i suoi poteri e le sue qualità di taumaturgo, come – non lo nego – io in quel tempo avevo sperato. Egli peraltro aveva ragione: non si può chiedere l’intercessione a colui del quale non si partecipa al cento per cento l’assoluta ed esclusiva fede.

La sua messa mattutina era impressionante e indimenticabile. La cappella si riempiva non solo del suo particolare profumo, ma direi proprio di spirito, e così fortemente che si muovevano soltanto, con lenti gesti, le sue mani bendate: i presenti erano immobilizzati e colpiti da una forza che si scioglieva solo alla fine del rito.

Poi vi sono anche gli occhi di colui che guarda attraverso le palpebre chiuse, eppure le pupille si vedono o sono io che vedo le vedo gli occhi attraverso le sue palpebre? No, sono i suoi occhi che rendono trasparenti le palpebre, e sono occhi d’oro, di un oro non metallico, occhi incredibili e indimenticabili, insostenibili per più di un secondo, ma che si ‘sentono’ addosso quasi brucianti. Trascendono l’intero universo, anche l’amore – in ogni caso quello personale –, occhi cosmici. Ma poi egli apre le palpebre e si vedono occhi semplici e buoni: incredibilmente terrestri e rassicuranti, insieme al gesto familiare di congedo».

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