ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 27 agosto 2012

XIV° giorno di Quaresima di S.Michele Arcang...


Il Rosario di San MicheleUna delle pratiche di devozione più raccomandabili ai fedeli cattolici in onore del glorioso arcangelo, è la recita della corona Angelica, detta il Rosario di San Michele. Questa devozione, approvata dalla Chiesa fin dal 1851, è arricchita da numerose indulgenze. Questa pratica di devozione è molto antica, poiché  San Michele l'ha portata lui stesso dal cielo alla terra.




Il cardinal Ratzinger, custode di quale fede? [1]
  
Un libro recentemente pubblicato si intitola: Ratzinger, custode della fede [2] Tuttavia abbiamo serie ragioni per interrogarci sulla natura della fede che il cardinale custodisce. Vediamo alcune di queste ragioni.
In che cosa il cardinale dà prova d'incompetenza
Nel giugno 2000 il Vaticano pubblicò il "terzo segreto di Fatima" insieme ad un lungo commento del Cardinal Josef Razinger.
Il brano intitolato "La struttura antropologica delle rivelazioni private" rivela l'incompetenza del cardinale, il quale cerca di spiegare il "carattere antropologico (psicologico)" delle rivelazioni private scrivendo:
"L'antropologia teologica distingue in questo ambito tre forme di percezione o « visione »: la visione con i sensi, quindi la percezione esterna corporea, la percezione interiore e la visione spirituale (visio sensibilis - imaginativa - intellectualis). È chiaro che nelle visioni di Lourdes, Fatima, ecc. non si tratta della normale percezione esterna dei sensi: le immagini e le figure, che vengono vedute, non si trovano esteriormente nello spazio, come vi si trovano ad esempio un albero o una casa. Ciò è del tutto evidente, ad esempio, per quanto riguarda la visione dell'inferno (descritta nella prima parte del « segreto » di Fatima) o anche la visione descritta nella terza parte del « segreto », ma si può dimostrare molto facilmente anche per le altre visioni, soprattutto perché non tutti i presenti le vedevano, ma di fatto solo i « veggenti ». Così pure è evidente che non si tratta di una « visione » intellettuale senza immagini, come essa si trova negli alti gradi della mistica. Quindi si tratta della categoria di mezzo, la percezione interiore, che certamente ha per il veggente una forza di presenza, che per lui equivale alla manifestazione esterna sensibile."
Joseph Ratzinger in quanto cardinale conosce senza dubbio la storia della conversione di San Paolo raccontata in diversi passaggi degli Atti degli Apostoli (Ac IX, 1-19 ; XXII, 3-21 ; XVI, 9-20).
San Paolo ci dice di aver avuto una visione di Nostro Signore, mentre i suoi compagni udivano senza vedere. Se si applica a questo caso le regole che il cardinale ci dà per Fatima si può "dimostrare molto facilmente" che la visione di San Paolo non era una visione sensibile, poiché "non tutti i presenti le vedevano, ma di fatto solo il « veggente »".
Il guaio è che San Paolo è diventato cieco a causa di questa visione; anche supponendo che San Paolo fosse dotato di un'immaginazione assai sviluppata, si stenta a capire in che modo una visione immaginativa (la sola che il cardinale ammette in un caso simile) abbia potuto privarlo dell'uso della vista.
Similmente nelle apparizioni di Fatima i bambini erano abbagliati dalla luce; Lucia pare abbia avuto gli occhi ustionati dall'apparizione [3]. In ogni modo i segni esteriori visibili da tutti (segni atmosferici, rami dell'albero che si piegavano ecc.) dimostrano assai chiaramente che si trattava di un fenomeno esteriore e non di una visione puramente immaginativa dei veggenti.
Dunque il cardinale in questa questione manifesta una certa incompetenza. Ma c'è qualcosa di più grave ancora.
In che cosa il cardinale dà prova di una pessima filosofia
Il cardinale prosegue:
"La « visione interiore » non è fantasia, ma una vera e propria maniera di verificare, abbiamo detto. Ma comporta anche limitazioni. Già nella visione esteriore è sempre coinvolto anche il fattore soggettivo: non vediamo l'oggetto puro, ma esso giunge a noi attraverso il filtro dei nostri sensi, che devono compiere un processo di traduzione. Ciò è ancora più evidente nella visione interiore, soprattutto allorché si tratta di realtà, che oltrepassano in se stesse il nostro orizzonte." [4]
Qui il cardinale ci mostra la sua inclinazione all'idealismo; può essere un elemento inconscio da parte sua, poichè egli è vissuto immerso nella filosofia moderna a partire dalla sua giovinezza [5] e senza dubbio non ha mai studiato seriamente l'altra filosofia, quella vera, quella della Chiesa Cattolica, quella di San Tommaso d'Aquino e di Aristotele.
Dire che noi non vediamo "l'oggetto puro" ma "il risultato di un processo di traduzione attraverso il filtro dei nostri sensi" non è cosa molto differente da ciò che ha detto Kant: per il padre della filosofia moderna infatti noi non conosciamo "l'oggetto in sé" ma solo "i fenomeni" (l'oggetto tale e quale ci appare).
La filosofia del cardinale rinchiude il soggetto nel proprio universo psichico impedendogli ogni contatto diretto con il reale.
Supponiamo infatti che vi si parli di un libro scritto in cinese senza che possiate vederlo. Uno dei vostri amici vi propone di tradurvene ogni giorno qualche pagina. Siccome non potete vedere l'originale [6] non potrete mai essere sicuri del fatto che il vostro amico dica la verità.
Peggio ancora, non potrete mai accertare che la lingua cinese esista e che il vostro amico non inventi ciò che vi scrive a partire da caratteri che non hanno testa né coda.
O ancora, se "non vediamo l'oggetto puro, ma esso giunge a noi attraverso il filtro dei nostri sensi, che devono compiere un processo di traduzione", allora siamo simili a qualcuno rinchiuso in un luogo ove ha contatto col mondo esterno solo per mezzo di uno schermo televisivo; costui non potrà mai essere sicuro che ciò che vede sullo schermo corrisponda alla realtà. Bisognerebbe che potesse uscire da quel luogo e vedere direttamente la realtà, ma per il cardinale proprio questo è impedito, perché non possiamo vedere "l'oggetto puro".
I tomisti, come ad esempio Étienne Gilson [7], hanno dimostrato a sufficienza che se si comincia col tagliare il legame diretto della realtà con l'intelligenza umana, non si potrà mai più ristabilire un ponte tra di esse; ci si rinchiude nel soggettivismo, poi nell'idealismo ed infine nell'agnosticismo [8].
Tuttavia è proprio l'alleanza di questa filosofia  idealista ed agnostica con la religione cristiana che ha generato il modernismo, ed il cardinale, volente o nolente, lo favorisce.
Ma c'è qualcosa di ancora peggiore.
In che cosa il cardinale dà prova di una strana teologia
Il 17 gennaio 2001 la congregazione per la Dottrina della fede, di cui il cardinal Ratzinger è prefetto, è giunta, dopo un " intenso lavoro di chiarificazione teologica" [9] ad una "decisione fondamentale" [10]la messa nella liturgia assira di Addai e Mari può essere considerata come valida [11].
Però questa liturgia, tale quale è celebrata dai nestoriani, non contiene le parole della consacrazione.
È evidentemente la prima volta che "Roma" ammette che si possa celebrare validamente la messa senza pronunciare le parole della consacrazione; è stato necessario attendere il cardinal Ratzinger e la sua strana teologia.
Non c'è bisogno di essere un chierico famoso per sapere che le parole della consacrazione sono necessarie alla validità di una Messa. Ma se si vogliono degli argomenti d'autorità si può fare riferimento al Concilio di Firenze ("la forma che riveste questo sacrammento è costituita dalle parole del Redentore [...]. In virtù di queste stesse parole la sostanza del pane e del vino è trasformata in Corpo di Cristo", DS 1321) oppure al Concilio di Trento ("istantaneamente dopo la consacrazione il vero corpo di Cristo ed il Suo vero Sangue sono presenti sotto le specie", DS 1640). D'altronde ciò è evidente, nel rito romano, dagli stessi gesti che il prete deve compiere, inginocchiandosi subito dopo la consacrazione [12].
Malgrado ciò, il cardinale cerca di fornire dei motivi per cercare di giustificare questa decisione:
- in primo luogo, l'anafora [13] di Addai e Mari è una delle più antiche anafore, che risale ai primordi della Chiesa. È stata composta ed utilizzata con la chiara intenzione di celebrare l'eucaristia in piena continuità con l'ultima cena e secondo l'intenzione della Chiesa. La sua validità non è mai stata messa in questione ufficialmente né nell'Oriente né nell'occidente cristiano.
- in secondo luogo la Chiesa cattolica riconosce la Chiesa Assira d'Oriente come un'autentica Chiesa particolare ondata sulla fede ortodossa e sulla successione apostolica. La Chiesa assira d'Oriente ha anche conservato la pienezza della fede eucaristica nella presenza di Nostro Signore sotto le specie del pane e del vino, così come nel carattere sacrificale dell'eucaristia. Ecco perché, nella Chiesa assira d'Oriente, sebbene non sia in piena comunione con la Chiesa cattolica, si trovano "veri sacramenti - principalmente in virtù della successione apostolica: il sacerdozio e l'Eucaristia " (Unitatis redintegratio 15).
- infine le parole dell'istituzione dell'eucaristia sono di fatto presenti nell'anafora di Addai e Mari non sotto la forma di una narrazione coerente e ad litteram, ma in maniera eucologica e disseminata, cioé sono integrate alle preghiere di azione di grazie, di lode e d'intercessione che seguono [14].
Esame del primo argomento del cardinale
Il primo argomento (l'antichità dell'anafora) non prova nulla [15]. Senza dubbio l'anafora è antica [16], ma i manoscritti più antichi furono redatti solo molti secoli dopo la fine dell'antichità [17].
Anche se questi testi fossero antichi, non ci si potrebbe basare sull'autorità del loro uso immemorabile, perché si tratta dell'uso di una Chiesa scismatica; perché l'argomento dell'uso possa avere un'autorità, bisognerebbe che vi fosse stata una recezione pacifica di questa liturgia nella Chiesa cattolica, ma così non fu.
Di fatto è del tutto falso affermare che "la validità di questa liturgia non è mai stata ufficialmente messa in dubbio": l'anafora celebrata senza le parole dell'istituzione è stata ufficialmente riconosciuta come incompleta visto che gli assiri tornati all'unità della Chiesa dovettero includere queste parole nel loro sacramentario [18]. Quest'aggiunta si può constatare nei libri liturgici ufficiali [19].
Vi sono diversi motivi per i quali gli assiri avrebbero potuto omettere di scrivere le parole della consacrazione, ad esempio a causa della legge dell'arcano (all'inizio della Chiesa non si scrivevano le formule dei sacramenti per evitare le profanazioni). Quest'ipotesi è assai probabile in quanto la spiritualità della Chiesa assiro-caldea è marcatamente semitica e segnata dal giudaismo, da cui il rifiuto scrivere lesancta e terribilia (le cose sante e terribili) così come gli ebrei temono di scrivere il nome di Dio.
Il professor Barth, seguendo Dom Botte, dimostra che "tra le due preghiere che precedono imediatamente l'epiclesi [20] esiste evidentemente una lacuna logica. Per di più la preghiera che precede immediatamente l'epiclesi presenta indubitabilmente il carattere di anamnesi" [21]. Questo è un argomento serio a favore della presenza in origine delle parole della consacrazione.
Sono possibili ulteriori ipotesi per spiegare l'assenza delle parole della consacrazione; per esempio non si può scartare la possibilità che il nestorianesimo avesse finito per esercitare un'influenza sul concetto di presenza reale [22]. Altri pensano che questo sia il risultato di quelle false teorie circolanti in Oriente sul valore consacratorio dell'epiclesi [23]
Il professor Barth ha effettuato una ricerca per stabilire se si potesse trovare nei primi secoli della Chiesa cattolica una liturgia che mancasse certamente delle parole della consacrazione; ha trovato solo "delle testimonianze di carattere gnostico che si ritrovano in scritti apocrifi, come per esempio gli atti di Tommaso e quelli di Giovanni i quali, fatta astrazione del loro contesto eretico (celebrazione con solo il pane), non permettono assolutamente di sviluppare un quadro completo" [24]
La storia dunque conferma il buon senso: simili pratiche si accompagnano alla perdita della Fede cattolica.
Esame del secondo argomento del cardinale
Quanto al secondo argomento (la fede di questa Chiesa assira), è anch'esso invalido: questa Chiesa non è più ortodossa di quella, essendo intaccata dal nestorianesismo.
Come esempio di eterodossia di questa Chiesa, il professor Barth segnala che essa non ha più un vero e proprio sacramento della penitenza, e che al posto del sacramento dell'estrema unzione si amministra al malato una bevanda costituita da olio, acqua e polvere proveniente dalle tombe dei santi. D'altronde per ciò che riguarda l'Eucaristia, gli assiri scismatici pensano che il pane ed il vino rimangano tali dopo la consacrazione, anche se ammettono una certa presenza reale (questa è anche la concezione di Lutero[25].
Il testo di Roma pretende che, malgrado tutto ciò, questa Chiesa abbia conservato "la pienezza della fede eucaristica".
Ma, secondo la dottrina cattolica, quando si mette in dubbio un dogma della Chiesa (ed i nestoriani non accettano l'unità della persona di Nostro Signore Gesù Cristo) si perde la Fede. Non si può conservare "la pienezza della fede eucaristica" se non si possiede la Fede cattolica [26].
Si noti che questi due primi argomenti in favore della validità di questa anafora (antichità dell'anafora e fede della Chiesa assira in cui è conservata) non spiegano per nulla come essa possa essere valida senza le parole della consacrazione; si tratta di "argomenti d'autorità" che si basano specialmente sull'autorità diUnitatis redintegratio, il testo conciliare sull'ecumenismo.
Ma proprio questo testo conciliare è uno dei più contestabili, poiché afferma il seguente grossolano errore: "Lo Spirito di Cristo infatti non ricusa di servirsi di queste Chiese [non cattoliche] e comunità separate come di strumenti di salvezza". 
Non sorprende che, appoggiandosi su un testo così poco cattolico, si giunga ad una conclusione erronea.
Esame del terzo argomento del cardinale
Quanto al terzo argomento, che pretende che le parole della consacrazione siano presenti di fatto "non sotto forma di una narrazione coerente e ad litteram, ma in maniera eucologica e disseminata", esso non vale più dei due precedenti. "Se si esamina l'anafora di Addai e Mari, si cercheranno invano le parole consacratorie. (...) Perfino al di fuori dell'anafora, cioè nell'insieme del testo della liturgia assira, non si trova qualcosa con cui colmare questa lacuna" [27].
In un articlo intitolato «Réflexion sur l'admission à l'eucharistie entre l'Eglise chaldéenne et l'Eglise assyrienne d'Orient», (Riflessioni sull'ammissione all'eucaristia tra la Chiesa caldea e la Chiesa assira d'Oriente), che si propone il fine di "chiarificare il contesto, il contenuto e l'applicazione pratica di queste disposizioni", l'Osservatore Romano (in lingua francese) del 27 novembre 2001 cita le preghiere nelle quali, secondo la congregazione per la fede, sarebbero "di fatto presenti" benché "disseminate" le "parole dell'istituzione dell'eucaristia", in modo che esse costituiscono un "quasi-racconto [sic] dell'istituzione eucaristica".
Eccole:
1) Tu, mio Signore, per le tue numerose ed indicibili misericordie, ricordati nella tua bontà di tutti i padri, giusti e retti, che fecero il bene davanti a te, nella memoria del corpo e del sangue del tuo Cristo che ti offriamo sull'altare puro e santo, come tu stesso ce l'hai insegnato.
2) Che tutti gli abitanti della terra ti conoscano (...) ed anche noi, mio Signore, tuoi servitori piccoli, fragili e miserabili, riuniti davanti a te, noi abbiamo ricevuto per tradizione l'esempio che viene da te, rallegrandoci, glorificando, esaltando, facendo memoria e celebrando questo grande e terribile mistero della passione, della morte e della resurrezione di nostro Signore Gesù Cristo.
3) Venga, Signore, il tuo Spirito Santo e riposi sulle offerte dei tuoi servi, che le benedicano [sic] e le santifichi affinché siano per noi, Signore, per la remissione dei debiti, per il perdono dei peccati, per la grande speranza della resurrezione dalla morte e per la vita nuova nel Regno dei cieli, contutti coloro che ti furono graditi [28].
Senza dubbio, commenta Julianus nel Courrier de Rome - Sì sì no no [29], queste preghiere presuppongono la consacrazione, attestano che essa si trovava un tempo nell'anafora di Addai e Mari, ma il lettore può, come abbiamo fatto noi, leggerle e rileggerle e non troverà, neppure disseminate, le parole della consacrazione: "Questo è il mio Corpo"; "Questo è il mio Sangue".
Ad esempio l'epiclesi di questa anafora (la terza delle tre preghiere sopra riportate) domanda a Dio la consacrazione (la parola "santificare" ha verosimilmente il senso di "consacrare"); ma il modo nel quale la consacrazione è espressa è invalido perché non comporta la formula consacratoria.
Nella liturgia romana si trovano simili formule, ad esempio la preghiera Quam oblationem che precede la consacrazione, nella quale si domanda a Dio di benedire le oblate affinché divengano il Corpo ed il Sangue di Gesù Cristo; ma è chiaro che, se il sacerdote fosse distratto ed omettesse la preghiera seguente in cui si trovano le parole della consacrazione, non si avrebbe la Presenza reale.
D'altronde la questione è decisa poiché Roma si è espressa a più riprese condannando coloro che attribuivano valore consacratorio a questa preghiera di epiclesi. In un breve dell'8 maggio 1822 indirizzato al patriarca greco-melchita di Antiochia ed ai suoi vescovi, Papa Pio VII scrive:
"Non senza dolore constatiamo che certe posizioni sono diffuse da degli scismatici i quali affermano che la forma di questo sacramento vivificante (l'eucaristia) non consiste nelle sole parole di Cristo - che i ministri latini come quelli greci utilizzano per la consacrazione - ma che la consumazione della consacrazione suppone la preghiera (l'epiclesi) la quale presso di noi precede, presso di loro segue le parole sopra ricordate. (...) Nel nome della santa ubbidienza ordiniamo che costoro non osino mai più sostenere quest'opinione affermante che questa trasformazione ammirabile di tutta la sostanza del pane nella sostanza del corpo di Cristo e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del sangue supponga che oltre alle parole di Cristo occorra recitare questa formula di preghiera (ecclesiasticam precum formulam) che noi abbiamo già menzionato (DS 2718).
Parimenti San Pio X nella lettera Ex quo non del 26 dicembre 1910 condanna coloro che dell'uso dell'epiclesi fanno una conditio sine qua non per la validità dell'eucaristia (DS 3556).
L'articolo dell'Osservatore Romano conclude: "In questo modo nell'anafora di Addai e Mari le parole dell'istituzione non sono assenti ma sono menzionate esplicitamente, anche se si trovano disseminate nei passaggi più importanti dell'anafora". Ma in realtà non le si trova proprio.
Un'influenza del mistero pasquale?
Nell'articolo già citato dell'Osservatore Romano in lingua francese del 27 novembre 2001, il pontificio consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani conclude i suoi argomenti teologici a favore della validità dell'anafora con queste riflessioni:
"D'altronde è chiaro che i brani sopra menzionati [le tre preghiere da noi riprodotte] esprimono la piena convinzione della commemorazione del mistero pasquale del Signore nel senso forte di renderlo presente, cioè con l'intenzione di tradurre in atti esattamente ciò che Cristo ha stabilito con le parole e gli atti mentre istituiva l'eucaristia".
Vi è qui verosimilmente un'influenza della "teologia del mistero pasquale [30] che deriva a sua volta dalla "teologia del mistero" di Dom Casel. Questa teologia  ritiene che la concezione che ha la scolastica dei sacramenti come "strumenti produttori di grazia santificante" è riduttiva; per Dom Casel ed i suoi discepoli il sacramento è un mistero che contiene il Cristo tutto intero e la sua opera redentrice.
"Per loro [i teologi del mistero] la grazia è Cristo stesso e la sua opera redentiva in tutta la sua pienezza, e non solamente un fluido che ne deriva e che il sacramento ci dà più o meno "come un medicinale in un cialdino" [31]. Ma i segni sacramentali contengono e realizzano ciò che rappresentano - quest'espressione, di Eugène Masure, suscitava l'ammirazione di Dom Casel" [32].
Questa teologia del mistero afferma che il Cristo sarebbe presente con una presenza misterica grazie agli atti dell'assemblea che fa memoria di lui; logicamente, per la teologia del mistero, il semplice fatto di realizzare un memoriale rituale dell'ultima Cena sarebbe sufficiente a rendere valida la messa.
Con o senza l'influenza della teologia del mistero, i "nuovi teologi" si sono dimostrati sodisfatti di questa decisione romana nella misura in cui essa li conferma nel loro rigetto della teologia tradizionalesulla materia e forma dei sacramenti (qualificata come "concezione magica dei sacramenti").
Il padre Robert Taft S.J., [33] sostenitore di questa nuova teologia, ritiene che questo documento romano sia "probabilmente la decisione più significativa emessa dalla Santa Sede negli ultimi cinquant'anni", perché essa "ci fa sorpassare una teologia medievale di "parole magiche" [34].
Questa nuova teologia ha conquistato la conferenza episcopale tedesca; nel documento "Dei genitori nel dolore perché hanno perduto il loro neonato. Indicazioni per l'accompagnamento religioso e spirituale", essa si esprime così: "Se nel passato, in casi urgenti, si battezzava anche senza l'autorizzazione dei parenti, e se si battezzavano perfino dei feti, ciò era perché la Chiesa voleva impiegare la "via sicura" (nel senso deltuziorismo). Occorre rendersi conto che così si rischiava di favorire una concezione magica dei sacramenti. Bisogna al contrario sottolineare: colui che non si oppone alla grazia di Dio non può uscire fuori da essa"[35].
Sempre secondo il gesuita Taft, "il documento riconosce gli enormi progressi fatti negli studisull'evoluzione della preghiera eucaristica. Chiunque legga un libro sulla liturgia scritto negli ultimi cinquant'anni sa che oggi è generalmente accettato che la preghiera consacratoria dell'eucaristia è l'intera preghiera sui doni, e non solo una formula verbale estratta dal suo contesto" [36].
Questa è anche l'opinione del P. Peter Hofrichter, sostenitore della validità di quest'anafora, il quale scrive:
"La testimonianza dell'anafora degli apostoli Addai e Mari può portare a farci comprendere che l'antica controversia tra cattolici ed ortodossi sulla questione di sapere se la presenda di Cristo nel sacramento dell'eucaristia si effettua per mezzo delle parole dell'istituzione oppure per mezzo dell'epiclesi dello Spirito Santo è di fatto priva di significato. Non è per mezzo di questa o di quella formula, ma per mezzo dell'insieme della celebrazione con la sua grande preghiera o anafora che il Cristo diviene presente nelle offerte eucaristiche del pane e del vino non meno che in conformità alle sue promesse: "Laddove due o tre sono riuniti nel Mio Nome, Io sono in mezzo a loro" (Mt.18,20) [37].
Tuttavia in questo modo si giunge a confondere la Presenza reale e sostanziale di Nostro Signore nell'eucaristia con la sua presenza spirituale nell'assemblea; si ritrova qui l'errore della prima versione dell'articolo 7 dell'Institutio generalis del nuovo messale:
"La Cena del Signore, altrimenti detta la messa, è una sacra sinassi, cioè la riunione del popolo di Dio sotto la presidenza del sacerdote per celebrare il memoriale del Signore. Ecco perché la riunione della Chiesa locale realizza in modo eminente la promessa del Cristo: "Quando due o tre sono riuniti nel Mio Nome, Io sono là in mezzo a loro" (Mt. 18, 20) [38].
Ma in questo modo, come notavano i cardinali Ottaviani e Bacci, ci "si allontana in modo impressionante, nell'insieme come nel dettaglio, dalla teologia cattolica della Santa Messa quale è stata formulata alla XXII sessione del Concilio di Trento[39]
Come il cardinale si condanna da sé
Qualunque possa essere il momento in cui - secondo il pensiero degli autori del documento romano - si realizzasse la transustanziazione, ci si sorprende molto di leggere al termine del testo:
"Quando i fedeli caldei [cioè i cattolici] partecipano ad una celebrazione assira della santa eucaristia, il ministro assiro è caldamente invitato ad introdurre nell'anafora di Addai e Mari le parole dell'istituzione"[40].
Di fatto il cardinale ammette che la messa è valida senza le parole della consacrazione, però ora domanda di aggiungere queste stesse parole.
Ma allora si consacra due volte, cosa che è strettamente proibita; è infatti una grave mancanza di rispetto verso il sacramento il ripeterlo nel momento in cui è stato già validamente confezionato [41].
Così è proibito ribattezzare chiunque sia stato validamente battezzato, e non dimentichiamo che Mosè fu severamente punito per aver colpito due volte la roccia nell'intento di farne uscire acqua, poiché dubitava che un solo colpo potesse essere sufficiente.
A meno che la prima consacrazione, quella realizzata dall'insieme dell'anafora, sia dubbia, ma allora non si ha il diritto di comunicare ad una tale cerimonia.
In breve, il cardinale si condanna da se stesso con questo "caldo invito" ad aggiungere le parole della consacrazione ad una cerimonia che aveva ammesso essere valida senza queste stesse parole.
Un successo per l'ecumenismo?
Il cardinal Walter Kasper, presidente del pontificio consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani presenta quest'atto come un grande successo ecumenico; nel suo discorso pronunciato in occasione del congresso "Prospettive dell'ecumenismo nel XXI secolo" tenutosi a Berlino dall'1 al 4 novembre 2001 egli ha dichiarato:
Abbiamo riconosciuto la validità dell'anafora di questa Chiesa (assira) anche se questa preghiera riporta il racconto dell'istituzione eucaristica solo attraverso allusioni disseminate e non sotto forma di una narrazione coerente. Così, al cuore e nel punto culminante della vita cristiana, della celebrazione dell'eucaristia, è stata riconosciuta l'unità nella diversità[42].
Questo testo è forse un gran successo ecumenico; ma soprattutto manifesta che l'ecumenismo conciliare non è cattolico.
Quanto al cardinal Ratzinger, se è un custode della fede, vi sono serie ragioni per chiedersi di quale fede si tratti. [Traduzione : CSAB]
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NOTE:
[1] Le Sel de la terre, Editoriale del n° 43.
[2] "Le edizioni Piemme hanno pubblicato un'aggiornata biografia  del prefetto della congregazione per la Dottrina della Fede: Ratzinger custode della fede (Ratzinger gardien de la foi, 219 pagg.). L'autore è Andrea Tornielli, vaticanista del Giornale e collaboratore della nostra rivista". (30 Giorni, n° 4, 2002, pag. 21).
[3] Secondo la testimonianza di una persona che viveva in Portogallo, Lucia, avendo bisogno di farsi fare gli occhiali, fu visitata da un oftalmologo, il quale avrebbe detto: questa persona ha subito tempo fa un'ustione dovuta ad una luce intensa che avrebbe dovuto renderla cieca.
[4] In questo modo il cardinale si dimostra l'obiettivo alleato di coloro che, come il padre Dhanis, cercano di rendere le visioni di Fatima il più "soggettive" possibile e perciò meno certe. Si veda il libro di frère MICHEL DE LA TRINITÉ, Toute la vérité sur Fatima (specialmente il tomo I), Saint-Parres-lès-Vaudes, CRC, 1985.
[5] Si veda Le Sel de la terre 40, p. 244 e sgg.
[6] Non dimentichiamo che, per il cardinale, l'oggetto esteriore ci perviene solo attraverso il filtro dei nostri sensi che devono compiere un processo di traduzione; in altri termini io ho sempre solo un testo tradotto, e non vedo mai l'originale.
[7] Ad esempio Étienne Gilson, Le réalisme méthodique, Téqui, 1936; Étienne GILSON, Réalisme thomiste et critique de la connaissance, Vrin, 1939.
[8] Almeno se si traggono logicamente le conseguenze dai principi. È tuttavia vero che spesso gli uomini sono illogici.
[9] Cardinal RATZINGER citato dal professor BARTH, La Messe en question, Actes du 5è congrès de Sì Sì No No, avril 2002, Publication du Courrier de Rome, 2002, p. 404.
[10] Ibidem.
[11] DC 3 marzo 2002, n° 2265, p. 214. Mgr Tissier de Mallerais ne ha parlato nel suo sermone per le ordinazioni ad Écône: si veda Le Sel de la terre 42, p. 12.
La liturgia di Addai e Mari è utilizzata dai siriaci orientali, chiamati anche assiro-caldei; costoro contano tra di loro dei nestoriani (che si chiamano da poco "assiri") i quali sono scismatici (eretici), e dei caldei che sono cattolici. Anche questi ultimi (i caldei) utilizzano questa liturgia di Addai e Mari ma con le parole della consacrazione, cosa che fa proprio una immensa differenza.
Sui cristiani d'Oriente si veda l'articolo dell'abbé Michel BONIFACE, Bref résumé de histoire de l'Église d'OrientLe Sel de la terre 35, p. 166.
[12] Questo gesto è stato soppresso nella nuova messa. Anche se questo gesto d'adorazione è stato aggiunto più tardi nella Messa romana, ciò è sufficiente a provare che in quel momento esiste la Presenza reale: la Chiesa non può imporre un gesto d'adorazione se la transustanziazione non ha avuto luogo.
Le liturgie orientali hanno altri segni d'adorazione; esse fanno uso dopo ogni consacrazione di acclamazioni "amen! amen!" che non lasciano alcun dubbio sull'efficacia delle parole dell'istituzione. (Si veda AMIOT, Histoire de la messe, éd. du CIEL, 2000, p. 112).
[13] "Anafora" è un termine greco che in Oriente designa ciò che nella liturgia romana chiamiamo il Canone della
Messa.
[14] DC 3 marzo 2002, n° 2265, p. 214.
[15] Il cardinal Ratzinger si appoggiava su questo stesso argomento dell'antichità per rimproverare a Mons. Lefebvre il suo rifiuto della nuova liturgia in una lettera del 20 luglio 1983. In effetti gli autori della nuova messa pretendevano di basarsi su di un canone antichissimo, quello di Sant'Ippolito, che risalirebbe al III secolo; tuttavia, nel pubblicare una versione ricostruita dell'"anafora di Ippolito" nel 1946, Dom Botte si era preoccupato di affermare che si trattava di una forma ipotetica; di più ancora, il testo della prex n° II non contiene gran che di antico poiché si tratta di un semplice adattamento di quella pubblicata da Dom Botte. Infine numerosi elementi di critica interna dovrebbero portare a rigettare questo formulario (si veda Louis GRENIER in Quark, n° 12, pag. 57-58 ; si veda anche la lettera di Stéphane Wailliez a Mgr Raffin pubblicata in DICI n° 42, in cui egli dimostra che è proprio dal 1946 che si è saputo dello stato assai ipotetico di questa anafora, anche se poi degli studi più recenti hanno confermato ciò.).
[16] La tradizione caldea narra che sant'Addai e San Mari furono tra i primi 72 discepoli; interpretando liberamente il termine "apostoli" essa chiama questa preghiera eucaristica "anafora dei santi apostoi Addai e Mari" o ancora "anafora dei santi apostoli", sebbene il loro apostolato in Mesopotamia resti un fatto storicamente dubbio. Si pensa che questa liturgia potrebbe risalire al III secolo.
[17] Professor BARTH, L'Anaphore d'Addaï et Mari, p. 423.
[18] Professor BARTH, L'Anaphore d'Addaï et Mari, p. 433-434. Il fatto è ammesso dai "teologi" attuali favorevoli alla validità di quest'anafora come Peter HOFRICHTER: L'anaphore d'Addaï et Mari dans l'Église d'Orient. Une eucharistie sans récit de l'institution?, Istina (revue publiée par les dominicains de Paris), 1995, n° 1, p. 97.
[19] L'ultima edizione, dell'anno 1982, di questo messale caldeo contiene le parole della consacrazione:Missel chaldéen edito da Mons. Francis Youssef ALICHORAN, Paris, 1982, p. 16 sgg. Così già nell'edizione del 1767 a Rome (DTC, Messe, col. 1459).
Gli stessi anglicani hanno inserito le parole della consacrazione nei libri liturgici che hanno stampato ad uso degli assiri convertiti all'anglicanesimo (Professor BARTH, «L'Anaphore d'Addaï et Mari», p. 434).
[20] L'epiclesi è la forma deprecativa (di conseguenza priva della forma consacratoria) con cui si chiede a Dio  di inviare il Suo Spirito sui doni offerti, pane e vino, per trasformarli nel Corpo e Sangue di Gesù Cristo.
[21] Professor BARTH, L'Anaphore d'Addaï et Mari, p. 426. Anamnesi: preghiera posta dopo la consacrazione in cui, in tutti i riti, si fa memoria dell'economia della salvezza mentre si offre il sacrificio. Nel rito romano, è l'Unde et memores....
[22] Si veda Nouvelles de Chrétienté n° 73, marzo-aprile 2002, pag. 5-10.
[23] Si veda DTC, Messe, col. 1328 (P. Jugie).
[24] Professor BARTH, L'Anaphore d'Addaï et Mari, p. 440.
[25] Si veda: Professor BARTH, L'Anaphore d'Addaï et Mari; l'articolo di JULIANUS nel Courrier de Rome – Sì sì no no, aprile 2002, pag. 1-4 [in italiano Sì sì no no 15 Gennaio 2002]; e l'articolo dell'abbé LORBER in Nouvelles de Chrétienté n° 73, marzo-aprile 2002, pag. 5-10. Ciò detto, l'ignoranza del clero nestoriano è tale che non si sa esattamente quale sia la fede di questa comunità.
[26] Per la Roma conciliare si può ritagliare a pezzi la fede; infatti il nuovo Codice ammette che degli eretici possano ricevere i sacramenti cattolici nel momento in cui professano "la fede cattolica su questi sacramenti", anche se per il resto non hanno la fede cattolica: "I ministri cattolici amministrano lecitamente  i sacramenti della penitenza, dell'eucarestia e dell'unzione dei malati ai (...) cristiani che non sono in piena comunione con la Chiesa cattolica, (...) purché manifestino la fede cattolica su questi sacramenti e che siano debitamente disposti" (Can 844, § 3 et 4).
[27] Professor BARTH, L'Anaphore d'Addaï et Mari, p. 437. Si tratta beninteso della forma nestoriana (assira) dell'anafora.
[28] L'ORLF, 27 novembre 2001, p. 9. La terza preghiera è il testo dell'epiclesi.
Abbiamo conservato il "tu" della traduzione dell'ORLF, ma il caldeo-siriaco, secondo uno specialista, utilizza una forma che si può tradurre col "voi" (conformemente all'uso francofono nei testi sacri - fino al concilio).
[29] Courrier de Rome – Sì sì no no, aprile 2002, pag. 3 [in italiano Sì sì no no 15 Gennaio 2002].
[30] Si veda la seconda parte del libro della Fraternità San Pio X, Le Problème de la réforme liturgique,Étampes, Clovis, 2001 (recensito nel n° 38 di Le Sel de la terre).
[31] G. SÖHNGEN, Symbol und Wirklichkeit in Kultmysterium, Bonn, 1940, 21° ediz., pag. 58.
[32] Dom Éloi DEKKERS (sostenitore di questa teologia del mistero), La Liturgie, mystère chrétien, La Maison-Dieu n° 14 (1948), pag. 40.
[33] Padre Taft è ex vice-rettore del Pontificio Istituto Orientale e membro della Commissione speciale per le liturgie orientali, conosce bene la questione di Addai et Mari perché ha insegnato a Bagdad.
[34] Courrier de Rome - Sì sì no no, aprile 2002, pag. 4.
[35] Citato dal professor BARTH, L'Anaphore d'Addaï et Mari, p. 443. I sacramenti non hanno nulla di "magico", essi operano in virtù dell'onnipotenza di Nostro Signore che si serve di questi riti come di strumenti per conferire la Sua grazia.
[36] È esatto affermare che l'insieme delle preghiere e dei gesti della Messa, specialmente durante il canone, sono importantissimi. Non è sufficiente assicurare la validità (per esempio nella nuova messa) per avere una messa "buona". Ma da ciò non si può concludere dall'importanza di queste preghiere la loro necessità per la validità. Ancor meno si può ammettere che queste preghiere, astrazion fatta per le parole della consacrazione, sarebbero sufficienti per assicurare la transustanziazione.
[37] Peter HOFRICHTER, L'anaphore d'Addaï et Mari dans l'Église d'Orient. Une eucharistie sans récit de l'institution?, Istina, 1995, n° 1,
pag. 104.
[38] Institutio generalis missalis romani 7. Enchiridion documentorum instaurationis liturgicæ 1402, nota a piè di pagina (testo latino), o Les nouveaux rites de la messe, Centurion, 1969, p. 23.
[39] Bref examen critique de la nouvelle messe, présenté à Paul VI par les cardinaux Ottaviani et Bacci, [Breve esame critico...] supplemento à Introibo n° 95, Association Noël Pinot, 54 rue Delaâge, 49100 Angers, pagg. 2 e 3. Testo riedito da Clovis in: La Raison de notre combat, la messe catholique, Clovis, BP 88, 91152 Étampes cedex.
[40] DC 3 marzo 2002, n° 2265, pag. 214.
[41] Il luogo in cui devono essere aggiunte le parole dell'istituzione non è indicato; negli antichi messali caldaici e malabarensi (che utilizzano anch'essi i testi siriaco-orientali per la messa), le parole consacratorie si trovano dopo la preghiera eucaristica; nei più recenti si trovano dopo il Sanctus.
[42] Citato dal professor BARTH, L'Anaphore d'Addaï et Mari, p. 436. Mentre il documento romano afferma che le parole dell'istituzione «sono presentate, nell'anafora d'Addai et Mari, (...) in maniera eucologica et disseminata», il cardinal Kasper, più onestamente, parla solo di «allusioni disseminate».
Fonte: Le Sel de la terre, Editoriale del n° 43 dei dominicani d'Avrilè legati alla FSSPX e pubblicato in CAHIERS SAINT-CHARLEMAGNE n° 216 fonte della traduzione italiana fatta per il Progetto Barruel

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