ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 23 ottobre 2012

Futuro prossimo conciliare


Crisi, chiese in default

Molte parrocchie chiudono. O si convertono. All'Islam.


La mezzaluna al posto della croce. Il muezzin sul minareto invece delle campane. I motivi floreali stilizzati e il nome di Allah scritto a forma di tulipano lì dove c’erano affreschi di santi e madonne. Esiste il rischio che in Italia, nel prossimo futuro, qualche chiesa ormai deserta venga tramutata in moschea per far posto alla fede salda delle crescenti comunità islamiche nel Belpaese? Difficile, ma non impossibile. E qualche caso da portare a esempio già c'è.

IL CASO DI SAN PAOLINO A PALERMO. Oltre 20 anni fa la curia di Palermo cedette ai sunniti tunisini la settecentesca San Paolino dei giardinieri, in via del Celso. Il luogo di culto non era più in uso da tempo, ma comunque la stampa del Paese nordafricano titolò trionfalisticamente: «La vittoria dell'Islam sul Cristianesimo».
I palermitani, per patrimonio genetico lontani da ogni fondamentalismo, la presero invece senza eccessi, consapevoli che nei corsi e ricorsi storici i luoghi di culto possono anche cambiare fede di riferimento e poi ricambiarla. Senza problemi.
Non a caso Palermo «è città araba per le piccole cupole di alcune sue chiese, eredi delle moschee», osservava lo scrittore e diplomatico francese Roger Peyrefitte. Dunque, cosa c’era di strano se per una volta avveniva l’inverso?
LA CATTEDRALE DI ISTANBUL. In fondo, pure la cattedrale di Santa Sofia a Istanbul è divenuta una moschea prima di trasformarsi in un museo. E così anche Omayyade di Damasco o la Ibn Tulun del Cairo. L’Oriente è pieno di casi del genere.
Ma anche in Europa non mancano altri gli esempi. Già nel 2008 si discuteva della proposta lanciata dal vicesindaco di Anversa, Philip Heylen, che voleva convertire in moschee le belle cattedrali gotiche sulle rive della Schelda.
LE SOLUZIONI DI COMPROMESSO. Senza dimenticare che la prima moschea di Dublino era in precedenza una chiesa presbiteriana, mentre la Fatih Camii di Amsterdam un tempo era un luogo di culto cattolico. E poi ci sono soluzioni di compromesso: la chiesa svedese di St. Olfos, ad esempio, è per metà in uso ai musulmani.

Le navate si svuotano e il cristianesimo perde pezzi (e chiese)

D’altronde il numero degli islamici che vive in Europa aumenta e la loro fede è sempre ben praticata. Il cristianesimo, invece, perde posizioni per la secolarizzazione dei costumi. I fedeli latitano, la crisi delle coscienze dilaga, le navate si svuotano e molte diocesi finiscono per chiudere i portoni delle chiese. Con l’obiettivo finale, spesso, di vendere baracca e burattini per far quadrare i conti.
IN DISUSO 10 MILA CHIESE INGLESI. In Gran Bretagna sono finite in disuso 10 mila chiese dal 1960. E da qui al 2020 se ne prevede la chiusura per altre 4 mila. In tutta l’Europa centrale e settentrionale la musica non cambia e l’abbandono della partecipazione eucaristica colpisce soprattutto nella madre patria di Papa Ratzinger.
Invece in Italia cosa accade? Come si difende la patria del cattolicesimo? Anche da noi pesa il mix letale di desertificazione delle parrocchie e crisi economica. La Chiesa è ricca, certo. Basti ricordare che 1,1 miliardi l’anno le derivano dall’obolo di Stato che si chiama Otto per mille. E solo un quinto di questi soldi finisce in opere di carità.
SOLO LE OFFERTE DEI FEDELI. Ma stipendi del clero a parte, pochi spiccioli arrivano dall’alto al sistema delle parrocchie, che devono provare a mantenersi per lo più con le offerte dei fedeli e con i servizi liturgici e sacramentali.
Un risicato sostegno giunge dai malmessi comuni che sono tenuti a versare ogni anno l’8% degli oneri concessori ai parroci (dall’urbanizzazione i sindaci attingono 65milioni di euro).
Tuttavia il contributo non cambia la sostanza delle cose, mentre la recessione si innesta sulla secolarizzazione del tessuto sociale e finisce per mettere in ginocchio i bilanci dei sacerdoti.

La chiusura: a mali estremi, estremi rimedi

La soluzione? A volte è quella più estrema della chiusura definitiva dei luoghi di culto. A Torino, nel luglio dell’anno prossimo, il rettore dei gesuiti Giuseppe Giordano apporrà i sigilli alla chiesa cinquecentesca dei Santi Martiri e consegnerà le chiavi all’arcivescovo. I fedeli latitano e la gestione del monumento è diventata troppo onerosa.
UN UNICO PARROCO IN TUTTA LA VALLE. Non lontano dal Piemonte, in Val d’Aosta, don Ivano Reboulaz ha appena compiuto 60 anni e ormai da 11 anni è il parroco di tutta la valle del Buthier. Cura cioè le anime degli abitanti di Bionaz, Oyace, Ollomont e Valpelline. Fino a pochi anni fa ognuna di queste parrocchie aveva un suo parroco. Ora invece bisogna fare di necessità virtù ed ecco spiegato l’accorpamento.
LA MESSA IN STAND BY FINO A PRIMAVERA. A Fontanelle di Treviso, 5 mila anime nella diocesi di Vittorio Veneto, nel gennaio scorso si decise invece che la chiesa arcipretale di San Pietro sarebbe stata chiusa dalle feste di inizio anno fino a Pasqua.
Motivo? Al netto di possibili funerali o matrimoni, le offerte non bastavano più a coprire il costo della bolletta del gas. Quindi si scelse di attendere la primavera, e la Pasqua appunto, per tornare a celebrar messa senza la necessità di accendere i termosifoni.
Scendendo un po’ più a Sud la musica non cambia. Prato, parrocchia di Galciana. Don Luca Rosati ha fatto i conti: sette messe domenicali fruttano meno di 500 euro, mentre un tempo con le offerte si arrivava anche a 700-800 euro.
Pure la parrocchia di Fiorano risente della crisi, considerando gli esborsi che derivano dalla gestione del santuario della Beata Vergine del Castello.
I CONTI NON TORNANO PIÙ. Ogni mese le offerte raccolte nelle chiese durante le messe festive raggiungono i 32 mila euro, gli introiti delle cassette o delle candele votive arrivano a quota 20 mila e le benedizioni pasquali raccolgono 24 mila euro. Ma tra restauri, manutenzioni e l’acquisto di qualche statua in bronzo, i conti non tornano.
UNA COLLETTA DI SOLIDARIETÀ. Don Francesco Rivieccio, alla guida della parrocchia di Santa Maria di Portosalvo, nella zona mare di Torre del Greco, ha dovuto invece lanciare una colletta di solidarietà per avvicinarsi ai 55 mila euro necessari a sanare i problemi strutturali che minano la stabilità della chiesa. In estate i lavori erano fermi e Don Francesco non sapeva che pesci pigliare.
Non bisogna poi scordare che le Caritas parrocchiali sempre più spesso fanno fronte anche ai bisogni di un ceto medio ormai impoverito. La pressione cresce e i fondi diocesani di solidarietà vanno inevitabilmente in affanno.
L’anno scorso è addirittura saltato il tradizionale appuntamento del pranzo del 25 dicembre nella cattedrale di San Lorenzo a Perugia. Si è preferito, infatti, dirottare le risorse sul Fondo di solidarietà delle Chiese umbre per le famiglie in difficoltà, che tra il 2009 e il 2011 ha distribuito 1,8 milioni di euro di aiuti.

L'altra faccia della medaglia: l'islamizzazione dei luoghi di culto

Insomma, il quadro è allarmante e molte chiese finiscono per cadere in disuso. Certo, il passaggio ad altre confessioni religiose come l’Islam non è comunque così semplice e l’esempio palermitano è eccezione che non si è fatta regola.
Non a caso, l’Italia ancor oggi è fanalino di coda tra i grandi Paesi Ue per la presenza di moschee. In totale, non arrivano a 200 e solo due (Segrate e Roma) rispecchiano i canoni architettonici dell’Islam.
I LUOGHI DI PREGHIERA IMPROVVISATI. Poi ci sono quelle informali, non facili da censire, che dovrebbero oscillare tra le 200 e le 300. Sono molti, infatti, i luoghi di preghiera improvvisati dentro garage, magazzini o locali d’altro genere. Per finire, esistono circa 400 tra associazioni e centri culturali.
MEGLIO LE CHIESE IN DISUSO. Eppure crescono i sostenitori dell’opportunità di dare ai musulmani chiese in disuso o sconsacrate piuttosto che consentire la costruzione ex novo di moschee che comportano un pesante impatto urbanistico e un inevitabile consumo di suolo. Lo scopo finale sarebbe in ogni caso quello di consentire loro una pratica religiosa più dignitosa, evitando, per esempio, il disordine delle preghiere in strada.
L'ORATORIO A DISPOSIZIONE DEI MUSULMANI. Nel 2009 a Milano si accese la polemica per la protesta anti-Israele degli islamici inginocchiati ai bordi del sagrato del Duomo.
Mentre già nel 2006 fece discutere l’esperimento di don Aldo Danieli, parroco di Paderno di Ponzano veneto, che mise l'oratorio a disposizione dei tanti musulmani che vivono in zona. La Lega Nord, manco a dirlo, insorse e la diocesi dovette precisare che la chiesa non era mai stata data ai figli di Allah per incontri di preghiera.
Sei anni dopo, la crisi delle coscienze cristiane non si è certo attenuata. E nel frattempo la recessione che ha svuotato i piattini della santa messa, potrebbe rivelarsi la migliore alleata dei seguaci di Maometto.
di Ulisse Spinnato Vega

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