ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 12 ottobre 2012

LE “LUCI E OMBRE” DELL’ANNO DELLA FEDE.


C’è un grande turbamento in questo momento nel mondo della Chiesa, e ciò che è in questione è la fede. Capita che escano libri in cui la fede è in ritirata su punti importanti, che gli episcopati tacciano, che non si trovino strani questi libri. Questo, secondo me, è strano. Rileggo talvolta il Vangelo della fine dei tempi, e constato che emergono oggi alcuni segni di questa fine. Siamo prossimi alla fine dei tempi? Questo non lo sapremo mai. Occorre sempre tenersi pronti, ma tutto ciò può durare ancora molto a lungo. Ciò che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico, è che al suo interno sembra talvolta prevalere un pensiero di tipo non cattolico; e può avvenire che questo pensiero non cattolico all’interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia. (S.S. Paolo VI, 7 settembre 1977)

A volte ci si è adoperati perché la presenza dei cristiani nel sociale, nella politica o nell’economia risultasse più incisiva, e forse non ci si è altrettanto preoccupati della solidità della loro fede. (S.S. Benedetto XVI, 25 novembre 2011)

Ciò che manca in questo momento al cattolicesimo[NB: non dice ai cattolici, dice al cattolicesimo, ndr] è la coerenza. (S.S. Paolo VI)

Oggi c’è la scienza…la santità…ma manca il criterio!(Don Secondo Pierpaoli, la più bella e controcorrente figura sacerdotale locale nel postconcilio, cultore del Catechismo di San Pio X)
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Parte l’Anno della fede, indetto dal Santo Padre Benedetto XVI, e anche domenica scorsa, celebrando la festa patronale della chiesetta da noi attualmente in uso (intitolata appunto alla Madonna del Rosario), non abbiamo mancato di pregare perché esso porti buoni frutti, perché porti un frutto che rimanga, secondo l’intenzione del Santo Padre (e della Madonna di Fatima, che mise in guardia dalla mancata conservazione del Dogma della fede: da cui “sottotraccia”, nel solito modo “velato”, l’ha plausibilmente mutuata). E noi, anche in lieta ottemperanza all’invito alle Associazioni e Movimenti ecclesiali della Nota con indicazioni pastorali per l’Anno della fede a promuovere specifiche iniziative, dopo aver offerto su questa rivista un articolo preparatorio in tema – cui rimandiamo per un opportuno ripasso: http://www.cattolicitradizionalistimarche.blogspot.it/2012/04/meditazioni-quaresimali-nello-spirito.html  – e dopo aver già da tempo iniziato a pregare per tale evento, esprimiamo con questo articolo il nostro attuale pensiero e stato d’animo a riguardo. Esso consta di due elementi.

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Di per sé, ce ne rallegriamo vivamente. Come non rallegrarsi del fatto che la fede, la fede cattolica, l’unica vera fede, quella che oggi spesso è la meno richiamata delle istanze, il più assente e deprezzato dei temi (nel mondo ma, aihnoi, in parte anche nella Chiesa), in qualche modo viene “posta sul lucerniere”?

E come non rallegrarsi nel leggere, nel Motu proprio “Porta fidei” e nella Nota allegata, quanto segue? La «fede […] nella sua integrità» (e «in tutto il suo splendore»); «la fede […] è l’assenso […] a tutta la verità che Dio ha rivelato». «Esiste un profondo legame tra la fede ed i suoi contenuti» dottrinali, e lodevolmente in questi due documenti sono presenti ripetuti richiami ai «contenuti della fede». «Araldi della fede»! Ci vogliono «sussidi divulgativi dal carattere apologetico». «Ogni Vescovo potrà dedicare una Lettera pastorale al tema della fede». «Si invitano i Vescovi ad organizzare, specialmente nel periodo quaresimale, celebrazioni penitenziali in cui chiedere perdono a Dio, anche e specialmente per i peccati contro la fede». La «confessione e […] approfondimento della dottrina cattolica»; «la fede di sempre», «ognuno senta forte l’esigenza di conoscere meglio e di trasmettere alle generazioni future la fede di sempre». «La vocazione cristiana “è per sua natura anche vocazione all’apostolato”»; ci vuole «un nuovo slancio della sua trasmissione alle giovani generazioni». C’è oggi «una profonda crisi di fede che ha toccato molte persone»: «gravi difficoltà del tempo, soprattutto riguardo alla professione della vera fede e alla sua retta interpretazione»; «persecuzioni del mondo», «afflizioni e […] difficoltà, che le vengono sia dal di dentro che dal di fuori». Ci vuole «un’autentica e rinnovata conversione al Signore, unico Salvatore del mondo». La vita nuova cristiana c’è «grazie alla fede»: è «la “porta della fede” […] che introduce alla vita di comunione con Dio e permette l’ingresso nella sua Chiesa». E «la fede diventa un nuovo criterio di intelligenza e azione che cambia tutta la vita dell’uomo». Bisogna «ritrovare l’entusiasmo nel comunicare la fede», secondo «Mt 28,19». Dunque, «che questo Anno susciti in ogni credente [speriamo nel senso tradizionale di cattolico e non in quello corrente di non ateo, ndr] l’aspirazione a confessare la fede in pienezza e con rinnovata convinzione, con fiducia e speranza». «Non a caso, nei primi secoli i cristiani erano tenuti ad imparare a memoria il Credo»: «sono le parole su cui è costruita con saldezza la fede della madre Chiesa sopra il fondamento stabile che è Cristo Signore». «La conoscenza dei contenuti di fede è essenziale per dare il proprio assenso […] La conoscenza della fede introduce alla totalità del mistero salvifico rivelato da Dio»: c’è una «unità profonda tra l’atto con cui si crede e i contenuti a cui diamo il nostro assenso». «Il cristiano non può mai pensare che credere sia un fatto privato».  Accettiamo l’insieme di tutte le verità di fede, appunto il deposito della fede, «perché garante della sua verità è Dio stesso che si rivela» (e viene citato, cosa oggi tutt’altro che scontata, il Concilio Vaticano I). Si ricorda anche che la «prima comunità [era] raccolta intorno all’insegnamento degli Apostoli»; «la carità senza la fede sarebbe un sentimento in balia costante del dubbio»; che «nessuno diventi pigro nella fede»! Si ricordano anche punti tanto importanti quanto oggi così spesso passati sotto silenzio, quali la «salvezza delle anime» e il «potere del maligno»; e l’Anno della fede viene affidato alla Madonna, beata per la Sua fede.

Certo, come ripetiamo spesso, non c’è da correre troppo a entusiasmarsi per la prima cosa buona che si vede o si sente: una tale attitudine, purtroppo frequente, non tiene in alcuna considerazione la natura contraddittoria, intrinsecamente ambigua e anguillesca del modernismo (cfr. S.Pio X, Enc. Pascendi). Modernismo che oggi inquina così largamente –a vari gradi – l’ambiente ecclesiale, il mondo cattolico. Sicché è questa un’attitudine che non di rado lascia pensare che non si voglia saperne della dura (ed extra-ordinaria) realtà ecclesiale; lascia pensare che, drogasticamente, la si voglia assolutamente evadere. Ciò non toglie – la realtà essendo articolata – che alcune di quelle parole, di quelle note, sono oggi piuttosto inconsuete (soprattutto presenti insieme in maniera così massiccia): ed esse comunque un po’ risuoneranno.

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Il limite, purtroppo rilevante, è il solito della svolta condivisa, “tranquilla”, soft, allergica alle rotture (che, certo, non sono una passeggiata, come talvolta ricordiamo a qualche “estremista della domenica”): la malattia attuale è troppo grave perché si possa curarla soltanto “in positivo”. Senza quel “bastone del Pastore”, ricordate? Che, enunziato, chiede di essere anche applicato; che comporta la condanna netta e concreta degli errori e la liberazione concreta dai condizionamenti di cui parla il Terzo Segreto di Fatima. Nella consapevolezza del fatto che le mezze misure, i provvedimenti a metà, da un lato possono forse frenare il disastro, ed eventualmente, intanto che le cose si decantano (così sperano alcuni), preparare un po’ il terreno; ma dall’altro generalmente, se non si va avanti, sono seguite dal riflusso: e intanto più che altro illudono.

La stessa concomitanza dell’Anno della fede con l’anniversario del Concilio Vaticano II e del nuovo, “centrista” Catechismo della Chiesa Cattolicaconsentirà – temiamo – a ciascuna persona delle due principali aree ecclesiali di continuare agevolmente nella propria linea: gli uni diranno che il senso implicito è quello di sottrarre al progressismo cattolico, e anche a quelli che sono fuori della Chiesa, la comoda copertura di un Concilio. Contestualizzandolo storicamente, accompagnandolo con la luce dei precedenti Concili, e facendo fare un passo indietro, rispetto al post-concilio (che talvolta hanno anche detto essere andato troppo in là) e “tornandone ai testi”, vale a dire liberando la Chiesa dalla marea dello Spirito del Concilio, del Paraconcilio e dell’Ideologia Conciliare (che sono andati appunto oltre i testi dell’ultimo Concilio, testi che talvolta i progressisti hanno anche detto essere stati di compromesso: un compromesso allora utile per creare il terreno, ma oggi la loro prospettiva, la nuova frontiera è il “Vaticano III” prospettato dal card. Martini e già materialmente creato sul terreno della realtà). L’altro partito continuerà imperterrito a dire che si tratta, semplicemente, di celebrare il Concilio (intendendo ideologicamente con questa parolina magica tutto il nuovo corso ecclesiale e tutti i suoi frutti: il Concilio in senso stretto, il postconcilio “ufficiale”, il postconcilio “abusivo”, il postconcilio indefinito, e chi più ne ha più ne metta), il Concilio il Concilio il Concilio: e in questa mistica del Concilio, spalleggiata dai poteri mondani, tenderanno a metterlo, quello che doveva essere un «più modesto […] Concilio pastorale», persino nel Deposito della fede! Oggetto passe-partout– il “Concilio largo” – di una tendenziale nuova religione. Sicché anche quel “passo indietro”, quel “riequilibrio”, quanto riuscirà nella realtà? In questi ultimi anni abbiamo visto, e più di una volta, un eloquente meccanismo: la partenza nella buona direzione, almeno in parte; poi gli ululati dei lupi (anche in pubblico, figuriamoci in privato); e il tornare indietro su una linea vistosamente continuista, alle solite note. Sicché bisogna prendere atto sia di quegli interessanti conati, che sono un fatto e un fatto anche incoraggiante, sia della loro insufficienza, che è parimenti un fatto e un fatto che dà seriamente da pensare. Sicché l’alternativa è tra il salto di qualità e il “girare intorno a un piro”.

Il male è così radicale, così profondo, così modernisticamente sfuggente, che la stessa nozione corrente di fede richiederebbe una chiara, massiccia, capillare messa a punto: perché anche nel mondo cattolico l’idea corrente di fede non è quella del Giuramento antimodernista e dell’Atto di fede, di adesione – sull’Autorità di Dio rivelante – al buon Deposito delle verità rivelate, ma quella, meramente fiduciale e nel suo immanentismo gnostico svincolata dall’oggetto dottrinale, di Lutero.

Purtroppo il male, che riguardando la nozione di fede è appunto troppo radicale per essere tollerato, non è estirpato neppure nei documenti romani su un tale evento. Anche per via del condizionamento costituito dal continuo, strabordante patteggiamento tra le varie correnti (alla politicante) e “sensibilità” (alla protestante). Infatti, se ci rallegriamo di lodare l’intenzione, il senso generale del fatto (il ritorno alla fede, un riconoscimento della crisi della fede, l’affermazione che la fede è essenziale, è fondamentale, l’esaltazione della fede), e di per sè le affermazioni buone ricordate, pregando e sperando d’altra parte che attirino dal Cielo la grazia che può diminuire il male e far rifiorire il deserto, non ci rallegriamo certo di leggere, nella summenzionata Nota allegata , la seguente frase (ci limitiamo a questa, perché qui la cosa è molto chiara): «avrà luogo una solenne celebrazione ecumenica [poteva mancare? Anche qui che si tratta direttamente della fede!, ndr] per riaffermare la fede in Cristo da parte di tutti i battezzati». Eppure, il medesimo testo quattro pagine prima ricordava, richiamando la costante e perenne verità cattolica, che «la fede come affidamento personale al Signore e la fede che professiamo nel Credo sono inscindibili, si richiamano e si esigono a vicenda»: com’è dunque possibile, come si possono dunque prospettare delle comuni professioni di fede con i cosiddetti ortodossi (per limitarci ai più vicini, figurarsi gli altri cristiani acattolici), che del Credo non accettano, oltre all’unità ed unicità della Chiesa, il Filioque? Sotto il profilo oggettivo (l’unico di cui possiamo dire), è vera o falsa la sedicente «fede in Cristo» degli acattolici, che rifiutano la vera Chiesa di Cristo e la pura e integra dottrina rivelata da Cristo? A questa domanda c’è già la risposta, non nostra ma di S. Ambrogio (che poi, certo, facciamo nostra, con tutte le generazioni cattoliche dagli Apostoli agli scorsi decenni): «Anche gli eretici sembrano avere Cristo con sé; nessuno rinnega il Nome di Cristo, ma rinnega Cristo chi non professa tutto quanto è proprio di Cristo». Dunque si tratta meramente del modo secondo cui è pastoralmente opportuno presentare oggi l’immutabile verità, o la dottrina stessa ne è toccata, consentendo di rientrare dalla finestra a quell’idea adogmatica della fede appena fatta uscire dalla porta?

P.S. Davanti alla gravità prioritaria di tali questioni, che non dovrebbero consentire fette di prosciutto davanti agli occhi ed evasioni varie, cosa dire di certi cattolici benpensanti che anziché organizzarsi concretamente per la buona battaglia – perché Dio, che certo interverrà, vuole anche la cooperazione degli uomini – preferiscono un turismo inconcludente, ad esempio su Internet?
11 ottobre 2012
Maria SS. Madre di Dio

Circolo “Cattolici per la Tradizione”
www.cattolicitradizionalistimarche.org

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