ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 9 aprile 2013

Limonate transalpine già lo spacciano per S.Francesco...!





Il Papa: “Pregate per me, ne ho tanto bisogno”
di Jean-Marie Guénois
in “www.lefigaro.fr” dell'8 aprile 2008 (traduzione: www.finesettimana.org)
Solitudine di un papa? L'appello improvvisato a pregare per lui lanciato domenica alla fine del
pomeriggio da papa Francesco ai cristiani, è stato di un'intensità rara. “”Vi chiedo di pregare per
me. Ne ho tanto bisogno. Non dimenticatevi...”
Salutando la folla che si era radunata davanti alla
basilica del Laterano dove aveva appena preso possesso della sua sede di vescovo di Roma, ha
anche aggiunto parole estremamente chiarificatrici sulla sua visione del potere di “papa” -
denominazione che continua a non usare: “Andiamo avanti tutti insieme: popolo e vescovo, tutti
insieme. Avanti sempre nella gioia del Cristo risorto”.
Il volto di papa Francesco era certo gioioso, ma compreso del peso di una responsabilità che lui
intende in maniera diversa. Espressa infatti in questo ordine, la frase “popolo e vescovo” significa
che il Papa non intende mettersi al di sopra, ma “a servizio” del suo popolo, come ha già spiegato a
diverse riprese dalla sua elezione, il 13 marzo.
Del resto, aveva fatto modificare la formula pronunciata davanti a lui dal cardinale Vallini al
momento in cui si è seduto sulla sua cattedra, maestoso trono del vescovo di Roma, nella basilica
del Laterano (e oggetto di questa “presa di possesso”). Il prelato non gli ha detto, secondo la
tradizione: “Come il vignaiolo sorveglia dall'alto la vigna (…), sei posto in posizione elevata per
governare e custodire il popolo che ti è affidato”, ma un testo ispirato dall'ecclesiologia della Chiesa
ortodossa: “Eletto in questo luogo per presiedere nella carità tutte le Chiese, tu guidi ciascuno con
ferma dolcezza sulle vie della santità”.
Due nuovi indizi, succinti, ma significativi, di una concezione radicalmente diversa del papato.
Senza dimenticare che quella cerimonia, eminentemente simbolica – esprime il suo potere di
vescovo di Roma, quindi di papa – non era così importante ai suoi occhi. Avrebbe potuto svolgersi
il giovedì santo. Quel giorno Francesco aveva preferito andare a celebrare la messa in una prigione
di giovani minorenni nella periferia di Roma.
Il Papa ha anche confermato la sua maniera molto diretta di predicare, dando del tu. Meditava sullo
“stile di Dio”: “Dio non è impaziente come noi (…) Dio è paziente con noi perché ci ama. (…) Dio
ci aspetta sempre, anche quando ci siamo allontanati! Lui non è mai lontano, e se noi torniamo da
lui, lui è pronto ad abbracciarci”.
Ha aggiunto: “Qualcuno potrebbe forse pensare: il mio peccato è talmente grande... Non ho il
coraggio di tornare, di pensare che Dio possa accogliermi e che stia aspettando proprio me. Ma Dio
aspetta proprio te, ti chiede solo il coraggio di andare da lui. (…) Lasciamoci afferrare dalla
proposta di Dio, la sua è una carezza d'amore”.
Alcune ore prima, durante una preghiera, in piazza San Pietro, papa Francesco aveva anche esortato
i cattolici: “Dobbiamo avere più coraggio per testimoniare la fede nel Cristo risorto. Non dobbiamo
aver paura di essere cristiani e di vivere da cristiani”.

Quattro rivoluzioni fondamentali potrebbero cambiare il Vaticano
di Jean-Marie Guénois
in “www.lefigaro.fr” del 1° aprile 2013 (traduzione: www.finesettimana.org)
Ufficialmente, va tutto bene. C'è continuità. “Non bisogna contrapporre” due papi che, però – a
parte l'essenziale, cioè la fede cattolica – sono diversi in tutto: lo stile, la cultura, l'esperienza
pastorale, la visione della Chiesa, la visione del mondo. In Vaticano, guai a parlare di “rottura”.
Questa parola è bandita, nella Chiesa. Eppure, ci sono occhi che cominciano a levarsi al cielo
davanti al gusto per “la novità” di papa Francesco. La prima settimana, l'atteggiamento nuovo del
Papa era “molto comprensibile”. Quell'arcivescovo argentino era ancora tale, pur essendo diventato
il 266° papa della storia.
Nella seconda settimana, molti ritenevano che non potesse continuare così. Che avrebbe ben dovuto
cominciare a “fare il Papa”. Cioè il suo “mestiere di papa”, lasciando perdere i “suoi gusti e le sue
opzioni personali”. Ma la terza settimana ha confermato tanto lo spirito libero quanto il carattere e
la determinazione di quest'uomo. Non si lascerà tirare per la manica. Vuole far evolvere il sistema.
Quindi, le cose serie cominciano oggi e proseguiranno nell'estate. Il mondo è affascinato, ma il
Vaticano è in stato di choc!


Una visione diversa dell'autorità papale?
Rifiutando di usare la parola “papa” che ha pronunciato rarissime volte, Francesco la dice lunga
sulla sua visione del papato. È “vescovo di Roma”. Non smette di insistere su questo. Quindi non è
una civetteria di linguaggio. È “pontefice romano” nel senso di “edificatore di ponti” verso “la
periferia”. Gli “altri”, quelli “che non credono” o che vivono un'altra fede religiosa. Ha insistito, ad
esempio, a tre riprese sull'importanza delle buone relazioni con l'islam. Si potrebbe avanzare questa
formula: Benedetto XVI è stato un papa dell'interno della Chiesa cattolica, Francesco vuole andare
verso l'esterno.
Ma non è la sua preoccupazione pastorale di toccare le anime e i cuori di tutti, e in particolare dei
più lontani, a far problema. Anzi, questo impatto viene lodato. I cardinali hanno scelto apposta
questo gesuita “d'attacco” per risvegliare la Chiesa in questo senso.
Quello su cui ci si interroga, è il suo modo nuovo di esercitare l'autorità di papa. Non vuole porsi al
di sopra ma “in mezzo” ai suoi fratelli vescovi. Il primo tra loro, poiché è vescovo di Roma, ma nel
senso del servizio. “Chi è più in alto, deve essere a servizio” ha confidato ai giovani minorenni della
prigione di Roma ai quali ha lavato i piedi il giovedì santo.
Alcuni vedono già una “desacralizzazione” della funzione, mentre altri, piuttosto all'esterno della
Chiesa, sono rassicurati da questa evoluzione. Una differenza di orientamento più forte di quanto
non sembri, dato che il sistema ecclesiale è fortemente centralizzato e gerarchizzato. O, almeno,
tutto era andato in questo senso nel corso degli ultimi anni. Ma papa Francesco non è di questo
avviso. Da gesuita intelligente, sta pilotando con tatto questa “normalizzazione” della funzione
papale, ma non è certo che tutti quelli che lo hanno eletto avessero previsto una tale inversione di
tendenza.

Un cambiamento di atteggiamento esterno, anche nella liturgia?
Nel piccolo mondo ecclesiale, ci sono preti amanti di belle liturgie e altri che attribuiscono minore
importanza al fatto di celebrare la messa in forme perfette. “Non è un liturgista”, si dice di qualcuno
che, pur essendo un buon prete, non segue alla lettera tutti i dettagli liturgici. Anche di Papa
Francesco si dice a Roma che “non è un liturgista”. Al contrario del suo predecessore, Benedetto
XVI, che invece lo era. Non aveva forse reintrodotto la forma del rito antico – detto della messa in
latino secondo il messale di Giovanni XXIII – ammesso ormai come forma straordinaria? Non
celebrava forse lui stesso in latino, con le spalle al popolo, nella sua cappella privata con rispettosa
cura? Perfino rispetto al pontificato di Giovanni Paolo II, le cerimonie e gli ornamenti pontifici

hanno assunto, sotto Benedetto XVI, molto maggiore rigore, ampiezza e magnificenza. Papa
Francesco – lo ha già mostrato con il suo modo altrettanto interiore, ma molto spoglio, di celebrare
la messa – non è molto a suo agio con una certa pompa vaticana. L'aver voluto, ad esempio,
mantenere dal suo arrivo, la sua veste liturgica bianca e la sua semplice mitria da arcivescovo è un
segno. Forse superficiale agli occhi di molti, ma Benedetto XVI ha passato il suo pontificato – e
anche la sua vita di vescovo e di cardinale – a correggere certi “eccessi liturgici” che considerava
“una semplificazione e desacralizzazione” che rischiavano, a suo avviso, di intaccare la sostanza
stessa della fede cattolica. Appare tuttavia chiaro che papa Francesco, pur avendo la stessa
profondità di uomo di Dio del suo predecessore, non lo seguirà in ambito liturgico. Non è proprio
quella la sua strada.




Un cambiamento di politica nell'interpretazione del Concilio Vaticano II?
Nel dicembre 2005, papa Benedetto XVI aveva segnato il suo pontificato con un “discorso alla
curia romana” in cui spiegava la sua intenzione di metter fine all'applicazione del Concilio Vaticano
II (1962-1965) “interpretato” come una “rottura” con la più antica tradizione della Chiesa cattolica.
Per promuovere, invece, una riconciliazione tra tradizione e modernità. Così facendo, Benedetto
XVI chiedeva un ritorno alla lettera del concilio. E combatteva apertamente coloro che nella Chiesa
– a cominciare dal clero e da un buon numero di vescovi – non avevano mai veramente considerato
la “lettera”, attenendosi solo allo “spirito del concilio”. Cioè all' “apertura della Chiesa verso il
mondo” di quella riforma cattolica.
Nonostante tutte le precauzioni oratorie sentite in questi giorni in Vaticano miranti a minimizzare
questa differenza, appare, senza esagerazioni – sia considerando le prese di posizione precedenti del
cardinal Bergoglio che la rete delle sue amicizie -, che la cultura del nuovo papa sia fortemente
ispirata dallo “spirito del concilio”... Durante i primi scrutini del conclave 2005, che aveva eletto
Benedetto XVI, era stato sostenuto dal cardinale gesuita Martini e da un gruppo, detto
“progressista”, comprendente il cardinale belga Danneels. Alcuni avevano perfino fatto apparire
Bergoglio come il candidato “anti-Ratzinger”. Un atteggiamento che il gesuita, oggi papa, rifiutava
profondamente. Si pone ad un livello diverso. Si sa, inoltre, per il conclave di quest'anno, che
questo argentino non era affatto il candidato dell' “appartamento”... Cioè del papa uscente, che lo
conosce appena.
Ma è eletto papa a sua volta, contro ogni attesa. Dovrà tener conto della situazione, assumendo al
contempo la grande responsabilità “politica” di orientare la Chiesa cattolica. Certo, non è un teologo
famoso, ma piuttosto un pastore eccezionale. Non dovrebbe preoccuparsi delle sottigliezze “della
lettera” e “dello spirito” del Concilio Vaticano II, ma piuttosto darsi da fare per applicarlo
concretamente per riportare il gregge all'ovile. Lavorando, in particolare, verso le “periferie” della
Chiesa e non nelle sacrestie. E rivolgendo uno sguardo da latinoamericano, risolutamente ottimista,
al mondo così com'è.

Cambiamenti nel governo della Chiesa: quando e come?
Regna un'atmosfera particolare in Vaticano. Molti sentono bene che l'era Benedetto XVI sta
passando, ma che l'era del suo successore è piena di incertezze, non sulla qualità della persona e
ancor meno sul suo carisma, ma sulle decisioni concrete che prenderà. Molti pensano che il lavoro
della riforma della curia sarà avviato “prima dell'estate”.
Ma l'audacia delle affermazioni sferzanti di padre Cantalamessa, predicatore ufficiale della casa
pontificia, il venerdì santo, nella basilica di San Pietro, davanti al Papa e a tutta la curia romana, non
hanno tranquillizzato. Citando Kafka, ha ingiunto alla Chiesa di non diventare un “castello
complicato”. Ha affermato che “l'eccesso di burocrazia, i residui di cerimoniali, leggi e controversie
passate – “impedimenti che possono trattenere il messaggero” – sono divenuti ormai solo dei
detriti. E che arriva il momento in cui bisogna avere “il coraggio di abbattere” i “muri divisori di
stanze e stanzette” per “riportare l'edificio alla semplicità e linearità delle sue origini”. La sua
conclusione ha colpito come un fulmine: “Fu la missione che ricevette un giorno un uomo che
pregava davanti al crocifisso di San Damiano: 'Va’, Francesco, ripara la mia Chiesa'.” Chi vuol intendere...
http://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/Stampa201304/130409guenois1.pdf

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