ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 26 aprile 2013

Ubbidienza e fedeltà


di Don Giuseppe Pace
Questo articolo  fu scritto dal compianto Don Giuseppe Pace nel 1978, fu poi raccolto nel volume Zibaldone (di Fra Galdino da Pescarenico, Editiones Sancti Michaelis, pp. 42-45).

Nonostante l'articolo risenta di elementi legati al tempo in cui è stato scritto, il tempo delle riforme “ad experimentum”, per esempio, esso mantiene tutta la sua attualità nel ribadire il senso vero dell'ubbidienza stettamente connessa alla fedeltà… alla fedeltà a Dio piuttosto che agli uomini.

I neretti sono nostri

Molti Inglesi ubbidirono ai loro vescovi, e divennero Anglicani, prima scismatici e quindi eretici . Del pari al tempo di Ario, molti fedeli, ubbidendo ai loro vescovi, erano diventati Ariani.
Ecco perché non è possibile meditare sull'ubbidienza senza tener presente anche la fedeltà.

Gli Apostoli si rifiutarono di ubbidire al Sinedrio, pur essendo il Sinedrio la suprema autorità di tutti i Giudei, e quindi anche degli Apostoli : “Ubbidire bisogna a Dio prima che agli uomini” (Atti V, 29).

Quando a San Paolo, non solo non si uniformò alla condotta di San Pietro, nonostante stesse diventando norma di condotta universale, accolta da personaggi di primaria importanza come San Barnaba; ma proprio perché stava per diventare norma di condotta universale, con ineluttabili conseguenze dottrinali, San Paolo resistette in faccia a San Pietro “In faciem ei restiti, quia reprehensibilis erat” (Gal. II, 12).

È questo il primo caso di un vescovo, e quale vescovo!, che si oppone apertamente al suo Papa, e quale Papa!
Se San Paolo, pro bono pacis, non fosse insorto arditamente contro San Pietro, una Chiesa cattolica non svincolata dal Giudaismo sarebbe morta sul nascere, e noi oggi, semmai cristiani, saremmo sotto il giogo della legge giudaica, cui Gesù invano avrebbe tentato di sostituire la nuova sua legge.

Il Signore permise un tal caso, e lo volle documentato nella Sacra Scrittura, a monito ed esempio dei suoi fedeli, e più volte lungo il decorrere dei secoli della storia della Chiesa, e vescovi e Santi trovarono in detto episodio il paradigma della loro condotta, sofferta ma doverosa e provvidenziale.

Uno dei peccati mortali cui consegue ex ipsa natura rei la scomunica dei Massoni è il giuramento di fedeltà che essi devono fare più e più volte, ad ogni nuovo gradino della loro carriera, di ubbidienza incondizionata agli ordini che loro verranno impartiti dall'alto.
Promettere una tale ubbidienza ad un uomo, per quanto rivestito di alta ed altissima autorità, è peccato intrinsecamente grave.
Incondizionatamente si ubbidisce solo a Dio.

Così ubbidì Abramo a Dio, che gli ordinava di immolare in sacrificio Isacco; così ubbidì la Madonna, poiché la domanda da lei rivolta rispettosamente all'Arcangelo Gabriele non conteneva una condizione, ma semplicemente una preghiera perché le fosse concessa la luce necessaria a illuminarle almeno i primi passi del nuovo cammino che accettava senz'altro di percorrere, secondo la divina e manifesta divina volontà .

Ecco perché nelle stesse formule di emissione dei voti religiosi si dichiara esplicitamente di promettere ubbidienza ai comandi conformi alle Regole approvate dalla Santa Sede.
Ogni altro comando del superiore non conforme alle dette Regole è abusivo, e l'ubbidienza in tal caso non è virtù religiosa ma viltà, se non addirittura complicità nel male.

Dal che deriva che l'ubbidienza “cieca”, intendendo per cieca quella che non vuole rendersi conto dell'autorevolezza del comando, non è virtù, né religiosa, né cristiana, né umana.
Anche per ubbidire a Dio bisogna rendersi conto a occhi aperti che il comando derivi da Dio: San Giuseppe ubbidì all'Angelo perché fu certo che si trattava proprio di un angelo e non di un fantasma onirico naturale .

Per questo si deve riflettere seriamente sul contenuto di un comando inconsueto, impartito da un'autorità subalterna, quale è ogni altra autorità rispetto a quella di Dio. 
Anche oggi infatti non mancano lupi rapaci travestiti da pastori che, esigendo ubbidienza alle loro disposizioni, allontanano il gregge dalla fedeltà alla santa Tradizione, e quindi dalla Fede, cominciando a staccare grado a grado i fedeli dalle tradizioni liturgiche, anche dalle più sacrosante, quali la stessa santa Messa apostolico-romana .
È questa la via percorsa da tutti gli eresiarchi, da tutti i fautori di scismi.

Non possiamo meravigliarcene se li vediamo all'opera sotto i nostri occhi: già San Paolo ne preavvisava i presbiteri di Efeso: “Ego scio quoniam intrabunt post discessionem meam lupi rapaces in vos non parcentes gregi. Et ex vobis ipsis exsurgent viri loquentes perversa, ut abducant discipulos post se. - Poiché io so che dopo la mia partenza penetreranno fra voi dei lupi rapaci che non risparmieranno il gregge .Non solo, ma tra voi stessi si faranno avanti di quelli che predicheranno cose perverse per tirarsi dietro dei discepoli.” (Atti, 20, 29-30) .

Talora ci accorgeremo che certi ordini sono ultimamente contrari alla santa legge di Dio dai frutti amari che vanno producendo.
Almeno allora, dopo una tale constatazione, dovremo rifiutarvi l'ubbidienza, anche se questo atteggiamento ci impone di andare contro corrente, e se l'andare contro corrente è scomodo, difficile, ci espone al biasimo, all'isolamento ed alla condanna aperta. 
Sarà una prova che, grazie a Dio, siamo vivi: non si è mai visto che un pesce morto vada contro corrente.
Non per questo saremo tuttavia autorizzati a considerare colpevole il superiore che li ha impartiti.
Può avvenire infatti che li abbia impartiti per ignoranza, e quindi per zelo mal consigliato. Se però non vengono rettificati o revocati neppure quando appaiono manifesti i frutti di tosco che producono, allora ci sarà più difficile scagionare il superiore che ne è stato la causa.
Se tuttavia sia anche in colpa, noi non lo possiamo sapere con certezza: dobbiamo in questo rimettere tutto al giudizio di Dio, e pregare a che Iddio invii a chi di ragione la luce necessaria, e prodigarci con tutte le nostre forze per arginare il male che possiamo arginare.

È chiaro che fino a quando la legalità, sia pure solo parvente, lavora per il male non si potrà lavorare per il bene che agendo fuori della legalità.
Tale fu il caso di molti Martiri. 

Talora può avvenire che basti parlarne al superiore, a che questi si renda conto del come stanno le cose, ne rettifichi un ordine sbagliato o senz'altro lo revochi. Se riteniamo che la nostra parola sia sufficiente a tanto abbiamo il dovere di dirla, a tempo debito, evitando di urtare, senza l'aria e l'animo di voler rimproverare, ma solo per illuminare.

Altre volte l'ordine può essere  irrazionale, ma l'eseguirlo non comporta né l'offesa di Dio né un pericolo per le anime.
Allora, se riteniamo inutile la nostra parola a che venga revocato, lo eseguiremo, unendo la penitenza, che comporta l'esecuzione di una fatica inutile, alla Passione del Signore, e sicuri che in tal modo diverrà fatica utile, utilissima, e ne deriverà ultimamente del bene.

Pianteremo allora i cavoli alla rovescia?
Certamente, e con ubbidienza interna.
Che vuol dire ?
Che ci convinciamo che piantarli in tal modo sia il modo scientificamente dimostrato migliore per avere il massimo raccolto?
No di certo; ma che il divin Redentore, alla cui ubbidienza associamo la nostra, saprà ricavare dall'esecuzione di quel comando sbagliato un bene maggiore di quello che avremmo ottenuto se avessimo ottenuta la revoca del medesimo.
Ecco l'adesione interna !
Non alla irrazionalità del comando, ma all'esecuzione del medesimo quale complemento della Passione redentiva del Signore.

Anche l'ubbidienza del Signore, in quanto ubbidienza ai suoi nemici, ai suoi crocifissori, fu ubbidienza a tutta una serie di comandi ingiusti, e perciò spesso irrazionali: e tuttavia quale frutto ne è derivato !

Anche nel caso dei cavoli piantati alla rovescia, una ubbidienza cieca, cioè una esecuzione puramente meccanica, è fuori questione: resta una ubbidienza doppiamente veggente, che vede con l'occhio della ragione e con l'occhio della fede, che agisce alla luce della ragione e alla luce della fede. 

Che dire delle norme date a qualche comunità ad experimentum?
L'esperimento si fa per sapere se una certa norma è atta o meno a favorire la persecuzione di un certo bene.
Non ha ancora per oggetto il bene comune certo, perciò non può essere oggetto di legge e la norma che lo prescrive non può avere carattere di legge.
Legge infatti dicesi quell'ordinamento conforme a retta ragione promulgato dalla legittima autorità, avente per oggetto un bene certo, cioè certamente confacente al bene comune. 
Ora detta certezza manca fino a quando l'esperimento non abbia dato esito positivo.  Solo dopo di ciò lo si potrà volgere in legge. Prima di ciò non lo si può imporre alla comunità in quanto tale:  lo si può proporre a qualche volontario, disposto a fare da cavia da esperimento nella speranza di contribuire in tal modo al bene comune, per lo meno evitando alla comunità le conseguenze della adozione di una norma dannosa.
In ogni modo si dovrà sollecitare la fine dell'esperimento, sia perché è più difficile vedere in una disposizione avente carattere di esperimento la volontà di Dio significata, specialmente se detta disposizione appare in contrasto con delle norme tradizionali, nelle quali la si era vista e venerata fino allora; sia perché nessuno può aspirare di imbarcarsi in una barca ancora sotto esperimento, e che perciò non si sa se galleggerà a dovere o se andrà a fondo.

La stessa mancanza di vocazioni alla vita religiosa e sacerdotale va individuata da una parte nella diffusione dell'immoralità tra i giovani, e dall'altra nel sovvertimento interno della vita religiosa ed ecclesiastica, avvenuto quasi universalmente, sia pure a puro scopo sperimentale.

Non solo una norma in esperimento in vista di essere adottata come legge, ma la stessa legge, avente cioè per oggetto un bene vero ed indubitabile, se si presenta come nuova, suscita diffidenza e ripugnanza; mentre una norma tradizionale, e divenuta perciò costume, suscita confidenza e docilità spontanea.
Per questo ogni cambiamento di legge costituisce un trauma nel corpo sociale da evitarsi quanto più è possibile, come si cerca di evitare un intervento chirurgico pericoloso, fino a quando non si presenti come assolutamente indispensabile.
Per questo ancora solo quando la legge antica si rivelasse gravememnte dannosa al corpo sociale, tale da disgregarne la compagine, sovvertendo quell'ordine che dovrebbe costituire; tale da suscitare serie inquietudini e poi aperte ribellioni generalizzate anche da parte dei più osservanti; solo allora andrebbe abrogata.

Che se dopo una qualche abrogazione di una antica legge si manifestasse nel corpo sociale un qualche malessere prima sconosciuto, o un malessere già esistente e che si voleva mitigare e che invece rincrudisce in modo allarmante, ciò starebbe ad indicare che detta abrogazione non era necessaria, che è stata fatta in modo inconsulto, che perciò giuridicamente è nulla: di conseguenza l'antica legge resta ipso fattoex se ipsa in vigore, senza bisogno di ripromulgazione formale. 

La Tradizione è garanzia di bene; le innovazioni partecipano troppo sovente in misura più o meno rilevante della ribellione di Satana. Perciò Satana odia la tradizione e spinge alla innovazioni, diffondendo una subdola infezione, molto contagiosa e causa di un irresistibile prurito: il prurito della riforma. 
Ai suoi più intimi Satana confida apertamente i suoi progetti e parla di riforma e di rivoluzione; agli altri parla semplicemente di “aggiornamento”. Aggiornarsi vuol dire lasciare il vecchio per il nuovo. Affinché questo avvenga Satana sostituisce alle categorie di bene e di male, le categorie di nuovo e di vecchio. Bene è il nuovo, perché nuovo, anche se di fatto è male; male è il vecchio, solo perché è vecchio, anche se di fatto è buono e ottimo. Così inducendo ad aggiornarsi, inducendo a lasciare il vecchio, induce a uscire di strada e a fare il male.
Per non cadere nel tranello di Satana bisogna avere sempre presente che la legge di Dio è vecchia e stravecchia, è eterna! E che i suoi comandamenti, benché vecchi e stravecchi, sono la via indispensabile al Paradiso. Ogni altra legge, a che abbia ragione di legge, e non sia iniuria, deve essere conclusione o determinazione della legge di Dio, e se non lo è, è abusiva e viene da Satana.

Ci sono di quelli che esigono dai fedeli, dal clero, dai religiosi, una conversione, che preferiscono chiamare metànoia, radicale e permanente; poiché tale sarebbe la volontà di Dio, espressa da Giovanni Battista là dove dice : “Convertitevi e credete al Vangelo” (Marco 1, 15), e poiché solo in tal modo ci si può adattare, come è di dovere, ai tempi che cambiano.
Ma Giovanni Battista predicava la conversione dal peccato alla vita di grazia, e non viceversa, mentre l'adattarsi ai tempi potrebbe significare proprio il contrario, se per tempo non si intende la semplice misurazione di un moto. ma la storia umana che si svolge nel tempo.

Di fatto i predicatori della metanoia radicale e permanente mirano a distruggere nei cuori il senso del peccato, a inculcare in loro il relativismo morale, che nega ogni distinzione tra bene e male; a indurre le persone ad ubbidire a Satana, padrone del mondo ed artefice ultimo di tutte le brutture che vi si commettono. Si appellano al Vangelo per apparire ambasciatori di Dio, ed esigono ubbidienza in nome di Dio, mentre mirano ad imporre a tutti il tirannico giogo di Satana.

Solo la fedeltà alla Santa Tradizione ci permetterà di sottrarci a un tale pesante ed infame giogo, per conservare sulle nostre spalle quello di Colui che disse : “Il mio giogo è soave, e la mia soma lieve” - Iugum enim meum suave est, et onus meum leve  - (Mt. 11, 30).

http://www.unavox.it/ArtDiversi/DIV494_Don_Pace_Ubbidienza_e_Fedelta.html

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