ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 1 luglio 2013

Papa Francesco: il ribelle del Vaticano

 Per i sostenitori dello status quo, è il papa più pericolosamente imprevedibile da secoli.
Si è trattato solo di un altro weekend di lavoro per papa Francesco, in aggiunta alla serie di azioni,parole e gesti che lo hanno reso un personaggio stabilmente presente sui media fin dalla sua elezione il 13 marzo.
Il 15 giugno ha compiuto un passo importante verso la riforma della banca del Vaticano colpita da scandali, nominando un suo uomo, Mons. Battista Ricca – che dirige anche l'albergo vaticano dove Francesco vive – come prelato ad interim per il controllo della gestione della banca. Il giorno dopo, mentre lungo Via della Conciliazione (la via principale che porta a Piazza San Pietro), si riunivano diverse migliaia di motociclisti partecipanti alle celebrazioni del 110° anniversario della Harley-Davidson, Francis è arrivato con la sua jeep scoperta e li ha benedetti. Poi ha presieduto una messa all'aperto nella piazza, attorniato da semplici cattolici, suore e preti con i loro abiti, e motociclisti coi loro giubbotti Harley.
La sua armoniosa mescolanza di sostanza e di stile, talvolta nello stesso atto – la sua decisione
senza precedenti di rimanere nell'afa di Roma per tutto il mese di luglio esprime insieme solidarietà con quei romani che non sono abbastanza ricchi da possedere un'abitazione estiva e al contempo gli permette di mantenere la sua tabella di marcia – è la nuova normalità papale. Il papa, agli occhi della maggior parte degli osservatori vaticani, ha talmente modificato il tono del papato, cioè il volto che presenta ai fedeli e più ampiamente al mondo, che lo stile è diventato sostanza. “Anche se dovesse morire domani”, sottolinea Michael Higgins, un eminente intellettuale cattolico canadese che ora insegna alla Università del Sacro Cuore di Fairfield nel Connecticut, “non credo che il suo successore potrebbe tornare alle abitudini antiche”.
Per Higgins, “sono stati i migliori 100 giorni nella storia del papato, probabilmente i più
significativi da Innocenzo III”. Higgins intende significativi in un senso diametralmente opposto in un caso e nell'altro: quando Innocenzo salì al soglio pontificio 815 anni fa, il suo regno portò a
compimento l'apoteosi dell'erede del pescatore ormai monarca del cristianesimo, una figura sospesa tra cielo e terra. Invece Francesco “ha iniziato un processo di demistificazione di questa carica di tale portata che è come trasformare la dinastia degli Windsor in una monarchia scandinava – da Benedetto a Francesco, è stato come passare dalla carrozza reale londinese a girare liberamente in bicicletta per Copenhagen”.
Jorge Mario Bergoglio, ex cardinale arcivescovo di Buenos Aires – primo sia per il nome che ha
scelto come papa, che per la nazionalità, il continente e l'ordine religioso – ha iniziato a mostrare il suo modo di procedere così diverso subito dopo la sua elezione, chiedendo alla folla davanti a San Pietro di pregare per lui, invece di offrirle una benedizione. È balzato su un pulmino per tornare all'albergo invece di salire sulla limousine papale. Porta una croce semplice, non gioielli pontifici.
Ha annullato i bonus che abitualmente venivano pagati ai dipendenti del Vaticano con l'arrivo di un nuovo papa (che ammontavano a circa $ 2,100 ai tempi dell'elezione di Benedetto). Vive, non negli appartamenti papali, ma in una casa per ospiti in Vaticano, dove fa colazione con il personale e con gli altri ospiti parlando liberamente con tutti loro. Rompendo qualsiasi consuetudine usa l'ascensore insieme a qualunque altra persona. Ha avuto parole gentili verso gli atei, e si è espresso persino sulla possibilità della loro salvezza, se almeno si dedicano al servizio dei poveri.
Ha lavato i piedi sia di donne che di uomini, sia di musulmani che di cattolici, in una versione senza precedenti, perfino scioccante, dell'antico rito del Giovedì Santo. Quasi sempre, quando parla di sé,non usa nessuno dei suoi titoli elevati, come Vicario di Cristo, ma usa il titolo di vescovo di Roma,cioè quello del suo ministero pastorale. Ha condannato “il culto del denaro” e le sofferenze provocate dalle misure di austerità in Europa, la “schiavitù” nell'industria dell'abbigliamento in Bangladesh, e la mafia. Predica facendo riferimenti al diavolo con la stessa frequenza con cui fa riferimento a San Francesco. Potrebbe perfino aver compiuto un esorcismo in Piazza San Pietro. 
La cosa che sconcerta maggiormente è che dice ciò che pensa mentre lo sta pensando. Ci sono persone sante nella Curia (la burocrazia vaticana), ha detto Francesco ad un gruppo di religiose e religiosi,ma anche una “corrente di corruzione” ed una “lobby gay”: “Vedremo cosa possiamo fare”.
Secondo Arthur Liebscher, un gesuita americano che ha spesso incontrato Francesco in Argentina
negli anni 80, sembra che Francesco stia cercando di mettere a punto i suoi pensieri – ad alta voce,in pubblico – proprio chiedendosi quali problemi deve affrontare la più estesa chiesa del mondo e che cosa bisognerebbe fare per risolverli, con minimo riferimento a soluzioni precedenti o confuse.
È impegnato in una “radicale riscrittura della sua carica, da un pulpito teocratico a un ministero”,
dice Higgins, che crede che il commento più rivelatore che Francesco abbia fatto sugli obiettivi del suo pontificato sia stato espresso in una messa solo due settimane dopo la sua elezione. I preti, ha detto il papa, lasciando ancora una volta da parte il testo preparato e chiaramente includendo se
stesso, devono essere vicini alla gente, “pastori con l'odore delle pecore”.
Tutto questo ha fatto di Francesco il papa più terribilmente imprevedibile di tutti i secoli.
Pericolosamente imprevedibile, per i sostenitori dello status quo. Questi ultimi comprendono
burocrati di basso livello, per i quali il mantenimento del protocollo papale, la fedeltà liturgica e il
cerimoniale di corte sono “la loro vita”, come ha detto Higgins, e quelli molto più in alto nella
catena alimentare del Vaticano, la cui cattiva condotta è stata storicamente nascosta sotto il tappeto.
Quelli scoperti a nuotare nella “corrente di corruzione” non possono aspettarsi un atterraggio
morbido questa volta.
Infatti nessuno dubita, malgrado il passo misurato finora – la nomina per la banca è stata una delle
prime mosse personali decisive – che sotto questo papa si stia preparando un cambiamento enorme per la Chiesa. Nella stessa conversazione in cui meditava sul vedere “quello che possiamo fare” sulla Curia, Francesco aveva aggiunto che “i cardinali della commissione faranno avanzare le cose”,in ottobre, quando cominceranno ad esprimergli le loro raccomandazioni.
Si riferiva agli otto cardinali di tutti i continenti a cui ha dato l'incarico di consigliarlo nella riforma della burocrazia. Il gruppo, in cui c'è un solo cardinale del Vaticano, è formato dai più severi critici della curia, tutte persone che sono (o erano), come Francesco, anche pastori delle loro diocesi.
Comprendono Sean Patrick O'Malley, attualmente arcivescovo di Boston e frate cappuccino che ha ottenuto enorme rispetto per il modo schietto in cui ha affrontato difficili realtà, facendo pulizia di fronte alle situazioni di abusi sessuali che aveva ereditato in ogni diocesi in cui ha servito, e George Pell, arcivescovo di Sydney in Australia, che è stato forse il più franco nel criticare la Curia negli incontri pre-conclave.
I partecipanti a quelle discussioni cercavano di trovare la possibilità di porre dei limiti temporali per gli incarichi in Vaticano, per evitare che i preti diventassero burocrati di carriera, e chiedevano che il Vaticano togliesse il segreto sulle sue oscure finanze e fornisse rapporti finanziari più chiari.
Praticamente tutti, compreso il cardinal Bergoglio, erano d'accordo sul fatto che la burocrazia
avesse bisogno di una profonda e decisa trasformazione, in modo da essere orientata a porsi a
servizio dei vescovi nelle loro diocesi, e non il contrario.
Nonostante ciò, il papato continua ad essere una monarchia assoluta, e gli otto cardinali sono
consiglieri, non legislatori. Alla fine sarà Francesco a prendere le decisioni. Gli osservatori vaticani naturalmente cercano di intuire dalle sue osservazioni fuori copione dei segnali di azione futura –compito non facile, come mostrato nella sua ammissione, degna di essere pubblicata in primo luogo per la sua franchezza, della presenza di omosessuali nella Curia. Non c'è modo di accertare ciò che Francesco veramente ha detto, o solo inteso dire: dagli appunti in spagnolo, i visitatori hanno tratto in seguito un'espressione derivata dall'inglese (“gay lobby”). Il papa, che a quanto si dice, capisce l'inglese meglio di quanto lo parli, può aver citato quell'espressione standard inglese, o detto qualcos'altro che i suoi ascoltatori hanno interpretato così. Né è possibile determinare quanto la sua osservazione fosse ostile: da quanto risulta evidente dalle annotazioni rese pubbliche, Francesco non ha fatto collegamenti tra la corruzione e il clero gay.
Alcuni osservatori mettono in relazione il modo di pensare del papa con il suo background culturale – la classica mescolanza latino-americana di conservatorismo dottrinale e di radicalità in campo economico. “Anche per un sudamericano, quella di Francesco è una devozione tradizionale”, dice padre Liebscher, uno specialista della storia argentina che insegna all'università gesuita Santa Clara in California. Liebscher è d'accordo con coloro, come Michael Higgins, che vedono nel papa il gesuita, e a loro avviso questo è uno dei migliori indizi per prevedere le sue azioni future -“l'ascetismo, il disinteresse per il rango e per i vantaggi della carica, la dedizione al servizio e alla chiesa cattolica romana come chiesa dei poveri”, sono le parole di Higgins – con un avvertimento: Bergoglio è un gesuita argentino, formato spiritualmente in un “calderone” religioso e sociale aparte.
Fin dalla loro fondazione durante la Controriforma cattolica, i gesuiti hanno avuto una relazione
complicata con il papato, talvolta agenti favoriti della volontà papale - “rispondendo ai quei bisogni che altrimenti non sarebbero stati soddisfatti”, dice Liebscher. “Storicamente questo ha sempre significato istruzione e missione, benché oggi la missione sia rivolta più all'emarginato che al pagano”. In altri tempi, tuttavia, l'ordine fu soppresso o guardato con sospetto per la sua audacia intellettuale e la sua vena ribelle, come in America Latina negli anni 70, nei tempi d'oro della teologia della liberazione, più tardi condannata dal Vaticano per essere sconfinata in territorio intellettuale marxista. Non per caso non c'è mai stato prima un papa gesuita.
Liebscher era studente a Santa Fe, 400 km a nord ovest di Buenos Aires, nel 1987, quando
Bergoglio vi andò e vi rimase alcune settimane. “Non parlava molto – sono impressionato di quanto sia ciarliero come papa – e quello che tutti notammo era quanto fosse disciplinato nella sua vita di preghiera, un esempio per i più giovani. Notammo quello, e le tensioni che circondavano il suo entourage”. Come ex capo del suo ordine in Argentina, Bergoglio era stato direttore spirituale di molti giovani. “Eravamo tutti formati da lui, condividevamo la sua austera dedizione sia alla vita religiosa che ai poveri”, dice Liebscher, aggiungendo “un gesuita uruguaiano una volta mi disse che Bergoglio non era forse un teologo della liberazione, ma che 'certamente pensava come uno di loro'”. Bergoglio, in realtà, era quella figura tipicamente argentina, un caudillo , un uomo forte come il dittatore Juan Peròn. Un caudillo religioso, buono, ma caudillo ”, riassume Liebscher, un uomo che prendeva le proprie decisioni e trascinava tutti con sé.
Ciò che fece di Bergoglio una figura polarizzante nel suo ordine non fu la colpa attribuitagli alla sua elezione, di avere effettivamente consegnato due attivisti gesuiti della teologia della liberazione,rapiti e torturati ne 1976, ai militari al governo rifiutando di appoggiare il ministero dei preti.
“All'interno dell'ordine era diffusa l'idea che egli fece ciò che poté per proteggere i due giovani che non avevano avuto il buon senso di allontanarsi dalla linea di tiro”, dice Liebscher. (Entrambi gli uomini furono liberati dall'attività segreta di Bergoglio: fece in modo che il prete della famiglia del dittatore Jorge Videla telefonasse dicendosi malato, così che Bergoglio potesse dire messa nella casa di Videla e potesse chiedere, con successo, la grazia). No, ciò che fece sì che Bergoglio si distinguesse fu la sua adesione totale, emotiva e spirituale, alla decisione del 1972 dell'ordine nel suo insieme, di abbracciare l'opzione preferenziale per i poveri: “Le province di lingua spagnola erano più divise di tutte le altre su quel problema e Bergoglio fu sempre all'avanguardia”.
Da allora ha sempre messo in pratica la sua dedizione alla causa degli emarginati totalmente
all'interno della fede ortodossa e in una maniera assolutamente pragmatica. “È un tipo da 'basta che funzioni', un tipo da 'un passo alla volta'”, dice Liebscher, “così sono sicurissimo che non c'è nessun piano onnicomprensivo per il suo pontificato”. Ma c'è un conflitto che l'americano ritiene
inevitabile. Roma è la centrale del clericalismo, il cuore del concetto di presbiterato come Chiesa
reale , a giusta ragione privilegiato molto al di sopra del laicato, mentre il nuovo vescovo della città è il suo “nemico giurato”. “La sola volta in cui l'ho visto chiaramente risentito nei confronti di un'altra persona è stato quando qualcuno aveva detto che “il padre tal dei tali preferiva dire messa da solo, un'esperienza privata”. Un rito della chiesa non è una faccenda privata di una persona,aveva ribattuto un furente futuro papa, “è un servizio per le persone”.
Tra il momento attuale e il suo potenzialmente fatidico incontro con suoi consiglieri cardinali in
ottobre, Francesco non resterà inattivo. Incombente è anzitutto il suo ritorno trionfale in Sud
America nella seconda metà di luglio per le giornate mondiali della gioventù a Rio de Janeiro. Se
voglia mettersi in contatto con i giovani alla maniera di Giovanni Paolo II è la prossima grande
domanda, ma Higgins non ha dubbi sulla risposta. Francesco, dopo tutto, è entrato in contatto con
quasi chiunque (tranne che con gli arcitradizionalisti) nella sua variegata Chiesa forte di 1,2 miliardi di persone. “Ha parlato con un'infinità di cattolici, laici e preti, tutti sono stati semplicemente galvanizzati da lui”. E se quei giovani gli pongono delle domande, che cosa potrebbe rispondere?
“Chi lo sa?”, ride Higgins. “È capace di tutto”.

di Brian Bethune
in “www2.macleans.ca” del 28 giugno 2013 (traduzione: www.finesettimana.org)


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