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martedì 16 luglio 2013

Saremo tutti clandestini

«Lampedusa, omelia programmatica di un pontificato»
Papa Francesco
PAPA FRANCESCO

Lo afferma lo storico della Chiesa Alberto Melloni: «Non molti se ne sono resi conto. È un testo paragonabile al discorso d'apertura del Concilio»

«L'omelia che Papa Francesco ha pronunciato a Lampedusa rappresenta una svolta, è un documento paragonabile a "Gaudet Mater Ecclesia", il discorso di apertura del Concilio di Giovanni XXIII. Mi sembra che non molti se ne siano resi davvero conto». Ne è convinto lo storico della Chiesa Alberto Melloni, che invita a considerare bene le parole pronunciate dal Papa nel corso della sua visita a Lampedusa lo scorso 8 luglio.
  
«Papa Roncalli - spiega Melloni a Vatican Insider - dentro un ordito linguistico perfettamente tradizionale e devozionale, diceva delle cose di una potenza evangelica enorme.
Ed era cosciente di quella potenza, come attesta la decisione di far conservare il manoscritto del discorso di apertura del Vaticano II perché in futuro si potesse vedere come si trattava di farina del suo sacco. Il segreto di Papa Francesco è diverso: con un linguaggio accessibile comunica dei contenuti dottrinali straordinari. Lampedusa è uno di questi casi, per me il più importante».
  
Per lo studioso, chiunque altro, in un'occasione come quella, «avrebbe fatto un discorso imputando quelle morti alla nostra società, alla modernità, all'indifferentismo. Francesco invece ha parlato del posto dei cristiani nella società e nel mondo. Celebra una liturgia penitenziale, e non ci chiama fuori. Neanche il Papa si chiama fuori».
  
Il riferimento di Melloni è a questo passaggio dell'omelia, quando Bergoglio ha affermato: «Tanti di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri. E quando questo disorientamento assume le dimensioni del mondo, si giunge a tragedie come quella a cui abbiamo assistito».

 Il Papa - spiega lo storico della Chiesa che dirige anche la Scuola di Bologna fondata da Alberigo - «non vuole insegnare ai suoi interlocutori a stare al mondo, ma dice cose che hanno a che fare con il pianto e l'accusa di sé. E nella preghiera finale che ha pronunciato, quando ha chiesto perdono "per l’indifferenza verso tanti fratelli e sorelle", per chi "si è chiuso nel proprio benessere che porta all’anestesia del cuore" per "coloro che con le loro decisioni a livello mondiale hanno creato situazioni che conducono a questi drammi", Francesco ha indicato un ruolo e una funzione della Chiesa nello spazio pubblico».
  
Per Melloni, dopo Giovanni Paolo II, che «concepiva la Chiesa come un elemento teso a dimostrare la propria forza nel mondo», e dopo Benedetto XVI, «che parlava della Chiesa come una piccola e umile comunità, una minoranza creativa, la quale in modo non arrogante aiuta il mondo a rendersi conto dei suoi mali, ecco Francesco che ci parla di un "popolo teoforo", portatore di Dio...». Il riferimento è, in questo caso, ai lampedusani, i quali vivendo la loro vita umanamente hanno interpretato i versetti di Matteo 25: "Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi"».
  
Con queste parole, secondo lo storico, Papa Bergoglio «ha detto che il compito della Chiesa nello spazio pubblico non è quello di manifestare la sua forza. Basta vedere che cosa è accaduto con la vicenda del matrimonio omosessuale in Francia. Il fatto che Francesco non ne abbia parlato non significa che approvi, né che non abbia idea di ciò che sta avvenendo, né che cerchi delle mediazioni. Lui propone una prospettiva completamente diversa, che vede al centro l'ultimo, la presenza di Cristo nei poveri. Una presenza che giudica non il mondo ma la Chiesa. E così facendo il Papa - osserva ancora Melloni - fa un'operazione dottrinale prodigiosa».

 Il Papa, spiega ancora lo studioso, «non si dice: seguite il diritto naturale e almeno considerate Dio come ipotesi, vedrete che le cose nella società andranno meglio. Dice invece che c'è una potenza evangelica che si manifesta là dove non viene esercitata la custodia del povero. Ed è là che la Chiesa ritrova il suo senso. Il Papa va a cercare il popolo descritto in Matteo 25, non solo i cristiani o chi aiuta in quanto cristiano».
  
Per il professor Melloni sarebbe sbagliato focalizzarsi soltanto sul problema dell'immigrazione: «La Chiesa è penitente davanti al suo Signore. Il Papa riconosce che ci sono là fuori, nel tempo, nella vita di ogni giorno, delle realtà che dicono il Vangelo alla stessa Chiesa. È la dottrina conciliare dei "segni dei tempi", cioè le cose che ci parlano del Vangelo. Personalmente ritengo il discorso di Lampedusa un'enciclica programmatica di pontificato».

ANDREA TORNIELLI
CITTÀ DEL VATICANO

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