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martedì 10 settembre 2013

Cardinali anonimi

«Anche tra i cristiani il rischio dell'ateismo anonimo» 

il Cardinale Angelo Scola
IL CARDINALE ANGELO SCOLA

Il cardinale Scola chiede di guardare in modo positivo al mondo abbandonando condanne e lamenti. E annuncia lo snellimento della Curia di Milano

ANDREA TORNIELLIMILANO

S'intitola «Il campo è il mondo. Vie da percorrere incontro all’umano», è caratterizzata da uno sguardo positivo sul mondo e sui suoi cambiamenti e rappresenta fino ad oggi il più significativo tentativo di sintonia con il nuovo pontificato da parte di una delle grandi diocesi italiane. 

Nella lettera pastorale del cardinale di Milano Angelo Scola, pubblicata oggi, non mancano giudizi realisti sullo stanchezza delle Chiese europee: «La situazione sociale, politica, religiosa dell’Europa mostra tutte le rughe del volto di una madre che per secoli ha portato, a volte con arroganza, il peso della crescente complessità della storia. I cristiani stessi ne condividono la responsabilità». E nonostante alcuni segni incoraggianti di controtendenza, scrive Scola, «occorre ammetterlo con franchezza, anche tra i cristiani ambrosiani esiste il rischio di una sorta di “ateismo anonimo”, cioè di vivere di fatto come se Dio non ci fosse». Una fatica che si percepisce in modo particolare nella «condizione delle generazioni intermedie».

 * (avviso ai naviganti = il resto è ancor più fuffa)

Ma la novità più significativa della lettera è
lo sguardo positivo sul mondo che propone. Il mondo è «il campo di Dio», all'origine della realtà c'è «l'iniziativa buona di un Altro» e dunque, spiega il cardinale parafrasando Papa Francesco, bisogna «lasciarsi sorprendere da Dio». Il «“mondo” ha una dimensione irriducibilmente positiva: è il frutto della grazia» dell'amore di Dio. Un amore che «ci precede sempre e non può essere vinto da nessun male!».

Meditando sulla parabola del grano e della zizzania, Scola invita i cristiani a riconoscere che la mescolanza di bene e male, di apertura e chiusura al progetto buono di Dio «è presente nel cuore di ciascuno di noi», non è qualcosa che riguarda gli altri. E dunque anche se bisogna distinguere il grano dalla zizzania «il giudizio sulla libertà degli uomini non tocca a noi, ma al Padre che guida la storia del mondo».
E dunque «non tocca a noi giudicare in modo definitivo, condannare senza appello» gli altri, i lontani, «perché il cammino della vita si compie solo alla fine e la libertà può sempre ravvedersi. La misericordia di Dio è paziente e non smette mai di sollecitare la risposta dell’uomo». Dunque lo sguardo non si deve fissare prima di tutto sulla zizzania, sul male, ma sul bene che è all'origine, senza inoltrarsi «sui sentieri della condanna, del lamento e del risentimento».

Lo sguardo dei cristiani deve essere paziente. «Non ingenuo, non irenico, tanto meno connivente con il male; ma paziente della stessa pazienza misericordiosa di Dio. Una pazienza capace di diventare, come per Gesù, commozione. È impressionante - osserva Scola - constatare quante volte nel Vangelo viene registrato il fatto che i peccatori non si allontanano, ma si avvicinano a Gesù!».

«Il Figlio dell’uomo semina il seme buono nel campo che è il mondo - scrive l'arcivescovo di Milano - Questo significa che tutto dell’uomo e tutti gli uomini sono interlocutori di Gesù». Come comunicare dunque che la fede è un dono alla portata di tutti? Come superare la diffidenza, in molti diffusa, verso la fede e la Chiesa? Sono le domande che i cristiani ambrosiani sono invitati a porsi.

Scola parla di tre ambiti. Quello degli affetti: «Le persone chiedono di essere definitivamente amate per poter amare definitivamente... L’infelicità degli affetti inaffidabili infesta il campo come la zizzania, anche se non riesce a soffocare il desiderio del bell’amore». Quello del lavoro: «Oggi la situazione è talmente drammatica da scoraggiare ogni discorso che non parta dalla denuncia e dalla protesta. E l’allarme è pienamente motivato». 

Servono «scelte politiche ed interventi legislativi tesi a favorire una ripresa economica che offra prospettive occupazionali a tutti». Anche se la «la fame di lavoro può indurre a censurare altri aspetti, quali, per esempio, il rischio che si instaurino forme di precarietà e di sfruttamento ingiustificate, che si trascurino attenzioni per la sicurezza, che si evitino domande sulla qualità etica di ciò che si produce, che ci siano poteri incontrollati – come spesso avviene con la finanza –, che possono decretare il benessere o la povertà, fino alla miseria, di molti senza rendere conto a nessuno». Infine c'è l'ambito del riposo, esperienza «insidiata dalle tentazioni dell’individualismo e della trasgressione».

I cristiani non devono costruirsi «recenti separati», ma confrontarsi con tutti e su tutto, come ha insegnato il cardinale Martini. E l'attenzione «non va posta sul nostro “fare”, ma sul seme buono che il seminatore, Gesù, vi ha gettato. Al cuore della crisi di fede del nostro tempo c’è spesso - osserva il cardinale - l’aver smarrito, o almeno sbiadito, la coscienza della gratuità dell’incontro con Cristo, che sempre ci precede e ci aspetta». Non si tratta «di un progetto, tanto meno di un calcolo. Pieni di gratitudine i cristiani intendono “restituire” il dono che immeritatamente hanno ricevuto e che, pertanto, chiede di essere comunicato con la stessa gratuità». 

Il testimone, «quando è autentico, fa sempre spazio all’interlocutore e a tutte le sue domande, di qualunque tipo esse siano... Non è certo un ripetitore di teorie o di dottrine cristallizzate, ma vive delle stesse domande del suo interlocutore, poiché è immerso in quel medesimo campo che è il mondo». E i cristiani, lontani da qualsiasi progetto egemonico, «non cercano la vittoria della propria parte».

La proposta pastorale contenuta nella lettera dell'arcivescovo di Milano vuole innanzitutto «valorizzare la vita ordinaria delle nostre parrocchie, delle unità e delle comunità pastorali, dei coordinamenti pastorali cittadini, delle associazioni e dei movimenti». Ribadisce il criterio fondamentale «della pluriformità nell’unità». Scola chiede ai preti «l’esercizio di un’umile paternità nell’accompagnare i fedeli lungo le vie del mondo all’incontro con i nostri fratelli uomini». E in sintonia con quanto sta facendo il Papa in Vaticano vuole ripensare l’attività della Curia milanese degli uffici diocesani, «equilibrando meglio il nesso tra i soggetti della concreta azione pastorale» e la Curia (che non è un soggetto di pastorale). «In ciò è implicato - spiega - anche il richiamo, sempre attuale, ad evitare una Chiesa troppo preoccupata della sua organizzazione». Gli uffici curiali «dovranno snellire il loro apparato, realizzando un effettivo servizio, agile ed efficace, alla comunione ecclesiale e alla testimonianza sul territorio». E i mezzi dovranno «essere sempre subordinati e proporzionati ai fini», rispondendo all'invito alla povertà evangelica ripreso da Papa Francesco.

«Dobbiamo guardarci - conclude Scola - dal porre in alternativa minoranze creative e cattolicesimo di popolo. L’obiettivo a cui puntare non è tanto una presenza minima creativa, quanto l’essere “nuove creature”, assumendo e sviluppando tutte le dimensioni dell’uomo nuovo senza temere il futuro». In questa prospettiva «i nuovi orientamenti della società plurale» sono da considerare, «più che una minaccia, una opportunità per annunciare il Vangelo dell’umano».
* ndr

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