ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

domenica 22 settembre 2013

La sposa infedele

Francesco in flagrante adulterio con il mondo. L’esercito angelico di Wojtyla e la cattedra razionale di Ratzinger sono solo un ricordo. L’ospedale da campo gesuita ha una sua bellezza, ma non mi riguarda
“E io che me la portai al fiume credendo che fosse ragazza, e invece aveva marito”.Bergoglio nell’intervista al giornale gesuita parla della Casada infiel, della Sposa infedele, quella che García Lorca si porta al fiume, dove “i suoi seni si aprivano come rami di giacinto”, senza immaginare che fosse un adulterio. Quando insegnava, il nuovo Papa racconta che trovò le vie per indurre i suoi allievi, curiosi della sensualità del poeta, a distrarsi in cose più serie. Ma ormai l’ha detto, la Casada infiel, e siccome è anche un lettore e seguace di Michel de Certeau, una specie di mistico Lacan dei gesuiti, l’incidente o lapsus si è irreversibilmente prodotto, almeno per quanto mi riguarda.

La chiesa cattolica è una sposa infedele. Ecco spiegata in versi la nuova chiesa povera e per i poveri, l’ospedale da campo della misericordia, delle garze e dei buoni sentimenti al posto dell’esercito angelico di Wojtyla e della cattedra razionale di Ratzinger, due dimensioni temibili che hanno spossato e minacciato la contemporaneità. Il richiamo è grandioso: bisogna far rivivere la pietà cristiana di cui si erano perse le tracce nelle ultime guerre razionali, e sulla scia del compagno di Ignazio, Pierre Favre, occorre puntare al rafforzamento dei corpi e alle guarigioni di ciascuna delle loro parti molto più che non alla salvezza delle anime o alle virtù. Ora il Vangelo si erge contro la dottrina. Quel libro bellissimo e selvaggio, che è anche un memoriale misterioso e confuso, quel libro che da venti secoli cerchiamo di spiegarci, perché la semplicità è difficile a farsi, diventa la febbre di bene e di comprensione umana contro il cinismo catechistico della dottrina, contro i piccoli precetti.
Il mondo ha processato e condannato la chiesa cattolica e il pensiero cristiano, la chiesa lo assolve. Che trovata geniale, che uovo di Colombo. Non solo lo assolve: mutua i suoi mezzi, ci trascina evangelicamente verso un soggettivismo modernista di tipo antico, verso la sua radice, verso la morale dell’intenzione. Non sono affatto scandalizzato, e resto un papista convinto, un ammiratore curioso del relativismo dei gesuiti, del loro discernimento, ma le mie ferite non sono curabili nel suo ospedale. Non è che io non creda, questo lo vedremo al momento giusto che nessuno sa mai se e quando verrà: è che non affetto di credere o di non credere. Non chiedo ancora perdono per i miei peccati, non sono ancora contrito, capiterà ma non adesso, c’è tempo. La mia devozione per il cristianesimo e per la chiesa non viene dall’animo privato, dalla fede o dalla prospettiva di una benevola confessione e assoluzione bensì, come detto e stradetto, dal posto delle idee e della cultura cristiana nello spazio pubblico e dall’uso teologale che gli ultimi due papi prima di Francesco avevano fatto della ragione umana, come una quarta virtù dopo la fede la speranza e la carità.
Il gesuita che obbedisce a se stesso, il relativista che conta sul quarto voto, ha preso tutt’altra direzione. Chi è lui per giudicare i fornicatori? Chi è lui per dire che l’aborto è un omicidio e il matrimonio una cosa seria? Sono cose ovvie, almeno per i figli della chiesa, come non si stanca di ripetere il nostro Bergoglio, magari come ieri ai ginecologi. Non sono ovvie per il mondo extra muros? Pazienza.
Ora la chiesa si fa figlia del mondo, e il suo adulterio sentimentale è sotto gli occhi di tutti. Gesù è un avvocato delle nostre debolezze, come ha detto Francesco in un Angelus, e il peccato esiste solo per essere cancellato da una penitenza che, non sia mai, per la carità, deve esprimersi in una confessione benigna, in una emersione di ciò che sta sotto anziché in un giudizio dall’alto dei cieli, ultima vittoria della psicoanalisi. Il Papa gesuita con il saio usa argomenti illustri, impiega modi bruschi e liturgie eversive che non mi dispiacciono affatto, non ha la dolente mondanità di un cardinal Martini, e ha buoni motivi per comportarsi come si comporta: dopo i fasti del guerriero (Giovanni Paolo II) vennero gli anni in cui il gigante teologo (Joseph Ratzinger) fu piegato e piagato, e messo in ginocchio dal mondo, che gli aveva abbattuto le mura della chiesa con storie di pedofilia del clero e di orchi e streghe, fino al gran rifiuto. Francesco ha l’irruenza della hispanidad latinoamericana, è una rumba sudamericana presa dalla fine del mondo, uno così se ne fotte dei drammi novecenteschi dell’Europa polacca e bavarese espressa dalla cultura dei predecessori, se proprio deve trovare una fonte la troverà nella Parigi del Cinquecento, a Montmartre, dove fu fondata la Compagnia di Gesù.
Il suo problema non è il Concilio Vaticano II e nemmeno il dopo Concilio. Queste cose le sbriga in due parole. L’ospedale di Francesco è un’altra costruzione ancora. E’ una cosa viva, è una risposta politica, è un tentativo lodevole, scandaloso ma ammirevole, di sopravvivenza. Per questo l’infedeltà di Francesco a me piace, in un certo senso. Io però sono un laico, a me interessa una ragione completa del suo mistero, non il vangelo come santa e sublime filastrocca; e finalmente vediamo all’opera gli atei devoti veri, quelli che la chiesa va bene se amministra la fede, concede ai sentimenti politicamente corretti e lascia in pace la ragione più o meno illuminata. E’ anche una bella soddisfazione. Quest’uomo energico e scaltro libera la coscienza inquieta dei peccatori, perché è furbo come egli stesso afferma, ma al tempo stesso ributta il diavolo tra le gambe dei contemporanei, perché l’ingenuità non gli manca. Spero che il gesuita sappia regolarsi come una volta i confessori dei re e i casuisti e i grandi missionari: spero si ricordi del fatto che la chiesa perdona, il mondo no.
Giuliano Ferrara
http://www.ilfoglio.it/soloqui/19899

Guai a tirare il Papa per la mozzetta

di Mauro Indelicato
Se fosse un politico, sarebbe meglio dire di evitare di tirarlo per la giacchetta, ma vista la persona di cui stiamo parlando, sarebbe meglio dire di evitare di tirarlo per la mozzetta; sembra infatti esserci una sorta di rincorsa all’annoverare, dentro la propria ideologia, le idee di Papa Francesco. Dai media di tutto il mondo, lo sport preferito è per adesso spacchettare i discorsi del Santo Padre e dare in pasto all’opinione pubblica le parti che fanno più comodo, quelle per le quali, appunto, è possibile poi far capire alla gente che il Papa è dalla parte di chi scrive; basta solo che Francesco (ormai lo chiamano tutti così, quasi fosse un amico di lunga data) pronunci i termini “gay” o “aborto”, che subito i titoloni si sprecano: “Il Papa dalla parte dei gay” intitolava uno dei quotidiani più venduto in Italia oggi, oppure ancora “Svolta del Papa su divorzi e gay”.
Facendo un’attenta osservazione critica dei nostri giorni, non si può certo essere  propensi a confidare sulla buona fede di certa stampa; molti vaticanisti e molti osservatori delle faccende vaticane, sanno benissimo che quello che ha affermato Bergoglio ieri presso la rivista “La Civiltà Cattolica”, non si discosta di un millimetro rispetto a quanto detto dal Catechismo della Religione Cattolica, elaborato dal proprio predecessore quando era Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Però, spinti dall’andazzo culturale appositamente creato di agevolare la disgregazione della società, agevolando progetti di istituzionalizzazione di matrimoni gay e quant’altro, molti giornali stanno trasmettendo l’impressione che anche la Chiesa abbia mollato gli ormeggi e si sia arresa alla presunta “modernità”, aprendo ad aborto, omosessuali e divorziati.
Le parole di Papa Francesco dicono tutt’altro; da un lato, come detto prima, conferma l’impostazione della dottrina cattolica, dall’altro bacchetta la Chiesa per non aver saputo affrontare adeguatamente l’argomento in questi anni. Se di rivoluzione si deve parlare, allora bisogna soffermarsi su questo secondo aspetto: le parole del Santo Padre, sconfessano i suoi predecessori e le varie impostazioni che la CEI ha dato in Italia. La stagione dello scontro politico, secondo Papa Francesco, deve finire e deve iniziare quella di una Chiesa immaginata come “ospedale da campo”, capace di accogliere tutti i feriti dalle macerie di una società sempre più distrutta. Non quindi cercare appoggi sul partito conservatore di turno o cercare di sfruttare massonerie bianche quali Comunione e Liberazione e l’Opus Dei, bensì dialogare con tutti, aprire le Chiese (fisicamente e metaforicamente) ad ogni sensibilità, al fine di poter esprimere meglio il pensiero della Santa Sede. Sta in questo la vera innovazione di Bergoglio: non cercare di inseguire sempre l’ideologia modernista/distruttrice di turno, combattendola sul piano politico e di fatto escludendo dalla Chiesa tutti coloro che la pensano diversamente dalla linea ufficiale, ma cercare invece il dialogo con tutti, secondo un principio cardine della fede cattolica, quello inerente al fatto che il Vangelo è per tutti e non per una schiera o per un elite di persone.
Detto in termini teologici, Papa Francesco vuol vedere una Chiesa che condanni il peccato e non il peccatore; quest’ultimo non è un uomo da combattere, ma da accogliere e con il quale dialogare. In questo ragionamento, il Santo Padre cita i propri esempi diretti di quando era Arcivescovo di Buenos Aires: “Spesso – si legge in uno stralcio dell’intervista – mi scrivevano omosessuali cattolici, che si sentivano esclusi dalla Chiesa. Non bisogna escluderli, bisogna fargli capire che nella ricerca verso Dio la Chiesa è con loro, non lascia fuori nessuno”. Molto significativa anche la frase sull’ossessione, così l’ha definita il Papa, che la Chiesa avrebbe verso i temi etici: “Mi rimproverano che non me ne occupo molto – afferma ancora Papa Francesco – Ma lo sanno tutti qual è la posizione della Chiesa, non c’è bisogno di ossessionarsi”. Insomma, è un Papa che vuole cercare di includere e non di escludere, senza rinunciare ai principi saldi della dottrina cattolica, mossa coraggiosa ma giusta visto che la Chiesa perde molti fedeli tra i giovani ogni anno; eppure però, ognuno ha una motivazione diversa per lodare o attaccare il Papa su uno stesso discorso: la stampa tradizionale, come detto prima, estrapola frasi inconsistenti dal discorso, i progressisti lo lodano per la sua posizione di apertura, agnostici ed atei addirittura utilizzano i suoi discorsi per affermare come i cattolici in tutti questi anni si sono sbagliati.
Ma in realtà, il Papa vuole solo fare il Papa e cercare, nel suo ruolo, di cambiare immagine ed atteggiamenti di una Chiesa che negli anni recenti è stata sì attaccata, ma che ha anche commesso errori madornali nella comunicazione e nell’impostazione del suo compito principale, ossia promulgare il Vangelo; quindi, la speranza è che le mani che tentano di tirare la mozzetta del Santo Padre verso di sé, possano ritrarsi al più presto, anche perché Bergoglio è un uomo di 76 anni che nella sua vita ha visto di tutto e sa molto di come va la politica e, con la stessa enfasi con cui ha riaperto le porte della Chiesa, potrebbe facilmente richiuderle.

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