IL CASO DEI FRANCESCANI DELL’IMMACOLATA. ANALISI DEL QUESTIONARIO DEL
VISITATORE APOSTOLICO, MONS. VITO ANGELO TODISCO
Il questionario che il Visitatore apostolico, Monsignor Vito
Angelo Todisco, inviò il 1° novembre 2012 a ciascun Professo Solenne
dell’Istituto Frati Francescani dell’Immacolata (http://franciscantruth.files.wordpress.com/2013/08/visita-apostolica-questionario-f-i.pdf)
continua a suscitare perplessità e polemiche, tanto per l’irritualità
innovativa del medesimo, quanto per alcuni aspetti del suo contenuto.
Innanzitutto l’utilizzo stesso del questionario non
appartiene alla tradizione delle visite apostoliche. Vista la delicatezza degli
argomenti oggetto dell’indagine di un visitatore apostolico, il restringere ed
irrigidire la raccolta di informazioni ad una serie di domande prestabilite ed
identiche per tutti i destinatari (alcune delle quali quasi a risposta
multipla), risulta essere inadatto. L’inidoneità principale del mezzo consiste
nel privare l’indagine di moltissime informazioni di dettaglio che potrebbero
fornire induttivamente elementi importanti di analisi; questa carenza però
comporta anche una deformazione del flusso informativo che giunge al
visitatore, in quanto l’inflessibilità e l’omogeneità delle domande tende,
inevitabilmente, ad influenzare le risposte, incanalandole in una logica
prestabilita ed astratta, quasi mai coerente con la vita e la spiritualità dei
singoli ordini religiosi e, a maggior ragione, dei singoli conventi e delle
singole anime.
Partendo dal presupposto che tutte queste considerazioni
siano note e chiare a Monsignor Todisco, l’unica spiegazione che riusciamo a
dare dell’utilizzo di un mezzo così standardizzato è quella dell’adesione dello
stesso visitatore ad un’ideologia di carattere illuminista che, trascurando la
molteplicità delle realtà spirituali, ritenga rilevanti unicamente gli aspetti
etico-disciplinari.
Venendo ora ad esaminare il documento, dobbiamo, prima di
ogni altra cosa, rilevare come lo stile sia giovanilistico e non consono ai
Sacri Palazzi. Tanto nella lettera di accompagnamento, quanto nel questionario
ci si rivolge ai religiosi con il confidenziale «tu», in una forma che vorrebbe
essere paternalistica, ma che in realtà nasconde una grave mancanza di
rispetto. Il visitatore apostolico si rivolge con il «tu» anche ai Padri guardiani
delle diverse Case Mariane.
Lo stile “sessantottino” è presente nella tecnica con cui
vengono formulate le domande, una modalità che muove, gerarchicamente parlando,
dal basso verso l’alto e non viceversa, caricando ogni singolo frate della
responsabilità di giudicare i propri Superiori. Questo, però, non perché si sia
abbracciato in toto il principio democratico, secondo cui i Superiori devono
rispondere ai propri subalterni del loro operato, essendone l’espressione, ma
perché si è aderito al principio illuministico-marxista della sostituzione
dell’autorità con il potere: il Superiore non è più il faro e la guida verso la
Verità, ma è colui che ha la materiale possibilità di imporre la propria
opinione, legittimato dalla presunta assenza di verità oggettive. Ecco che, nel
momento in cui arriva un visitatore apostolico lo stesso carisma dell’Istituto
deve mutare, per assoggettarsi ai gusti del nuovo potente “signore”.
Ovvia conseguenza di tale ideologia rivoluzionaria è non
solo la legittimità, ma addirittura l’obbligatorietà “etica” che i figli si
rivoltino contro il proprio padre. Ecco dunque l’invito al parricidio
spirituale: il fondatore, il Superiore Generale e tutti coloro che incarnano il
“precedente regime” passano ipso facto da guide e capi a
nemici pubblici e traditori, benché non abbiano tradito nulla e nessuno, ma
siano rimasti fedeli a se stessi.
I problemi si acuiscono allorquando ci si addentra nei
quesiti. Una visita apostolica presuppone che si indaghi sullo stile di
governo, sulla comunione fraterna, sulla formazione religiosa dei candidati,
sulla vita spirituale che viene condotta all’interno dell’Istituto… nulla di
tutto questo: l’interesse è concentrato sulla verifica del fatto che i singoli
frati percepiscano il fondatore e Superiore Generale, il Consiglio Generale, la
Regola e le concrete azioni di governo dell’Ordine come eccessivamente
improntati alla Tradizione e quindi incapaci di garantire la perfetta
appartenenza all’Istituto di coloro che vedono nel Concilio Vaticano II una
nuova Pentecoste e dunque rifiutano tutto ciò che non appaia come prodotto di
tale Assise.
Le domande sono tendenziose e poggiano sulle insinuazioni e
le maldicenze che cinque ribelli dei Francescani dell’Immacolata hanno
esternato nei confronti di Padre Stefano Manelli, figlio spirituale di Padre
Pio. Cinque ribelli che hanno avuto ottimo ascolto da parte del visitatore
apostolico, che ha un fratello uscito dai Francescani dell’Immacolata. Anche
Padre Pio venne inquisito da alcuni soggetti non privi di interessi personali a
demolire il santo frate di San Giovanni Rotondo e il povero padre Pio, che fu
perseguitato sia sotto il Pontificato di Pio XI che di Giovanni XXIIII, verrà
umiliato, maltrattato, tenuto distante dai propri fedeli. Il Santo di
Pietrelcina era tanto attaccato alla Messa di sempre da rifiutarsi di accettare
le modifiche postconciliari del 1965, inducendo, con tale fermezza, Paolo VI a
concedergli un indulto personale.
Padre Manelli nel fondare i Francescani dell’Immacolata ha
avuto come stelle polari il Santo del Gargano e San Massimiliano Kolbe.
L’ordine, fin dalle sue origini si è presentato come la riscoperta delle
tradizioni francescane, rilette alla luce della mariologia del santo polacco.
Le numerose vocazioni tra i Francescani dell’Immacolata sono dovute proprio a
questa fedeltà alla Tradizione, che è risultata un po’ stretta ai cinque
contestatori, insofferenti alla disciplina, alla serietà della Regola, alle
penitenze e che per giustificare il loro rilassamento si sono scagliati contro
la promozione del Vetus Ordo, liberalizzato con il Summorum
Pontificum di Benedetto XVI, e contro il loro Padre fondatore,
diffamandolo e calunniandolo. I cinque frati hanno così scritto il 31 gennaio
2012 alla Congregazione dei Religiosi e anche alla Congregazione della Dottrina
della Fede per ottenere il commissariamento del loro Ordine.
Ecco che l’attenzione del visitatore apostolico si concentra
sulla questione liturgica, cartina di tornasole e al tempo stesso simbolo di
tutta la questione dottrinale: colpire la Santa Messa di sempre significa
colpire tutta la Tradizione cattolica anteriore al Concilio Vaticano II.
Centrale in quest’ottica risulta il punto 8 del
questionario:
Ritieni che l’introduzione definitiva della forma
extraordinaria nell’Istituto:
è un bene:
SI (perché)
No (perché)
aiuta la comunione tra i membri:
SI (perché)
NO (perché)
risponde alle esigenze dell’evangelizzazione:
SI (perché)
NO (perché)
risponde alle esigenze di spiritualità dell’uomo
contemporaneo:
SI (perché)
NO (perché)
risponde ai desideri del Superiore Generale:
SI (perché)
NO (perché)
è richiesta dal Concilio Vaticano II:
SI (perché)
NO (perché)
Risponde alla “mens” del Santo Padre:
(perché)
La prima sottodomanda introduce una sorta di “libero esame
liturgico”, ponendo in capo ad ogni francescano l’autorità di stabilire almeno
concettualmente se l’obbedienza ad un Motu Proprio papale e la
sua interpretazione in senso entusiastico ed espansivo, legittimamente presa
dagli organi competenti (Superiore Generale e Consiglio Generale) sia un bene o
un male, in senso assoluto e dunque se sia eticamente buono o eticamente
malvagio. Ciò sottopone il frate che risponde ad una responsabilità enorme,
poiché lo obbliga a prendere posizione, ben sapendo quanto il visitatore sia ostile
alla Messa di sempre.
Le altre sottodomande, che ad una prima analisi paiono
specificazioni della prima, spostano il piano del giudizio dalla moralità
all’opportunità. Pare far dipendere la bontà o meno di un atto dalla sua
idoneità a perseguire scopi che nulla hanno a che vedere con la sua finalità
intrinseca. Lo slittamento dall’etica cattolica all’utilitarismo è palese.
Anche la scelta delle finalità, cui strumentalizzare la forma della Santa
Messa, risponde ad un criterio ideologico di chiara impronta illuministica.
Strumentalizzare la Santa Messa ai fini della comunione tra i membri di un
ordine religioso significa eliminare dall’orizzonte ogni riferimento a Dio,
riducendo il rito sacro a semplice cerimonia umana, che ha per scopo quello di
dare maggiore coesione alla comunità stessa, qualcosa di paragonabile ad una
celebrazione statuale e politica, quale l’alza bandiera o l’ascolto dell’inno
nazionale.
Domandare poi se la promozione all’interno di un Ordine
religioso di un rito che la Chiesa ha adottato, quanto meno a partire dal IV
secolo e in forma pressoché universale a partire dal XVI, significa ancora una
volta strumentalizzare la liturgia a finalità pratiche, che nulla hanno a che
vedere con il culto. La domanda dimostra inoltre una concezione modernista ed
anticattolica dell’evangelizzazione: la Chiesa ha sempre detto che la
conversione degli acattolici era il frutto dell’azione di Dio e quindi i più
efficaci strumenti per conseguirla sono la santità e la preghiera; si veda, al
riguardo, lo splendido libro di dom Jean-Baptiste Chautard,L’anima di ogni
apostolato. Sono i modernisti che, riducendo la Fede ad ideologia ed
eliminando ogni fiducia nell’onnipotente azione di Dio affidano
l’evangelizzazione alla presunta intelligenza organizzativa dei vari piani
pastorali a qualunque livello. Ecco che, in questa logica, la liturgia viene
scelta non secondo il criterio di piacere a Dio, ma secondo quello di piacere
agli uomini, in una riduzione dell’apostolato a mero marketing.
Nella medesima logica si colloca il domandare se un rito,
mai abolito, risponda alle esigenze dell’uomo contemporaneo. È come considerare
possibile il fatto che una chiesa gotica non risponda a tali esigenze… Il
rito, come la chiesa, devono rispondere alle esigenze della Verità portata dal
Redentore e alle istanze della Fede, non a generici bisogni spirituali di
ciascun individuo e/o di ciascuna epoca. Il rito deve essere permesso dalla
Chiesa cattolica e il Vetus Ordo, tanto vilipeso dai modernisti, nonché
ripudiato dai cinque frati ribelli, è stato completamente liberalizzato da
Benedetto XVI, il quale dichiarò che non fu mai abrogato, nonostante la crudele
persecuzione perpetrata, dal 1969 ad oggi, ai danni di tanti sacerdoti e fedeli
che hanno proseguito, nel mondo, a celebrare e ad assistere a questa Santa
Messa.
Il sospetto di malafede si profila a riguardo del quesito
successivo. Domandare se, a parere del frate interrogato, la diffusione del Vetus
Ordo all’interno dell’Ordine risponda ai desideri del Superiore
Generale è incomprensibile. La risposta affermativa è ovvia, in quanto Padre
Manelli ha favorito, nel quadro di una più approfondita riscoperta della
Tradizione la celebrazione della Messa di sempre. Perché domandarlo se la cosa
è pubblica e universalmente risaputa? Ancora una volta l’unica risposta
riconduce alla mentalità più da commissario politico di sovietica memoria che
da visitatore apostolico. Un fatto pubblico e assolutamente lecito viene così
qualificato come colpa perseguibile. I “reati” richiedono di essere dimostrati,
pertanto il visitatore, per dare una parvenza di legalità, finge indagare
sull’effettiva commissione del fatto. Questo fa scattare nella mente del frate
interrogato la subliminale idea che il fatto stesso, in quanto indagato sia
malvagio. Tale è una delle tecniche divenuta famosa nei processi staliniani.
L’interrogativo che segue è quello che manifesta in maniera
più chiara l’adesione di Monsignor Todisco all’idea modernista del Vaticano II
come nuova Pentecoste. Domandare se la diffusione della Messa di sempre sia
stata richiesta dal Concilio pastorale è una domanda retorica: il Concilio non
ha mai richiesto un nuovo rito per la Messa. La risposta, questa volta
negativa, è ovvia. Allora perché porla? Per ottenere due finalità fra loro
concatenate, ossia qualificare come negativa la diffusione del Vetus
Ordo e giustificare tale giudizio con il ricorso al Concilio,
elevandolo ancora una volta al rango di fonte unica della dottrina e dell’etica
cattolica.
Quanto l’adesione di Monsignor Todisco a questa ideologia
modernista sia profonda e radicale lo dimostra l’ultimo quesito del punto 8: Risponde
alla “mens” del Santo Padre? Una tale domanda lascia intendere che
il Sommo Pontefice Benedetto XVI ha firmato un documento di cui non condivideva
il contenuto. Qui si sfiora l’umorismo involontario. Questa domanda se posta in
maniera a se stante avrebbe una risposta obbligatoriamente positiva, poiché
l’allora regnante Benedetto XVI, con l’emanazione del Motu Proprio
Summorum Pontificum e la lettera di accompagnamento al medesimo, ha
dimostrato il suo favor verso la diffusione della Messa di
sempre. Posta però dopo la domanda sul Concilio, pare sottintendere
l’obbligatorietà di una risposta negativa. Se il Concilio è l’unica fonte di
legittimazione all’interno della Chiesa, come tutto il questionario sottende,
allora il Pontefice non può che essere contrario a diffondere un rito che il
Concilio stesso voleva mutare. Ed il fatto che l’operato del Pontefice dimostri
l’esatto contrario non scuote il solerte funzionario.
Monsignor Todisco rincara la dose con il punto 9:
«Ritieni che l’introduzione della forma extraordinaria
nell’Istituto sia voluta:
dal Papa
Si (perché…)
NO (perché…)
Dal Capitolo Generale
SI (perché…)
NO (perché…)
Dal Superiore Generale
SI (perché…)
No (perché…)
Dal Consiglio Generale
SI (perché…)
NO (perché…)
Dal Capitolo della tua Comunità
SI (perché…)
NO (perché…)
Qui la forzatura ideologica è ancora più evidente. Si gioca,
come è consuetudine dei modernisti, sui significati equivoci delle parole. Che
cosa significa che la promozione delVetus Ordo nell’Istituto dei
Francescani dell’Immacolata sia voluta da qualcuno? Almeno due sono i
significati: quel qualcuno ha materialmente richiesto ciò oppure quel qualcuno
sia contento nell’apprendere tale promozione. In riferimento al Pontefice è
ovvio che sia applicabile solo il secondo significato, mentre per tutti gli
altri sono applicabili entrambi. È chiaro che in tutto il questionario si
obbliga il religioso interrogato a giudicare non soltanto i propri Superiori,
ma lo stesso operato del Papa.
Interpretando invece tutte le domande solo nel primo
significato, interpretazione questa suggerita dalla notoria ostilità del
visitatore alla Messa di sempre, si deve concludere che la sua estensione
nell’Istituto non sia stata “voluta” dal Papa. Il rimarcare questo è
palesemente finalizzato a tentare di togliere la copertura papale alla suddetta
estensione, gettando nel nulla, con i suddetti artificiosi ragionamenti il
decreto Summorum Pontificum. Discorso analogo vale anche per il
riferimento al Capitolo della Comunità. Essendo la promozione della Messa
antica stata decisa dal Superiore Generale e dal Consiglio Generale, avere
inserito la domanda sul Capitolo della Comunità tende a delegittimare dal basso
questa azione, come quello sul Papa tende a delegittimarla dall’alto. Tutto il
punto è teso a lasciare nel frate che deve rispondere l’impressione che non si
sia trattato di un legittimo atto di governo da parte dei competenti organi
dell’Ordine, ma di un arbitrio del Superiore Generale e del Consiglio Generale
a sua volta da lui influenzato.
La deriva relativista e soggettivista cresce ulteriormente
nei punti 10, 11, 12. Nel primo si domanda se l’introduzione del Vetus
Ordo sia conforme alla spiritualità dell’interrogato, giocando ancora
sull’equivoco del termine introduzione, quasi che il tale rito sia stato
imposto a tutti anche contro la propria volontà. Nelle due successive domande
si richiede di esprimere un giudizio sull’introduzione stessa del Vetus
Ordo e su chi sia l’organo, a norma delle Costituzioni, depositario di
tale potere, con uno spirito che ha poco di ecclesiastico, ma segue piuttosto
le modalità del referendum democratico. È evidente che non si cerca di
comprendere come si vive nei diversi conventi dei Francescani dell’Immacolata
sparsi per il mondo, ma di aizzare i membri dell’ Istituto contro Padre Stefano
Manelli ed il Consiglio Generale.
A sostegno di questo tentativo di influenzare le risposte,
viene allegato nello stesso questionario un passo tratto dal libro dei Verbali
del Capitolo Generale, dove si afferma che «Padre Stefano risponde che si
dovrebbe arrivare ad una stabilità quotidiana ove possibile. Viene poi chiesto
come procedere nelle parrocchie o diocesi dove non c’è la sensibilità a questo
rito e come risolvere la ritrasmissione radiofonica di questa Messa che prevede
preghiere silenziose. I capitolari convengono sulla superabilità di questi
problemi e p. Stefano sottolinea la convenienza soprattutto per la Messa
conventuale». Il testo (trascritto e fotografato dall’originale manoscritto) è
normalmente segreto, riservato al Superiore Generale, al Capitolo Generale e,
semmai, alla lettura del visitatore apostolico, ma certo non può essere diffuso
con tanta faciloneria, infatti i contenuti dei Verbali non possono essere
propagandati neppure tra i confratelli. Questa pubblicazione è un abuso
di fiducia ed una grave mancanza di rispetto.
Nell’ultima domanda si dichiara: «Se il Superiore Generale e
il Consiglio Generale, con la «Normativa liturgica per il “Vetus Ordo” del 21
novembre 2011 fossero andati al di là di quanto stabilito nel Capitolo Generale
del 2008 quale dovrebbe essere secondo te l’atteggiamento dei membri
dell’Istituto?». Qui c’è già la risposta preconfezionata che si autotradisce,
infatti non sta scritto, semplicemente, «obbedire», bensì «obbedire
ciecamente», dando una chiara accezione di passività all’interrogato che
desidera obbedire. Seguono:
Disubbidere, perché…
Ritenere la Normativa non vincolante, perché…
Chiedere la convocazione di un Capitolo Generale
straordinario, perché…
Il questionario termina incentrando tutto sull’imputato,
ovvero su Padre Stefano Manelli, con la richiesta di apporre delle croci a
fianco di giudizi inerenti lo stile di governo del Superiore Generale, sulle
decisioni di quest’ultimo in materia liturgica, sulle sue decisioni in
riferimento alla formazione dei giovani religiosi e dei candidati al sacerdozio
ed, infine, ponendo delle chiare insinuazioni malevole sui rapporti del
Superiore Generale con la Congregazione delle Suore Francescane dell’Immacolata,
facendo fede alle accuse dei ribelli che, come non condividono la stima e
l’ammirazione che i Francescani e i membri del Terz’Ordine hanno per il loro
Superiore, così non condividono la stima che il fondatore, il Consiglio
Generale e la quasi totalità dei Francescani dell’Immacolata nutrono nei
confronti delle monache.
Il punto dei rapporti con le Francescane dell’Immacolata è
rivelatore dell’intento calunnioso del visitatore: in luogo di sollevare
precise accuse nei confronti del comportamento di Padre Manelli, egli si lancia
in insinuazioni particolarmente velenose per la propria indeterminatezza,
insinuazioni per cui è pressoché impossibile rispondere poiché nulla affermano,
ma tutto potrebbero far intuire. Ricordiamo che l’accusa di intrattenere rapporti
violativi del sesto comandamento con le proprie devote è stata l’architrave
della campagna diffamatoria ordita a più riprese nei confronti di Padre Pio.
Anche allora si partì con insinuazioni indeterminate per giungere poi a
calunnie vere e proprie. La tecnica è quella classica della diffamazione,
utilizzata dai regimi totalitari, dove fanno testo i delatori e coloro che, per
la loro incapacità di raggiungere determinate vette etiche e spirituali,
tentano di infangare gli innocenti e gli asceti.
In conclusione, sono risapute le lamentele degli Istituti
Religiosi per i gravi danni causati dalla Congregazione per gli Istituti
di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica. Si dice che essa opera
attraverso diversi funzionari che agiscono senza interesse per la verità e la
giustizia, ma soltanto in forza del potere. Sofferenza e dolore vengono
elargiti senza pietà, né evangelica, né umana. È noto che, le comunità
religiose quando devono risolvere dei propri problemi, sono invitate da prelati
seri a non rivolgersi al Dicastero romano per i religiosi, ma a dirimerli
internamente per non cadere in mani pericolose e distruttive. Pertanto non
stupisce che, in questo caso specifico, riferito ai Francescani
dell’Immacolata, tale Congregazione abbia nominato Monsignor Todisco quale
visitatore apostolico e abbia avallato un discutibile quanto contestabile
questionario.
di Cristina Siccardi
Ultimo aggiornamento Lunedì 09 Settembre 2013 1
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