Il vero asse portante delle sue parole, infatti, non va individuato nelle accorate ovvietà del tipo «famiglia e casa vanno insieme: è molto difficile portare avanti la famiglia senza abitare in una casa», ma nella raccomandazione/auspicio a «dare un contributo costruttivo respingendo le tentazioni dello scontro e della violenza e seguendo sempre la via del dialogo, difendendo i diritti».
Detto con la dovuta franchezza, una completa stupidaggine. Che è talmente lontana da qualsiasi analisi realistica della crisi in corso, e prima ancora del sistema economico che l’ha generata, da suonare insultante. Delle due l’una: o l’ex cardinale Bergoglio non capisce un accidente di come funziona il liberismo, e di come i partiti di governo ne assecondino scientemente le iniquità a danno della grande maggioranza dei cittadini, oppure ne comprende le dinamiche e le finalità, ma fa finta di no. Nel primo caso ci troviamo di fronte a un inetto. Nel secondo a un ipocrita.
E non ci si venga a raccontare, per l’ennesima volta, che purtroppo la Chiesa non ha la possibilità di incidere direttamente sulla realtà sociale e deve accontentarsi, perciò, di spandere sommessi suggerimenti e fraterni inviti: la precarizzazione di massa non è un equivoco, e men che meno una svista, ma un obiettivo strategico, per cui non si potrà mai risolvere a suon di garbate sollecitazioni al confronto e alla (pacata) discussione. Viste le disuguaglianze oggi in atto, e destinate non già ad attenuarsi ma a diventare più marcate e strutturali, le parti che si dovrebbero relazionare «respingendo le tentazioni dello scontro e della violenza» sono in effetti delle controparti. Separate da una distanza che non ha nulla di casuale e che va appunto aumentando.
Non siamo nel campo dei malintesi, con una classe dirigente che in passato non si era resa conto di quello che stava combinando e che è pronta a emendarsi, laddove qualcuno la aiuti ad aprire gli occhi. Non siamo, neppure a livello embrionale, in una fase di riavvicinamento reciproco, in cui tutti si danno atto dei rispettivi errori e poi ripartono su basi diverse e migliori, lasciandosi alle spalle gli eccessi di egoismo in favore di una piena rappacificazione e di un futuro concorde.
La verità è un’altra, ed è troppo evidente perché si possa scusare chiunque la ignori. E ignorandola la neghi. La verità è che ci sono delle oligarchie che si preoccupano solo dei propri vantaggi e che non esitano, a tale scopo, a infliggere qualunque privazione e sofferenza al resto dei cittadini. La democrazia è una messinscena, per loro. La “sovranità popolare” è l’alibi perfetto per nascondere, dietro la pantomima delle “libere elezioni”, le decisioni/imposizioni calate dall’alto. Dai vertici della politica. Dai vertici dell’economia, ovvero della finanza.
Papa Francesco, invece, cade dalle nuvole. O vi si adagia. Con la consueta bonomia chiede che si segua sempre «la via del dialogo», come se si trattasse di appianare qualche divergenza astratta tra soggetti in perfetta buona fede e con un mucchio di tempo a disposizione. Come ha fatto fin dall’inizio, vedi la scelta del suo stesso nome da pontefice, questo campione del marketing pseudo religioso punta tutto su una simulata semplicità: che di per sé non è certo un antidoto, di fronte al groviglio di interessi del mondo odierno, ma una colpa.
Nascondendo la complessità di quanto avviene se ne mistifica la portata. Ed è come mandare i più deboli alla deriva, illudendoli che o prima o dopo giungerà indubbiamente l’approdo in un porto sicuro, dove le autorità saranno liete di accoglierli.
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