ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 20 gennaio 2014

Alcune osservazioni sulla Lumen Fidei


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(Fonte: chiesaepostconcilio.it) Non pensavo di cimentarmi ora in una riflessione, sia pure limitata ad alcuni tratti soltanto, della Lumen Fidei, che di certo richiede una lettura attenta e meditata. Ma la citazione di un lettore, dalla quale prendo le mosse, mi ha colpito e mi ha suscitato pensieri e reazioni immediate e vibranti che cerco di condividere per poi rimandare ad altra occasione l’esplorazione dell’intero testo traendone anche le luci che possono edificarci. Le riflessioni che seguono, infatti, vengono pensate ed espresse non senza sgomento per ciò che è accaduto e ancora accade nella nostra Chiesa.

Lumen Fidei, n. 48. …L’unità della fede è dunque quella di un organismo vivente, come ha ben rilevato il beato John Henry Newman quando enumerava, tra le note caratteristiche per distinguere la continuità della dottrina nel tempo, il suo potere di assimilare in sé tutto ciò che trova, nei diversi ambiti in cui si fa presente, nelle diverse culture che incontra,[44] tutto purificando e portando alla sua migliore espressione. La fede si mostra così universale, cattolica, perché la sua luce cresce per illuminare tutto il cosmo e tutta la storia.
Oltre a percepire l’afflato cosmico di Teilhard de Chardin, in questo passo, sia pure preso così a sé, si può cogliere un enunciato quanto meno rischioso se non errato. Sembrano ‘sottigliezze’ da estrarre col bisturi, ma non di meno possono avere conseguenze svianti. Il brano citato si apre dopo la chiusa del n.47, che è la seguente, il cui enunciato ricompare nelle osservazioni successive e vi sarà sviluppato.
Infine, la fede è una perché è condivisa da tutta la Chiesa, che è un solo corpo e un solo Spirito.Nella comunione dell’unico soggetto che è la Chiesa, riceviamo uno sguardo comune. Confessando la stessa fede poggiamo sulla stessa roccia, siamo trasformati dallo stesso Spirito d’amore, irradiamo un’unica luce e abbiamo un unico sguardo per penetrare la realtà.
Qui, sembrerebbe doversi riconoscere un’inversione di fattori: non confessiamo la stessa fede perché siamo fondati sulla stessa roccia; ma poggiamo sulla stessa roccia quando confessiamo la stessa fede? C’è da sottolineare che la comunione – e dunque l’unità – non è determinata dalle nostre buone volontà o dalla Chiesa che si autodetermina come unico soggetto; è solo il Signore a crearla, perché si realizza tra chi in Lui “rimane” nel senso giovanneo del termine.
E alcuni interrogativi anche dalla citazione iniziale:
  1. esiste forse una “dottrina del tempo”, cioè a regime variabile?
    La “dottrina”, se è autentica, non è “del tempo”, è Pane Vivo disceso dal Cielo (e noi sappiamo Chi è!). Essa serve per portare nel tempo il Soprannaturale e interpretare e vivere il tempo con le leggi eterne che da lì vengono e non con quelle mutevoli e ingannevoli “del tempo” stesso.
  2. dove sta scritto che la dottrina deve dispiegare “il suo potere di assimilare in sé tutto ciò che trova, nei diversi ambiti in cui si fa presente, nelle diverse culture che incontra, tutto purificando e portando alla sua migliore espressione.” ???
Lo stesso S. Paolo ai Tessalonicesi dice: “esaminate tutto e trattenete ciò che è buono“. Infatti il Signore ci insegna a distinguere il bene dal male e, una volta riconosciuto il male, ci insegna a chiamarlo col suo nome e rifiutarlo e non ad assumerlo per trasfigurarlo (horribile dictu!).
Il Signore è venuto a vincere il male sulla Croce e lì lo ha già vinto una volta per tutte. Non è venuto a trasfigurarlo, ma a vincerlo! Siamo noi (e le realtà che animiamo) che il Signore trasfigura. E trasfigura di noi ciò che, liberato e purificato perché illuminato e rifiutato dalla e nella “Verità che ci fa liberi”, viene assunto e quindi ‘configurato’ a Lui perché riceviamo dalla Sua pienezza tutto ciò che corrisponde alla volontà del Padre.
Se per distinguere la “Continuità della dottrina nel tempo”, la sua caratteristica è quella di “assimilare in sé tutto ciò che trova, nei diversi ambiti in cui si fa presente, nelle diverse culture che incontra, tutto purificando e portando alla sua migliore espressione”, diventa una dottrina che porta in sé anche le cose mutevoli del tempo e dunque diventa una “dottrina del tempo”.
E ancora: se il criterio per identificare la “continuità della dottrina nel tempo” è la sua capacità di inglobare tutto e trasfigurarlo, una dottrina che ingloba tutto non discrimina e quindi, per ogni tempo, assume tutto (ciò che è buono e ciò che non lo è e cioè bene e male indiscriminatamente) per trasfigurarlo, vien detto.
Ma perché la realtà possa essere trasfigurata, occorre prima espellerne il male, rifiutandolo e la trasfigurazione è la conseguenza della liberazione dal male che restaura la integrità primigenia e di volta in volta, scelta dopo scelta, sviluppa le nuove relazioni (con le persone e col mondo) secondo il disegno di Dio.
Una dottrina che ingloba tutto indiscriminatamente, diviene di conseguenza una “dottrina del tempo”, mutevole proprio anche in base a ciò che di volta in volta ingloba e quindi non ha in sé un “criterio di scelta” (che implica anche responsabilità) ma solo un “potere di assimilazione”.
Credo invece che la dottrina, che mi dà una verità perenne e non mutevole, sia posta per discriminare e scegliere non per inglobare e, inglobando, mutare nel tempo. Non è la dottrina che muta nei suoi fondamenti perenni, ma alcune modalità di espressione legate alle contingenze.
Ribadisco che il Signore è venuto per vincere il male, non per trasfigurarlo: noi e la realtà che scriviamo con la nostra storia risultiamo in Lui trasfigurati proprio nella misura in cui siamo liberati dal male (nostro, in primis) e guariti, rigenerati e plasmati in Cristo.

Parlare di “potere di assimilazione”, mi fa pensare alla necessità di assumere su di sé (il tollitdell’Agnus Dei) il peso delle cose per trasfigurarle (sempre in in Cristo Signore, ovviamente). Ma in questo “assumere” che non è “assimilare”, c’è da aver ben presente che Gesù ha preso su di sé le conseguenze del peccato, ma non il peccato (“in tutto simile a noi fuorché nel peccato”). E così noi, in Lui, ci assumiamo le conseguenze del male (nostro e di altri per quello che a ognuno è dato), ma non il male che, in Cristo, rifiutiamo e vinciamo. Ergo, ripeto, discriminiamo e scegliamo non assimiliamo tutto. Tutto ciò che è assimilato entra a far parte di noi e, alla fine, anziché trasfigurare eventuali errori o negatività assimilati, siamo noi a rimanerne inquinati. Vale per noi, vale per la Chiesa “in dialogo indiscriminato col mondo”…
Il discorso si riallaccia al nuovo concetto di tradizione scaturito dal Vaticano II e illustrato da Benedetto XVI del suo famoso discorso del dicembre 2005, ribadito nella catechesi del 2006 citata più avanti.
Attualmente il problema non è solo ermeneutico, è molto più profondo, perché vede di fronte due concezioni diverse del magistero, frutto di una vera e propria rivoluzione copernicana, collegata ad una nuova concezione di Chiesa nata dal concilio, che ha spostato il fulcro di ogni cosa dall’oggetto al soggetto.
  1. Il Magistero bimillenario della Chiesa poteva dirsi ‘vivente’ nel senso che trasmetteva secondo i bisogni di ogni generazione – ma curandone l’integrità nella sostanza: eodem sensu eademque sententia – il Depositum fidei della Tradizione Apostolica, fondamento oggettivo, dato per sempre, pur se sempre ulteriormente approfondito e chiarito nelle sue innumerevoli ricchezze;
  2. il magistero attuale si dice invece vivente, in senso storicistico, perché portatore dell’esperienza soggettiva della Chiesa di oggi (che sarà diversa da quella di domani) essendo sottoposta all’evoluzione determinata dalle variazioni contingenti legate alle diverse epoche.
Benedetto XVI ha detto : Udienza generale del 26 aprile 2006
«Il ruolo del magistero è di assicurare la continuità di una esperienza, è lo strumento dello Spirito che alimenta la comunione assicurando il collegamento fra l’esperienza della fede apostolica, vissuta nell’originaria comunità dei discepoli, e l’esperienza attuale del Cristo nella sua Chiesa ».
Ovvio che ad ogni generazione la Tradizione poggia sui successori degli Apostoli e che il Depositum fidei non è in custodia blindata ma incarnato dalle persone in ogni epoca e in ogni generazione. Tuttavia, come ricorda Pio XII nella sua Allocuzione Si Diligis, ai Cardinali Arcivescovi e Vescovi dopo la canonizzazione di San Pio X, del 31 Maggio 1954:
«…Vogliamo tener come santa questa massima dei nostri padri: Nihil innovetur nisi quod traditum est [Non si innovi (introduca) niente se non ciò che è stato tramandato. Citazione patristica tratta da San Cipriano (Ep. 74,1) - ndR]; legge del resto da considerare inviolata in materia di fede, al cui governo devono anche esser orientati quei punti che possono subire cambiamento; d’altra parte in questi in generale vale la regola: non nova, sed noviter. [Non cose nuove, ma in modo nuovo] ».
E ancora Benedetto XVI, nel discorso citato sopra:
« …Concludendo e riassumendo, possiamo dunque dire che la Tradizione non è trasmissione di cose o di parole, una collezione di cose morte. La Tradizione è il fiume vivo che ci collega alle origini, il fiume vivo nel quale sempre le origini sono presenti. »
Il problema sta nel fatto che le cose o parole definite “collezione di cose morte”, nella vulgata modernista vengono riferite al “magistero perenne” che sarebbe diventato “cosa morta” da sostituire col magistero “vivente”, identificato con quello attuale. In tal modo viene conferita al magistero una prerogativa che non gli è propria: quella di essere sempre riferito al “presente”, con tutta la mutevolezza e precarietà propria del divenire, mentre la sua peculiarità è quella di essere, nel contempo, passato e presente, trasmettendo una Verità rivelata che, pur inverata nell’oggi di ogni generazione, appartiene all’eternità. Altrimenti cosa trasmette la Chiesa a questa generazione e a quelle future: solo un’esperienza soggettiva? Mentre le è proprio esercitare una funzione sempre in vigore, il cui atto è definito attraverso l’oggetto, ovvero attraverso le verità rivelate e tramandate.

Insomma è cambiato il cardine su cui si fonda la Fede, spostato dall’oggetto-Rivelazione al soggetto-Chiesa/Popolo-di-Dio pellegrina nel tempo e di fatto trasferito dall’ordine della conoscenza a quello dell’esperienza. È il frutto della dislocazione della Santissima Trinità, come illustra ‘sapientemente’ Romano Amerio:
« Alla base del presente smarrimento vi è un attacco alla potenza conoscitiva dell’uomo, e questo attacco rimanda ultimamente alla costituzione metafisica dell’ente e ultimissimamente alla costituzione metafisica dell’Ente primo, cioè alla divina Monotriade. [...] Come nella divina Monotriade l’amore procede dal Verbo, così nell’anima umana il vissuto dal pensato. Se si nega la precessione del pensato dal vissuto, della verità dalla volontà, si tenta una dislocazione della Monotriade ».
Intuibile il sovvertimento della realtà che ne deriva. Ne abbiamo parlato anche di recente.
Con questo non disconosco il valore dell’esperienza, ma non lo assolutizzo. La fede retta e una spiritualità sana nasce dal connubio equilibrato tra conoscenza ed esperienza, senza che prevalga la sensazione e il richiamo alla concretezza da un lato o l’intellettualismo dall’altro. Se fede-ragione-esperienza non entrano in campo in ugual misura, non vivremo una spiritualità equilibrata e la nostra vita da qualche lato sarà sbilanciata.
Il papa attuale sembra incarnare in pieno l’esperienza assolutizzata a scapito della conoscenza, nella prassi ateoretica e nei discorsi sentimental-pop e privi di approfondimenti e spiegazioni di cui ci inonda.

C’è da aggiungere che nel Capitolo Secondo della Lumen fideiSe non Crederete, non comprenderete, nel sottotitolo Conoscenza delle verità e amore (punti 26, 27, 28), l’Enciclica sviluppa il rapporto tra verità amore e fede. Ma, nel precedente  punto 20, nel Capitolo Primo: Abbiamo creduto nell’Amore, incontriamo una seria omissione: quella della Passione espiante liberante e redentiva. Lo cito per intero:
20. La nuova logica della fede è centrata su Cristo. La fede in Cristo ci salva perché è in Lui che la vita si apre radicalmente a un Amore che ci precede e ci trasforma dall’interno, che agisce in noi e con noi. Ciò appare con chiarezza nell’esegesi che l’Apostolo delle genti fa di un testo del Deuteronomio, esegesi che si inserisce nella dinamica più profonda dell’Antico Testamento. Mosè dice al popolo che il comando di Dio non è troppo alto né troppo lontano dall’uomo. Non si deve dire: « Chi salirà in cielo per prendercelo? » o « Chi attraverserà per noi il mare per prendercelo? » (cfr Dt 30,11-14). Questa vicinanza della Parola di Dio viene interpretata da san Paolo come riferita alla presenza di Cristo nel cristiano: « Non dire nel tuo cuore: Chi salirà al cielo? — per farne cioè discendere Cristo —; oppure: Chi scenderà nell’abisso? — per fare cioè risalire Cristo dai morti » (Rm 10,6-7). Cristo è disceso sulla terra ed è risuscitato dai morti; con la sua Incarnazione e Risurrezione, il Figlio di Dio ha abbracciato l’intero cammino dell’uomo e dimora nei nostri cuori attraverso lo Spirito Santo. La fede sa che Dio si è fatto molto vicino a noi, che Cristo ci è stato dato come grande dono che ci trasforma interiormente, che abita in noi, e così ci dona la luce che illumina l’origine e la fine della vita, l’intero arco del cammino umano.
Dov’è la Passione redentrice, che è la sola che libera e salva e introduce nella Risurrezione? È questo il grande vulnus della teologia e della Ecclesiologia odierne: hanno espulso il Sacrificio di Cristo Signore sul Golgota (riprodotto su ogni Altare fino alla fine dei tempi per Sua consegna fin dall’Ultima Cena), che è il vero culmine e fonte di tutto. Se ne parla, ma quasi sfiorandolo, senza più affermare e fondarsi sulla sua vis espiatrice e redentrice. Non si parla più di peccato originale, non si parla più di liberazione dal peccato che porta alla morte spirituale perché è separazione da Dio e dal suo piano di salvezza per noi. La Croce è ritenuta addirittura un concetto doloristico con grande enfasi sul “Mistero pasquale”, fulcro della nostra fede che sembra quasi una riscoperta del concilio e presentato come l’anima della riforma liturgica postconciliare.
Ebbene, la “teologia del mistero pasquale” è l’anima della fede cattolica, non della riforma postconciliare. Infatti, il mistero Pasquale è la Passione-Morte-Risurrezione del Signore. La riforma post-conciliare, invece, ha posto l’accento prevalentemente sulla Risurrezione, con il pretesto che la visione di Trento era troppo “doloristica” e si metteva troppo l’accento sulla Croce. Ma questo è un inganno: la Croce è una Realtà ineludibile, vera Pasqua=’passaggio’ verso la Risurrezione, perché rappresenta il fiat di Cristo Signore alla volontà del Padre, quell’obbedienza piena e libera, che ha cancellato un primigenio terribile non serviam e la tragica disobbedienza del primo Adamo e ha permesso il ricongiungimento al Padre dell’umanità redenta.
Nel libro “Introduzione al Cristianesimo” l’allora card. Ratzinger negava il concetto di croce come sacrificio. Cito:
“Da S.Anselmo (1033-1109) la pietà cristiana vede nella croce un sacrificio espiatorio. Ma è una pietà dolorista … Che Dio esiga da suo figlio un sacrificio umano è una crudeltà non conforme al messaggio d’amore del Vangelo. Se certi testi di devozione sembrano suggerire che la Croce rappresenta un Dio dalla giustizia inesorabile che chiede il sacrificio umano di suo figlio … nel Nuovo Testamento la Croce appare invece come un movimento dall’alto verso il basso. La Croce non è l’opera di riconciliazione che l’umanità offre a un Dio in collera, ma l’espressione dell’amore di Dio che si dona a noi … Partendo da questa rivoluzione del senso di espiazione, che si situa nell’asse stessa della realtà religiosa, il culto cristiano riceve una nuova orientazione … in questo culto non sono le azioni umane che vengono offerte a Dio, il culto consiste piuttosto nel fatto che ci lasciamo colmare da Lui. Non si glorifica Dio apportandogli del nostro, ma accettando i suoi doni e riconoscendolo cosi’ come l’unico Signore.” [pag 198-199]
Ma il fiat del Figlio non è centrato tanto sulla “collera” di Dio, quanto sulla riparazione(1) della Giustizia violata. Il Verbo si è incarnato, per riparare il peccato di fronte al Padre, atto di cui l’uomo era incapace per l’entità della colpa che lo aveva separato dal Creatore e Signore: “Lui, Dio ha prestabilito mezzo di propiziazione, per via della fede nel suo sangue, per dimostrare la sua giustizia, a motivo della tolleranza per le passate colpe” (Rm 3,25). E anche: “Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1Gv 4, 10). E ancora: “Tu sei degno, o Signore, di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai riscattato per Dio con il tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione e li hai costituiti per il nostro Dio un regno di sacerdoti” (Ap, 5, 9-10). Ovvio che l’offerta di Gesù sulla Croce è la dimostrazione di un supremo atto di amore ma, insieme, è anche un atto supremo di obbedienza che compie una suprema giustizia.
Ed è la riparazione del peccato che conferisce al Figlio, il Verbo Incarnato, il potere di salvare gli uomini, espiando al loro posto e quindi riscattandoli nel suo Sangue Prezioso: questa è la Redenzione. È questa verità dal valore immenso e ineludibile che risulta omessa negli insegnamenti post-conciliari. E, dal silenzio, rischia di cadere nell’oblìo… Ed è per questo che noi continuiamo a custodirla, viverla e proclamarla!
Vedi, sul blog: I quattro fini della Santa Messa e i Canoni di Trento che sintetizzano la dottrina perenne.
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1. La riparazione è ovviamente intesa nel senso di ripristino della Giustizia violata, che il Signore ha attuato una volta per tutte con il suo “fiat” e la Sua Morte in Croce. Ed è sincronizzata con larigenerazione, attraverso la Risurrezione, dell’umanità ferita dalle conseguenze della colpa originaria e ricollocata alla destra del Padre con l’Ascensione. Storia di Salvezza culminata nella Pentecoste, con l’invio dello Spirito del Signore Risorto che continua a operare nella Sua Chiesa e servendosi di essa. Non c’è nessuna “Nuova Pentecoste”. A cosa dovrebbe servire, se la Chiesa ha già in sé, fin da allora e fino alla fine dei tempi tutta la pienezza del Suo Signore che va solo accolta, vissuta, testimoniata e tramandata in ogni generazione?
Maria Guarini

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