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giovedì 27 marzo 2014

Ancor peggio...

Altro che Francia

In Québec arriva la Carta dei valori che mette al bando le religioni. E’ l’ultimo atto della “rivoluzione tranquilla” che ha cambiato il paese

E’ possibile, in soli cinquant’anni di storia, trasformare un paese convintamente cattolico in una terra dove laicismo, individualismo e statalismo si sostituiscono alla religione? E’ possibile, nel breve giro di un paio di generazioni, sradicare una tradizione secolare e crescere cittadini naturalmente portati al pensiero unico e con la vocazione al politicamente corretto? A giudicare da quanto è successo e succede in Québec, sì. Roba da far invidia alla Francia di Hollande e Peillon, il ministro dell’Educazione che ha introdotto la carta della laicità nelle scuole e punta a finire il lavoro iniziato dalla Rivoluzione francese del 1789 e sostituire la morale cattolica con quella di stato, creando dal nulla una “religione della Repubblica”. Tutto questo nel Canada francofono è già successo nei fatti, da tempo, e in questi giorni viene suggellato per legge.

Pubblicità. “Tesoro, sei pronta?”, chiede una mamma alla figlia che deve uscire di casa. Fuori nevica, e la bambina si è messa un cappello di lana e la sciarpa su naso e bocca. “Oh no – dice la madre guardandola – non puoi vestirti così o la gente penserà che tu sia musulmana…”. “Shht!”, dice il padre, appena entrato nella stanza. E aggiunge, sorridendo e indicando con il dito un punto imprecisato sopra di sé: “Québec laico”. La madre subito si corregge: “Così fai pensare a una religione che non posso nominare”. Detto questo, toglie cappello e sciarpa alla figlia e la fa uscire al freddo: “Veloce, o farai tardi!”.









Più tardi la stessa bambina sta facendo i compiti con la mamma, che detta: “Sette più uno…”. Ma basta uno sguardo al quaderno della figlia per farla sbottare: “Ma no, ma no, ma no, no no no! Non facciamo più le addizioni così… questo fa pensare alla croce di Ges…”. Questa volta non può neppure finire la frase, che il padre ricompare: “Eh eh eh! Québec laico!”. “Fa pensare a una… religione. E noi non lo vogliamo questo, nei nostri valori”, si corregge la mamma, spiegando alla figlia che il + è stato sostituito da “un quadrato… ma non un quadrato rosso”.
Le due scene appena descritte sono parodie in video che da qualche giorno circolano su YouTube e sui siti quebecchesi in risposta alla presentazione, martedì scorso, della Carta dei valori voluta dal governo di Pauline Marois. “E’ tempo di ritrovarci attorno a regole chiare e valori comuni”, ha scritto Bernard Drainville, ministro responsabile delle Istituzioni democratiche e della Partecipazione dei cittadini, presentando la Carta. Quali sono questi grandi valori? L’uguaglianza tra l’uomo e la donna, l’uguaglianza dei cittadini tra loro e davati allo stato, la neutralità religiosa dello stato e il rispetto per il patrimonio storico e culturale che “deve essere preso in considerazione per l’applicazione dei principi di neutralità e laicità”.
Da questi grandi valori discendono cinque principi che, secondo le intenzioni del governo, dovranno modificare la Carta dei diritti e delle libertà della persona del Québec e di conseguenza diventare legge: separazione tra religioni e stato; neutralità religiosa dello stato e di chiunque lavori per lo stato; nessuna donna dipendente statale potrà lavorare con il viso velato; nessun dipendente statale potrà ostentare simboli religiosi durante l’orario di lavoro (“Se lo stato è neutrale, quelli e quelle che lo rappresentano dovranno essere neutrali anch’essi nel loro aspetto”). Tra gli intenti dichiarati, quello di “preservare i bambini dall’influenza religiosa”. Dal “giogo della fede”, come si canta in una delle strofe dell’inno nazionale canadese, al “giogo della neutralità”, dunque, come ha scritto su First Things Douglas Farrow, professore di Pensiero cattolico all’Università McGill di Montréal.
Sul sito del governo, nella apposita sezione “i nostri valori” c’è l’elenco, con tanto di disegni esplicativi, dei “simboli religiosi ostentati che non sarà più permesso portare al personale statale”: croci al collo, kippah, turbanti, chador. Al massimo si potranno indossare piccoli orecchini o anelli con simboli religiosi non troppo visibili.
E’ l’ultimo atto della “rivoluzione tranquilla” iniziata nel 1960, che in mezzo secolo ha relegato la chiesa e le altre religioni a comprimari inutili della società quebecchese e ha trasformato un paese dalla forte impronta cattolica in uno dei più laici e individualisti al mondo.
John Zucchi, professore di Storia all’Università McGill di Montréal, in una lunga chiacchierata con il Foglio ripercorre i passaggi che hanno segnato la storia del Québec nell’ultimo secolo: “Fino al 1960 era la regione più cattolica del nord America. La chiesa aveva un peso enorme nella società: gestiva scuole, ospedali, orfanotrofi, contribuendo a creare una trama molto ricca nel tessuto sociale del paese”. Come nella maggior parte dei paesi occidentali, però, verso la fine della prima metà del Novecento, la chiesa cominciò a perdere coscienza del significato del suo ruolo, diventando sempre più istituzione di potere. Svuotata del suo significato, la chiesa del Québec “andava avanti con il pilota automatico”, dice Zucchi, e questo le risultò fatale con i cambiamenti del 1960.
Sedici anni prima era divenuto primo ministro il conservatore Maurice Duplessis, il quale rimase al potere fino al 7 settembre del 1959, giorno della sua morte. Pochi mesi dopo il Québec “entrò nella modernità” con la vittoria del Partito liberale di Jean Lesage, che in poco tempo introdusse riforme epocali nel campo delle politiche sociali, dell’educazione, della sanità e dello sviluppo economico, con nazionalizzazioni e interventi volti ad aumentare burocrazia e peso dello stato. Contemporaneamente cresceva, ben rifocillato dalla politica, lo spirito nazionalista dei franco-canadesi, i quasi cominciarono a definirsi quebecchesi e a chiedere l’indipendenza dal Canada. Il tutto accompagnato da un sempre più forte malessere nei confronti della chiesa, la quale – annota Zucchi –  “non seppe come reagire. Le mancavano gli strumenti e le ragioni, non aveva più risposte da dare: assecondava quello che succedeva limitandosi a ripetere vuoti luoghi comuni”. La chiesa in Québec diventò così “cortigiana del potere” restandone schiacciata. “Il secolarismo iniziato negli anni Sessanta trovò il campo sgomberato dalla ritirata della chiesa dal suolo pubblico”. Ritirata imposta sempre più dai governi che si alterneranno nel paese, ma anche da una debolezza di fondo dei cattolici.
Lo stato negli anni si prende le scuole, gli ospedali, gli orfanotrofi, e completa la sua offensiva alla chiesa e alle religioni trent’anni dopo, nei Novanta, quando “programma di attaccare ogni presenza religiosa”, dice Zucchi. “Fino al 1997 in Quebec c’era una speciale protezione costituzionale per le scuole religiose: le scuole pubbliche erano cattoliche, e le scuole protestanti erano sostenute con fondi pubblici. Era garantita ai genitori, secondo la Carta dei diritti del Québec, l’educazione dei loro figli nella loro religione Quell’anno il Québec ha chiesto al governo canadese di rimuovere questa protezione dalla Costituzione”. Dopo tale modifica, le scuole in Québec hanno cominciato a differenziarsi tra loro solo in quanto anglofone o francofone. “Alcuni istituti potevano rimanere religiosi ma solo a certe condizioni concordate con lo stato e grazie a un accordo da rinnovare ogni cinque anni”. Con il passare del tempo lo stato ha però rinnovato sempre meno questi accordi con le scuole.
Il passaggio successivo è stata la perdita del carattere “tranquillo” dell’offensiva laicista, sempre più ostile con chi la contrasta. Nel 2008 il vaticanista Sandro Magister descriveva così la situazione del Québec sul suo blog: “Oggi meno del 5 per cento dei cattolici va a messa la domenica. I matrimoni religiosi sono pochi, i funerali sono in gran parte civili, i battesimi sempre più rari. E le leggi codificano questo stato di cose in nome di un fondamentalismo laicista che è arrivato, quest’anno, a imporre in tutte le scuole statali e private del Québec – primo caso al mondo – un corso obbligatorio di ‘etica e cultura delle religioni’ con docenti cui è vietato presentarsi come credenti e appartenenti a una comunità di fede. Nel corso si danno informazioni sulle principali religioni del mondo e si discute dei temi controversi, come l’aborto e l’eutanasia, con l’obbligo di non prendere posizione in un senso o in un altro”.
La religione come storia e patrimonio dell’umanità, e non più come fede, “la dittatura del relativismo applicata a partire dalla scuola materna”, per usare le parole dell’allora vescovo di Québec Marc Ouellet, oggi prefetto della Congregazione per i vescovi. “Lo stato vuole che un professore non possa più essere se stesso”, dice Zucchi, il quale da qualche anno porta avanti una causa della Loyola High School di Montréal contro il ministero dell’Educazione proprio per impedire che lo stato non permetta a un professore di esprimere le proprie idee religiose a lezione. In primo grado il giudice ha dato ragione a Zucchi e alla scuola, ma la sentenza è stata ribaltata in appello. Ora tutto il mondo cattolico del Québec guarda con attenzione a marzo, quando la Suprema Corte si esprimerà in via definitiva con una sentenza che potrebbe ridefinire i confini sempre più stretti della libertà educativa nel paese.
C’è un paradosso evidente, però nel laico Québec di oggi, una “schizofrenia” – per usare le parole di Zucchi – per cui il risentimento nei confronti della chiesa (giustificato anche da diversi casi di abusi) “convive con una identificazione culturale ancora legata alla tradizione cattolica. Ecco perché le direttive contenute nella Carta dei valori voluta dal governo fanno comunque discutere” il Québec da giorni. Oggi a Montréal è prevista una manifestazione multiculturale contro l’approvazione della Carta, e le associazioni musulmane già denunciano il rischio di ghettizzazione di chi non vorrà sottostare a queste imposizioni. Nel frattempo un ospedale dell’Ontario ha cominciato una sorta di campagna acquisti a colpi di manifesti in cui si vede una donna con il capo velato e la scritta: “A noi non interessa quel che hai sulla testa”. Il governo ha stanziato quasi due milioni di dollari per la “promozione della laicità” nel paese – uno degli slogan è “Un Québec per tutti”, assieme a quello che mette  sullo stesso piano “sacro” chiesa, sinagoga, moschea e “neutralità religiosa dello stato” – e mentre ieri i giornali canadesi si domandavano se la Carta “passerà il test dei tribunali”, da più parti arrivano al governo richieste di adottare quantomeno un approccio più inclusivo.
Eppure la “rivoluzione tranquilla” ha già raggiunto i suoi obiettivi: “Nella nostra società multiculturale – continua il professore esperto di immigrazione, cultura e storia canadese – guardiamo la religione come qualcosa di culturale, un’appendice all’identità etnica. Se uno va in chiesa è perché è stato educato così, è parte del suo bagaglio culturale, non c’entra più con la fede”. Le statistiche parlano di un numero irrisorio di praticanti tra coloro che si dichiarano cattolici. Crescono gli aborti e i divorzi, così come la percentuale delle persone che vivono da sole. E’ lì che la rivoluzione può fare meglio il suo gioco, spiega Zucchi: “Il potere può più facilmente vendere le sue idee a chi è da solo”. L’individualismo è il terreno fertile per far nascere “una società aggressivamente laica”.
Zucchi vede arrivare in università molti ragazzi “arrabbiati con la chiesa, considerata un monolite di potere che ha fatto male alla società. Questa è un’idea molto semplicistica che viene loro tramandata e inculcata nelle scuole”. Con un sentimento diffuso del genere è più facile introdurre programmi di laicizzazione forzata senza che nessuno obietti alcunché. Basti pensare che – lo scriveva ancora Magister nel 2008 – “le leggi più lontane dalla dottrina della chiesa sono state varate in Québec da maggioranze non radicali ma moderate. Anche la legge sull’insegnamento obbligatorio di Etica e cultura delle religioni è stata approvata da un governo conservatore, del quale fanno parte dei cattolici”. Il cardinale Ouellet descriveva così su un numero di Vita e Pensiero del 2008 la situazione: “Il vero problema del Québec non è dunque la presenza di segni religiosi o l’apparizione di nuovi segni religiosi invasivi dello spazio pubblico. Il vero problema del Québec è il vuoto spirituale creato da una rottura religiosa e culturale, dalla perdita sostanziale di memoria, che conduce alla crisi della famiglia e dell’educazione, che lascia le cittadine e i cittadini disorientati, demotivati, soggetti all’instabilità e attirati da valori passeggeri e superficiali. Questo vuoto spirituale e simbolico mina dall’interno la cultura del Québec”. Da qualche anno il partito attualmente al potere, il Parti Québécois, sta portando avanti una proposta di legge per introdurre l’eutanasia legale nel paese. Per farlo, prima un’apposita commissione dell’Assemblea nazionale ha girato la provincia per incontrare gruppi significativi e chiedere loro un parere. “Alla fine del giro – racconta Zucchi – il 60 per cento dei gruppi sentiti era contrario all’eutanasia. Il governo allora ha calcolato i gruppi di ispirazione cattolica come un gruppo unico, facendo di conseguenza abbassare la percentuale dei contrari e aumentare quella dei favorevoli. Ed è andato avanti con la sua proposta”.
Il Québec è il paese del politicamente corretto preso in giro da Barney Panofsky; è l’ambiente triste, decadente e disperato del film “Le invasioni barbariche”, dove il protagonista malato di cancro si fa uccidere dopo un triste commiato dagli amici di una vita; è quello delle scuole multiculturalmente corrette di “Monsieur Lazhar”, pellicola che narra le difficoltà di un maestro elementare a insegnare in un istituto dove non si possono sgridare gli allievi, né sfiorarli con una mano, né dare loro compiti troppo difficili. E’ il paese dove il pensiero unico ha persino una sua definizione ufficiale, la pensée québécoise.
Con fatica, umiltà e realismo la chiesa quebecchese ha ricominciato a costruire sulle macerie, conclude Zucchi: “Negli ultimi quindici anni sono cambiati tutti i vescovi, e si assiste a una piccola ma vera rinascita dei cattolici. Nessun sogno di grandi programmi, ma un nuovo fragile inizio”. Il ritorno del cardinale Ouellet in Canada dal 2002 al 2010 è stato decisivo per questa ripartenza, dice il professore. “Oggi ci sono pochi giovani legati alla chiesa, ma che prendono sul serio la fede”. Tanti si avvicinano dopo una crisi personale: “Sono curiosi di che cos’è la chiesa – dice Zucchi – sentono distanti, non proprie le battaglie nazionaliste e stataliste dei genitori”. I numeri, soprattutto se confrontati con quelli dell’inizio degli anni Sessanta, sono scoraggianti: così come faceva Ouellet, anche il nuovo arcivescovo di Montréal incontra personalmente i giovani, e organizza incontri pubblici nella cattedrale a cui partecipano al massimo due-trecento persone. “Il rischio di una deriva spiritualista, di una fuga dal mondo, c’è – ammette Zucchi – ma al contempo vedo molti cattolici implicarsi di più nella società, rendersi conto che la fede ha qualcosa da dire su tutto”. Gli stessi vescovi canadesi non hanno avuto tentennamenti nel denunciare il tentativo del governo di imporre un “ateismo ufficiale” nello stato. Uno stato in cui è evidente, conclude Zucchi, “che quello che manca è l’umanità. Non è un caso che, nonostante tutto quello che è successo, nella regione di Montréal la maggior parte delle famiglie iscriva i propri figli nelle scuole private. Si rendono conto che manca qualcosa. Qualcosa che lo stato non può dare”.

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