ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 7 marzo 2014

Il gioco delle parti

Kasper parla a nome del Papa

Il Vangelo della famiglia, la relazione con cui il cardinale Walter Kasper ha aperto il concistoro
straordinario del 20 febbraio, rappresenta uno dei contributi di avvicinamento al prossimo Sinodo
dei vescovi dedicato ai temi del matrimonio e della famiglia. Come è noto, Papa Francesco ha
previsto un cammino articolato per giungere a una matura deliberazione su questioni che sono da
tempo al centro di un vivace dibattito nell’opinione pubblica, non solo cattolica. In primo luogo ha fatto inviare alle chiese locali di tutto il mondo un questionario in modo da poter raccogliere le valutazioni del mondo cattolico.

Sulla base delle risposte pervenute la segreteria del Sinodo preparerà l’Instrumentum laboris che sarà la base della discussione dell’assemblea sinodale convocata per l’ottobre 2014. Infine nell’ottobre 2015 è fissata la riunione dell’assemblea ordinaria del Sinodo per stabilire le linee operative in ordine alla pastorale della famiglia. E’ dunque evidente che il pontefice ha voluto coinvolgere l’intera comunità ecclesiale in una larga discussione che permetta poi ai vescovi di prendere decisioni mature e condivise. In questo contesto l’intervento di Kasper – a lungo presidente del pontificio consiglio per l’Unità dei cristiani ed attualmente membro di diversi dicasteri curiali, tra cui la congregazione per la Dottrina della fede – può sembrare soltanto
l’espressione dell’autorevole punto di vista di un importante membro della curia romana.
Non è però così. Il fatto stesso che con quella relazione si sia aperto un concistoro convocato per
affrontare il tema della famiglia indica chiaramente che le sue posizioni corrispondono all’orientamento assunto dal governo centrale della chiesa.
Non a caso il portavoce vaticano, padre Lombardi, ha chiarito che esse sono in grande sintonia con
le convinzioni del pontefice. Per quanto lo stesso cardinale abbia avuto cura di ricordare che le sue
parole non intendono condizionare le valutazioni che i padri sinodali dovranno assumere in piena
libertà e responsabilità, è evidente che le sue tesi costituiranno un rilevante punto di riferimento per
il dibattito dell’assemblea.
Si tratta del resto di tesi importanti. Sono infatti incentrate sulla esigenza di cercare le vie di un
mutamento nelle concezioni tradizionali della chiesa in ordine alle questioni della famiglia. Perché
cercare un cambiamento? Kasper non si sottrae certo alla domanda. Individua infatti una crisi
profonda della famiglia nel mondo attuale. Nella comunità civile la famiglia nucleare, così come si
è definita a partire dal XVIII secolo, è stata sottoposta dai fenomeni di industrializzazione e
modernizzazione della società contemporanea a un processo di disgregazione che rende sempre più
difficile mantenerla come luogo di unità e solidarietà fra i suoi membri. A suo avviso la chiesa non
può restare inerte davanti a questa situazione critica. Nella relazione del presule la famiglia è
ripetutamente definita “la chiesa domestica”, una realtà ritenuta decisiva per il futuro stesso della
chiesa. Secondo Kasper infatti “la chiesa ha bisogno delle famiglie per essere presente al centro
della vita e nei moderni ambiti di vita. Senza le chiese domestiche la chiesa è estranea alla realtà
concreta della vita. Solo attraverso le famiglie può essere di casa dove sono di casa le persone. La
sua comprensione come chiesa domestica è quindi fondamentale per il futuro della chiesa e per la
nuova evangelizzazione”.
Dunque la persistenza (ed eventualmente lo sviluppo) della famiglia è la condizione perché la
chiesa possa adempiere a quel compito missionario e apostolico che risulta inscindibilmente
connesso all’essenza stessa della chiesa. Come raggiungere questo obiettivo? La riproposizione del
tradizionale insegnamento cattolico in materia non ha dato molti frutti. Tra gli stessi credenti si è
infatti verificata una radicale trasformazione culturale. Il cardinale nota che “il Vangelo del
matrimonio e della famiglia per molti non è più comprensibile, è caduto in una crisi profonda. Tanti
ritengono che nella loro situazione non sia vivibile”. A giudizio di alcuni si potrebbe rimediare a
questo sfaldamento con un irrigidimento dottrinale che riproponga in tutta la sua cristallina durezza
la posizione che la chiesa è venuta elaborando dal Concilio di Trento in poi. L’articolo che il prof.
De Mattei ha pubblicato su questo stesso giornale illustra assai bene gli orientamenti di questo
settore della cultura cattolica. Kasper, alla luce degli scarsi risultati che questa linea ha prodotto
negli ultimi decenni, propone un’altra strada. Il cardinale non intende certo mettere in questione i
capisaldi della tradizione cattolica, anzi ne ribadisce tutto il valore.
Sostiene infatti che la famiglia – pur definita a due riprese “cellula fondamentale della società”,
anziché ricorrere alla locuzione “cellula naturale” – costituisce una comunità che rientra nell’ordine
creato direttamente da Dio per gli uomini, sicché le regole che ne disciplinano la strutturazione e
l’estrinsecazione rientrano nella legge naturale. Perciò, al pari dei diritti della persona, anche i diritti
della famiglia sono anteriori allo stato: l’autorità civile è tenuta a riconoscerli e tutelarli, non può
determinarli o mutarli. Kasper ammette che nella vicenda dell’umanità le cose non sono andate così,
anche perché la legge naturale si è spesso presentata sotto forme opache e ambigue. Proprio per
questa ragione attribuisce alla rivelazione, secondo lo schema solito della dottrina cattolica, un
ruolo decisivo: essa ha infatti chiarito in modo inequivocabile la volontà di Dio in ordine alla
famiglia: l’unione, per diventare una sola carne, di uomo e donna che il sacramento del matrimonio
rende indissolubile, con il conseguente divieto di risposarsi nel caso di rottura del vincolo durante la
vita del partner.
Ribadita la dottrina tradizionale, Kasper aggiunge che essa non costituisce un codice giuridico in
cui alla violazione della norma corrisponde una sanzione. Non solo perché la verità si propone e
non si impone alla coscienza degli uomini, almeno se si vuole rispettare la libertà attribuita alla
struttura fondamentale della persona da un Creatore che l’ha sagomata a sua immagine e
somiglianza; ma anche perché la norma fondamentale del Vangelo è la legge della misericordia
verso il peccatore.
Si potrebbe dire che il cardinale qui aderisce alla formula secondo cui il Vangelo non è un bastone
che si brandisce contro uomini renitenti ad accettarlo, ma è una medicina che si somministra loro
per aiutarli a guarire dalle cadute in cui incorrono per la debolezza di una natura umana segnata
irrimediabilmente dal peccato originale. La relazione dunque indica nella verità cattolica sulla
famiglia e sul matrimonio una meta che gli uomini sono certo tenuti a raggiungere, ma a cui si
perviene attraverso un cammino durante il quale la chiesa fornisce gli opportuni soccorsi pastorali,
anziché distribuire pene e condanne.
La relazione trova nella storia della chiesa un puntuale supporto a questa prospettiva. Si sofferma in
particolare su due momenti. In primo luogo nota che nella chiesa pre-costantiniana – prima dunque
che si avviasse quello stretto nesso tra autorità ecclesiastica e autorità civile che portò alla
introduzione nel diritto civile delle norme canoniche, avviando quel processo di giuridificazione che
ha reso la chiesa più istituzione che comunità religiosa – molteplici testimonianze inducono a
ritenere che fosse presente una modalità di recupero alla comunione ecclesiale di quanti avevano
peccato contro la dottrina della famiglia attraverso opportune forme penitenziali. Kasper è
consapevole della ambiguità delle fonti patristiche e non nasconde che gli studi su di esse hanno
portato a risultati diversi. Non a caso la sua relazione è corredata di appendici in cui si affrontano
proprio i problemi interpretativi che pone la ricerca di quel che è effettivamente successo in età
patristica. Ma allo stesso tempo egli manifesta una certezza: una lettura d’insieme dei testi rivela
senza ombra di dubbio che l’atteggiamento dei padri in materia familiare non andava
esclusivamente nella direzione della condanna del peccatore, ma si volgeva anche alla pastorale
della sua riaccoglienza nella chiesa. Vorrei sottolineare l’importanza di questo punto. Traduce una
modalità decisiva nella presentazione del cattolicesimo.
Mette in luce che la tradizione della chiesa non può limitarsi ai secoli che sono succeduti al
Concilio di Trento e tanto meno all’interpretazione restrittiva che delle sue deliberazioni in ordine
alla famiglia ha dato l’intransigentismo cattolico otto-novecentesco, anche se ha trovato ricezione in
qualche documento magisteriale.
La tradizione della chiesa, senza mitizzare nessun periodo, non può che prendere in considerazione
l’intero svolgimento bimillenario del suo percorso storico.
Che in tale percorso la dottrina sia stata applicata secondo le condizioni dei tempi, avendo di vista il
modo più adeguato per trasmettere, in un determinato contesto storico, il messaggio di salvezza del
Vangelo, lo mostra il secondo momento che il cardinale illustra. Vale la pena di ricorrere alle sue
stesse parole. La chiesa ha dovuto affrontare la questione dei divorziati risposati con rito civile in
un’epoca relativamente recente, dal momento che essa “esiste solo dalla introduzione del
matrimonio civile tramite il Code civil di Napoleone (1804) e la sua introduzione successiva nei
diversi paesi. Nel rispondere a tale situazione nuova, negli ultimi decenni la chiesa ha compiuto
passi importanti. Il Codex Iuris Canonici del 1917 (can. 2356) tratta i divorziati risposati con rito
civile ancora come bigami che sono ipso facto infami e, a seconda della gravità della colpa, possono
essere colpiti da scomunica o da interdizione personale.
Il Codex Iuris Canonici del 1984 (can. 1093) non prevede più queste punizioni gravi; sono rimaste
solo restrizioni meno gravi. Familiaris consortio (24) [l’esortazione apostolica di Giovanni Paolo II
del novembre 1981] e Sacramentum caritatis (29) [l’esortazione post-sinodale di Benedetto XVI del
febbraio 2007], intanto, parlano in modo perfino amorevole di questi cristiani. Assicurano loro che
non sono scomunicati e fanno parte della chiesa e li invitano a partecipare alla sua vita”.
In questo passo non è tanto importante l’esattezza della ricostruzione – può essere precisata in
diversi aspetti – ma l’indicazione del senso complessivo dell’itinerario compiuto dalla chiesa che
Kasper mette in luce. Di fronte a una modernità che rifiuta la traduzione in legislazione civile della
norma canonica, l’istituzione ecclesiastica ha condotto un cammino di cui evidente è il senso
generale. Dopo una lunga stagione di mera riproposizione della dottrina, in dura antitesi allo
svolgimento della storia, ha ritenuto opportuno intraprendere una strada diversa: cercare un
recupero di quanti si erano allontanati. In questa prospettiva non ha mai messo in questione la verità
– naturale e rivelata – di cui essa si dichiara depositaria; ma si è invece preoccupata di individuare
le condizioni per cui, nel pieno rispetto di quella verità, potesse provvedere a garantire la salvezza
delle anime per il maggior numero possibile di persone. Non ha dunque abbandonato la tradizione,
ma, da una visione d’insieme della tradizione, si è proposta di trarre aspetti, in certi momenti
dimenticati, che potessero aiutarla a comunicare nuovamente con uomini che la mera
proclamazione della dottrina allontanava dalla fede.
In questo quadro si spiegano le proposte concrete che Kasper avanza: sostituire nella trattazione
delle questioni familiari alle procedure giuridiche dei tribunali ecclesiastici nuove procedure di tipo
pastorale e spirituale; trovare, senza indulgenze lassiste o rigorismi intemperanti, le forme di
applicazione del sacramento della penitenza che consentano al coniuge divorziato di essere
riammesso alla pienezza della comunione ecclesiale. Non credo valga la pena di soffermarsi a lungo
su di esse. Tocca agli operatori della pastorale, nell’ampio dibattito che Papa Francesco ha voluto
sollecitare sulla questione, valutarne al meglio la portata, l’efficacia, la praticabilità.
Mi preme invece mettere in rilievo i presupposti culturali che le hanno animate e che dovrebbero
costituire le linee guida per la discussione in corso. Sono basate sulla considerazione che la dottrina
è viva se la si cala nella storia degli uomini e se sulla base della storia si individuano le più adeguate
modalità della sua trasmissione.
Sembra dunque alle spalle la stagione ratzingeriana che aveva accantonato la considerazione della
storia nella convinzione che solo una atemporale riproposizione del sacro potesse garantire la
sopravvivenza del cattolicesimo nella società contemporanea. Non credo solo per una diversa
impostazione teologica (pur indubitabile: la generazione che si è formata sulla teologia degli anni
Cinquanta è ormai scomparsa nelle posizioni di governo della chiesa), ma soprattutto perché il
progetto di Benedetto XVI ha fallito nel suo dichiarato obiettivo di restituire capacità missionaria e
slancio apostolico a una chiesa in grave difficoltà. Kasper, e a quanto pare anche il nuovo Pontefice,
hanno capito che non è l’astratto appello alla legge naturale e alla legge rivelata a riportare alla
chiesa gli uomini d’oggi, bensì la trasmissione di un messaggio che indica nella speranza e nella
misericordia cristiana la via di un cambiamento di vita per uomini feriti dal peccato. Evidentemente
non si tratta di cancellare – a buon mercato, un’espressione che non a caso nella relazione ritorna
più volte – i peccati degli uomini, ma di trarre dalla storia l’intelligenza delle modalità con cui
prospettarne il risanamento.
di Daniele Menozzi
in “Il Foglio” del 7 marzo 2014
http://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/Stampa201403/140307menozzi.pdf

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