ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 10 marzo 2014

Una cattolica “bambina”

Riflessioni sulle dichiarazioni del Card. Kasper 

La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima;

……………………….
Gli ordini del Signore sono giusti, fanno gioire il cuore;
i comandi del Signore sono limpidi, danno luce agli occhi. (Sal 19, 8 – 9)

di Carla D’Agostino Ungaretti

scmbnllPuò una cattolica “bambina” come me mettersi a tu per tu con un Principe della Chiesa, il teologo stimato dal Papa, autore della relazione preparatoria al Sinodo sulla famiglia che si svolgerà nel prossimo autunno? Sarò accusata di superbia, di supponenza, di mancanza di rispetto verso una così alta personalità della Chiesa Cattolica?  E’ un rischio che devo correre perché, ovunque io mi volga, vedo confusione e disorientamento in quello che per duemila anni è stato l’insegnamento della Chiesa stessa, frutto a sua volta di duemila anni di riflessione teologica sulla pastorale del matrimonio che, fino a pochi decenni fa non aveva conosciuto motivi di smentite o di correzioni.

      La relazione del Cardinale mi suscita molti interrogativi e, d’altro canto, reca in sé affermazioni e proposte dottrinarie e pastorali che per me, cattolica “bambina e parruccona“, non solo non rappresentano una risposta ad essi, ma sembrano divergere alquanto da quei rocciosi principi che furono inculcati in tutti i cristiani dei secoli passati, e fino a quelli della mia generazione con il Catechismo di S. Pio X. Perciò la domanda di fondo che agita la mia anima e che ora mi permetto di rivolgere al Card. Kasper, ai Vescovi, ai Parroci e in primo luogo al mio, è: ” E’ ancora valida quella dottrina tradizionale che la Chiesa ha professato per duemila anni, che è sancita nel catechismo della Chiesa Cattolica, ma che ora sembra aver perso importanza?”  La loro risposa sembra essere SI’ e allora la domanda successiva è: “Se quell’insegnamento è ancora valido, non dovremmo allora, come ha detto Gesù Cristo, essere accorti come serpenti, facendo attenzione “ai segni dei tempi” che ci propongono stili di vita completamente opposti ad esso (divorzio, gay – monio, aborto, eutanasia, riammissione all’Eucaristia dei divorziati risposati civilmente) e combatterli con tutte le nostre forze confidando, semplici come bambini, nell’aiuto dello Spirito Santo?”
        La risposta che emerge dalla relazione del Card. Kasper sembra essere: “Dipende dai casi“. Umile obiezione della cattolica “bambina”: “Ma le norme del diritto naturale sancite nel Decalogo – e specialmente dal quinto, dal sesto e dal  nono comandamento che, come tutti sappiamo, Gesù è venuto non  ad abolire, ma a completare –  sono forse soggette a condizione, termine o modo (come si direbbe nel linguaggio giuridico) o sono Verità assoluta, perché sono la  Parola di quel Dio che si è incarnato nel Cristo, morto e risorto non per renderci più facile la vita come piacerebbe a noi, ma per portarci tutti in Paradiso?”
       La risposta, a questo punto si fa ambigua: “Dobbiamo usare la misericordia e la stessa tenerezza che Gesù usa nei confronti dei peccatori”.
       Obietta ancora la cattolica “bambina“, le cui idee cominciano a confondersi: “Certo, so bene che “Deus charitas est” e che la Sua misericordia è infinita, ma l’amore e la misericordia senza limiti che Dio offre all’uomo non devono essere accettati dall’uomo peccatore con il suo sincero pentimento e la ferma volontà di emendarsi? Oppure Dio perdona tutti e comunque, con o senza pentimento del peccatore?”. La domanda è precisa, ma non è altrettanto precisa la risposta che si vede messa in pratica nella realtà concreta.   
       Vorrei focalizzare la mia riflessione sull’ argomento che oggi va per la maggiore e sul quale ho avuto motivo di discussione con il mio parroco, perche sia la risposta di lui che il contesto della relazione del Card. Kasper non sembra dare importanza a questo aspetto del problema che a me e a molti, invece, fu insegnato essere della massima importanza, perché con lo scisma d’Inghilterra, nel XVI secolo, la Chiesa ha pagato a caro prezzo la sua fedeltà alla dottrina tradizionale.
        Il problema riguarda soprattutto la condizione dei cattolici divorziati e risposati civilmente che sono esclusi dall’Eucaristia e vorrebbero riaccostarvisi. Da più parti pervengono alla Chiesa istituzionale pressioni di ogni genere perché questo problema venga trattato con maggiore indulgenza o meglio, secondo me, con maggiore buonismo. Al centro della relazione del Card. Kasper c’è l’ipotesi – ritenuta “non irragionevole” e vicina, a quanto pare, alla sensibilità di Papa Francesco – che un penitenziere, sacerdote esperto in questa materia, possa dichiarare eucaristicamente  risanato un divorzio, senza farlo passare attraverso il vaglio di un tribunale ecclesiastico, istituto storico e non “iure divino”[1]. Ma contravvenire, sia pure parzialmente, alla bimillenaria dottrina della Chiesa non sarebbe, per quel sacerdote, una tremenda assunzione di responsabilità davanti a Dio?
        Senza contare che non mi sembra corrispondente alla realtà l’ipotesi di frotte di cattolici divorziati ansiosi di comunicarsi. Infatti nella mia esperienza di vita ho conosciuto molte coppie formate da divorziati risposati (cattolici solo di nome, perché a suo tempo furono battezzati) che sono addivenuti a quella scelta di vita proprio a causa di una fede cattolica molto vaga o addirittura inesistente, Per costoro il problema di ricevere la S. Comunione non si pone proprio, mentre altri – mossi forse da un’esigenza interiore la cui genuinità non tocca certo a me giudicare – si accostano all’Eucaristia senza porsi troppi problemi. “I preti non fanno più caso a queste cose!”, ho sentito dire, come se si trattasse di una loro invenzione.
        E infatti ne ho avuta la conferma da parte di un famoso sociologo, Massimo Introvigne, la cui ricerca ha messo in luce che in Italia non c’è affatto l’asserita attesa spasmodica del Sinodo che dovrebbe concedere la Comunione ai divorziati, perché questi o non sono interessati a riceverla, o la ricevono comunque tout court – nonostante che la Chiesa, nella quale dicono di credere, non lo permetta – ignorando completamente il Sacramento della Riconciliazione [2].
        E’ facile capire perché questo avvenga: il confessore fedele al dettato della Chiesa, per impartire in questo caso l’assoluzione al penitente e permettergli di comunicarsi, richiederebbe da lui il riconoscimento di aver vissuto fino a quel momento in modo non conforme al Vangelo e la promessa di vivere in castità. Perciò il divorziato risposato preferisce aggirare l’ostacolo e presentarsi direttamente all’altare, professando di fatto una fede “fai da te”, plasmata secondo i propri comodi.
        Sono crudele a pensare questo, come mi hanno detto alcuni amici laicisti, sempre pronti a criticare la Chiesa ritenuta colpevole di compiacersi del dolore umano? Non credo: sono solo realista. Come ho scritto in una precedente occasione, le lapidarie e chiarissime parole pronunciate da Cristo sull’indissolubilità del matrimonio (Mt 19. 3 – 9 e Mc 10, 11 – 12) a completamento della norma sancita dal nono Comandamento  (“Non desiderare la donna d’altri”),e indirettamente richiamata nel Salmo che ho citato in epigrafe, non lasciano dubbi sulla illiceità di un nuovo matrimonio dopo il divorzio e sulla necessità che il coniuge incolpevole che ha subito l’abbandono, o quello che vuole sinceramente tornare alla piena comunione con la Chiesa, accettino il loro status di solitudine come condivisione della Croce di Cristo. Ma sono pochi, a quanto mi risulta, i confessori che richiamano i loro penitenti a questo sacrificio, forse per quella strana forma di “timidezza”che sembra aver contagiato oggi quasi tutto il clero e che gli impedisce di tuonare contro le aberranti teorie che ci vengono propinate dal “mondo” ogni giorno.
        Naturalmente, come osserva Massimo Introvigne, non possiamo conoscere il contenuto dei colloqui con i confessori (quando ci sono) che portano i divorziati a riaccostarsi alla Comunione, né possiamo indagare (aggiungo io) nella loro vita privatissima, perciò dobbiamo presumere che la loro promessa di castità sia reale e osservata, ma come si spiega allora che i confessionali siano perennemente vuoti?  Il vero problema è questo, e riguarda tutta l’evangelizzazione, della quale la riammissione dei divorziati all’Eucaristia è solo un aspetto; in questa nostra epoca scristianizzata la maggior parte dei cattolici non crede più nel Sacramento della Penitenza, o della Riconciliazione, come si dice oggi, per usare un termine meno mortificante perché nessuno vuole più mortificarsi.
      Nel resto dell’Europa di tradizione cattolica pare che i divorziati risposati ricevano la Comunione molto più frequentemente che da noi, con la benedizione dei loro sacerdoti, e allora di fronte a questi “sacrilegi” (che tali sono, se è vero che la dottrina tradizionale della Chiesa è ancora valida) che ci rimane se non invocare (come dico sempre) l’azione dello Spirito sul Sinodo e su tutta la Chiesa, compresi i nostri fratelli divorziati e risposati?
      Vorrei concludere questa mia riflessione, assicurando coloro che mi fanno l’onore di leggerla, che non sto cercando la pagliuzza negli occhi dei miei fratelli, trascurando di vedere la trave che è nei miei occhi: il Signore, che mi legge dentro, sa bene che non è questa la mia intenzione. Io cerco di essere come la lampada che viene posta in un luogo elevato perché illumini tutti coloro che sono nella casa, ma per fare questo ho bisogno di essere molto illuminata anche io e per questo invito tutti a pregare per me.
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[1] Cfr. Eugenio Mazzarello, Perché impedire alla Grazia di bussare di nuovo? IL SUSSIDIARIO, 7.3.2014.

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