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lunedì 5 maggio 2014

Festival delle Religioni

Festival è “manifestazione artistica a premi, che si svolge periodicamente, talora in forma di gara”, ci avverte il ‘Grande Dizionario Analogico della Lingua Italiana’ del De Mauro.  E nella costellazione dei termini affini, delle entità e attività connesse, troviamo fiera e passerella, indice di gradimento e Guest Star, totofestival e valletta. Mancava, dunque,  al fardello degli inconsulti sfregi che la mezza-cultura egemone porta quotidianamente alle forme prime della civiltà occidentale (tra cui anche scienza e filosofia, frequentati oggetti di Festival), solo che si mettessero anche “le Religioni” nel circuito della kermesse ‘festivaliera’.

di Pietro De Marco
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ZZZfstvrlgnFestival è “manifestazione artistica a premi, che si svolge periodicamente, talora in forma di gara”, ci avverte il ‘Grande Dizionario Analogico della Lingua Italiana’ del De Mauro.  E nella costellazione dei termini affini, delle entità e attività connesse, troviamo fiera e passerella, indice di gradimento e Guest Star, totofestival e valletta. Mancava, dunque,  al fardello degli inconsulti sfregi che la mezza-cultura egemone porta quotidianamente alle forme prime della civiltà occidentale (tra cui anche scienza e filosofia, frequentati oggetti di Festival), solo che si mettessero anche “le Religioni” nel circuito della kermesse ‘festivaliera’.

Le Religioni, tutte, sono delle totalità incorporanti, a misura di civiltà, sono scambi con la Trascendenza, istituti radicali per l’uomo, non oggetti di cui parlare come si  presentano canzoni  o si sciorinano prodotti e curiosità di folklore. Più ancora che irriguardoso è manipolatorio. La Chiesa cattolica, intendo Roma, che sempre ha tenuto nelle sue relazioni mondiali, politiche e religiose,  una posizione antirelativistica (anche nei rischiosi incontri di Assisi, comunque promossi in autonomia), almeno fino alla soglia Bergoglio,  avrebbe dovuto guardarsi dall’entrare nel gioco di un “Festival delle Religioni” (clicca qui e qui) per sottolineare, al contrario, la propria realtà originaria e proteggere anche quella delle altre confessioni cristiane e delle religioni non cristiane. Né il cristianesimo, né l’islam, né l’ebraismo  né altre “religioni”  sono enti da convocare ad un tavolo/spettacolo, per iniziativa di un ‘terzo’ superiore e giudicante. Forse solo la Chiesa, “che non riconosce [nel mondo] nessuna potestà superiore a sé”, ha la consapevolezza di questa dignità delle grandi fedi positive, e il linguaggio appropriato per dirlo; da ciò la sua responsabilità.
Così, a mio avviso, hanno sbagliato anche gli altri ‘rappresentanti’ delle “religioni” a prestare logo e presenze; perché farsi ‘cosificare’ e relativizzare come capi da esposizione o performances cui il pubblico darà (e lo darà, seppure informalmente) un voto?
Vi sono dunque due ordini di ragioni per non fare, o non legittimare, un Festival delle religioni. L’una  è il messaggio fatuo e ridicolizzante  che, riguardo alla Religione, la parola Festival trasmette ad un’opinione pubblica senza difese. L’altra è la sostanza paternalistica dell’atto di ‘offrire spazi d’incontro’ alle Religioni, in realtà a loro ‘rappresentanti’ (senza considerare che, a rigore, ‘rappresentare’ una Religione, che è più delle proprie istituzioni e uomini, è impossibile). Comunque, ‘offrire spazi’, siano congressi, tavoli o edifici, alle “religioni” per il dialogo, esprime una sorta di supponente, scarsamente benevolo, giudizio di qualcuno sull’incapacità, l’immaturità,  delle ‘religioni’ all’autocritica e al dialogo, considerati come valori assoluti cui esse andrebbero educate o convertite. Su una linea fallimentare già sperimentata: Templi delle religioni, Cappelle delle religioni, Musei delle religioni; con la stessa astratta ignoranza di cosa siano l’uomo e la società,  con cui l’architetto utopista del Novecento progettava ‘piazze’ che nessuno mai avrebbe frequentato o edifici comunitari poi mutati in inferni.
Altri sono gli Assoluti delle tradizioni religiose; altri dalla correctness i canoni superiori cui il membro di una Città di Dio in terra deve conformarsi: si tratta, dalle origini, della salvezza personale e cosmica, e della edificazione di nuove comunità sante. Le ragioni per comunicare tra credenti di fedi diverse, com’è sempre avvenuto senza patrocini esterni, sono interne alle fedi e sotto la loro iniziativa e giurisdizione. Con tutto il rispetto per relatori di rango, che cristiani, ebrei, musulmani debbano sedere come scolari/spettatori ad ascoltare la lezione/spettacolo di intelligenze eccentriche, o ostili, all’idea stessa di Tradizione religiosa, siano Paolo Mieli o Vito Mancuso, Emanuele Severino o Marco Vannini, suona spiacevole paradosso. E segnale di disorientamento in alcune delle guide cui cristiani, ebrei, musulmani si affidano.
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pubblicato sul Corriere Fiorentino del 3.5.2014

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