ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 29 ottobre 2014

Concorrenza auditel

Madonna che parla molto

Conflitto potenziale sul correttamente devoto a Medjugorje

Ratzinger ha tenuto insieme la Maria slava, seriale, e i suoi fedeli dal 1981. Che farà ora la chiesa di Francesco?



Alle 17,45 di mercoledì 24 giugno 1981 sei ragazzi stanno su una collinetta brulla, nei pressi di un villaggio dell’Erzegovina. Appare loro una “giovane donna bellissima”, afferma di essere la Madre di Cristo e si fa chiamare “Regina della Pace”. Da allora, da 32 anni, ai sei ragazzi di Medjugorje la soprannaturale esperienza continua ad accadere, questo affermano e questo attestano con loro centinaia di testimoni, e i messaggi e le prescrizioni della “Gospa”, la Madonna, si moltiplicano da allora in modo esponenziale, coerente ma pressoché incontrollabile persino per la tetragona congregazione della Dottrina della fede.
Il 21 ottobre scorso, con una lettera ai vescovi americani, il cardinal prefetto, Gerhard Müller, in occasione di una visita oltreoceano di uno dei veggenti, ha formalmente vietato ai fedeli di partecipare a “riunioni, conferenze o pubbliche celebrazioni” in cui venga data per certa e acclarata la credibilità delle apparizioni della Madonna balcanica, che ancora la chiesa non a certificato (il Foglio di ieri). Faccenda non da poco.
Nel corso di tre decenni, le apparizioni di Medjugorje e l’imponente movimento di devozione ormai mondiale – non solo i milioni di pellegrini che si sono recati sul luogo, ma le decine di migliaia di persone che pressoché ogni giorno si radunano in ogni parte del mondo nel nome della “Gospa” – sono diventate un fenomeno macroscopico, guardato con ammirazione o sospetto, ma in ogni caso poco maneggevole e sempre meno incasellabile per la chiesa cattolica. Intesa come gerarchia, istituzione e dottrina. Per usare una delle espressioni care al cattolicesimo profetico e slavo di Karol Wojtyla, un bel segno di contraddizione. E non solo per il “mondo”, come l’intervento netto di Müller ben segnala.
Il primo aspetto di difficile gestione, sembra banale, è che le apparizioni della Madonna in Bosnia-Erzegovina non sono un fenomeno concluso, anzi per la prima volta nella storia della chiesa hanno un carattere addirittura seriale. Medjugorje pone i problemi interpretativi perfettamente postmoderni di una neverending story: apparizioni che continuano, e per di più persino delocalizzate, poiché alcuni veggenti da anni non abitano più nel villaggio d’origine, ma continuano a vivere questo fenomeno di “rivelazione privata” (così sono classificate le apparizioni mariane, secondo la dottrina della chiesa, seppure in questo caso non ci sia nessun riconoscimento ufficiale) ovunque siano. Fenomeno che sembra contraddire la conchiusa localizzazione spazio-temporale delle apparizioni otto-novecentesche: La Salette, una sola apparizione; Lourdes, 18 apparizioni in cinque mesi, Fatima, cinque in cinque mesi, esperienze sigillate per di più anche dalla morte precoce di alcuni dei veggenti, o dal silenzio claustrale conservato per tutta la vita dalle veggenti diventate suore. Medjugorje ha dato invece vita, come nota anche visivamente chi c’è stato, a una forma di misticismo diffuso, a una spiritualità fatta di più elementi e luoghi. Al contrario della concisione di Lourdes – il “luogo” è la grotta, il “gesto” sono il rosario e l’abluzione. Qui invece sembra emergere una postmodernità mistica, meno controllabile, che rimanda a fenomeni di spiritualità evangelicale (a Medjugorje è notevole anche l’afflusso di non credenti e non cattolici). Chiaro che questo complichi le cose a Roma: come garantire la salda dottrina?
Altro segno di contraddizione della fede medjugorjana per la chiesa degli ultimi decenni è il fatto che la fede mariana – santuari e apparizioni – ha sempre incarnato, almeno in Europa, una devozione nutrita di spiritualità tradizionale. Lourdes e La Salette, che tanto affascinava un apocalittico come Léon Bloy, erano anche un messaggio antimoderno nel cuore della Francia positivista.
Fatima è la Madonna dei papi in lotta contro il comunismo. Anche Medjugorie, pure più vaga nei contenuti, è saldamente ancorata a un cristianesimo tradizionale – digiuni, preghiere, confessioni – assai poco incline al laissez-faire relativista. Anche se la magmatica esperienza balcanica qualche grattacapo dottrinale l’ha pure dato. René Laurentin, il più grande mariologo del Novecento, somma autorità per Lourdes e stimatissimo da Joseph Ratzinger, in “Messaggio e pedagogia di Maria a Medjugorje” qualche anno fa aveva dovuto cimentarsi a chiarire il dubbio senso di una risposta della “Gospa” a una domanda scritta consegnata ai veggenti (altra pratica inusuale e poco controllabile, persino in epoca di papi che chiamano al cellulare): “Tutte le religioni sono buone?”, era il quesito. “Tutte le religioni sono uguali davanti a Dio”, la risposta. Per Laurentin, si trattò di dimostrare che “tale interpretazione squalificante sarebbe falsa”, ma che “non si può capire un linguaggio senza collocarlo nel suo ambiente vitale, culturale e linguistico… Il primo elemento evidente è che i veggenti sono estranei a qualsiasi relativismo”. Un po’ di discernimento.
Medjugorje è in ogni caso il ritorno potente di una spiritualità popolare messa tra parentesi dalla modernità, o da una certa attitudine modernista della pastorale cattolica. L’onda emotiva del pontificato di Karol Wojtyla, anima mariana, non le è estranea. Secondo testimonianze attendibili, già nel 1993 Giovanni Paolo II disse di Medjugorje che “questi messaggi sono la chiave per comprendere ciò che avviene e ciò che avverrà nel mondo”. Vittorio Messori ha definito la spiritualità di Medjugorje “il maggior movimento di masse cattoliche del post Concilio”. Padre Livio Fanzaga ha costruito un fenomeno mediatico e di fede come Radio Maria proprio avendo Medjugorje tra i suoi principali riferimenti. E ha spesso ripetuto che “la permanenza quotidiana sulla terra della Madonna”, che tanto rallenta le definizioni dottrinali, è una chiara conferma della gravità dei richiami mariani alla conversione.
La sapienza di Joseph Ratzinger ha tenuto insieme per decenni tutte queste sfumature. Il teologo della razionalità ma anche dell’umile devozione tradizionale, quello dei Vangeli dell’infanzia per dire, aveva circoscritto, puntualizzato. Chiarendo ad esempio che ogni devozione mariana è buona, anche se non tutte le apparizioni sono certe, vale in ogni caso è la devozione. Intanto, aveva messo al lavoro la commissione guidata dal prudentissimo Camillo Ruini, com’è noto più avvezzo a coltivare lo spazio pubblico della “religio” che quello fervoroso della “fides” popolare. L’importante, sembra di capire, è tenere sotto controllo le tensioni tra istituzione e fede popolare. “Ma la devozione mariana è sempre stata un contraltare privato nei confronti dell’istituzione. E’ la fede personale, intima, quasi sempre degli ultimi, dei deboli, che ottiene la sua giustificazione”, commenta Alberto Melloni, storico della chiesa, che nel suo ultimo libro, “Quel che resta di Dio” (Einaudi), legge l’avvento di Papa Francesco proprio nella chiave di una “rivincita” della fede rispetto al peso dottrinale (ma pure mediatico) dell’istituzione.
Ma Melloni non crede che questo possa diventare un big trouble per la chiesa. “Certo, le dimensioni del fenomeno, e soprattutto la sua serialità, invitano a non prendere posizione. Del resto mi pare che la lettera di Müller sia più una cautela rispetto a un uso troppo mediatico – del tipo ‘non si può mettere in dubbio Medjugorje’ – del fenomeno, più un monito rivolto ai fedeli, che l’indicazione di una imminente bocciatura. Per il resto, si conferma quel che la chiesa ha sempre detto, che tutte le devozioni popolari vanno bene, e si giudicano dai frutti”. E la prudenza consiglierebbe alla chiesa di procrastinare, tendenzialmente all’infinito, un pronunciamento. Che è un po’ anche la linea delle reazioni “medjugoriane” alla lettera di Müller. Padre Robert Faricy, gesuita e teologo emerito della Marquette University di Milwaukee, ha detto che la lettera “non cancella per niente la visita negli Stati Uniti del veggente di Medjugorje”. Quello che viene contestato è piuttosto che possa passare l’idea che il veggente riceva apparizioni durante i suoi incontri pubblici, con sacerdoti, poiché “queste apparizioni non sono approvate formalmente dalla chiesa”. Quindi, spiega Faricy, “le apparizioni non sono né approvate né disapprovate. E’ perfettamente lecito credere in esse”.
Prudenza, perché è comunque chiaro che adesso la questione s’è fatta complicata. Complicata è la diffusione sociale esponenziale, la dottrina incontrollabile; ma ancor più uno scontro interpretativo che ormai coinvolge personalità del calibro del cardinale di Vienna, Christoph Schönborn, che ha ospitato più di una volta nella cattedrale di Santo Stefano i veggenti, oltrepassando proprio ed esplicitamente il limite ribadito con nettezza da Müller, cioè l’avallo esplicito della gerarchia. C’è poi ora la novità di un Papa che fa della calda fede personale, più che della dottrina, il suo stile. Un Papa che ha fatto delle forme di preghiera tradizionale, già quando era primate d’Argentina, un suo preciso programma. E un Papa dell’ospedale da campo, che accarezza i malati, un Papa del sommovimento del cuore. Come gestirà questa insorgenza mariana, debordante e vitale, ma assai antimoderna – non certo riappacificata col mondo, basta leggere i messaggi della “Gospa”? Una Madonna che parla adesso, ogni giorno, certo non può essere messa a tacere da un Papa che pretende di parlare di Gesù “adesso”. Non mancano così le indiscrezioni secondo cui Medjugorje potrebbe essere presto riconosciuta come semplice luogo di culto, senza alcun pronunciamento sulle apparizioni. Ma sarebbe ormai un compromesso al ribasso, non soddisferebbe nessuno e non sanerebbe le divergenze d’opinione. Del resto, Melloni sottolinea che anche lo stesso Bergoglio ha “una devozione mariana molto forte, ma iconica, legata alle immagini sacre”, e che nella sua pastorale c’è un’insistenza sacramentale molto netta di impronta tradizionale. Quindi non avrà motivi di entrare in conflitto con la religiosità di Medjugorje, “se non ci saranno motivi dottrinali”. Del resto, ironizza, “lui si è messo in concorrenza, con le sue omelie del mattino, con le apparizioni pomeridiane della Madonna di Medjugorje. Per ora, all’Auditel vince lui”.

di Maurizio Crippa 
| 09 Novembre 2013 

Dossier Medjugorje

Nelle mani del Papa il rapporto sulle apparizioni della Vergine. Che dovrà sciogliere un altro mysterium del soprannaturale
di Matteo Matzuzzi | 27 Gennaio 2014 

Era iniziata come tutte le altre, quella giornata romana di fine Ottocento. Il Papa ancora prigioniero in Vaticano, Leone XIII, s’era alzato prestissimo, come d’abitudine. Il programma non aveva subìto variazioni: meditazione solitaria e  – prima di accomodarsi per la colazione, mezz’ala di pollo e uova – le due messe. Papa Pecci, infatti, dopo aver celebrato egli stesso, assisteva a un’altra di ringraziamento. E proprio qui, mentre era intento a seguire il rito, accadde qualcosa di strano. D’un tratto, il Pontefice alzò lo sguardo sopra il capo del celebrante. Fissò un punto preciso, “senza batter palpebra, ma con un senso di terrore e di meraviglia, cambiando colore e lineamenti”, avrebbero detto poi  i testimoni. Una volta rinvenuto in sé, il Papa s’alzò e si chiuse nel suo studio. Ne sarebbe uscito solo mezz’ora più tardi, con in mano una supplica alla Vergine Maria e una “infocata invocazione al principe delle milizie celesti, implorando Dio che ricacciasse Satana nell’Inferno”. Leone XIII, dirà anni dopo il suo segretario particolare, monsignor Rinaldo Angeli, quella mattina vide gli spiriti infernali addensarsi su Roma, la città eterna. Il Papa ebbe la visione del mysterium iniquitatis, il mistero del male e del peccato. Il male morale, come lo ebbe a definire san Paolo nella seconda lettera ai Tessalonicesi. E per questo, per scongiurare che la visione diventasse realtà, ordinò che quelle preghiere fossero recitate in ogni chiesa, grande o piccola che fosse. E in ginocchio.
Perché proprio la supplica alla Madonna? Padre René Laurentin, considerato il più grande mariologo del Novecento, ha spiegato che non c’è nulla di strano, dopotutto: “La stessa Genesi dice che la Donna, cioè Maria, insidierà con il proprio calcagno la testa del Demonio”. E poi, lo confermano gli esorcisti: è lei il nemico primo del diavolo, “e non per aver ricevuto un mandato specifico, ma già per la sua Immacolata Concezione. Maria incuteva terrore al Maligno già prima della sua venuta al mondo”, aggiungeva Laurentin. Constatazione, questa, da tenere ben presente se si vuol capire (o almeno tentare di farlo) il mistero di Medjugorje.
In uno dei suoi primi messaggi – quelli più a lungo studiati dalla commissione consultiva incaricata nel 2010 da Benedetto XVI di indagare sul fenomeno delle apparizioni – la Vergine parla del demonio. E lo fa con forza, senza cironlocuzioni che si presterebbero a interpretazioni più o meno interessate. Si consideri, ad esempio, quanto Maria avrebbe detto il 2 maggio 1982: “Sono venuta a chiamare il mondo alla conversione per l’ultima volta. In seguito non apparirò più sulla terra”. E ancora, “con gli eventi che si preparano e che sono vicini, sarà tolto a Satana il potere che ancora detiene. Io sono qui. Ho scelto i miei messaggeri per annunciare al mondo la lieta notizia, per liberare questo mondo dalla valle del peccato, odio, guerre, lotte ed altri peccati”. Togliere a Satana, il principe di questo mondo, il potere che ancora detiene. In questi due messaggi, scriveva Laurentin, c’è l’invito alla conversione, ma anche l’annuncio di cambiamenti drammatici. “E’ un messaggio senza precedenti nella storia, parole gravi, imploranti, drammatiche”. Parole che si ritrovano nelle Sacre Scritture, nell’Apocalisse di san Giovanni, unico passaggio biblico in cui si legge con chiarezza che “il potere sarebbe stato tolto al serpente antico”. In effetti, avrebbe sottolineato anni dopo il cardinale  francescano Bernardino Echeverría Ruiz, già arcivescovo di Guayaquil (Ecuador) che i messaggi della Vergine “sono totalmente biblici”.
Insomma, quel filo che lega il demonio al suo nemico più temuto, la Madonna, a Medjugorje è ben presente. Lo sanno anche i membri della commissione pontificia che proprio la scorsa settimana ha concluso i suoi lavori.  I faldoni saranno presto sulla scrivania di Papa Francesco, nel frattempo a occuparsi della faccenda sarà la congregazione per la Dottrina della fede e il suo prefetto, il teologo Gerhard Müller. La mole di materiale raccolto è notevole, tra testimonianze, pareri tecnici di mariologi e psicologi, sacerdoti e teologi. Si attende una risposta netta da parte di Francesco che verosimilmente non ci sarà, soprattutto perché è difficile affermare con certezza la soprannaturalità di un evento che è tuttora in corso. E poi anche perché le conseguenze di un pronunciamento definitivo sarebbero devastanti, notava giovedì sul Corriere della Sera lo scrittore cattolico Vittorio Messori. Catastrofiche in un senso o nell’altro: se negativo, “il danno pastorale sarà immenso, visti i milioni di pellegrini recatisi a Medjugorje da tutto il mondo e che si scopriranno vittime di un inganno. Se positivo, sarà devastante per il diritto canonico che lascia ai vescovi del luogo il giudizio su presunti fatti soprannaturali nella loro diocesi”. E’ attorno al constat (o non constat) de supernaturalitate che i teologi dibattono da tempo.
Papa Francesco non è pregiudizialmente contrario, per lui parla il via libera dato al veggente Ivan Dragicevic per tenere un ciclo di conferenze (compresi rosario e apparizione della Madonna delocalizzata, come da schema consolidato negli anni) a Buenos Aires, lo scorso inverno, poco prima di lasciare l’Argentina per partecipare al Conclave dal quale sarebbe poi uscito Pontefice. Grande folla sia al Microestadio Malvinas sia al luna park della capitale sudamericana per l’incontro con il veggente. Inoltre, si ricorda come – a partire dal 2010 – il confessore del cardinale gesuita fosse il frate francescano Berislav Ostojic, operativo a Citluk, dintorni di Medjugorje. Ma anche il gesuita, una volta indossata la veste talare bianca, si è messo sulla linea dei predecessori. Emblematica, in tal senso, l’omelia pronunciata a Santa Marta il 14 novembre scorso: “La curiosità ci spinge a voler sentire che il Signore è qua oppure là, o ci fa dire ‘Ma io conosco un veggente, una veggente, che riceve lettere della Madonna, messaggi dalla Madonna’. Ma la Madonna è madre! Non è un capoufficio della posta, per inviare messaggi tutti i giorni. Queste novità allontanano dal Vangelo, dalla pace e dalla sapienza, dalla gloria di Dio, dalla bellezza di Dio”. Perché “Gesù dice che il Regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione: viene nella saggezza”.
La valutazione circa il constat de supernaturalitate è anche il cruccio per i predecessori di Francesco che si sono succeduti in questo trentennio sulla cattedra di Pietro. Nessuno di essi, neppure Giovanni Paolo II, che come motto episcopale scelse “Totus tuus”, che in barba alle rigorose regole dell’araldica fece apporre sullo stemma una enorme lettera “M” come segno della devozione particolare a Maria Santissima e che nella corona della statua della Vergine di Fatima fece incastrare il proiettile partito dalla pistola di Ali Agca, sciolse l’enigma.
Certo, Karol Wojtyla disse che “Medjugorje è il centro spirituale del mondo” e vent’anni fa, conversando con alcuni vescovi asiatici, aggiunse che quei messaggi della Madonna “sono la chiave per comprendere ciò che avviene e ciò che avverrà nel mondo”. Nulla di più. Il Papa polacco non poteva andare oltre, le apparizioni non erano infatti un fenomeno definito e concluso. E poi c’era l’opposizione dura e netta dell’episcopato locale. I vescovi di Mostar, diocesi che comprende anche il villaggio di Medjugorje, situato su un’anomina collina dell’Erzegovina, si sono sempre rifiutati di parlare di eventi soprannaturali. Tutt’altro: monsignor Pavao Zanic, vescovo all’epoca dei primi eventi, nel 1984 lasciò da parte prudenza e discernimento e parlò apertamente di “una grande truffa, un inganno”. Lì, aggiunse il presule, “non ci sono apparizioni della Madonna, lì c’è il Demonio”. Anche il successore, monsignor Ratko Peric, è sulla stessa linea – “Zanic l’ha scelto proprio per questa ragione”, spiegava Laurentin, e auspica che presto il Vaticano metta una pietra tombale su un trentennio di apparizioni che a suo dire non hanno nulla del soprannaturale. Finirebbe così anche la lunga battaglia con i frati francescani, convinti assertori della veridicità del fenomeno (almeno nella loro maggioranza) e di fatto grandi protettori del mistero di Medjugorje.
Da Roma però si è sempre tentennato, preferendo far decantare la situazione, evitando di immischiarsi troppo nella vicenda e lasciando campo aperto ai vescovi locali. L’allora cardinale Joseph Ratzinger, ad esempio, all’epoca prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, rifiutò di far proprio il giudizio negativo di monsignor Zanic, che anziché l’immagine della “giovane donna bellissima” intravedeva piuttosto i contorni sulfurei del diavolo in persona. Un giudizio, il suo, mai mutato. Cinque anni dopo, Zanic si rammaricava del fatto che “la gente ingenua e desiderosa crede tutto, stupidaggini incredibili! Non ci sono le apparizioni della Madonna, non ci sono messaggi! Nella mia diocesi neanche un sacerdote diocesano crede nelle apparizioni; solo la terza parte dei francescani ci crede, e solo un vescovo su trentacinque in tutta la Yugoslavia. Questo è un doloroso episodio nella storia della chiesa. In gioco – continuava il presule – c’è una quantità enorme di denaro. I veggenti sono manipolati molto bene, premiati, fatti ricchi. Io devo difendere la fede e la Madonna. Sono pronto a morire per la verità”.
Ratzinger, anche una volta salito al Soglio di Pietro, ha sempre mirato a tenere insieme l’aspetto razionale con l’umile devozione popolare, magari smussando anche qualche impuntatura del segretario di stato Bertone che, anche all’epoca in cui era solo arcivescovo di Genova, mostrava insofferenza per “gli eccessi di fanatismo, come i manifestini distribuiti in varie chiese, nei quali si assicura la possibilità di assistere a un’apparizione della Madonna, a ora stabilita”. Bertone, che della faccenda si era già occupato negli anni Novanta come segretario dell’ex Sant’Uffizio, segnalava come il numero di fenomeni non fosse assimilabile ad altre apparizioni mariane: “Dal 1981 a oggi, Maria sarebbe apparsa decine di migliaia di volte a Medjugorje”.
Per Ratzinger, valeva la massima secondo cui ogni devozione alla Vergine è buona, e poco importa che non tutte possiedano il crisma della validità canonicamente accertata. “Anche perché sono solo tredici le apparizioni di Maria a essere state riconosciute ufficialmente”, ricordava René Laurentin. L’importante è guardare ai risultati, a ciò che quei fenomeni hanno prodotto. Ai frutti che l’albero ha dato nello scorrere del tempo. Ed è a quest’immagine che si è sempre richiamato il cardinale viennese Christoph Schönborn, tra i più convinti assertori del fatto che su quella collina, nel pomeriggio di inizio estate del 1981, qualcosa di straordinario e soprannaturale è realmente accaduto. “L’albero si riconosce dai frutti. Quando da noi vedo i frutti di Medjugorje, posso dire che l’albero è sicuramente buono”, va ripetendo il prelato da quando, nel 2010, si recò nel paesino dell’Erzegovina. “Bisogna chiudere gli occhi per dubitare che a Medjugorje scorrano fiumi di grazia. Per me questa è una cosa evidente, e la chiesa non la può trascurare”. E pazienza se dall’ex Sant’Uffizio arrivano ancora inviti a non partecipare in modo ufficiale ai ritrovi dei veggenti che ancora oggi dicono di ricevere i messaggi della Vergine. Lui, a Vienna, ogni anno riempie la cattedrale di Santo Stefano di fedeli che entrano in chiesa per ascoltare quanto hanno da dire Ivan Dragicevic e gli altri. Si calcola che almeno cinquemila persone, l’anno scorso, varcarono i portoni di Santo Stefano. Molti di questi ascoltano, si recano a Medjugorje, e si convertono.
Una sorta di miracolo per la chiesa austriaca, da decenni in crisi e costretta a chiudere o vendere edifici di culto a quelle confessioni che hanno adepti con cui riempirli. Basta questo, dice Schönborn: aprire gli occhi e guardare come Medjugorje cambia le persone. Quel villaggio non è un luna park. Certo, ci sono le bancarelle, il merchandising ha raggiunto anche quei luoghi, tra dépliant, boccette piene d’acqua benedetta vendute a ogni angolo di strada, medagliette e rosari. Ma se la gente va lì, nella martoriata Bosnia, è per “pregare, recitare il Rosario, partecipare alle Viae Crucis”. E per cercare consolazione. Nient’altro.
René Laurentin negli ultimi anni ha affrontato la questione Medjugorje con estrema prudenza: “Esamino solo i fatti, le ragioni a favore e quelle contro, ma non do alcun giudizio”. Eppure, come egli stesso scriveva nella “Breve storia delle apparizioni di Maria a Medjugorje” (Queriniana), “non ho dubbi sull’autenticità della grazia ricevuta a Medjugorje dai veggenti, dalla parrocchia e da alcune migliaia di pellegrini che si sono convertiti profondamente”. L’alto numero di conversioni, appunto, elemento che portò l’allora arcivescovo di Praga, il cardinale Frantisek Tomasek, a dire che “la preghiera e il digiuno, la fede e la conversione e l’invito alla pace possono venire solo da Dio”. Circa la veridicità deelle apparizioni, Tomasek non aveva dubbi: “Ritengo che noi qui dobbiamo anche agli eventi di Medjugorje una parte della nostra grande primavera spirituale, che Dio ci ha donato per mezzo di Maria.  Ho incontrato molte persone che sono state in pellegrinaggio a Medjugorje. Sono pieni di speranza e del desiderio di testimoniare e vivere la propria fede. So di molti gruppi di credenti che mi dicono che pregano e digiunano e che hanno iniziato a farlo a Medjugorje”, diceva, aggiungendo: “Sento parlare molto di Medjugorje, ma vorrei sentire parlarne di più. Come sarebbe bello recarsi in pellegrinaggio a Medjugorje e dissetarsi con questa nuova speranza. Lo desidererebbero anche molti miei credenti”.
L’aspetto delle conversioni è importante, ma “non garantisce tutti i dettagli delle predizioni e delle premonizioni, sui quali i veggenti si sono già sbagliati per qualche particolare”, chiariva René Laurentin. Aveva lasciato un po’ perplesso, il grande mariologo, la risposta data dalla Gospa a una domanda scritta consegnata ai veggenti. Si chiedeva alla Vergine di chiarire il dubbio se tutte le religioni fossero buone. Interrogata, la donna bellissima rispose che “tutte le religioni sono uguali a Dio”. Ma “se questa risposta attribuisce a tutte le religioni una stessa verità, o un identico valore – osservava Laurentin nel libro “Messaggio e pedagogia di Maria a Medjugorje” –, l’apparizione sarebbe squalificata, in base al criterio enunciato da S. Paolo secondo cui ‘Anche se un angelo del cielo vi annuncia un vangelo diverso, sia anatema’. E infatti, tale interpretazione squalificante sarebbe falsa e contraria alla fede dei veggenti e al messaggio di Medjugorje. Non si può capire un linguaggio senza collocarlo nel suo ambiente vitale, culturale e linguistico”, proseguiva il mariologo, che aggiungeva: “I veggenti sono estranei a qualsiasi relativismo”.

1 commento:

  1. "La sapienza di Joseph Ratzinger ha tenuto insieme per decenni tutte queste sfumature"...La sapienza di Ratzinger ha consigliato di vederci chiaro, di dirimere il vero dal falso , come è accaduto in tanti altri casi, incontrando sulla strada forti resistenze. A tenere insieme per decenni le "tante sfumature" è stata la non volontà di procedere della curia precedente.

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