ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 16 dicembre 2014

Canonizzazione veniente


1. DA PIROMANE A POMPIERE, DA MANGIAPRETI ALLA COMUNIONE, DA PEPPONE A DON CAMILLO, BENIGNI PENSIONA IL CARDINALE RAVASI: ‘’NOI STASERA DOBBIAMO CREDERE IN DIO’’ - 2. ED E’ SUBITO BOOM! 33,23 DI SHARE PER 9 MILIONI 104 MILA FEDELI PER I “10 COMANDAMENTI” -

1. BENIGNI, SHOW TV SUI COMANDAMENTI CON IRONIE SU MAFIA CAPITALE - LA METAMORFOSI DEL PREMIO OSCAR: “STASERA CREDIAMO IN DIO”
Mattia Feltri per “La Stampa”

Infinito Roberto, facci il saltino. Fatto. Anzi, rifatto, e rifatto tutto, lo sguardo estasiato per gioia e stupore, i medesimi riservati alla Costituzione «più bella del mondo», alla Divina commedia e all’inno scritto da Goffredo Mameli ventenne col cuore gonfio – come ce l’ha Roberto – per l’amore che mosse i mangiapreti del Risorgimento, le terzine di Dante Alighieri, quel conclave di sommo laicismo che fu l’assemblea costituente; e rifatto il catalogo degli aggettivi irresistibili, dei superlativi annunciati in prologo, l’elenco delle domande retoriche e consolanti.

«Ma c’è qualcosa di più bello?». «Ma non è meraviglioso?». «Ma sentite quanta luce esce da queste parole?». Rifatto l’ammicco al pubblico, inaugurato sotto la gonna di Raffaella Carrà: «Vi leccherei tutti». Rifatto l’umorismo di cronaca sui permessi ottenuti dalla Banda della Magliana, e le luminarie natalizie diventate blu sulle auto della polizia.

Rifatta l’espressione epifanica dell’uomo che dice di essere cresciuto, ed è giusto così: non è più il ragazzaccio di un tempo, non è più lo scamiciato che dal palco mimava gli schiaffetti che avrebbe mollato a «Wojtilaccio» – così troppo anticomunista - che in Tuttobenigni del 1983 vedeva nei Dieci comandamenti il codice del «coprifuoco e della dittatura», e nel Creatore il portatore insano dei Sette vizi capitali, a cominciare dalla superbia: uno si chiamava Buddha, quell’altro Allah e soltanto lui si chiamava Dio, «che se si chiamava Guido era pure più simpatico».

Si cambia – se Dio vuole – e il Benigni della maturità va in un crescendo estatico, riconosce i capolavori della terra e del cielo, a cominciare dai testi sacri e dalla legge di Javhé che fa bene all’anima e al corpo – dice – e ha a che fare con il passato, con il futuro, con la vita attuale e con la vita eterna.  

E dunque evviva Roberto. «Noi stasera dobbiamo credere in Dio», non ci sono storie, un Dio molto attuale, interpretato benignamente come il sommo nemico del sommo peccato – non rubare – in un irresistibile passaggio al peccato di taschetta, dal peccato di braghetta, che trenta e quaranta anni fa era il peccato infamante di tutto un mondo che Benigni spernacchiava, lui così Peppone; e oggi - evviva il tempo che ci porta lungo i suoi tortuosi tornanti – meno uomo di mondo di don Camillo.

«Saremo spersi nel sogno di Dio», dice, e come si fa a non essere trascinati da quest’uomo in perenne saliscendi fra l’infanzia e la saggezza, capace di non steccare mai da dantista, da costituzionalista, da storico, da filologo di tutte le epoche, infine teologo in prima serata alle prese con Sant’Agostino, ossia divulgatore sfericamente perfetto di ogni parola scolpita nella pietra, e dunque incontrovertibile per editto.

Si comincia da Adamo ed Eva – e dimenticate quell’irresistibile monello che immaginava Caino invaghito di Abele poiché il suo nome finiva per «o» come quello del padre, e Abele finiva per «e», quasi quasi come mamma, e quando Caino si ritrovò all’Inferno, al cospetto di Satana (Satana-a), gli si illuminò un concupiscente sguardo – e si comincia da Mosè, che udì la voce del Padreterno: «Io sono il Signore Dio tuo, non avrai altro Dio al di fuori di me…».

Ecco l’intero l’Esodo, il faraone, gli ebrei vessati, pare di rivedere le illustrazioni dei libri di bambini, e le rivede anche Benigni che da piccino avrebbe tanto desiderato essere Mosè, il prescelto da Dio. Sono le vette della storia dell’umanità, dice, e si dovrà dire che sono le vette della storia della tv, in una serata in cui Benigni è stato il Mosè moderno: il punto d’incontro tra la parola di Dio e il dopocena.

2. SCOMANDAMENTI
Annalena Benini per “il Foglio”

In un fantastico monologo di vent’anni fa, Roberto Benigni faceva Dio che si arrabbiava con Mosè e con Pietro per come avevano scritto i Dieci Comandamenti (lui ne aveva dettati nove): “Dieci: non desiderare la donna d’altri? Ma avete qualche problema con le donne? Ma che razza di comandamento è? E’ come fare un comandamento solo per una categoria, solo per gli elettricisti: non rubare le lampadine da cento watt. Qui avete fatto un casino”.

Dio/Benigni si infuriava, diceva che a leggere la Bibbia c’era da diventare buddisti, che Mosè era sordo e non aveva capito niente, e intanto Noè era pieno di acciacchi per via del diluvio e per aver dovuto controllare il sesso dei bisonti e delle formiche, e perché sull’arca “trombavano tutti” tranne lui, che camminava tutto il tempo rasente la nave.

Non era una lezione dall’alto, anche se c’era moltissimo da imparare, era un divertimento, e la Bibbia era “quel best seller” pasticciato dai santi, a Dio scappavano le parolacce contro Eva: ne venivano fuori un’umanità e perfino una divinità alla nostra altezza, così così ma sorprendente (nel 1983, in “TuttoBenigni”, trentadue anni fa, Benigni era capellone e irriverente e diceva a Dio che i sette vizi capitali ce li aveva tutti e sette, perfino la lussuria perché “siamo tutti figli di Dio”, e anche l’ira, con tutte le scenate per una mela renetta, e l’avarizia, “perché sappiamo chi è il suo popolo eletto”).

Adesso che invece è tutto bellissimo, tutto meraviglioso (la Costituzione più bella del mondo, la Divina Commedia, l’inno di Mameli), adesso che ogni cosa come una freccia ci tocca il cuore nel profondo e ci chiede di stupirci assieme a Roberto Benigni e sentirci migliori e felici con i regali di Natale di migliaia di anni fa in prima serata su Rai Uno, l’idea del grande spettacolo che si misura con l’immensità è meno liberatoria, troppo infiocchettata.

“Per la prima volta ci vengono date delle regole, regole così attuali da impressionare. Diventano legge i sentimenti, l’amore, la fedeltà, il futuro, il tempo”, ha spiegato Benigni esultante e contagioso, deciso a spiegarci l’anima e “la via per la felicità” con i modi da fanciullino saggio, e deciso anche a insegnarci, questa sera, con la seconda metà dei “Dieci Comandamenti”, che la corruzione è il punto più basso dell’umanità, e che “Non rubare” è l’insegnamento più attuale, che ci riguarda molto da vicino.

“Siamo sbandati, non sappiamo dove andare, siamo in basso in basso in basso, con politici che si fanno comprare come un oggetto, non siamo più uomini, quando qualcuno compra un altro e la tua anima diventa l’anima di un ladro”.

Leggendo i giornali, guardando quello che succede, non sembra quasi mai essere questo il punto più basso dell’umanità, e nemmeno il peggiore. Anche ragionando per assoluti, e conservando lo stupore per il mondo con addosso i panni di un bambino, sappiamo dire che la corruzione è un male, certo che lo è, e i ladri sono ladri, ma non è mai tutto uguale e limpido, e Abramo Lincoln dovette comprare parecchi senatori per riuscire ad abolire la schiavitù in America: fu un momento alto per l’umanità.

Ci fu qualcuno disposto a farsi comprare, insomma, a disobbedire a: “Non rubare”, e il mondo, questo posto stupefacente, è diventato migliore, e chiede allora di essere guardato con occhi attenti, disposti a cogliere e abbracciare l’imprecisione, l’inciampo e il mistero dell’umanità, dentro le parole più essenziali della storia del mondo. Come quando Benigni diceva a Dio: si scherza, dài, non mandarmi un fulmine.

 http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/piromane-pompiere-mangiapreti-comunione-peppone-don-90761.htm

Benigni: meglio la Bibbia dei politici a Rebibbia

La regola più importante: non rubare. E al pubblico: felice di vedervi a piede libero


Un monologo travolgente di quasi due ore, anche struggente in alcuni momenti. Ma figuratevi se l'attore premio Oscar si faceva sfuggire l'occasione di tuffarsi nell'attualità quanto più perversamente stimolante, offerta dalle cronache di Mafia capitale. «Son contento di vedervi tutti a piede libero, siete gli unici rimasti qui a Roma», ha scherzato rivolto al pubblico presente al Palastudio di Cinecittà. «Comunque, abbiamo il permesso della Rai, della Questura e anche della Banda della Magliana. E quindi finalmente possiamo cominciare... Ehi, non ne hanno risparmiato nessuno dei comandamenti, sono riusciti a violarli tutti dieci... Non si salva più nessuno. Infatti Renzi è andato in Vaticano...».
Ma il comico toscano non si è fermato alla satira e alla denuncia del malcostume. «Finiamola di parlare della cronaca. Altrimenti, siamo venuti qui per parlare della Bibbia e finisce che parliamo di Rebibbia». Invece i dieci comandamenti parlano dei nostri sentimenti, dell'aldilà, della nostra domanda di infinito. Anche se un certo clericalismo ce la mette tutta per farcelo dimenticare: «La religione ce l'abbiamo radicata dentro: nemmeno certi preti, certi cardinali, sono riusciti a sradicarla».
Introdotto dalla musica circense che accompagna le sue apparizioni tv, nella scenografia in legno realizzata da Chiara e Gaetano Castelli, Benigni è parso subito in ottima forma, anche capace di momenti poetici, narrando di Mosè salvato dalle acque del Nilo, di Mosè balbuziente «perché Dio fa sempre cose grandi scegliendo le cose più piccole», dell'apparizione di Dio nel roveto ardente, del dono della manna.
Le Tavole della Legge affidate a Mosè sul Monte Sinai sono la testimonianza di un'alleanza entusiasmante tra Dio e il popolo ebraico. Come documenta già il primo comandamento: «Io sono il Signore Dio tuo», dove l'accento, la scossa, il sussulto, viene da quella parola finale, «tuo». Dio non vuole essere un Dio generico, astratto. Ma «Dio tuo. È qui che si rivela». Il Dio geloso. Dio innamorato di noi. Dio che vuole l'esclusiva: «Non avrai altro Dio all'infuori di me».
Ripetutamente applaudito, ieri Benigni ha illustrato i primi tre comandamenti, parlando di Dio come di un fratello, un amico intimo, un essere innamorato. Un evento irripetibile per la televisione italiana. Si nutra simpatia o no per l'attore toscano, e aldilà delle polemiche sui cachet milionari (comunque ammortizzati dagli introiti pubblicitari), bisogna riconoscerne il coraggio. Dopo la lettura della Divina commedia , dopo l'esegesi dell'Inno di Mameli e dei primi dodici articoli della Costituzione, con le due serate dedicate al Decalogo di Mosè prosegue una sorta di videoteca originale dei grandi classici. Ma stavolta l'asticella si è alzata parecchio. Non a caso, a inizio serata, aveva scherzato: «Stasera o mi arrestano per vilipendio della religione. Oppure mi fanno cardinale».
http://www.ilgiornale.it/news/politica/benigni-meglio-bibbia-dei-politici-rebibbia-1076045.html

I Dieci Comandamenti, Benigni e le bestemmie. Quelle scuse gratis che sarebbero gradite…

Marta Moriconi
download (1)“Solo un miracolo ci può salvare: infatti Renzi è andato in Vaticano”.Ovviamente la stampa tutta si è uniformata a tale lettura puntando proprio su questo passaggio all’interno dell’ultimo monologo di Roberto Benigni su RaiUno intitolato “I Dieci Comandamenti”.
“La politica in questo momento non esiste: meglio buttarsi su Dio”, ha poi detto il comico toscano all’inizio della sua performance. E prima di farlo diciamo noi, magari, raccontare un po’ di sé, in maniera spontanea, del proprio passato e rileggerlo con attenzione e dire due parole a favore della credibilità che anche su un palcoscenico dovrebbe trovare un suo spazio.
Anche per interpretare un altro da sé bisogna essere in séaltrimenti si assiste alla commedia degli equivoci.
Per un toscano, si sa, la bestemmia è un intercalare, non c’è cattiveria, è una caduta di stile a cui si dice avvezzo per abitudine, uso.
E così che capita, per (poca) carità, che la sua replica dell’esegesi in chiave toscana del XXXIII canto dell’Inferno, dedicato al Conte Ugolino, fatta per ringraziare chi gli aveva conferito la laurea honoris causa in filologia, venga ricordata anche per tre “bestemmie”. Il comico per eccellenza è un artista e agli artisti è permesso tutto. E poi eravamo nel 2007… E poi c’è modo e modi esprimersi. E poi. E poi…
Ma si può andare ancora più indietro nel passato.
Ad aver ferito chi crede fu ancora lui, dov’era la sensibilità con cui ieri ci ha fatto riflettere e stupito? Dopo un suo spettacolo nel quale nel mirino della sua satira finirono i 10 comandamenti, venne aperta un’indagine su di lui per bestemmia, turpiloquio e vilipendio (accuse, soprattutto l’ultima, che caddero velocemente come è giusto che fosse).
E ora la domanda: perché Roberto stasera non chiede scusa o almeno ammette di aver cambiato idea? Ricordiamo le sue parole inerenti allo show precedente quando disse: ”I dieci comandamenti sono tutti un no, la Costituzione è tutto un sì, è la legge del desiderio”.
In nome di quell’amore immenso che decanta tanto bene, ci dica della sua svolta.
Tanto più che ora, come diceva Don Giussani, si è capito che quelle erano preghiere disperate che adesso hanno trovato una loro risposta.

4 commenti:

  1. Un guitto che spiega i comandamenti ? Per grazia di Dio io non ho la tv. Forse a Roma hanno sbagliato, dovevano fare lui Papa. Come te ( Benigni ) non c'è nessuno. Oltre a Benigni c.è solo il nulla. Ma a Santa Marta che fanno ? Approvano ? jane

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  2. A Santa Marta? Solite bastonate per i cattolici osservanti .." tanti cristiani oggi si sentono puri e vanno a messa"

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    1. Caro Angheran 70 , hai proprio ragione e meglio che noi " cattolici putrefatti " stiamo a casa, anzi no, meglio se andiamo in moschea , oppure da budda o da shiva o similari. jane

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  3. Mi dimenticavo, occhio amici, perchè potremo trovarci dentro la cassetta delle poste qualche buccia di banana........... ha visto mai che la maledizione santamartesca funzioni !!!! jane

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