ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 10 dicembre 2014

Notti in bianco dalla fine del mondo..

Cereti, il prete genovese che ha convinto Papa Francesco ad aprire ai divorziati

ROMA – Cereti, il prete genovese che ha convinto Francesco ad aprire ai divorziati. Il tema lo ha rilanciato in dicembre Papa Francesco in persona con una grande intervista a La Nacion di Buenos Aires, pubblicata in Italia da Repubblica: “La Chiesa apre le porte ai divorziati”. Ma il tema bolle da quando è incominciato il Sinodo, tutt’ora in corso, che si concluderà nell’ottobre del 2015. Cambierà o no la Chiesa la sua linea dura, seguirà Francesco fino in fondo, discutendo collegialmente?

Giovanni Cereti, prete genovese, rettore a Roma dell’Abbazia dei genovesi nella chiesa di San Giovanni Battista in Trastevere, si batte da quaranta anni per la comunione ai divorziati. Ha scritto un libro nel 1969 che trovava le radici teologiche e storiche del perdono ai divorziati. Quel libro ha contribuito a convincere il papa a combattere questa battaglia collegiale. Non è un tema troppo specifico. E’ in ballo la crisi della famiglia, non solo nella Chiesa cattolica, ma in generale nella società del terzo Millennio.
Non è difficile immaginarlo il nostro Papa Francesco, venuto dal mondo alla fine del mondo che passa una notte in bianco per leggere il libro di un sacerdote teologo non celeberrimo, ma ben conosciuto e anche temuto nelle cerchie vaticane per le sue idee avanzate sul peccato, sui peccatori e sopratutto sul tema attualissimo dei sacramenti da impartire ai divorziati.
Non è difficile immaginarlo Jorge Bergoglio, che nella sua stanza sobria e austera del collegio di Santa Marta, riesce a trovare nelle sue giornate e nottate da papa impegnato a riformare la Chiesa a avvicinarla e renderla comprensibile a questo mondo, alla sua società secolarizzata che da tempo fa così fatica a farsi ascoltare, chino su quel libro, scritto la prima volta nel 1969, ristampato, oggi diventato una specie di best seller nella rivoluzione vaticana.
Il libro che ha tolto il sonno a Francesco è intitolato“Divorzio, nuove nozze e penitenza nella chiesa primitiva” e lo ha scritto quel sacerdote riservato, ma determinato che da trent’anni si batte per dare la comunione ai divorziati e spiegare perché la dottrina cattolica consente di farlo.  E ha scoperto, quel sacerdote, che nella Chiesa Primitiva, quella che i teologi raffinati chiamano la Grande Chiesa, quella dei primi secoli del primo millennio, il concetto di peccato era diverso e il perdono connesso a alcuni dei peccati suscitava una capacità di rimessione diversa, più ampia forse, ma anche più profonda.

di Franco Manzitti
http://www.blitzquotidiano.it/opinioni/franco-manzitti-opinioni/cereti-il-prete-genovese-che-ha-convinto-papa-francesco-ad-aprire-ai-divorziati-2046088/?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+blitzquotidiano+%28Blitzquotidiano%29

Divorziati, cosa dice davvero Ratzinger


benedetto xvidi Lorenzo Bertocchi (LaNuovaBQ)
Secondo quanto riportato da Joerg Bremer, giornalista del Frankfurter Allgemeine che ha intervistato il papa emerito, anche per Benedetto XVI i divorziati risposati «devono poter far parte di comitati ecclesiastici o poter fare da padrini». Questa posizione sembrerebbe quindi avvicinarsi molto a quella espressa da papa Francesco a La Nacion, mentre da parte sua Ratzinger ribadisce il suo no per quanto riguarda l’accesso all’eucaristia. Tutto ciò lo ha fatto riscrivendo la conclusione di un suo vecchio articolo che risale al 1972, lo stesso articolo che il cardinale Kasper aveva utilizzato proprio per sostenere le sue tesi al Concistoro dello scorso febbraio. Nella revisione, che risale all’agosto scorso, il papa emerito allinea il suo vecchio articolo alla posizione che poi ha ripetutamente sostenuto sia da prefetto della Dottrina della Fede, che da Papa.
Sulla questione della revisione dello scritto del 1972 bisogna dire che già nel 1991 l’allora cardinale Ratzinger aveva fatto una puntualizzazione. Lo hanno indicato anche Juan Jose Perez-Soba e Stephan Kamposwki nel libro “Il Vangelo della famiglia”, edito da Cantagalli che si proponeva di andare «oltre la proposta Kasper». I due teologi dell’Istituto Giovanni Paolo II per studi su Matrimonio e Famiglia hanno giustamente rilevato che di questo articolo del 1991 (“Pope, Church and Gospel”, The Tablet n°7891, 26/10/1991) Kasper doveva essere a conoscenza, ma stranamente non ne ha fatto menzione.
Sul Tablet Ratzinger scrisse che quelle che aveva espresso nel 1972 non erano da intendersi come «norme nel senso ufficiale», ma «faceva parte di un suggerimento che ho fatto come teologo. La loro pratica pastorale deve essere necessariamente corroborata da un atto ufficiale del magistero, il cui giudizio vorrei presentare». «Per inciso – scriveva Ratzinger – in risposta a tesi eterodosse allora espresse da P. Davey – come teologo cattolico non avrei mai potuto sottoscrivere la nozione del doppio magistero, “il magistero dei vescovi e quello dei teologi”. Ora, il magistero successivamente ha parlato con decisione su questa questione nella persona dell’attuale Santo Padre [Giovanni Paolo II] nella Familiaris Consortio».
Poi cita l’esortazione apostolica al n° 84: «La Chiesa (…) ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia».
L’articolo pubblicato nel 1991 chiudeva esprimendo che «la posta in gioco per quanto riguarda l’insegnamento della indissolubilità del matrimonio non è altro che la fedeltà della Chiesa alla radicalità del Vangelo». Risulta veramente strano che la citazione del cardinal Kasper nella famosa relazione al Concistoro 2014 non abbia indicato, almeno in nota, questa precisazione di Ratzinger. Quindi la riscrittura dell’articolo del 1972 non è un magistero parallelo del papa emerito, ma è semplicemente la posizione che Joseph Ratzinger ha sempre difeso e promosso. Si capisce allora che Ratzinger dichiari al Frankfurter Allgemeine che la storia del magistero parallelo «è una totale assurdità».
Per quanto riguarda, invece, la questione dei padrini forse occorre approfondire, per chiarire come i divorziati risposati possano eventualmente svolgere questo compito.
Secondo quanto indicato dal Catechismo della Chiesa Cattolica (n°1225) «perché la grazia battesimale possa svilupparsi è importante l’aiuto dei genitori. Questo è pure il ruolo del padrino o della madrina, che devono essere dei credenti solidi, capaci e pronti a sostenere nel cammino della vita cristiana il neo-battezzato, bambino o adulto. Il loro compito è una vera funzione ecclesiale».
Questo tipo di compito prima che con le parole viene svolto essenzialmente con l’esempio di vita, e questo esempio può certamente essere fornito anche da chi ha subito la separazione o il divorzio e porta avanti dignitosamente la propria condotta cristiana.
Il problema si pone in particolare per conviventi e divorziati risposati: entrambe queste situazioni pongono, infatti, problemi rispetto al sesto comandamento. Per risolvere la questione ci viene in soccorso, ancora una volta, l’esortazione apostolica di S.Giovanni Paolo II. Ed è sempre il numero 84 quando, parlando dell’accesso al sacramento dell’eucaristia ai divorziati risposati, fa riferimento a coloro che «sono sinceramente disposti a una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio». Ciò comporta, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi – quali, ad esempio, l’educazione dei figli – non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi». C’è da sottolineare che il passo riscritto da Ratzinger che fa riferimento alla possibilità di permettere a persone divorziate di fare padrini e madrine, viene introdotto proprio richiamando il numero 84 di Familiaris Consortio. Quindi è difficile sostenere che l’apertura del papa emerito sul tema dei padrini e della madrine sia da intendersi come una specie di indistinto lasciapassare.
fonte: La Nuova Bussola quotidiana
http://www.libertaepersona.org/wordpress/2014/12/divorziati-cosa-dice-davvero-ratzinger/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=divorziati-cosa-dice-davvero-ratzinger

Perché la Chiesa ha tanta paura di parlare di castità?  –  una lettera di Carla D’Agostino Ungaretti

Redazione
zzgrttCaro Direttore,
su AVVENIRE di ieri, 9 dicembre, pag. 19, ho letto un articolo di Mimmo Muolo che mi ha lasciato disorientata, come purtroppo mi accade spesso quando leggo notizie riguardanti Papa Francesco.
Orbene – come riferisce l’articolista – il Papa, rispondendo a un’intervista, avrebbe detto che il problema dei divorziati risposati non risiede nell’essere ammessi o meno all’Eucaristia, ma nella maggiore integrazione nella compagine ecclesiale di cui essi avrebbero bisogno. “Essi non sono scomunicati, ma non possono essere padrini di Battesimo, non possono leggere a Messa, non possono  dare la Comunione, non possono insegnare il Catechismo. Perciò sembra siano scomunicati di fatto” . “Allora sono scomunicata di fatto anche io”, mi sono detta “visto che non ho mai svolto queste funzioni, o ministeri, in seno alla mia parrocchia“. Infatti io non sono catechista, non sono ministro dell’Eucaristia, non svolgo attività di volontariato, perché sono una pecorella qualunque che sente diversa da queste la propria vocazione in seno alla Chiesa di cui, peraltro, si sente “figlia” al 100%. Ma il Papa dice che“bisogna aprire un po’ di più le porte“, per esempio consentendo a questi nostri fratelli di essere padrini di Battesimo o di Cresima e,  all’obiezione opposta da tutti i cattolici “bambini” (che si chiedo: “quale testimonianza possono dare al figlioccio?”) risponde “La testimonianza di un uomo o di una donna che dicano : Guarda, caro, io mi sono sbagliato, sono scivolato su questo punto, ma credo che il Signore mi ami, voglio seguire Dio, il peccato non mi ha vinto, vado avanti”. Ecco il punctum dolens del discorso, secondo me: questa risposta, a mio giudizio (devo dire “Dio mi perdoni”  … ? ) autorizza l’adolescente cresimando a interpretarla come: ho peccato, contravvenendo alla legge di Dio, ma il peccato non mi ha vinto perché Dio mi ha autorizzato a continuare a peccare. Come si può interpretare in altro modo quella frase?
       Ecco il punto che mi confonde e, in un certo senso, mi scandalizza: perché la Chiesa, a cominciare dal Papa, ha tanta paura di nominare la castità, che dovrebbe essere espressamente richiesta a chi vive in quella condizione, per poter svolgere certe funzioni o ministeri da cui dovrebbe irradiarsi il buon esempio? Perché non spiegare apertamente al proprio figlioccio che si può essere il suo padrino perché, pur essendo divorziati e risposati, si vive in castità? Non sarebbe un’ottima occasione parlare del valore della castità agli smaliziati adolescenti moderni, bersagliati come sono a tanti messaggi mediatici distorti?
       Mi sembra una soluzione lapalissiana, eppure non ne parla nessuno.
       Grazie per avermi letto.
Carla D’Agostino Ungaretti
http://www.riscossacristiana.it/perche-la-chiesa-ha-tanta-paura-di-parlare-di-castita-una-lettera-di-carla-dagostino-ungaretti/

1 commento:

  1. "Cambierà o no la Chiesa la sua linea dura, seguirà Francesco fino in fondo, discutendo collegialmente? "
    ...e se anche fosse, a noi che ce ne dovrebbe importare? anche se uscisse dal sinodo 2015 che preti, frati, suor e laici tutti possono andare liberamente a prostitute e poi comunicarsi senza bisogno di confessione, che differenza farebbe per chi è fedele alla Tradizione Cattolica bimillenaria ?chi conosce questo clero, questa Chiesa uscita dal CV II (con il discernimento degli spiriti dono dello spirito Santo, però) sa che essa è asservita al mondo ed al principe di questo mondo, quindi niente di buono possiamo aspettarci da essa. Vade retro, quindi, ANATEMA !!

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