ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 20 gennaio 2015

Settimana ecumenista (2)

l Persecuzioni indirette degli ebrei contro i cattolici, ossia le ostilità dottrinali

Oltre a combattere direttamente la santa Chiesa, gli ebrei si sono infiltrati negli ambienti cattolici per distorcere la fede in Gesù Cristo e nella SS.ma Trinità, promuovendo così l'eresia. Questo fatto è attestato nel luminoso testo di Mons.Jacques Bénigne Bossuet (1627-1704), intitolato Commenti sull'Apocalisse:

«Fin dalle origini del cristianesimo, alcuni ebrei falsamente convertiti si sono insinuati tra i fedeli cercando di coltivare nelle cerchie cristiane illievito nascosto del giudaismo, che si espresse principalmente nel rifiuto dei misteri della Trinità e dell'Incarnazione. Tali erano era un certo Cerinto ed Ebione che israelenegavano la divinità di Gesù Cristo e riconoscevano solamente una persona in Dio [...]. Di tanto in tanto, queste cose (la propaganda ebraica) salivano dall'inferno, dove (gli argomenti del) Vangelo di San Giovanni sembrava averli imprigionati. Verso la fine del II secolo (nel 196), una sétta chiamata degli alogeani (dal greco "no parola") 97 sorse senza un fondatore conosciuto. I suoi seguaci furono chiamati con questo nome perché non ammettevano il Verbo divino. Pieni di odio per il Verbo che San Giovanni annuncia, essi rifiutavano il suo Vangelo e anche l'Apocalisse, in cui Gesù Cristo viene chiamato "la Parola di Dio" [...]. Un'altra sétta, della stessa origine, diminuiva così fortemente la figura di Gesù Cristo fino a porlo al di sotto di Melchisedec 98. Essa ripropose le teorie ebraiche che riducevano la Trinità a dei semplici nomi. La stessa cosa venne affermato da Prassea, contro cui scrisse  Tertulliano. Anche Noeto seguì questo errore, che più tardi fu ripreso da Sabellio, che non solo fece molti discepoli in Mesopotamia, ma anche a Roma [...]. Si vede chiaramente che queste eresie erano un rimasuglio di questo lievito ebraico [...], e che i cristiani che le adottarono erano, sotto il nomerabbino"cristiani", farisei ed ebrei, come Sant'Epifanio e gli altri Padri li chiamano»99«Ma non era mai così ovvio che queste opinioni provenissero dagli ebrei, come avvenne ai tempi di Paolo di Samosata, Vescovo di Antiochia. Quando Artemone riprese l'eresia di Cerinto e di Teodato che riduceva Gesù Cristo ad un semplice uomo, Paolo aderì a questa dottrina insieme a Zenobia, regina di Palmira, che era collegata alla religione ebraica 100. Gli ebrei erano infatti gli autori di quell'empietà, e incitarono quella regina ad adottarla [...]. Le conseguenze di questo errore per la Chiesa furono terribili, perché esso non fu solo accettato da Fotino, Vescovo di Sirmio, ma anche dagli ariani, dai nestoriani e da tutte le altre sétte che più tardi attaccarono la Divinità o l'Incarnazione del Figlio di Dio. Tutti questi errori non erano nient'altro che germogli dell'eresia ebraica. Perciò, la Chiesa soffrì per molto tempo una sorta di persecuzione da parte degli ebrei attraverso la diffusione di queste dottrine farisaiche» 101.

bernard lazareMolti documenti esistenti dimostrano che i due generi di persecuzioni ebraiche - una sanguinosa contro i cattolici e una incruenta contro la dottrina e i costumi della Chiesa - non solo hanno avuto luogo nei primi mille anni dell'era cristiana, ma che sono esistite dalle origini del cristianesimo fino ai nostri giorni. La testimonianza di Bernard Lazare, uno scrittore ebreo francese, offre un esempio di queste persecuzioni 102. Lazare mostrò il ruolo significativo giocato dai suoi colleghi ebrei nel processo rivoluzionario contro la civiltà cristiana e contro la Chiesa cattolica. Ecco ciò che Lazare afferma a riguardo al ruolo rivoluzionario ebraico nella Storia: «Furono questi razionalisti e questi filosofi (ebrei) che, dal X al XV secolo, fino al Rinascimento, furono i collaboratori di ciò che potrebbe essere chiamata la rivoluzione generale dell'umanità [...]. La maggioranza degli averroisti era scettica, e più o meno ostile alla religione cristiana. Essi erano gli antenati diretti degli uomini del Rinascimento. Grazie a loro venne elaborato lo spirito del dubbio [...]. I platonisti fiorentini, gli aristoteliani italiani e gli umanisti tedeschi provengono da essi. Grazie a loro, Pomponazzo compose i trattati contro l'immortalità dell'anima; grazie ancora a loro nacque il deismo fra i pensatori del XVI secolo, che  provocò la decadenza del cattolicesimo» 103. Lazare prosegue indicando il ruolo giocato dagli ebrei nel protestantesimo: «La Riforma, sia in Germania che in Inghilterra, fu uno di quei momenti in cui il cristianesimo si ritemprò alle fonti ebraicheCon il protestantesimo lo spirito ebraico trionfò [...]. Contro il cattolicesimo gli ebrei dotarono i protestanti dell'esegesi formidabile che i rabbini avevano coltivato e costruito durante i secoli: il libero esame, di cui il protestantesimo fece buon uso» 104. L'influenza ebraica si fece sentire anche nella Rivoluzione Francese.

Bernardo Lazare sottolinea questo fatto elencando i nomi dei collaboratori principali e le loro funzioni: «Gli ebrei furono implicati in tutti i movimenti rivoluzionari, e presero parte attivamente a tutte le rivoluzioni, come si vede quando si studia il loro ruolo durante tutti i periodi di disordine e di cambiamento [...]. Lo spirito ebraico è essenzialmente uno spirito rivoluzionario, e consapevolmente o meno, l'ebreo è un rivoluzionario [...]. Durante la Rivoluzione gli ebrei non sono rimasti inattivi, considerando quanto basso fosse a Parigi il loro numero. La posizione che occuparono come elettori di distretto, ufficiali di legione e giudici associati, fu importante» 105. Le asserzioni di Lazare sul ruolo di ebrei nella Rivoluzione Francese sono state confermate da un documento intitolato «The Agony of the Roman Universe», pubblicato sul quotidiano israelitico Haschophet verso la fine di XI secolo. In esso si dice che la Rivoluzione Francese è stata opera del giudaismo: «Senza successo la triplice corona (il papato) ha lottato contro lo scettro della Rivoluzione ebraica di 1793; invano (il papato) ha cercato di liberarsi dalla presa di ferro del gigante semita che lo afferra; tutti i suoi sforzi sono stati inutili. Il pericolo è imminente, e il cattolicesimo sta morendo nella misura in cui l'ebraismo penetra gli strati della società» 106. Nel suo numero di ottobre del 1896, la rivista inglese The Mouth giunse alle medesime conclusioni convalidando le parole della rubrica di Haschophet«Gli ebrei non cercano di mascherare il fatto che, nel loro odio eterno per il cristianesimo, aiutati dai capi della Massoneria, sono stati gli autori della Rivoluzione (Francese)» 107.

lustiger - sitruk
Il Cardinale Arcivescovo di Parigi Jean-Marie Lustiger (1926-2007) tête-à-tête con il rabbino-capo
di Francia Joseph Sitruk. Egli disse alla Jewish Telegraphic Agency: «La decisione di diventare cristiano
non si presentò a me come una negazione della mia identità ebraica» (cfr. Inside the Vatican, dicembre 1997).

Anche Bernard Lazare ammette che ebrei hanno lavorato ardentemente nel comunismo e nei sollevamenti rivoluzionari socialisti del XIX secolo: «Durante il secondo periodo rivoluzionario che iniziò nel 1830, essi mostrarono maggior ardore che durante il primo [...]. Mentre lavoravano per il trionfo del liberalismo, essi perseguivano i loro scopi. É fuor di dubbio che gli ebrei, tramite la loro ricchezza, energia e talenti, hanno sostenuto e favorito i progressi della rivoluzione europea[...]. Il loro contributo al socialismo attuale è stato ed è, com'è noto, ancora assai più grande» 108. Un altro fatto dovrebbe essere aggiunto ai documenti che attestano le persecuzioni stimolate da ebrei contro cattolici è quello della loro ostilità dottrinale e partecipazione nel processo rivoluzionario che sta distruggendo la cristianità. I precetti del Talmud, che manifestano un grande odio per la Chiesa e per i cattolici, cercano di dare un fondamento religioso alla ripugnanza israelita per il cristianesimo.

silva henriquez
Nel 1967, il Cardinale cileno Silva Henriquez (1907-1999) visitò
una sinagoga a Santiago (foto estratta da ICI, del 15 ottobre 1967).

Questo odio è stato rafforzato dal Talmud fin dall'inizio della sua stesura, nel II secolo, quando le sue basi furono gettate da Simon Bar Kokheba, da Akiba e da Aquila fino ad oggi. Bernard Lazare scrive: «I tanaim (i primi "insegnanti") vollero preservare il fedele dalla contaminazione cristiana; a questo scopo i Vangeli furono paragonati a libri sulla stregoneria, e Samuel Junior, su ordine del patriarca Gamaliele, inserì nelle preghiere quotidiane una maledizione contro i cristiani, la Birkat Haminim, con la quale gli ebrei bestemmiano Gesù tre volte al giorno» 109. Anche se non abbiamo citato altri documenti, i precetti del Talmud appena visti costituiscono la prova dell'odio permanente degli ebrei per la religione cattolica. Considerando ciò che è stato esposto, trovo che l'odio degli ebrei contro i cattolici, manifestato in tutto il corso della Storia, sia così viscerale e inesorabile che potrebbe adempiere alla rivelazione che Dio fece al Profeta Isaia dicendo: «Ciò che questo popolo chiama congiura...» (Is 8, 12). Si potrebbe dire che anche quest'altro avvertimento di Isaia possa essere applicato al ruolo storico degli ebrei contro la Chiesa cattolica nella Storia:

«Nessuno muove causa con giustizia, nessuno la discute con lealtà. Si confida nel nulla e si dice il falso, si concepisce la malizia e si genera l'iniquità. Dischiudono uova di serpenti velenosi, tessono tele di ragno; chi mangia quelle uova morirà, e dall'uovo schiacciato esce una vipera[...]. Le loro opere sono opere inique, il frutto di oppressioni è nelle loro mani. I loro piedi corrono al male, si affrettano a spargere sangue innocente; i loro pensieri sono pensieri iniqui, desolazione e distruzione sono sulle loro strade» (Is 59, 4-7).

Chiaramente, se c'è mai stato un «vecchio pregiudizio» emotivo nelle relazioni Chiesa-Sinagoga, non c'è stato da parte dei cattolici che hanno sofferto per gli effetti generati dalla cospirazione ebraica. Al contrario, ciò può essere imputato agli ebrei che hanno preso l'iniziativa nella lotta religiosa. Per inciso, poco prima che le teorie nazionalsocialiste venissero alla luce con le loro assurde pretese etniche e pagane, il carattere cospirativo del giudaismo contro la Chiesa e il suo odio anti-cattolico era ancora generalmente ammesso fra cattolici. Da un certo punto di vista, le persecuzioni nazi-fasciste contro gli ebrei sono diventate un ottimo strumento di cui l'ebraismo si serve per difendersi da quelle accuse ben meritate.

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l La bontà continua della Chiesa verso gli ebrei perseguitati

Nonostante questo cattivo trattamento, la Chiesa non ha mai cessato di invitare caritatevolmente gli ebrei a convertirsi e a riceverli a braccia aperte quando essi se ne mostravano degni. La santa Chiesa cattolica è andata anche oltre. Essa ha sempre condannato con forza le persecuzioni che spesso erano una reazione all'odio perpetuo della Sinagoga contro la Chiesa. Una testimonianza ufficiale di questa posizione si trova in un discorso tenuto nel corso di una riunione del GranSanhedrin a Parigi, il 30 ottobre 1806, ai tempi di Napoleone. Durante quella sessione, gli ebrei di Francia e Italia applaudirono il rabbino Isaac Samuel Avigdor (1773-1849) nel quale si riconobbero, e invitarono il Gran Sanhedrin ad ammettere la costante e incessante benignità della Chiesa cattolica verso gli ebrei. Il rabbino iniziò ricordando che i moralisti cattolici più celebri avevano proibito le persecuzioni, professata la tolleranza e predicata la carità fraterna. Ecco alcuni estratti attinti da testo del discorso:

«Dice Sant'Atanasio: "É un'esecrabile eresia tentare di obbligare con la forza o con la prigione coloro che non possono essere convinti attraverso la ragione" (Libro I). "Nulla è più opposto alla religione - afferma San Giustino Martire - della coercizione nelle questioni di fede" (Libro V). "Perseguiteremo - si chiede Sant'Agostino - coloro che Dio tollera"?. "A questo riguardo, dice Lattanzio: "La religione forzata non è religione. É necessario persuadere piuttosto che costringere. La religione non puògran sanhedrin essere imposta" (Libro V). "Afferma San Bernardo: "Consiglia, ma non forzare" [...]. Queste virtù sublimi di umanità e di giustizia sono state spesso praticate dai cristiani ben istruiti e, soprattutto, dai ministri degni di questa moralità pura che placa la passioni e instilla le virtù. Come conseguenza di questi sacri principî di moralità, in diverse epoche, i Pontefici hanno protetto e accolto benevolmente nei loro Stati gli ebrei perseguitati ed espulsi da molte parti d'Europa, e molti ecclesiastici di tutti i Paesi li hanno spesso difesi in ogni parte del mondo. Intorno alla metà del VII secolo, San Gregorio difese e protesse gli ebrei in tutto il mondo cristiano. Nel X secolo, i Vescovi di Spagna si opposero energicamente a quelle persone che volevano massacrarli. Papa Alessandro II scrisse una lettera di congratulazioni a quei Vescovi che si erano distinti per la condotta prudente praticata a questo riguardo. Nel XII secolo, San Bernardo li difese dal furore dei Crociati. Anche Innocenzo II e Alessandro III li protessero. Nel XIII secolo, Gregorio IX li protesse in Inghilterra, in Francia e in Spagna dalle grandi calamità che li minacciavano; egli impedì, sotto pena di scomunica, di forzare le loro coscienze [...]. Clemente VI accordò loro asilo ad Avignone [...]. A metà dello stesso secolo, il Vescovo di Spira proibì alle persone che dovevano del denaro agli ebrei di venir meno ai loro obblighi mettendo avanti la scusa dell'usura. Nel secolo successivo, Nicola II scrisse all'Inquisizione vietando di costringere gli ebrei ad abbracciare il cristianesimo [...]. Sarebbe facile citare un numero illimitato di altre azioni caritatevoli compiute verso gli israeliti, in diverse epoche, praticate da ecclesiastici ben istruiti nei doveri di uomini e di religiosi [...]. Gli israeliti [...] non hanno mai avuto i mezzi o l'occasione per manifestare la loro riconoscenza per così tanti benefici; gran sanhedrinuna dolce gratitudine dovuta a uomini disinteressati ed estremamente rispettabili. Dopo diciotto secoli, la circostanza in cui ora ci troviamo è l'unica che abbiamo per esternare i sentimenti che pervadono i nostri cuori. Questa grande e fortunata circostanza che dobbiamo al nostro imperatore augusto e immortale, ci presenta l'opportunità eccellente e gloriosa per esprimere [...], specialmente agli ecclesiastici, la nostra piena gratitudine verso di loro e verso i loro predecessori. Permettete, dunque, gentiluomini, che si possa approfittare di questa memorabile occasione per pagare il giusto tributo di riconoscenza che dobbiamo loro; lasciate che in questa stanza echeggi l'espressione della nostra gratitudine; ci sia permesso di testimoniare solennemente la nostra riconoscenza sincera per i benefici ininterrotti che sono scesi sulle generazioni che ci hanno preceduto» 110.

 L'assemblea ebraica applaudì questo discorso, lo votò accettandolo e lo inserì nei procedimenti del 5 febbraio 1807. Più tardi, essa approvò il seguente emendamento:

«I rappresentanti del sinodo israelita dell'impero di Francia e del regno d'Italia [...] sono colmi di gratitudine per i benefici del clero cristiano elargiti agli ebrei in vari Stati d'Europa nei secoli passati; essi ammettono pienamente il benvenuto che molti Pontefici e molti altri ecclesiastici diedero in diverse epoche agli israeliti di diversi Paesi [...]. Questa delibera, che è l'espressione di questi sentimenti, sia registrata nei procedimenti di oggi come una testimonianza permanente e autentica della gratitudine degli israeliti di questa assemblea per i benefici ricevuti dalle generazioni che li hanno preceduti da parte di molti ecclesiastici in vari Paesi d'Europa» 111.

 Questa manifestazione di gratitudine da parte del Gran Sanhedrin riunito in Francia testimonia da sola i benefici elargiti agli ebrei dalla Chiesa nel corso dei secoli. Insieme al materiale presentato più sopra a riguardo delle persecuzioni istigate dagli ebrei contro la religione cattolica, esso mostra chiaramente che la santa Chiesa non ha mai sofferto di una deviazione congenita o emotiva che potrebbe supportare l'asserzione di Giovanni Paolo II secondo cui la Storia avrebbe registrato «vecchi pregiudizi» contro gli ebrei.

ebrei salvati da pio XII
Sopra, a sinistra: suore cattoliche posano con i bambini ebrei che hanno salvato durante la Seconda Guerra Mondiale
(foto estratta da Inside the Vatican, febbraio 2005). A destra, ebrei che Pio XII ospitò nella sua residenza di Castel Gandolfo
per salvarli dalla persecuzione nazista (foto estratta da 30 Giorni, ottobre 2001).

SULL'INQUISIZIONE

Qualcuno potrebbe obiettare che l'Inquisizione avrebbe perseguitato gli ebrei, e che ipso facto la Chiesa sarebbe responsabile per tale trattamento. Rispondo affermando:

1. Il Tribunale della santa Inquisizione, voluto per difendere l'integrità della fede cattolica, non riguardava la religione ebraica, così come non impediva agli ebrei di professare le loro false credenze, ma venne creato per impedire di diffondere le loro convinzioni fra i cattolici. Il Tribunale trattò solamente con coloro che si erano falsamente convertiti al cattolicesimo ed erano entrati nell'ovile della Chiesa, o con quelli che, pur essendosi convertiti sinceramente, erano ricaduti più tardi nei loro vecchi errori (cfr. J. de MaistreCartas sobre a Inquisição Espanhola, Leituras Católicas, Niteroi 1949, pag. 27).

Nel XVI secolo, gli ebrei stavano abusando della libertà concessa dai re della Penisola iberica proferendo continue bestemmie e attaccando la fede cattolica. Durante questo periodo, era anche grande il numero di coloro che si convertivano falsamente al cattolicesimo. Per queste due ragioni, gli ebrei divennero un grave pericolo per la fede nei regni di Portogallo e di Spagna (cfr. E. Lavisse-A. RambaudHistoire Générale du IVe siécle à nos jours, Armand Colin, Parigi 1984, vol. IV, pag. 332). Inoltre, essi misero in pericolo la stabilità politica di quegli Stati (cfr. J. B. WeissHistória Universal, vol. VIII, pag. 304).

In legittima difesa della fede e nell'esercizio della loro posizione di capi temporali, i re cattolici decretarono che gli ebrei dovevano scegliere tra lasciare i territori iberici a spese della corona, rimanere come cattolici o restare ebrei senza disseminare le loro false accuse. Nel caso secondo, gli ebrei - e specialmente i convertiti - sarebbe pertanto stati oggetto della vigilanza dell'Inquisizione nelle questioni di fede. Queste erano le misure prese dall'Inquisizione spagnola. Tuttavia, è necessario sottolineare che tali misure furono adottate dai poteri temporali di Spagna e Portogallo, e non dalla Chiesa, e, perciò, non dovrebbero essere attribuite ad essa.

2. I tribunali dell'Inquisizione erano tribunali misti, composti in parte da ecclesiastici e in parte da rappresentanti del potere temporale. Gli ecclesiastici giudicavano i crimini contro la fede, e le loro sentenze erano ristrette alla sfera spirituale. I rappresentanti del potere temporale, a turno, eseguivano le sentenze che, in ogni Stato e in modi diversi e indipendenti, corrispondevano alle sentenze spirituali. Difensore zelante dell'autonomia tra i poteri spirituali e quelli temporali, con i loro ruoli diversi, la Chiesa non prese parte alle esecuzione delle sentenze civili, con l'ovvia eccezione di offrire conforto spirituale ai condannati (cfr. J. de Maistreop. cit., pagg. 17-18; E. Vacandard,Dictionnaire de Théologie Catholique, voce «Inquisition», vol. VII-II, col. 2065; H. HelloA verdade sobre a Inquisição, Vozes, Petropolis 1936, pag. 11; W. DevivierCurso de Apologética Christã, Melhoramentos, San Paolo 1924, pagg. 457-459).

Perciò, la Chiesa non può essere accusata della responsabilità diretta per la promulgazione e per l'esecuzione di sentenze civili emanate dai tribunali dell'Inquisizione in molti Paesi dove esisteva. Né può essere ritenuta responsabile per le possibili ingiustizie commesse dal potere temporale dell'Inquisizione.

3. L'Inquisizione romana è stata un tipico esempio della giustizia della santa Chiesa, e per l'equanimità nei suoi giudizi sulle questioni di fede. Esso era l'unico tribunale della Chiesa che aveva funzioni temporali e spirituali. Fin dalla sua creazione da parte di Papa Paolo III nel 1542, essa è sempre stata soggetta ai Sommi Pontefici. L'Inquisizione romana è stata un celebre modello di sistema giuridico elevato, ed è stata riconosciuta ovunque per la sua prudenza e per la serenità nella gestione della giustizia temporale. Essa presentò vari miglioramenti nei provvedimenti legali che favorivano l'imputato, diventando l'avanguardia delle legislazioni più rinomate del tempo, un fatto ammesso anche dagli odierni commentatori imparziali (cfr. J. Tedeschi,«A outra face da Inquisição», in Estado de São Paulo, del 16 marzo 1986, Supplemento Culturale, pagg. 1-4).

La bontà dell'Inquisizione romana sotto l'egida papale divenne proverbiale. Ciò è stato indirettamente riconosciuto - come abbiamo appena visto - da una testimonianza del Gran Sanhedrin ebraico. Per questa ragione, si può ripetere, senza esagerare, con Joseph de Maistre che Roma era il «paradiso degli ebrei» (cfr. J. de Maistreop. cit., pag. 13). Applicabile è anche il popolare adagio tedesco circa coloro che vissero sotto il potere temporale dei Prìncipi della Chiesa: «Com'è bello vivere all'ombra del pastorale»! (R. AubenasHérétiques et sorciers, inFliche-MartinHistoire de l'Église, vol. XV, pagg. 385-386).

Quindi, nessuna ingiustizia o persecuzione degli ebrei può essere attribuita alla Chiesa quando essa ha esercitato i suoi doveri temporali. Perciò, l'obiezione  - la Chiesa ha perseguitato gli ebrei - è erronea nelle sue fondamenta e nelle sue conseguenze.

conversos
Sopra: conversos condotti da Padre Tomàs de Torquemada di fronte ai regnanti di Spagna.

l Pregiudizi teologici?

E dunque, in assenza di un'adeguata base storica a sostegno dell'espressione «vecchi pregiudizi» di Giovanni Paolo II, riferita a pregiudizi razziali o emotivi contro gli ebrei, ci si deve chiedere se Karol Wojtyla stesse riferendosi a questioni dottrinali. Intendeva forse riferirsi a «pregiudizi» teologici? Per accettare tale ipotesi, ci si dovrebbe comunque chiedere: le serissime questioni teologiche che separano la Chiesa cattolica dalla Sinagoga sono «pregiudizi»? Ad esempio, sarebbe un «pregiudizio» affermare la divinità di Nostro Signore Gesù Cristo o professare il dogma della SS.ma Trinità? O proclamare gli articoli di fede che ne derivano? Si tratta di interrogativi ai quali Giovanni Paolo II non ha mai risposto. Invece egli ha lasciato i cattolici che seguivano le notizie della sua visita alla sinagoga di Roma in uno stato di perplessità, sconcertati dall'impressione di un successore di Pietro che sembrava abbandonare i summenzionati dogmi della nostra fede per favorire la religione ebraica.

eugenio zolli
L'ex rabbino Israel Zolli, convertito al cattolicesimo nel 1945. Egli
cambiò il suo nome in Eugenio in onore di Papa Pio XII, Eugenio Pacelli
(cfr. Inside the Vatican, febbraio 1999).

l «Una svolta decisiva nelle relazioni tra la Chiesa cattolica e l'ebraismo»

Per «svolta» si intende un cambiamento completo di direzione che si effettua mentre si è su una strada. Perciò, una «svolta decisiva» è un mutamento radicale. Secondo Giovanni Paolo II, la Dichiarazione Nostra Ætate ha causato un ribaltamento cruciale nelle relazioni tra la Chiesa e l'ebraismo. Un ribaltamento cui, come abbiamo visto, egli ha voluto offrire un «contributo decisivo». Non avrebbe potuto essere più categorico nell'esprimere il suo desiderio di abbandonare la precedente posizione dottrinale della santa Chiesa a riguardo del giudaismo.

l «La Chiesa di Cristo scopre il suo "legame" con l'ebraismo scrutando il suo proprio mistero»

karol wojtylaQuesta asserzione di Giovanni Paolo II è abbastanza straordinaria. Ho appena elencato i numerosi Papi, Concilî, Dottori e Santi che hanno combattuto l'ebraismo come un male dottrinale. Da un punto di vista storico e dottrinale, si può dire che non c'è mai stata - e continua ad esserci - un'opposizione continua e così grande tra due religioni che quella che esiste tra la Chiesa cattolica e il giudaismo. Quindi, se qualcuno tentasse di annullare tale antagonismo, dovrebbe addurre argomenti forti. É il minimo che potremmo aspettarci. Che argomento ha usato Giovanni Paolo II per annullare questo antagonismo bimillenario? Nessuno. Neanche uno. Egli ha fatto appello unicamente ad una vaga nozione di «mistero». I cattolici dovrebbero mutare il loro atteggiamento verso gli ebrei perché «la Chiesa di Cristo ha scoperto il suo "legame" con l'ebraismo scrutando il suo proprio mistero». Di quale «mistero» si sta parlando? Certamente nessuno può spiegarlo. Basandosi su questo enigma, senza addurre alcuna ulteriore chiarificazione, egli è andato avanti raccogliendo le conseguenze dottrinali più integrali del suo discorso: i cattolici dovrebbero mettere da parte tutto il loro passato e aderire alla nuova posizione conciliare filo-ebraica. In termini pratici, l'uso del mistero sembra essere un modo di coprire qualcosa che Giovanni Paolo II non ha voluto rivelare al pubblico. Cosa sarebbe? Probabilmente, egli ha voluto dire che la Chiesa conciliare e l'ebraismo devono essere sempre più legati e vicini l'una all'altro.

l «La religione ebraica non ci è "estrinseca", ma in un certo qual modo, è "intrinseca" alla nostra religione»

Questa asserzione sembra anche confermare che l'ebraismo è un modello per la Chiesa conciliareLa mèta finale del progressismo sarebbe quella di trasformare la Chiesa in una succursale dell'ebrasimo.

l «Siete i nostri fratelli prediletti e, in un certo modosi potrebbe dire i nostri fratelli maggiori»

gesu e caifaCommentando questa affermazione di Giovanni Paolo II, Padre De Rosa ha scritto su La Civiltà Cattolica«Non si potevano esprimere più fortemente i legami che esistono fra cristiani ed ebrei. Nella terminologia cristiana, "fratello" implica unacomunione nella fede. Chiamando cristiani ed ebrei "fratelli", il Papa si riferisce particolarmente a questo (alla comunione nella fede), anche se gli ebrei non credono, come fanno i cristiani, in Gesù Cristo o nel mistero trinitario» 112. Queste poche righe del commentatore gesuita sembrano sottolineare una contraddizione in cui sarebbe caduto Giovanni Paolo II. Il vero significato della parola «fratello» è, come osserva giustamente Padre De Rosa, quello di «fratello nella fede». Com'è dunque possibile che una persona possa essere in comunione di fede con chi nega le sue fondamenta più profonde, come la SS.ma Trinità e la divinità di Gesù Cristo? Quindi, oltre ad usare l'espressione «cari amici e fratelli ebrei» in apertura della sua Allocuzione alla sinagoga 113, Giovanni Paolo II ha chiamato i seguaci di Caifa«fratelli prediletti» e «fratelli maggiori». Con ciò, Karol Wojtyla non ha solo affermato un'unità con gli ebrei nella stessa professione religiosa, ma ha parlato come se essi godessero di una «predilezione» e di diritti di «primogenitura» indipendentemente delle verità della fede cattolica. Come sarebbe possibile per gli ebrei godere della stessa «predilezione» dei cattolici se, come dicono chiaramente le Sacre Scritture, «senza la fede impossibile piacere a Dio»? (Eb 11, 6). L'espressione di Giovanni Paolo II «fratelli maggiori» sembra immaginare un «diritto di primogenitura» che gli ebrei attuali avrebbero ancora rispetto ai cattolici. Ora, l'antico autentico diritto di primogenitura fra gli ebrei, stabilito prima della venuta di Nostro Signore, presupponeva la fede nel Messia. Senza di essa non ci sarebbero state né la promessa, né l'Antica Alleanza. Questo è ciò che afferma San Paolo quando scrive specificamente agli ebrei:

«La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono. Per mezzo di questa fede gli antichi ricevettero buona testimonianza. Per fede noi sappiamo che i mondi furono formati dalla parola di Dio, sì che da cose non visibili ha preso origine quello che si vede. Per fede Abele offrì a Dio un sacrificio migliore di quello di Caino[...]. Per fede Enoch fu trasportato via, in modo da non vedere la morte[...]. Per fede Noè, avvertito divinamente di cose che san paoloancora non si vedevano, costruì con pio timore un'arca a salvezza della sua famiglia; e per questa fede condannò il mondo e divenne erede della giustizia secondo la fede. Per fede Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava. Per fede soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa [...]. Per fede anche Sara, sebbene fuori dell'età, ricevette la possibilità di diventare madre perché ritenne fedele colui che glielo aveva promesso. Per fede Abramo, messo alla prova, offrì Isacco [...]. Per fede Isacco benedisse Giacobbe ed Esaù anche riguardo a cose future. Per fede Giacobbe, morente, benedisse ciascuno dei figli di Giuseppe [...]. Per fede (Mosé) lasciò l'Egitto [...]. Per fede celebrò la pasqua [...]. Per fede caddero le mura di Gerico [...]. E che dirò ancora? Mi mancherebbe il tempo, se volessi narrare di Gedeone, di Barak, di Sansone, di Iefte, di Davide, di Samuele e dei profeti, i quali per fede conquistarono regni, esercitarono la giustizia, conseguirono le promesse, chiusero le fauci dei leoni, spensero la violenza del fuoco, scamparono al taglio della spada, trovarono forza dalla loro debolezza, divennero forti in guerra, respinsero invasioni di stranieri [...]. Eppure, tutti costoro, pur avendo ricevuto per la loro fede una buona testimonianza, non conseguirono la promessa: Dio aveva in vista qualcosa di meglio per noi, perché essi non ottenessero la perfezione senza di noi» (Eb 11).

  Inoltre, l'Apostolo chiarisce che la fede degli antichi Patriarchi era la fede in Gesù Cristo: «Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunziato la parola di Dio; considerando attentamente l'esito del loro tenore di vita, imitatene la fede. Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre»! (Eb 13, 7-8). Dunque, la fede era la ragione della promessa; e la promessa fu fatta in previsione di Cristo. La promessa fu adempiuta con la venuta di Nostro Signore, e l'Antica Alleanza perciò è finitaNostro Signore ha stabilito una Nuova Alleanza che ha sostituito l'Antica«Dicendo peròalleanza nuova, Dio ha dichiarato antiquata la primaoraciò che diventa antico e invecchia, è prossimo a sparire» (Eb 8, 13). Quindi, sia come sostanza della continuità dell'Antica Alleanza, che come fondamenta della Nuova,la fede in Nostro Signore Gesù Cristo è la base di ogni predilezione e l'unico motivo per avere diritto alla primogenitura. Ne consegue che parlare ai nostri giorni di «predilezione» degli ebrei e attribuire ad essi un diritto religioso di primogenitura davanti ai cattolici, accantonando completamente le questioni di fede, è inaccettabile. Tutto ciò sembra o un chiaro rifiuto dei dogmi cattolici e della loro base attestata dalla Sacra Scrittura, o un'insensata dichiarazione di supremazia della razza ebraica sulle altre. Questa analisi delle parole di Giovanni Paolo II pone alla coscienza del fedele cattolico una domanda terrificante: Giovanni Paolo II avrebbe potuto fare tali asserzioni senza abbandonare la fede cattolica?

protestanti giudaizzanti
Diverse sétte protestanti americane sono divenute ardenti sostenitrici dell'ebraismo.
Sopra, una manifestazione di evangelici a Gerusalemme «in favore» del messia ebraico...
La Chiesa conciliare sta compiendo lo stesso percorso?
(foto estratta da Le Monde des Religions, novembre-dicembre 2003).

l «Quanto è stato commesso durante la sua passione (di Cristo), non può essere imputato né indistintamente a tutti gli ebrei allora viventi, né agli ebrei del nostro tempo» 114«È quindi inconsistente ogni pretesa giustificazione teologica di misure discriminatorie o, peggio ancora, persecutorie» 115.

La prima cosa deplorevole che richiama l'attenzione in questo ragionamento è l'inversione delle regole più elementari della logica. Giovanni Paolo II ha preso come premessa la conclusione, e ha designato come conclusione l'abolizione della premessa. Effettivamente, è elementare nel pensiero teologico che le premesse obbligatorie siano i dati della Rivelazione provenienti dalla Sacra Scrittura e dalla Tradizione. Segiovanni paolo II - elio toaff Giovanni Paolo II intendeva esentare gli ebrei dal crimine di deicidio, avrebbe dovuto basarsi sui passi della Sacra Scrittura che permetterebbero di esercitare tale difesa. O, in assenza di tali passi, avrebbe dovuto basarsi su elementi presenti nella Tradizione. Nel sostenere questa «assoluzione» senza precedenti degli ebrei, Karol Wojtyla non è riuscito a presentare un solo elemento proveniente dalle fonti della Rivelazione. Per formulare un giudizio dogmatico estremamente serio come questo, egli ha invocato solamente due punti che non costituiscono di per sé una solida base per un'argomentazione: la nozione di «mistero» e la Dichiarazione conciliare Nostra Ætate (§ 4). La nozione di mistero è poco chiara, come indica la parola stessa, e non permette una conclusione di questa gravità. Anche il testo di Nostra Ætate è inadeguato, poiché anch'esso non poggia né sulla Sacra Scrittura né sulla Tradizione per giustificare l'«assoluzione» degli ebrei. Quindi, per tutti gli scopi pratici, citare la Dichiarazione conciliare ha il valore di una petizione di principio 116 che equivale a dire che essa è priva di valore. Dunque, Giovanni Paolo II ha scelto come premessa ciò che avrebbe dovuto essere la conclusione del suo argomento. Partendo da questa premessa difettosa, egli ha designato, come conclusione, l'affermazione sconcertante secondo cui «è inconsistente ogni pretesa giustificazione teologica di misure discriminatorie o, peggio ancora, persecutorie». Cosa intendeva dire veramente Giovanni Paolo II con questa conclusione? Quale sarebbe la giustificazione «inconsistente» di cui ha parlato? Stava per caso riferendosi ai passi della Sacra Scrittura che parlano chiaramente del crimine di deicidio come commesso da tutto il popolo, giustificando in tal modo coloro che ritengono gli ebrei colpevoli? In questo caso, stiamo assistendo allarevoca della Sacra Scrittura? Può un Pontefice legittimo contraddire la Rivelazione? Inoltre, perché mai bisognerebbe considerare tutto ciò che Papi, Concilî, Padri, Dottori e Santi hanno insegnato per tanti secoli sulla colpa dell'intero popolo ebraico per il crimine di deicidio come un'«inconsistente giustificazione teologica»? Tale asserzione sarebbe una revoca dell'insegnamento secolare della Chiesa? Di nuovo mi chiedo: può un vero Papa fare queste cose? Visto il bizzarro metodo «probativo» usato da Giovanni Paolo II, un'analisi seria delle sue asserzioni condurrebbe a concludere che il suo atto è stato solo un abuso di autorità privo di fondamenta teologiche. Esso dovrebbe essere accettato semplicemente come un atto dispotico di chi giustifica la sua posizione dicendo: «Dovete accettarlo perché io sono il più forte, "quia nominor leo"»... 117. Se questa ipotesi fosse esatta, tale atto sarebbe da considerarsi un'imposizione tirannica del dialogo interreligioso con gli ebrei animata da un parossismo che annulla le vera fondamenta della fede cattolica. Per quanto possa sembrare strano, questo dialogo interreligioso è stato presentato come un'espressione della sovrabbondante misericordia della Chiesa. Questa curiosa misericordia verso gli ebrei avrebbe condotto la Chiesa conciliare ad anatemizzare l'intero passato della Chiesa cattolica. Quindi, il cammino del dialogo va dal dialogo all'anatema... 118. Che curioso paradosso!

marvin hier - giovanni paolo II
Il 1º dicembre 2003, il rabbino Marvin Hier ha donato a Giovanni Paolo II una menoràh per
ringraziarlo del suo appoggio alla religione ebraica (cfr. America, del 15 dicembre 2003).

l «Gli ebrei [...] non devono essere presentati come rigettati da Dio, né come maledetti»

Qui, la natura imperativa degli scopi perseguiti da Giovanni Paolo II appare in maniera inequivocabile. Non licet... non è lecito... Questa proibizione ingiustificata è la conseguenza dell'anatema illogico e dispotico che abbiamo appena visto. Sarebbe stato molto utile che Karol Wojtyla avesse spiegato ai cattolici come la sua asserzione possa armonizzarsi con queste parole di San Paolo a riguardo degli ebrei: «Mentre Israele, che ricercava una legge che gli desse la giustizia, non è giunto alla pratica della legge. E perché mai? Perché non la ricercava dalla fede, ma come se derivasse dalle opere. Hanno urtato così contro la pietra d'inciampo, come sta scritto: "Ecco che io pongo in Sion una pietra di scandalo"» (Rm9, 31-33). In contraddizione con l'anatema di Giovanni Paolo II, San Paolo spiega perché Israele è stato rigettato:

«Israele non ha ottenuto quello che cercava; lo hanno ottenuto invece gli eletti; gli altri sono stati induriti, come sta scritto: "Dio ha dato loro uno spirito di torpore, occhi per non vedere e orecchi per non sentire", fino al giorno d'oggi. E Davide dice: "Diventi la loro mensa un laccio, un tranello e un inciampo e serva loro di giusto castigo! Siano oscurati i loro occhi sì da non vedere, e fa' loro curvare la schiena per sempre"»! (Rm 11, 7-10).

San Paolo è altrettanto chiaro quando parla di quegli ebrei che hanno lasciato la Chiesa dopo essersi convertiti:

«Infatti, se pecchiamo volontariamente dopo aver ricevuto la conoscenza della verità, non rimane più alcun sacrificio per i peccati, ma soltanto una terribile attesa del giudizio e la vampa di un fuoco che dovrà divorare i ribelli. Quando qualcuno ha violato la legge di Mosè, viene messo a morte senza pietà sulla parola di due o tre testimoni. Di quanto maggior castigo allora pensate che sarà ritenuto degno chi avrà calpestato il Figlio di Dio e ritenuto profano quel sangue dell'alleanza dal quale è stato un giorno santificato e avrà disprezzato lo Spirito della grazia? Conosciamo infatti colui che ha detto: "A me la vendetta! Io darò la retribuzione"! E ancora: "Il Signore giudicherà il suo popolo". È terribile cadere nelle mani del Dio vivente»! (Eb 10, 26-31).

Il seguente estratto seguente dalla Lettera agli Ebrei si oppone anche il desiderio di esentare gli israeliti dalla maledizione di Dio:

«Quelli infatti che sono stati una volta illuminati, che hanno gustato il dono celeste, sono diventati partecipi dello Spirito Santo e hanno gustato la buona parola di Dio e le meraviglie del mondo futuro. Tuttavia se sono caduti, è impossibile rinnovarli una seconda volta portandoli alla conversione, dal momento che per loro conto crocifiggono di nuovo il Figlio di Dio e lo espongono all'infamia. Infatti una terra imbevuta della pioggia che spesso cade su di essa, se produce erbe utili a quanti la coltivano, riceve benedizione da Dio; ma se produce pruni e spine, non ha alcun valore ed è vicina alla maledizionesarà infine arsa dal fuoco»! (Eb 6, 4-8).

bruno hussar
Sopra: Padre Bruno Hussar (1911-1996), un domenicano di origini ebraiche che nel 1972 fondò Nevè Shalom,
(«oasi di pace»), una sorta di chiesa cattolico-ebraica che pretende di unificare le due religioni.
Egli cercò di mettere in pratica ciò che Nostra Ætate afferma a riguardo agli ebrei.

L'anatema di Giovanni Paolo II si scontra chiaramente contro questi e contro molti altri passi della Sacra Scrittura. Karol Wojtyla chiuse il nocciolo della sua Allocuzione, che enfatizza i punti ho appena analizzato, annunciando che il suo anatema contro l'insegnamento precedente della Chiesa ha un carattere perenne: «Nell'occasione di questa visita alla vostra Sinagoga, io desidero riaffermarle e proclamarle nel loro valore perenne. È infatti questo il significato che si deve attribuire alla mia visita in mezzo a voi, ebrei di Roma» 119.

l Gli ebrei riaffermano le loro false convinzioni

Tuttavia, per quanto queste parole di Giovanni Paolo II possono lasciare sconcertata la mente di un cattolico, esse esprimono solamente parte della realtà: il desiderio di Giovanni Paolo II di abbandonare la bimillenaria della Chiesa cattolica a riguardo degli errori della religione ebraica. Un'altra sfaccettatura della realtà è stata la cerimonia - gli inni e i salmi - con cui i rabbini hanno ricevuto Karol Wojtyla, così come i discorsi dei rappresentanti ebrei. Ora, mi si permetta di analizzare questi atti simbolici.

abramo e isacco
L'alleanza di Dio con Abramo fu basata su un atto di fede.
Quindi, l'alleanza poggia completamente sulla fedeltà a quella stessa fede.
E dunque, la discendenza di Abramo è spirituale e non razziale.

l Passi della Sacra Scritturainni e salmi cantati dagli ebrei in presenza di Giovanni Paolo II 120

Poiché questa era la prima volta nella Storia che un successore di San Pietro visitava una sinagoga, le cerimonie fatte da ambo le parti sono state particolarmente simboliche. Ciò è particolarmente interessante se teniamo presente che il popolo ebraico, per carattere, è incline ad esprimere i suoi pensieri e i suoi sentimenti molto più attraverso metafore e simboli che mediante esposizioni discorsive e sistematiche. Per di più, poiché il più grande scontro tra le convinzioni religiose che il mondo abbia mai visto è la lotta tra la fede di Nostro Signore Gesù Cristo e la falsa religione ebraica, sembra indispensabile analizzare le cerimonie che hanno avuto luogo durante la visita di Giovanni Paolo II alla sinagoga di Roma per comprendere quali siano le vere intenzioni ebraiche nei confronti della santa Madre Chiesa 121. Dopo che il Karol Wojtyla è stato fatto sedere nel luogo più elevato della sinagoga, sullo stesso piano del rabbino-capo Elio Toaff, un altro rabbino ha iniziato a recitare a memoria un passo tratto dal Libro della Genesi (G15, 1-7) che allude alla promessa fatta da Dio ad Abramo:

«Dopo tali fatti, questa parola del Signore fu rivolta ad Abramo in visione: "Non temere, Abramo. Io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande". Rispose Abramo: "Mio Signore Dio, che mi darai? Io me ne vado senza figli e l'erede della mia casa è Eliezer di Damasco". Soggiunse Abramo: "Ecco a me non hai dato discendenza e un mio domestico sarà mio erede". Ed ecco gli fu rivolta questa parola dal Signore: "Non costui sarà il tuo erede, ma uno nato da te sarà il tuo erede". Poi lo condusse fuori e gli disse: "Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle", e soggiunse: "Tale sarà la tua discendenza". Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia. E gli disse: "Io sono il Signore che ti ho fatto uscire da Ur dei caldei per darti in possesso questo paese"» 122.
 ss.ma trinità
Questo estratto manifesta chiaramente che gli ebrei attuali si considerano eredi alla promessa fatta ad Abramo. Tuttavia, come San Paolo insegna in tanti passi ispirati dallo Spirito Santo 123, la promessa fatta al Patriarca fu adempiuta in Nostro Signore Gesù Cristo. Il suo discendente spirituale è Cristo e la santa Chiesa, e l'eredità dell'eletto poggia sulla grazia. Ciononostante, leggendo il testo estratto dalla Genesi, gli ebrei sembrano insistere sul fatto che la promessa sia carnale e non spirituale, e non sia basata sulla grazia soprannaturale. Subito dopo, il rabbino Rocca ha iniziato a leggere il testo di Michea (Mic 4, 1-5) che finisce con un passo che gli ebrei applicano a sé stessi:«Tutti gli altri popoli camminino pure ognuno nel nome del suo dio, noi cammineremo nel nome del Signore Dio nostro, in eterno, sempre». Recitare a memoria questo estratto alla presenza di Giovanni Paolo II, il capo visibile della Chiesa cattolica, è insinuare fortemente che i cattolici - un «popolo» diverso dagli ebrei – non adorano, come invece fanno gli ebrei, il vero Dio. Ancora una volta, l'intenzione sembra essere quella di insultare Gesù Cristo e il dogma della SS.ma Trinità – le cui Persone per gli ebrei sono falsi dèi, e riaffermare i loro antichi errori. Cos'ha fatto Giovanni Paolo II dopo questo insulto e i discorsi che saranno analizzati a seguire? Egli ha recitato a memoria il Salmo 133 (132 nella Vulgata) esaltando la gioia dei fratelli che vivono insieme in unità. Rispondendo a questa gioia ingiustificata di Giovanni Paolo II, il rabbino-capo ha letto il Salmo 124 (123 nella Vulgata), il quale rivela il risentimento ebraico: i cattolici sono visti implicitamente come nemici di Dio, bestiali persecutori degli israeliti che sono il vero fedele protetto da Dio. Ecco il testo letto:

«Se il Signore non fosse stato con noi, - lo dica Israele - se il Signore non fosse stato con noi, quando uomini ci assalirono, ci avrebbero inghiottiti vivi, nel furore della loro ira. Le acque ci avrebbero travolti; un torrente ci avrebbe sommersi, ci avrebbero travolti acque impetuose. Sia benedetto il Signore, che non ci ha lasciati in preda ai loro denti. Noi siamo stati liberati come un uccello dal laccio dei cacciatori: il laccio si è spezzato e noi siamo scampati. Il nostro aiuto è nel nome del Signore che ha fatto cielo e terra».

paolo VI - razionale del giudizio
Paolo VI indossa il simbolo del sommo sacerdote israelita, il razionale del giudizio,
il piccolo ciondolo quadrato appeso alla sua stola. Esso contiene dodici pietre preziose
che rappresentano le dodici tribù d'Israele (foto estratta da 30 Giorni, maggio 1994).

Tali allusioni degli ebrei alle presunte persecuzioni cattoliche, oltre ad insultare sono infondate, come è stato dimostrato più sopra. Dopo aver terminato con questa violenta allusione metaforica con il Salmo 124, che biasima implicitamente i cattolici per le persecuzioni sofferte, tutti gli ebrei presenti - circa 1.500 persone - si sono alzate in piedi per cantare l'inno Ani Ma'amin («Io credo») 124, il loro equivalente di una professione di fede. Con questo inno, l'offesa all'onore della santa Chiesa è giunto al suo apice. La vera fede in Gesù Cristo è stataebreo hassisicoimplicitamente negata da un successore di San Pietro, presente nella sinagoga per assistere ad una professione della falsa fede di coloro che sono eredi del deicidio e che macchinano implacabilmente per distruggere la santa Madre Chiesa. Dopo avere salmodiato l'Ani Ma'amin - che si dice che gli ebrei abbiano cantato mentre venivano condotti nei campi di sterminio nazisti 125 - i presenti hanno osservato un minuto di silenzio per le vittime di Auschwitz. Il tempismo di questo atto getta un'ombra sfavorevole sulle presunte persecuzioni attuate dai cattolici. Effettivamente, sembrerebbe che gli organizzatori della cerimonia abbiano tentato di accusare la santa Chiesa Santa per i massacri nazisti, o almeno che abbiano voluto assimilare le persecuzioni del neo-pagano nazionalsocialismo ai presunti massacri perpetrati dai cattolici. Dietro questa cerimonia si nota ancora una volta il desiderio di offendere la Chiesa. Poi è seguito il canto del Salmo 16 (15 nella Vulgata), che dice: «Moltiplicano le loro pene quelli che corrono dietro a un dio straniero. Io non spanderò le loro libagioni di sangue, né pronuncerò con le mie labbra i loro nomi» (Sl 16, 4). Giacché gli ebrei negano la divinità di Nostro Signore Gesù Cristo e la SS.ma Trinità, tali affermazioni dei rabbini ebrei erano certamente indirizzate ai cattolici, «quelli che corrono dietro a un dio straniero». Dopo questo affronto, tutti hanno ripetuto «né pronuncerò con le mie labbra i loro nomi». Quindi, il riconoscimento di Nostro Signore Gesù Cristo e della SS.ma Trinità, così come la possibilità di convertirsi, sono cose impossibili. Tra l'altro, gli ebrei hanno evitato con cura la più piccola menzione del nome di Nostro Signore per tutta la cerimonia. Essi hanno continuato con il salmo alludendo all'idea erronea secondo cui l'eredità degli ebrei attuali menoràhsarebbe la vera eredità di Dio: «Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita» (Sl 15, 5). Il salmo termina con un testo che applicato agli errori della Sinagoga starebbe a significare che gli ebrei seguono le vere vie di Dio che conducono alla felicità eterna. Ciò equivale indirettamente ad intonare un canto di vittoria sulla Chiesa, l'unica via per raggiungere la vita eterna: «Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena alla tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra» (Sl15, 11). Così, in questo ultimo salmo cantato durante la visita di Giovanni Paolo II alla sinagoga di Roma, è possibile vedere la chiara intenzione di offendere i cattolici, «quelli che corrono dietro a un dio straniero», e la riaffermazione degli antichi errori ebraici. Dopo aver cantato il Salmo 16 (15 nella Vulgata), Giovanni Paolo II e il rabbino-capo si sono nuovamente abbracciati e se ne sono andati per continuare il loro incontro in privato. I giornali e le riviste che hanno parlato dell'evento non hanno riportato ciò che è successo in occasione di questa visita. Durante la cerimonia, Giovanni Paolo II ha ricevuto una copia della Toràh, il libro sacro degli ebrei, e una Menoràh, il candelabro a sette braccia. Secondo il libretto distribuito nella sinagoga, la cerimonia è finita con il canto del testo di una breve professione di «fede» ebraica. Penso che si tratti una formula semplificata di una professione di «fede» più lunga, il summenzionato Ani Ma'amin che era già stato cantato. Ecco le parole di questo cantico, riportate nel libretto ebraico, salmodiate dal coro israelitico mentre Giovanni Paolo II stava lasciando la sinagoga: «Credo con fede perfetta nella venuta del MessiaE anche se ci dovesse mettere molto tempolo aspetterò ogni giorno finché verrà»! L'insulto a Nostro Signore Gesù Cristo è sfacciato. Cantando questo inno alla fine della cerimonia, gli ebrei hanno negato categoricamente che Gesù Cristo è Dio e il Messia atteso, e hanno riaffermato gli antichi errori della loro religione. Se essi hanno il coraggio di offendere apertamente il Verbo incarnato, figuriamoci che idea possano avere del Papa, il Vicario di Cristo. Dopo avere lasciato la sinagoga, Giovanni Paolo II ha abbracciato il rabbino-capo per la terza volta. In breve, le conseguenze di questi salmi e inni cantati o recitati nella sinagoga alla presenza dI Giovanni Paolo II sono state:
  • La riaffermazione implicita, da parte degli ebrei, dei loro errori dottrinali, vale a dire la negazione della divinità di Gesù Cristo e della SS.ma Trinità;
  • La riaffermazione simbolica che essi sono gli unici veri seguaci di Dio;
  • L'affermazione effettiva di numerosi - anche se sottilmente velati - insulti furbescamente dissimulati contro la santa Chiesa e contro i cattolici: quei cattolici che seguono falsi dèi, che hanno incoraggiato un furore torrenziale contro gli ebrei, bestie i cui denti frantumano gli ebrei come la loro preda, complici delle persecuzioni naziste, e così via...
rapporti vaticano-israele
Sopra, a sinistra: il 30 dicembre 1993, rappresentanti del Vaticano e di Israele brindano dopo che sono stati stabiliti rapporti diplomatici ufficiali tra i due Stati. In termini pratici, ciò significa che  la Santa Sede ha riconosciuto Israele come uno Stato legittimo. Al centro: commemorando a San Paolo (Brasile) l'avvenimento, il rabbino Henry Sobel bacia il Cardinale Paulo Evaristo Arns. A destra: il primo ambasciatore del Vaticano in Israele, Mons. Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, presenta le sue credenziali diplomatiche al presidente israeliano Ezer Weizman.

E infine, come fattore aggravante dovrebbe essere notato che seguendo le consuete procedure vaticane, questa cerimonia è stata preparata e convenuta in anticipo da organi competenti della Santa Sede. Ciò significa che il Vaticano, e probabilmente anche Giovanni Paolo II, sapevano in anticipo delle offese a Cristo e alla Chiesa, e le hanno approvate.

wojtila premiato dai rabbini
Il 16 gennaio 2004, Giovanni Paolo II ha ricevuto un premio dal Gran Rabbino askenazita Yona Metzger (a sinistra) e
dal rabbino sefardita Shlomo Amar (a destra), per il suo continuo appoggio alla religione ebraica
nella sua biblioteca in Vaticano (foto estratta dal National Catholic Reporter, del 30 gennaio 2005). 
 
l I discorsi dei rabbini

Salutando in apertura Giovanni Paolo II, il rappresentante della comunità israelitica di Roma, il rabbino Giacomo Saban, ha usato un tono arrogante con velato disprezzo. Si deve sottolineare che:
  • Durante il saluto, il rabbino ha definito spregiativamente l'era cristiana «era volgare»: «Subito dopo la fine del primo millennio dell'era volgare [...] un figlio di questa comunità romana [...] scrisse l'Arukh, la prima raccolta di norme degli ebrei della Diaspora» 126.
  • Egli ha dichiarato che il Vaticano II designa la Chiesa cattolica «più vicina alla fede di Israele» anche se si è rifiutato di chiamare la fede cattolica con il suo nome, riferendosi invece ad essa come alla «fede del mondo»:«Nostra Ætate, uno dei documenti del Concilio, quello che ci riguarda più da vicino, presenta una relazione diversa tra la fede d'Israele e quella del mondo che ci circonda, non solo ripristinando ciò che ci è negato attraverso i secoli, ma anche la dignità alla quale abbiamo sempre avuto diritto» 127.
  • Egli ha posto il riconoscimento dello Stato d'Israele da parte della Santa Sede come una condizione per poter iniziare il «dialogo fraterno» proposto da Nostra Ætate«Credo di dover qui manifestare la speranza che l'esitazione a riguardo dello Stato d'Israele sia lasciata cadere. La terra d'Israele, emotivamente e spiritualmente, occupa un posto centrale nel cuore di ogni ebreo, e un cambiamento di atteggiamento in questa questione non solo farebbe piacere a coloro che sono qui presenti, ma a tutto il mondo ebraico [...]. Questo sarebbe, dunque, un ulteriore passo nel "dialogo fraterno" di cui parla Nostra Ætate [...]. Non esito a credere che questo sarà fatto» 128.
ebrei hassidici

Com'è noto, per gli ebrei lo Stato d'Israele rappresenta un'aspirazione messianica collegata alla dominazione da lungo attesa d'Israele sul mondo intero 129. Dunque, la richiesta dei rabbini per cui la Santa Sede dovrebbe riconoscere lo Stato d'Israele dev'essere vista alla luce della loro convinzione religiosa di egemonia sul mondo. In un discorso fatto dal rabbino-capo Elio Toaff poco dopo lo storico incontro, egli ha riaffermato la falsa fede ebraica e ha insultato la santa Chiesa e la fede cattolica con queste parole:
  • Egli ha definito la politica bimillenaria della Chiesa a riguardo degli errori ebraici un «inammissibile insegnamento del disprezzo»: «Ci troviamo quindi di fronte ad un vero e autentico cambiamento della politica della Chiesa, che ora guarda gli ebrei con sentimenti di stima e di rispetto, abbandonando l'insegnamento del disprezzo, sulla cui inammissibilità Jules Isaac [...] aveva richiamato l'attenzione di Papa Giovanni» 130.
  • Elio Toaff ha affermato l'incrollabile «fedeltà» degli ebrei alla loro fede erronea in tutta la Storia, il che farebbe di questo popolo l'unico sopravvissuto del mondo antico. Occorre notare che questa auto-encomio dell'ebraismo come religione, espresso immediatamente dopo la critica offensiva della condotta della santa Chiesa verso gli ebrei (appena citata), implica chiaramente che i «martiri» ebrei sono state le vittime dell'«insegnamento del disprezzo» impartito dalla Chiesa: «Nel momento storico in cui stiamo vivendo, i miei pensieri si rivolgono con ammirazione, riconoscimento e dolore al numero infinito di martiri ebrei che serenamente affrontarono la morte per la santificazione del Nome di Dio. Il loro il merito è dovuto al fatto che la nostra fede non ha mai vacillato, e che la fedeltà a Dio e alla Sua Legge non è mai venuta meno nei secoli. A causa di questo merito, gli ebrei vivono ancora, unico fra tutti i popoli dell'antichità» 131.
  • Egli ha proposto di diffondere gli errori ebraici come un modo per realizzare le aspirazioni pacifiste e interconfessionali di Giovanni Paolo II: «Noi proponiamo di disseminare l'idea israelita di un monoteismo morale e spirituale per unire gli uomini e l'Universo nell'amore» 132.
  • Egli ha fatto anche una velata menzione della dottrina ebraica e gnostica dell'Eterno Femminino«Allo stesso tempo, noi riaffermiamo la paternità universale di Dio su tutti gli uomini, deducendo la nostra inspirazione dai profeti che insegnarono che questo amore filiale unisce tutti gli esseri viventi nel petto materno dell'infinitocome nella sua naturale matrice» 133.
  • Ancora una volta egli ha insistito sul fatto che lo Stato d'Israele dev'essere riconosciuto, proclamando così il ruolo religioso, messianico ed egemonico che gli ebrei gli attribuiscono: «Il ritorno degli israeliti alla loro terra dev'essere riconosciuto dal mondo intero come un'ottima e irrevocabile vittoria, come un preludio [...] a quell'epoca di fratellanza universale cui tutti noi aspiriamo, e a quella pace redentrice la cui ferma promessa si trova nella Bibbia. Il riconoscimento di questa funzione unica d'Israele nel piano della redenzione finale promessa da Dio non può essere negata» 134.
ebrei hassidici

Quindi, i discorsi dei rabbini alla presenza di Giovanni Paolo II costituiscono una riaffermazione categorica dei loro vecchi errori, delle aspirazioni e degli insulti alla Chiesa.

ratzinger - menorah
Il 12 marzo 2000, Il Cardinale Ratzinger ha acceso le candele di un candelabro a sette braccia
per chiedere perdono a Dio per i «peccati» commessi dai figli della Chiesa, inclusa la lotta cattolica contro
gli errori religiosi ebraici (foto estratta da Inside the Vatican, gennaio 2001).
 
l Conclusione di questa analisi

La conclusione all'analisi di questa visita è, a mio modo di vedere, chiara e dolorosa. Giovanni Paolo II si è recato alla sinagoga di Roma per questi scopi:
  • Per tentare di annullare le fondamenta presenti nella Rivelazione per il crimine di deicidio;
  • Per condannare la saggia condotta bimillenaria di santa Madre Chiesa in relazione agli ebrei;
  • Per lodare la loro fede erronea e anatemizzare chiunque osi criticare o biasimare i seguaci di Caifa da un punto di vista religioso.
Per contro, i rabbini, esplicitamente nei loro discorsi e simbolicamente nella loro recita di salmi e passi estratti dalla Bibbia, hanno inflitto un'arrogante sanzione:
  • Essi hanno insistentemente riaffermato la loro fede erronea;
  • Hanno condannato l'atteggiamento storico della Chiesa;
  • Hanno insultato l'onore della Chiesa e dei cattolici;
  • Hanno proclamato la necessità di un'egemonia ebraica sul mondo intero;
  • Hanno chiesto che la Santa Sede riconosca il loro Stato, al quale essi attribuiscono un destino messianico.
Questo è ciò che è stato portato a termine durante la visita di Giovanni Paolo II alla sinagoga di Roma. «Qui habet aurem, audiat» («Chi ha orecchi, ascolti »; Ap 2, 7).

jesus christ visits sarah silverman
Nel video del 2014 Jesus Christ Visits Sarah Silverman («Gesù Cristo va a trovare Sarah Silverman»), la comica ebrea, già resasi famosa per il suo spettacolo blasfemo Jesus Is Magic («Gesù è magico»; 2005), gioca con la barba di Gesù Cristo e mangia con Lui il popcorn mentre guardano insieme la TV. Queste scene irriverenti sono seguite da un monologo in cui la Silverman rivendica l'estensione al diritto di abortire e alla contraccezione.

ç prima parte


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NOTE

97 Cfr. EpifanioHær., 51.
98 Ibid., 55, 57, 62.
99 Ibid., 65-69.
100 Cfr. AtanasioEp. ad Solit. Theodor., 1. lib. II, Haer. Fabul. in Paul Sam.
101 Cfr. J. B. BossuetOeuvres ComplètesExplication de l'Apocalypse, Berche & Tralin, Parigi 1885, vol. I, pagg. 298-300.
102 Bernard Lazare (1865-1903), scrittore e giornalista, nacque a Nimes e morì a Parigi. In collaborazione con il cugino, egli pubblicò il poema La fiancée de Corinthe, e più tardi, con altri autori, scrisse Entrétiens politiques et littéraires. Di forti tendenze anarchiche e favorevole alla lotta di classe, egli scrisse per il Mercure de France, per il Journal, per il Figaro e per altre pubblicazioni. Nel 1894, Lazare pubblicò L'Antisémitisme, son histoire et ses causes («L'antisemitismo, la sua storia e le sue cause»); in esso egli descrive il ruolo ebraico nel favorire l'antisemitismo. Con lo scoppio dell'affare «Dreyfus», nel 1894, egli scrisse in favore del famoso capitano (Enciclopedia Universal Ilustrada, Espasa-Calpe). Egli divenne uno dei personaggi principali di questa vicenda che causò tanto scoraggiamento nell'Esercito e nei circoli monarchici francesi. Come segno di gratitudine, il governo repubblicano eresse una statua in suo onore (cfr. Mons. H. DelassusLa conjuration antichrétienne, vol. II, pag. 684).
103 Cfr. B. Lazareop. cit.; in Mons. H. Delassusop. cit., vol. II, pagg. 684-685.
104 Cfr. Mons. H. Delassusop. cit., vol. II, pag. 685.
105 Ibid., pag. 686.
106 Ibid.
107 Ibid.
108 Ibid., pagg. 686-687.
109 Cfr. B. LazareAntisemitism, its History and Causes, The International Library Publishing Co., New York 1903, pag. 112.
110 Cfr. Procès-verbal des séances de l'assemblée des députés francais professant la religion juive, pag. 169; cit. in Mons. H. Delassusop. cit., vol. III, pagg. 1164-1167.
111 Cfr. Mons. H. Delassusop. cit., vol. III, pagg. 1167-1168.
112 Cfr. P. G. De Rosa s.j.«Ebrei e cristiani "fratelli" nel "fratello" Gesù», in La Civiltà Cattolica, del 3 maggio 1986, pag. 262.
113 Cfr. L'Osservatore Romano, del 14-15 aprile 1986, pag. 4.
114 Dichiarazione Nostra Ætate, del 28 ottobre 1965, § 4.
115 Cfr. Giovanni Paolo II«Allocuzione alla sinagoga di Roma», in L'Osservatore Romano,  del 14-15 aprile 1986, pag. 4.
116 Petizione di principio, o argomento tautologico, è una proposizione che pretende di essere una spiegazione o prova di qualcosa, che in realtà ripete solamente in termini identici o equivalenti ciò che si vuole provare. La Dichiarazione conciliare Nostra Ætate ha assolto gli ebrei dal crimine di deicidio unicamente perché si voleva assolverli da tale crimine.
117 «Perché io sono il leone» è un riferimento ad una favola di Esopo nella quale il leone obbliga gli altri animali a rispettarlo per la sola ragione che è il più forte. In altre parole, «questo è così perché io lo voglio e ho il potere per imporre la mia volontà».
118 Il libro di Roger Garaudy (1913-2012) De l'anathème au dialogue (1965) è considerato una pietra miliare nel dialogo tra il Vaticano e il comunismo. In questa opera Garaudy, uno scrittore marxista francese, lodò la politica del Vaticano che ha rimosso le condanne per aprirsi al mondo moderno (così come ai comunisti). Qui invece possiamo vedere l'altro lato della moneta della politica conciliare che mostra il suo volto severo.
119 Cfr. Giovanni Paolo II«Allocuzione alla sinagoga di Roma», in L'Osservatore Romano,  del 14-15 aprile 1986, pag. 4.
120 Analizzerò in questa sede solamente cinque dei sette rituali ebraci compiuti durante la visita di Giovanni Paolo II alla sinagoga di Roma. Sono esclusi il Salmo 118 (117 nel Vulgata) e 150 (150 nel Vulgata), i cui testi sono anodini. Poiché non sono riuscito a trovare un chiaro resoconto dei salmi che sono stati cantati nelle fonti cattoliche che ho letto - L'Osservatore Romano (14-15 aprile , 1986, pag. 5), La Civiltà Cattolica (nº 3261, pag. 273), e la Documentation Catholique (nº 1917, pag. 433) - mi sono messo in contatto con la Sinagoga di Roma che mi ha inviato una copia del libretto bi-lingue usato dagli ebrei durante la cerimonia. Quindi, le citazioni provengono da questo libretto.
121 Criterio d'analisi: non intendo qui prendere in maniera univoca il significato simbolico delle cerimonie officiate dagli ebrei in occasione della visita di Giovanni Paolo II alla sinagoga di Roma come una manifestazione dottrinale. Come in ogni cerimonia, il canto liturgico ebraico e i salmi riflettono primariamente lo stato mentale di coloro che hanno preparato ed eseguito il programma. Per scoprire un po' il loro stato d'animo nei confronti dei cattolici rappresentati da Giovanni Paolo II un pizzico di buon senso dovrebbe bastare. Con ciò, è possibile misurare gli affronti successivi che gli ebrei hanno fatto ai cattolici, così come la riaffermazione dei loro errori. Perciò, l'analisi che qui facciamo del significato dottrinale celato dietro il simbolismo della cerimonia non vuole andare oltre il criterio del senso comune. Possibilità di conversione: qualcuno potrebbe obiettare che non posso escludere la possibilità che Giovanni Paolo II abbia escogitato sagace manovra per convertire gli ebrei che erano presenti nella sinagoga di Roma. La risposta è semplice. Poiché il fine non giustifica i mezzi, non è possibile per un cattolico, soprattutto un successore di San Pietro, dare l'impressione di abbandonare la fede per realizzare una ipotetica conversione degli israeliti. Inoltre, Giovanni Paolo II non ha minimamente menzionato il fatto che gli ebrei dovrebbero abbandonare le loro false credenze, né gli ebrei hanno mostrarono la minima intenzione di convertirsi. E dunque questa obiezione è priva di ogni fondamento.
122 Cfr. In occassione della visita del Pontefice Giovanni Paolo II, Communità Israelitica di Roma, Tempio Maggiore, 1986, pag. 2.
123 Vedi Eb 3, 6, 7 8, 9 11; Rm 2, 25-29; 3, 27-30, e specialmente questo passo: «Non infatti in virtù della legge fu data ad Abramo o alla sua discendenza la promessa di diventare erede del mondo, ma in virtù della giustizia che viene dalla fede; poiché se diventassero eredi coloro che provengono dalla legge, sarebbe resa vana la fede e nulla la promessa» (Rm 4:13-14); Inoltre, in un altro passo San Paolo dice: «Tuttavia la parola di Dio non è venuta meno. Infatti non tutti i discendenti di Israele sono Israele, né per il fatto di essere discendenza di Abramo sono tutti suoi figli. No, ma: in Isacco ti sarà data una discendenza, cioè: non sono considerati figli di Dio i figli della carne, ma come discendenza sono considerati solo i figli della promessa» (Rm 9, 6-8). Molti altri passi che afferma lo stesso concetto potrebbero essere citati.
124 Cfr. C. De Lucia«Cari amici e fratelli ebrei e cristiani...», in L'Osservatore Romano, del 14-15 aprile 1986, pag. 5.
125 Ibid.
126 Ibid.
127 Ibid.
128 Ibid.
129 Cfr. Mons. H. Delassusop. cit., vol. III, «Sionnisme», pagg. 1233-1248.
130 Cfr. L'Osservatore Romano, del 14-15 aprile 1986, pag. 5.
131 Ibid.
132 Ibid.
133 Ibid.
134 Ibid.

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