ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 20 marzo 2015

Lui lo è

Il Cristo giudice

“È cosa terribile cadere nelle mani del Dio vivente” (Eb 10,31)
(di Paolo Pasqualucci)
  1. Una verità di fede lasciata cadere nell’oblío
La pastorale odierna della Chiesa cattolica mai rammenta ai fedeli che Nostro Signore Gesù Cristo – seconda persona della Santissima Trinità, consustanziale al Padre, a Lui l’onore e la gloria nei secoli dei secoli – è il giusto giudice che deciderà infallibilmente del destino eterno dell’anima di ciascuno, immediatamente dopo la sua morte, mandandolo per sempre in Paradiso o all’Inferno.

Questa verità fondamentale della nostra fede sembra completamente dimenticata allo stesso modo del princìpio secondo il quale ogni giorno dobbiamo fare in tutto la volontà di Dio, per rendergli gloria e perché il Suo giudizio, al quale dovremo “render conto”, scruta senza posa le nostre intenzioni ed azioni (Eb 4, 13).
A partire dalla roncalliana Allocuzione di apertura del Concilio Vaticano II, l’11 ottobre 1962, la pastorale della Chiesa è stata inquinata da una nuova tendenza, implicante un’inconcepibile divaricazione tra “misericordia” e “dottrina”. Infatti, fu Giovanni XXIII a propugnare l’idea straordinaria secondo la quale la Chiesa non doveva più condannare gli errori, dato che gli uomini contemporanei già mostravano, disse, di “essere propensi a condannarli”. Pertanto, la Chiesa preferiva ora “usare la medicina della misericordia piuttosto che della severità. Essa ritiene di venire incontro ai bisogni di oggi mostrando la validità della sua dottrina, piuttosto che rinnovando condanne” (AAS 54 (1962) p. 792). Forse in passato la Chiesa non aveva mai cercato di dimostrare la “validità della sua dottrina”, indipendentemente dalle condanne? Basta leggere una qualsiasi Epistola degli Apostoli… L’assunto di Roncalli è contraddittorio. La condanna ufficiale dell’errore è intrinsecamente opera di misericordia perché mette in guardia l’errante e contestualmente i fedeli, fornendo loro lo strumento necessario a difendersi (R. Amerio). Cessando di condannare gli errori che attentavano numerosi alla salvezza delle anime, dentro e fuori la Chiesa, la Gerarchia veniva meno al suo dovere e di fatto apriva le porte dell’Ovile ai lupi. I quali, come possiamo ben vedere cinquantatre anni dopo, lo hanno devastato a piacimento.
Proseguendo su questa china, si è giunti oggi a proclamare, nella prassi di un’ ufficiosa e anomala “pastorale liquida”, mirante comunque a far emergere ed imporre ulteriori “novità” sulla scia di quelle introdotte dal Concilio, che la misericordia di Cristo “va oltre la giustizia soprattutto perché essa vuole “facilitare” la fede delle persone senza comportarsi come una “dogana”. Facilitarla, la fede, al fine di “integrare” nella Chiesa coloro che si trovano nelle “periferie esistenziali”. Linguaggio oscuro ed ambiguo, su questo come su altri punti, quello della terminologia peculiare all’attuale Pontefice, Jorge Mario Bergoglio . Nelle sue ripetute esternazioni a braccio, egli nomina a volte anche la “conversione” dei peccatori ma solo di sfuggita, ragion per cui non si comprende se tale “integrazione” debba aver luogo unicamente mediante pentimento e radicale cambiamento di vita, autentica conversione oppure no. Raramente ci imbattiamo in un richiamo esplicito e chiaro al messaggio evangelico sul punto. Infatti, Nostro Signore ha detto in modo nitidissimo che bisogna “pentirsi”e “fare penitenza” se non si vuole andare all’Inferno; che bisogna affidarsi alla fede in Lui che, sola, ci conferisce le Grazie necessarie per accedere alla vita eterna attraverso la “porta stretta” dell’individuale santificazione quotidiana (Mt 4, 17; 7, 13-14; Lc 13, 2-5). La sua Parola non si propone né di “facilitare” né di “integrare” : invita ad imitarlo, a prendere la Croce come ha fatto Lui (Lc 14, 27), obbediente al Padre sino alla “testimonianza del sangue”(Eb 12, 2-4). È solo la sua Grazia, che ci apre le porte della vita eterna e ci rischiara l’intelligenza, a renderci “dolce” e “leggero” il giogo della Croce (Mt 11, 28-30). L’auspicata “facilitazione” evoca invece l’idea della strada larga e comoda, quella che conduce alla perdizione (“Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa”, Mt 7, 13-14 – La Sacra Bibbia, annotata da G. Ricciotti).
La principale causa delle attuali tenebre spirituali è da vedersi nella desistenza della Suprema Autorità dai propri doveri di Vicario di Cristo in terra, in primis da quello di “confermare nella fede i fratelli” (Lc 22,32). Pullulano così errori di ogni tipo mentre le verità fondamentali della nostra fede vengono taciute o deformate. Quant’era nel vero Papa Felice III, morto nell’AD 492: “L’errore che voi non contrastate, voi l’approvate; la verità che voi non difendete, voi l’uccidete”. E difatti, chi crede più al peccato originale, il cui dogma non viene mai menzionato da tanti anni, unitamente alle verità di fede dei Novissimi e a tante altre? Ma come credere ancora al peccato originale e all’Inferno se si è diffusa l’idea assurda che l’Incarnazione avrebbe già salvato tutti perché, afferma (erroneamente) la costituzione conciliare Gaudium et Spes 22.2., con essa Nostro Signore si è “unito in certo modo ad ogni uomo”? Un uomo in tal modo “divinizzato”, come può andare all’Inferno? E come si fa ad avere ancora fede nella realtà dell’Inferno allorché si lascia credere che alla morte tutti andranno “alla Casa del Padre”, tant’è vero che lo stesso Pontefice regnante ha detto, in una delle continue interviste, celiando sulla durata del suo pontificato: “…due o tre anni e poi via, alla Casa del Padre”? Si va forse alla Casa del Padre, se si è ritenuti degni di entrarvi, senza passare per il Giudizio?   Riproponiamo invece l’esempio di grandi santi, come il cappuccino san Leopoldo da Padova, morto nell’AD 1942, il quale ripeteva sempre ai suoi figli spirituali di temere più ancora della morte il Giudizio subito dopo la morte, faccia a faccia con Nostro Signore in tutta la suprema sua Maestà di divino ed infallibile Giudice.
Non c’è più timor di Dio in larga parte del clero e dei fedeli. A causa dell’idea di falsa misericordia dominante, l’Errore, non più condannato da chi di dovere, ha corrotto la fede di una parte consistente della Gerarchia al punto da spingerla a pretendere (nel silenzio assordante della Prima Sedes) che si cambi la dottrina della Chiesa sul matrimonio, concedendo la Comunione ai divorziati risposati, e offrendo forme di “riconoscimento” o “apertura” alle coppie di fatto, ivi comprese quelle omosessuali! Ma si rendono conto i vari Kasper, Marx, Forte e compagnia di aver fatto in questo modo e di continuare a fare una vera e propria apologia del peccato? C’è da chiedersi se costoro non abbiano completamente “smarrito il ben dell’intelletto”!
Occorre quindi innanzitutto riproporre l’autentica dottrina della Chiesa sulle verità di fede, sbarazzando il campo, tanto per cominciare, dall’immagine di Cristo falsa e caramellosa che viene proposta oggi, quasi il Cristianesimo fosse una religione del “cuore”, del “sentimento”, della “simpatia umana”, dell’ “apertura”, del “lasciarsi sorprendere dall’Altro” o “da Dio”, qualsiasi cosa ciò significhi; insomma religione di una cosiddetta “solidarietà” a sfondo “umanitario”, che di tutto vuol far esperimento, di tutto accoglie e tutto inghiotte, dai moscerini ai più grossi cammelli, tutti assolvendo senza curarsi dei dettami della divina giustizia. Bisogna ribadire, al contrario, che il Cristo misericordioso perdona e accoglie solamente chi “lo ama” e quindi ascolta la sua parola, si pente e cambia vita. Egli è il medesimo Signore che giudicherà ognuno di noi nell’ultimo giorno e ancor prima e da sempre giudica l’anima di ciascuno subito dopo la sua morte, nell’esercizio dei suoi poteri sacerdotali, che contemplano anche l’amministrazione della giustizia (poiché Egli è “sacerdote in eterno” Eb 7-10), e dei suoi poteri regali, di Re dei Re e Signore dell’intero cosmo, che ancor più la contemplano (Ap 14, 14 ss; 19, 11 ss; 20, 11 ss).   La misericordia di Cristo è inscindibile dalla sua giustizia e non può contraddirvi, così come la pastorale della Chiesa non può mai contraddire la dottrina insegnata da Lui e dagli Apostoli, il Deposito della Fede mantenuto nei secoli dal Magistero.


  1. Alla fine dei tempi ci attende il Giudizio Universale
Nostro Signore ha annunciato chiaramente che Egli sarà il nostro giudice alla fine dei tempi, quanto ritornerà sulla terra e vi sarà il Giudizio Universale.
“E come ai tempi di Noè, così sarà alla venuta del Figlio dell’uomo. Come appunto nei giorni che precedettero il diluvio si mangiava, si beveva, si prendeva moglie e si andava a marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca e la gente non s’accòrse di nulla finché venne il diluvio che portò via tutti quanti; così avverrà anche alla venuta del Figlio dell’uomo. Allora due saranno nel campo; l’uno sarà preso e l’altro lasciato; due donne faranno andare la mola; l’una sarà presa e l’altra lasciata. Vegliate, dunque, perché non sapete in qual momento il vostro Signore verrà. Ma considerate questo, che se il padre di famiglia sapesse in quale ora il ladro ha da venire, veglierebbe. Per questo anche voi state all’erta, perché il Figlio dell’uomo verrà nell’ora che men ve l’aspettate” (Mt 24, 36-44).
Il Signore che verrà a giudicarci è “il Figlio dell’uomo”, è quindi Gesù risorto e asceso al Cielo, in persona. Il “Figlio dell’uomo” è il “vostro” cioè il nostro “Signore”.   Ma contro chi e cosa dobbiamo “vegliare”? Non certo per prevenire la nostra morte naturale improvvisa o un evento sovrannaturale, che sarà del pari improvviso, quale la Parusìa di Nostro Signore (cioè la sua Presenza nel senso di AvventoRitorno finale di Cristo come Re dell’universo e Giudice del genere umano – Dizionario Biblico, diretto da F. Spadafora). Dobbiamo “vegliare” e “vigilare” contro noi stessi, per non cadere in tentazione ad opera del demonio e non esser trovati in peccato mortale, nel giorno del Giudizio (e in quello della nostra morte, che è per noi come il giorno del Giudizio). Poiché chi sarà trovato in peccato mortale in quel giorno, conseguirà l’eterna dannazione.

     2.1 Il giusto Giudice separerà in eterno gli Eletti dai Reprobi
Questa verità risulta inequivocabilmente anche dall’insegnamento in parabole. Cosa succederà al servo infedele, il quale, visto che il padrone tardava, aveva cominciato a maltrattare i sottoposti e a darsi alla bella vita con i beni del padrone stesso? “Verrà il padrone di quel servo nel giorno che non se l’aspetta e nell’ora che non sa, e lo farà squartare e gli assegnerà la sorte degli ipocriti; ivi sarà pianto e stridor di denti” (Mt 25, 45-50). Verrà il Padrone e condannerà a morte il servo ipocrita, infedele e traditore, infliggendogli la pena comminata all’epoca ai traditori, lo squartamento. E quel servo se ne andrà là “ove è pianto e stridor di denti”, ossia all’Inferno. L’arrivo improvviso del Padrone impedirà al servo infame di pentirsi : ci sarà solo il tempo per pronunciare la sentenza, immediatamente esecutiva. L’arrivo improvviso del Padrone simboleggia la nostra morte, dopo la quale non possiamo più riparare ai nostri peccati; la terribile punizione che egli infligge, la dannazione eterna nei tormenti.
E nemmeno alle vergini stolte dell’omonima parabola sarà più dato il tempo per pentirsi. Una volta rimaste fuori della sala delle nozze a causa della loro stoltezza, cioè per colpa della loro vita peccaminosa ed impenitente, ad esse sarà detto, quando batteranno alla “porta della sala” in preda alla disperazione finale : “In verità vi dico : non vi conosco” (Mt 25, 12).
Concetto ripetuto in forma simile da Nostro Signore, secondo la testimonianza raccolta da S. Luca, a chi gli chiedeva del numero degli Eletti. Egli non specificò se sarebbero stati molti o pochi in rapporto al numero complessivo degli uomini vissuti sulla terra. Ma affermò con chiarezza che una parte consistente del genere umano (“molti”) sarebbe andata in perdizione, perché la salvezza richiedeva l’entrare per “la porta stretta”, quella della santificazione individuale quotidiana, della lotta contro se stessi, dell’esercizio continuo delle virtù cristiane, con l’aiuto indispensabile della Grazia. “Sforzatevi d’entrare per la porta stretta, perché, vi dico, molti cercheranno d’entrare e non vi riusciranno. Quando il padron di casa sarà entrato e avrà chiusa la porta, e voi, stando di fuori, comincerete a picchiare alla porta, dicendo : – Signore aprici – ; egli vi risponderà : – Io non so donde voi siate. Allora comincerete a dire : – Noi abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza, e tu hai insegnato nelle nostre piazze. Ed egli vi replicherà : – Io vi dico che non so donde voi siate; via da me voi tutti, operatori d’iniquità. Qui sarà pianto e stridor di denti, quando vedrete Abramo, Isacco, Giacobbe e tutti i profeti, mentre voi siete cacciati fuori” (Lc 13, 24-28).
La sentenza del giusto giudice il quale, il giorno del Giudizio, affermerà di non conoscerci o di non sapere da dove veniamo, equivale alla formula di condanna finale e definitiva nei confronti di coloro che vengono dannati : “Via da me maledetti, nel fuoco eterno, che è preparato per il diavolo e per i suoi angeli” (Mt 25, 41).  

2.2 Chi muore nei propri peccati va alla dannazione eterna
Ma il giusto Giudizio del Signore lo vediamo applicarsi anche in episodi della vita di tutti i giorni. Alcuni gli riferirono di una repressione sanguinosa attuata da Pilato contro dei Galilei ribelli. E come rispose Egli?
“Pensate voi che quei Galilei fossero peccatori più di tutti gli altri Galilei, perché hanno sofferto a quel modo? No, vi dico; ma se non farete penitenza, perirete tutti allo stesso modo. Oppure credete voi che quei diciotto sui quali cadde la torre di Siloe e li uccise, fossero più colpevoli di tutti gli altri abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non farete penitenza, perirete tutti allo stesso modo” (Lc 13, 2-5).
Nell’opinione comune, la disgrazia abbattutasi all’improvviso sui ribelli Galilei sorpresi e sterminati dai Romani o sulle vittime della torre di Siloe, poteva interpretarsi come una punizione divina per i loro peccati, che dovevano allora ritenersi più gravi di quelli di chi non era incorso in quel tipo di morte, accidentale e improvvisa. Ma non era così, spiegava Nostro Signore. Le vittime in questione non erano maggiormente peccatrici degli altri Galilei o abitanti di Gerusalemme. E allora, perché erano “perite”? Perché non avevano fatto penitenza. Non si erano pentite dei loro peccati, non avevano mutato vita : questo significa “non aver fatto penitenza”, inteso in senso ampio, e la morte improvvisa li aveva còlti in peccato mortale. Per questo Nostro Signore usò il verbo “perire”, apóllumi nel greco del testo, che nel medio esprime l’idea del perdersi, andare in rovina, in senso forte, etico e dogmatico : in aeternam perniciem ruere (F. Zorell S.I., Lexicon graecum Novi Testamenti). La punizione per la mancata penitenza non poteva consistere nella semplice morte del corpo, nella quale incorriamo tutti ma nell’andare in perdizione delle anime di coloro che erano stati còlti all’improvviso dalla morte del loro corpo. Questo voleva sottolineare Nostro Signore. Da quelle morti, i timorati di Dio dovevano ricavare il necessario ammaestramento : morire in stato di peccato significava andare alla dannazione eterna. Bisognava pentirsi e convertirsi all’insegnamento del Verbo Incarnato, finché si era in tempo.
Ma come faceva a sapere, Nostro Signore, che le anime di quelle vittime non lo erano di peccatori peggiori degli altri ed inoltre che i disgraziati erano morti senza aver fatto penitenza; morti, quindi, nei loro peccati? Lo poteva sapere proprio perché era il Figlio di Dio e quindi grazie alla conoscenza delle anime consentitagli dalla Sua natura divina, che non aveva cessato di esser tale, dopo l’Incarnazione, mantenendo senza soluzione di continuità al Verbo fattosi uomo nell’ebreo Gesù di Nazareth tutte le Sue prerogative sovrannaturali, tra le quali quella di giudicare le anime. Lui stesso, quindi, in quanto Dio, doveva aver mandato all’Inferno le anime di quei peccatori sorpresi dalla morte improvvisa in peccato mortale!
Il principio che il morire senza aver fatto penitenza ossia nei propri peccati significhi andarsene inevitabilmente all’eterna dannazione, risulta anche dal Vangelo secondo Giovanni, là ove Nostro Signore pone severamente i Giudei di fronte alle terribili conseguenze della loro ostinata incredulità in Lui.
“ Gesù disse loro di nuovo : “Io me ne vado e voi mi cercherete, e morrete nel vostro peccato. Dove vado io, voi non potere venire” (Gv 8, 21). E poiché i Giudei cominciavano a calunniarlo, insinuando che queste parole potevano significare che egli volesse suicidarsi, così le spiegò Egli stesso. “Ed egli soggiunse loro : “Voi siete di quaggiù ed io sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo. Perciò vi ho detto che morirete nei vostri peccati, perché se non credete che sono io [il Messia atteso, Figlio di Dio], morirete nei vostri peccati” (Gv 8, 23-24). Ovvero, andrete alla dannazione eterna, se non crederete nella mia natura divina : se non crederete che si applica a me l’io sono (egó eimí) pronunciato da Dio a Mosé nel roveto ardente (Es 3, 14). Siffatto ammonimento conseguiva alla verità rivelata precedentemente da Nostro Signore, all’inizio della Sua predicazione. “Il Padre ama il Figlio e ha posto tutto in sua mano. Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non crede al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio dimorerà sopra di lui” (Gv 3, 35-36). Chi non crede nella natura divina di Cristo e ne rifiuta gli insegnamenti “non vedrà la vita”; non vedrà la vita eterna, come invece accadrà a chi avrà creduto, e l’ira di Dio “resterà sopra di lui”, modo di dire che esprimeva il concetto di una condanna implicante la dannazione eterna. E questo vale naturalmente per tutti coloro che in ogni epoca hanno rifiutato e rifiutano scientemente Cristo, Ebrei o Gentili, non per i soli Ebrei del tempo di Gesù. Tanto più vale per noi oggi, afflitti come siamo dall’indifferentismo, dall’incredulità, dallo spirito di apostasia, di bestemmia e dall’ateismo. Oltre che da opere malvage di tutti i tipi.

2.3 Il giudizio finale resta sempre individuale, come il giudizio che attende ogni anima dopo la morte del corpo
Le false dottrine oggi circolanti vogliono far credere che il giudizio finale sarebbe in sostanza sostituito da una salvezza collettiva garantita a tutti: preoccuparsi della propria salvezza individuale sarebbe egoistico. L’inferno resterebbe pertanto vuoto, come se fosse cosa contraria alla divina Misericordia infliggere una condanna e per di più eterna; ragion per cui la divina Misericordia avrebbe già redento ogni uomo con l’Incarnazione. Allora ogni uomo si troverebbe ad esser cristiano senza saperlo, anonimamente!
Contro queste perverse deformazioni della Verità rivelata sempre insegnata dalla S. Chiesa, valga, oltre alla Tradizione della Chiesa, il dettato della S. Scrittura.
Il giudizio finale è collettivo o generale, pubblico e quindi universale solo perché riguarda la totalità del genere umano (quello vivente al momento della Parusìa e quello precedentemente trapassato, una volta risorto dai morti, le anime dei quali sono state già giudicate, una per una, al momento della loro morte). Ma in questa totalità ognuno verrà giudicato sempre individualmente. Il giudizio resta sempre ad personam poiché la responsabilità delle azioni di ciascuno dipende sempre dall’esercizio del suo libero arbitrio. Il Discorso della Montagna presuppone un ascoltatore capace di essere moralmente responsabile dei propri atti. Il giudizio finale ed universale non è quindi diverso, per chi viene giudicato, dal giudizio individuale o particolare comminato a tutti quelli che sono morti prima della Parusìa. Il giudizio è uno solo, si tratta sempre del medesimo tipo di giudizio.
La natura intrinsecamente individuale del giudizio finale risulta chiaramente dalle parole stesse di Nostro Signore. Infatti, cosa dice Egli, quando preannuncia il Giudizio immediatamente conseguente alla Parusìa? Come si è visto : “Uno sarà preso ed uno lasciato”; “una sarà presa ed una lasciata”. Ognuno sarà valutato (“pesato, contato, diviso”) per quello che ha pensato, detto e fatto, individualmente ed una volta per tutte, per sempre. Uno sarà “preso” da Nostro Signore con Sé, nella vita eterna; un altro sarà “lasciato” al fuoco della Geenna; uno sarà salvato per le sue buone opere, un altro condannato per le cattive sue. E non ha Egli detto : “il Figlio di Dio verrà nella gloria del Padre suo con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno [ekásto, unicuique] secondo le opere sue” (Mt 16, 27)?
Questa verità è insegnata anche dalle parabole.  Quella del ricco Epulone ci mostra l’anima del mendìco Lazzaro “portata dagli angeli nel seno di Abramo”, cioè in Paradiso, mentre quella del ricco avaro che gli negava anche la più piccola elemosina, morto anche lui, si trova “tra i tormenti”, che gli provocano una sete inestinguibile, eterna, in un abisso dal quale non potrà mai uscire, ossia all’Inferno (Lc 16, 19-31). C’era dunque stato un giudizioindividuale per ciascuno dei due, subito dopo la loro morte, che aveva deciso per sempre della loro sorte eterna, in base al modo nel quale erano vissuti.
Ugualmente, la parabola del ricco stolto ci mostra un uomo ricco che fa progetti per l’avvenire, al fine di diventare ancora più ricco. Alla maniera dei figli del secolo, egli pensava stoltamente solo a mangiare, bere e godersi la vita. “Che farò – diceva tra sé – poiché io non ho più posto dove riporre il mio raccolto. E disse : – Ecco quello che farò; demolirò i miei granai, ne fabbricherò di più vasti, dove raccoglierò tutti i miei prodotti e i miei beni; e dirò alla mia anima : ‘ O anima mia, tu hai messo in serbo molti beni per parecchi anni : riposati, mangia, bevi e godi’. Ma Dio gli disse : – Stolto, questa notte stessa l’anima tua ti sarà ridomandata, e quanto hai preparato di chi sarà? – Così è per chi tesoreggia per sè e non arricchisce presso Dio” (Lc 12, 17-21). Chi “tesoreggia per sè”, pensando solo al proprio benessere materiale, sicuro di potersi godere la vita all’infinito, non mette nulla da parte per il giorno nel quale Dio gli “ridomanderà” l’anima. Anche qui, il giudizio di Dio è del tutto individuale, specifico, perfettamente commisurato alle nostre opere ed intenzioni.  
E tanto è individuale il giudizio, che la condanna viene graduata ad amussim secondo le colpe. “Guardatevi dagli Scribi, i quali passeggiano volentieri in lunghe vesti, e amano le riverenze nelle piazze e i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei conviti; essi che divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. A costoro toccherà una condanna più rigorosa” (Lc 20, 45-47). Maggiore la colpa, maggiore la pena. Questo criterio non può che applicarsi ad un giudizio individuale, che tutto ricomprende e considera, della vita di ogni uomo e ogni donna. E difatti, ognuno di noi dovrà risponderepersonalmente anche di tutto ciò che ha detto; anche da tutto ciò che ha detto sarà giustificato o condannato : “Io vi dico che nel giorno del giudizio gli uomini dovranno render conto d’ogni parola oziosa, che avranno detta : poiché tu sarai giustificato dalle tue parole e dalle tue parole sarai condannato” (Mt 12, 36-37).
E chi sarà rinnegato dal Signore, nel giorno del Giudizio, se non colui che l’avrà rinnegato? “Chi dunque mi avrà confessato davanti agli uomini, anch’io lo confesserò davanti al Padre mio, che è ne cieli; ma chi m’avrà rinnegato davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio, che è nei cieli” (Mt 10, 33). Ancor più esplicito il riferimento al Giudizio universale, come giudizio individuale, in Lc 9,26 : “Invero se uno avrà vergogna di me e delle mie parole, il Figlio dell’uomo avrà vergogna di lui quando verrà nella sua gloria e in quella del Padre e dei santi angeli”. S. Luca, che scrive dopo S. Matteo, il cui testo certamente conosceva, riassume il concetto testimoniato da quest’ultimo, aggiungendo il riferimento esplicito al Giudizio Finale, perché tale riferimento (reso implicitamente da Matteo) doveva risultare dall’ulteriore ricostruzione dei detti e fatti del Signore fatta da S. Luca stesso, con un’accurata analisi di tutte le fonti (cfr. Lc 1, 1-4).
Ma anche la ricompensa è graduata sul merito individuale di ciascuno (Mc 4, 20, parabola del seminatore) ed è essa stessa individuale. “Guardatevi dal fare le vostre buone opere dinanzi agli uomini per essere veduti da loro, altrimenti non ne avrete la ricompensa dal Padre vostro che è nei cieli” (Mt 6, 1). Questa ricompensa può essere solo quella della vita eterna, in conseguenza dei meriti accumulati con l’osservare le opere prescritte da Dio nel modo che è veramente gradito a Dio. “Quando dunque fai l’elemosina non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere onorati dagli uomini. In verità vi dico che han già ricevuto il loro premio” (ivi, 2). E quando e da chi hanno ricevuto il loro premio? L’hanno ricevuto in questa vita dagli uomini, con l’onore esteriore loro tributato per le loro ostentazioni. Ma non da Dio, che anzi segnerà a loro condanna l’ipocrisia e l’ orgoglio loro, nel giorno del giudizio. “Ma quando fai elemosina, non sappia la tua sinistra quello che fa la destra, cosicché la tua elemosina sia fatta in segreto, e il Padre tuo che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa”(ivi, 3). La ricompensa è talmente ad personam, che l’elemosina premiata il giorno del giudizio è quella svoltasi in segreto, conosciuta solo dal Padre.
Anche nelle Lettere di S. Paolo e degli altri Apostoli, il Giudizio è nominato più volte come giudizio sempre individuale. Ricordiamo, a beneficio dei banditori di eresie che imperversano oggi nelle piazze : “Poiché tutti noi bisogna si comparisca davanti al tribunale di Cristo, affinché ciascuno riceva le cose che gli spettano per via del corpo [propria corporis, in questa vita] secondo quel che ha fatto, o in bene o in male“(2 Cr, 5, 10); “E siccome è destino dell’uomo morire una sol volta, e che dopo la morte ci sia il giudizio, anche il Cristo dopo essersi offerto una volta per togliere i peccati di molti, apparirà una seconda volta, non più col peccato, per dar salvezza a quelli che lo aspettano” (Eb 9, 27-28); “E se il giusto a stento sarà salvato, dove compariranno l’empio e il peccatore?” (1 Pt, 4, 18); “Fratelli, non vogliate lamentarvi l’uno contro l’altro, per non esser condannati. Ecco che il giudice sta alla porta” (Gc 5, 9).
Anche nel Vecchio Testamento, la verità di fede del giudizio di Dio è insegnata più volte : “E proclamano i cieli la sua giustizia/, poiché Dio è il giudice” (Sal 47, 6); “Che la potenza è in Dio,/ e in te, o Signore, la benignità/ Poiché tu rendi a ciascuno secondo le sue opere” (Sal 61, 13); “Il Signore giudicherà i confini della terra,/ darà il comando al suo re,/ ed esalterà il corno del suo Cristo [Unto, Eletto]” (1° Re 2, 10).

2.4 Nostro Signore non minaccia vere condanne collettive
Ma alle città impenitenti, Nostro Signore non ha forse minacciato una condanna collettivaper il giorno del Giudizio? “Guai a te, Corozain! Guai a te, Betsaida! Perché se in Tiro e Sidone fossero stati fatti i miracoli compiuti in mezzo a voi, avrebbero già fatto da molto tempo penitenza in cenere e cilicio. Perciò vi dico che nel giorno del giudizio sarà usato minor rigore a Tiro e a Sidone che non a voi. E tu, o Cafarnao, sarai esaltata forse sino al cielo? No, sarai abbassata fino all’inferno; perché se in Sodoma fossero stati operati i miracoli compiuti tra le tue mura, essa sarebbe rimasta in piedi fino a oggi. Perciò ti dico che nel dì del giudizio sarà usato men rigore a Sodoma che a te” (Mt 11, 21-24).
La gravissima minaccia, rivolta alle città come tali, era giustificata dalla compatta opposizione che Nostro Signore vi aveva trovato, tale da fargli esclamare che “un profeta non è spregiato che nella sua patria, nella sua casa e tra i suoi parenti”, e a farlo meravigliare della loro incredulità (Mc 6, 4-5). La minaccia va presa alla lettera. Tuttavia, Nostro Signore non dice che gli abitanti di quelle città devono considerarsi tutti già dannati, per non aver creduto ai suoi miracoli e per non aver “fatto penitenza”. Egli dice che, a causa del loro indurimento, verranno trattati con maggior rigore di quelli di Sodoma e Gomorra, le cui città, integralmente dominate dal peccato contro natura, erano state distrutte all’improvviso da Dio con una pioggia di fuoco e di zolfo. Ma si può immaginare un rigore maggiore di quello che il giorno del Giudizio colpirà peccati così gravi e così gravemente puniti già in questo mondo? Evidentemente sì, parola del Figlio di Dio. Ma in ogni caso, anche a Sodoma, Dio non salvò forse Lot e la sua famiglia, l’unico uomo giusto che vi abitava? Nemmeno a Sodoma vi fu, pertanto, condanna collettiva, indiscriminata. E se non vi fu a Sodoma non vi sarà nemmeno per le città impenitenti. Poiché la morte non è ancora la condanna. La morte coglie allo stesso modo, senza distinguere, il giusto e l’ingiusto, mentre è il giudizio a distinguere il giusto dall’ingiusto, sia quando esso ha luogo subito dopo la morte di ciascuno, sia quando sarà universale.
Dobbiamo, dunque, vincere la paura della morte, anche violenta, e temere, invece, il giudizio che ci attende subito dopo. “Ora a voi, che siete miei amici, dico : – Non abbiate paura di coloro che uccidono il corpo, e dopo ciò non possono fare nulla di più; ma io vi mostrerò chi dobbiate temere : temete colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettarvi nella Geenna; – sì, vi dico, temete colui” (Lc 12, 4-5). Ben più della nostra morte dobbiamo dunque temere il giudizio che investirà ognuno di noi, appena esalato l’ultimo respiro. Questo dice il Signore a coloro che lo seguono e l’attendono, che Egli considera “suoi amici” :   la morte non è nulla per noi. Non nel senso del sofisma dell’ateo Epicuro : “Nulla è per noi la morte; perché ciò che è dissolto è insensibile, e ciò che è insensibile non è niente per noi” (Massime capitali, II, tr. it. G. Arrighetti). Invece, nulla è per noi la morte, in quanto morte, poiché essa sarà invece il dies natalis che ci aprirà la porta della vita eterna, togliendoci per sempre dalle infinite miserie nostre e di questo mondo, se avremo perseverato in Cristo sino alla fine della nostra giornata terrena: “Sii fedele sino alla morte e ti darò la corona della vita” (Ap 2, 10).

  1. Il giudizio di Nostro Signore è il Giudizio di Dio
Il giudizio annunciato da Nostro Signore è una sentenza inappellabile. La sentenza di per sé è un comando che applica la giustizia. Diciamo, infatti, che la sentenza o il giudizio, per esser veramente tali, devono esser giusti. La giustizia che si attua nel giudizio di Nostro Signore non è umana bensì divina. È il giudizio di Dio, che conosce i cuori, che tutto vede, tutto sa, tutto soppesa e valuta; giudizio infallibile, la cui sentenza dura in eterno. Chi può solo pensare a impugnarlo? “Tutto è nudo e palese agli occhi suoi, e a Lui noi dobbiamo render conto” (Eb, 4, 13).
Il giudizio di Nostro Signore è dunque giusto perché è il giudizio di Dio. Con esso, Nostro Signore attua nei nostri confronti la volontà di Dio. Fare la volontà di Dio, servare mandata : quest’attitudine e comportamento compendiano già per noi uomini, durante la nostra vita terrena, tutto il significato della giustizia, colto nel suo fondamento sovrannaturale. E questa volontà ci è nota. È quella contenuta nella legge naturale e divina, innata in noi (Rm 2, 14-16), scolpita nel Decalogo, portata a compimento dalla predicazione del Verbo Incarnato (Mt 5, 17).
E Colui che ci giudica dopo la morte e che verrà a giudicarci alla fine dei tempi, alla Resurrezione dei corpi, durante il tempo della Sua vita mortale ha applicato a se stesso il principio che a sua volta Egli applica nei nostri confronti, per giudicarci. Infatti, per tutta la sua vita terrena, Egli ha sempre fatto la volontà del Padre e mai la Sua; e l’ha fatta con obbedienza perfetta, sino alla “testimonianza del sangue”, sino alla morte in croce (Eb, 5, 7-10; 12, 4), soffrendo sino in fondo tutta l’atrocità di un giudizio ingiusto.

3.1 L’opera della salvezza si concilia col giudizio
Insegnando a Nicodemo il significato dell’uomo nuovo, che è tale solo se si rigenera spiritualmente mediante la fede in Lui, con l’aiuto della Grazia, Nostro Signore specifica : “Infatti, Dio ha talmente amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia la vita eterna. [17] Poiché Dio non ha mandato il Figlio suo nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è giudicato, ma chi non crede è giudicato perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo : la luce è venuta nel mondo, e gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvage” (Gv 3, 16-19).
I seminatori di inganni diffusi oggi tra noi isolano il concetto della salvezza contenuto nella testimonianza di S. Giovanni, alla pericope 17, per insinuare che la salvezza del mondo, fine della venuta di Cristo, esclude di per sé ogni tipo di giudizio nei confronti del mondo stesso, compreso dunque il giudizio finale e universale, il cui avvento non viene negato espressamente ma taciuto sino a farlo cadere nell’oblio. Ma contro questa falsa opinione valga il vero.
Se Dio avesse voluto l’Incarnazione per condannare il mondo, allora essa avrebbe avuto in pratica il significato di un Giudizio universale e non ci sarebbe stato più scampo per nessuno. Invece, scopo dell’Incarnazione è la nostra salvezza. Ma sarà la salvezza di chi avrà creduto che Gesù è il Figlio di Dio e avrà ascoltato i suoi insegnamenti, improntando ad essi la propria vita, ivi compresi quei giusti che, trovandosi senza loro colpa fuori della Chiesa, avranno ricevuto dallo Spirito Santo il battesimo di desiderio, esplicito o implicito. Chi avrà creduto, “non sarà giudicato”. Dobbiamo forse ritenere che la sua anima non andrà al giudizio, come quella di tutti? No. Nel greco neotestamentario, il termine giudizio(krísis) significa anche condanna e quindi dannazione, contiene l’idea del giudizio di condanna alla dannazione (Zorell). Perciò, chi “non è giudicato” è colui che non morrà nei suoi peccati perché il giudizio individuale dopo la morte non lo condannerà all’Inferno. Sarà invece “giudicato”, cioè trovato colpevole e dannato, chi non avrà creduto ed avrà respinto Cristo, comportandosi in conseguenza, preferendo cioè le tenebre alla luce, le opere malvage a quelle buone, secondo che recita quella che possiamo considerare la motivazione del “giudizio” ovvero della condanna. Costui sarà giudicato, ossia trovato colpevole.
Da questo insegnamento, rettamente inteso secondo il magistero della Chiesa, risulta pertanto esattamente il contrario di quanto propalato ai nostri giorni da chierici fedifraghi, preoccupati solo di compiacere il mondo : la salvezza del mondo, essendo necessariamente circoscritta a chi crede in Cristo, non solo non esclude ma addiritturaimplica, per logica conseguenza, la dannazione di tutti coloro che avranno scientemente rifiutato Cristo, preferendo le loro opere malvage alla via della S. Croce, da Lui indicata.Questa è la volontà del Padre, come risulta chiaramente dalla S. Scrittura.
Questo insegnamento risulta in modo ancor più chiaro da un altro celebre passo del Vangelo secondo Giovanni. Immediatamente prima dell’Ultima Cena, replicando alla folla e ai capi, che non volevano credere in Lui, disse : “[47] e se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo giudicherò, perché io non sono venuto a giudicare il mondo, ma a salvare il mondo. Chi disprezza me e non accoglie le mie parole, ha chi lo giudica : la parola che ho proferito, essa lo giudicherà nell’ultimo giorno. Perché io non ho parlato da me stesso; ma il Padre, che mi ha mandato, mi ha prescritto egli stesso quello che io dovevo dire e predicare. E io so che il suo comando è la vita eterna. Perciò le cose che io dico, le dico come il Padre me le ha dette” (Gv 12, 47-50).
Gli erranti e fedifraghi si sono impadroniti anche della pericope 47 isolandola dal contesto per distorcerla nel senso delle loro false dottrine. Ma il senso ortodosso dell’intero passo è quello sempre insegnato dalla Chiesa, del tutto opposto alle eresie oggi diffuse. Chi non osserva le parole di Cristo, dopo averle ascoltate, è il peccatore, che disprezza volutamente il Suo insegnamento. Ma egli non sarà giudicato (da Cristo) in questo mondo, così come è vero che il loglio deve esser lasciato crescere sino al momento del raccolto, giusta la celebre parabola (Mt 13, 24-30). E quando, lo sarà, allora? Appena morto, per la sua anima, e il Giorno del Giudizio. Nell’ultimo giorno, quello del Giudizio Universale, sarà giudicato dalla Parola (logos) di Cristo. Sarà giudicato da quella parola che il Signore pronuncia adesso, dal Suo insegnamento che ora viene rifiutato. E perché il reo sarà giudicato da quella parola, che gli verrà appesa al collo come una macina da mulino, per farlo sprofondare per sempre nell’Inferno? Perché essa non viene da uno che parli “da se stesso” (come calunniavano i Farisei). Essa viene invece dal Padre, è stata prescritta (entolén dídoken, mandatum dedit) a Lui dal Padre. È pertanto l’unica Parola che dà la vita eterna, essendo il comando del Padre “la vita eterna”. La parola di Cristo, che viene dal Padre, insegnata ed ascoltata, costituisce il fondamento del Giudizio. In base ad essa si formuleranno i capi d’accusa o le assoluzioni. Il giudizio non è arbitrario. Si fonda su di un corpo di dottrine noto ed arcinoto, oltre che sull’infallibile interpretazione divina delle nostre intenzioni ed azioni.

  1. Il potere di giudicare viene dal Padre ed è stato trasmesso a S. Pietro, agli Apostoli e ai loro successori
Il potere di giudicare deriva al Figlio dal Padre. Infatti, come il Padre risuscita i morti e dona la vita, così anche il Figlio darà la vita a chi vuole. Il Padre non giudica nessuno, avendo rimesso ogni giudizio nelle mani del Figlio, affinché tutti onorino il Figlio così come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio, non onora il Padre. Così spiegò Nostro Signore, nel suo primo insegnamento ai Farisei.
“In verità, in verità vi dico : Il Figlio non può fare nulla da sè, ma solo quello che vede fare dal Padre, lo fa parimenti il Figlio.   Perché il Padre ama il Figlio e gli mostra quanto egli fa; e gli mostrerà delle opere ancora più grandi di queste, e voi ne resterete meravigliati. Infatti, come il Padre risuscita i morti e dona la vita, così anche il Figlio darà la vita a chi vuole. Perché il Padre non giudica alcuno, ma ha rimesso ogni giudizio nelle mani del Figlio, affinché tutti onorino il Figlio, come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio, non onora neppure il Padre che l’ha mandato. In verità, in verità vi dico : Chi ascolta la mia parola e crede in Colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non è sottoposto a giudizio, ma passa da morte a vita”(Gv 5, 21-24).
Il Figlio non è autonomo rispetto al Padre. Egli non può fare nulla “da sè”. Il Figlio può fare “solo quello che vede fare dal Padre”; ciò che il Padre, nel suo amore per il Figlio, “mostra” (deíknumi nel greco, demonstromonstro) al Figlio. Questa conoscenza da parte del Figlio è frutto dell’amore del Padre per il Figlio ed appartiene alla natura intrinseca del loro nesso, alla inabitazione (pericòresis o circuminsessio) e compenetrazione reciproca delle Persone della Santissima Trinità mediante la loro reciproca processione immanente.
La conoscenza che il Figlio ha delle opere del Padre è una conoscenza diretta, per “visione”, poiché la mente del Figlio inabita sempre quella del Padre, pur conservando sempre il Figlio la sua individualità di persona (S. Agostino). Ciò che il Figlio vede fare dal Padre è dunque ciò che il Padre “mostra” al Figlio, per l’amore che gli porta. Le opere che fa il Figlio sono dunque quelle che il Padre gli ha “mostrato” e per questo sono opere del Figlio. Lo sono, in quanto opere del Padre. I Farisei si erano scandalizzati perché Gesù aveva guarito un paralitico di Sabato, alla piscina probatica (Gv 5, 9-18). E per risponder loro Nostro Signore cominciò a spiegare la sua processione con il Padre, dalla quale appariva la sua natura divina, dimostrata dalle opere miracolose che Egli faceva. L’opera costituita dalla guarigione miracolosa di un uomo paralitico da trentotto anni (ivi, 5), era un’opera che il Figlio aveva visto presso il Padre. Ma opere ben più grandi di queste il Padre gli avrebbe mostrato, “e voi ne resterete meravigliati”. E quali sarebbero state queste opere? Il Signore passò ad illustrarle, e ciò costituiva una rivendicazione della Sua natura divina di fronte ai Farisei.
Il Padre risuscita i morti nel Giudizio Universale (Ez 37). Egli “darà la vita a chi vuole” ovvero donerà la vita eterna a quelli che riterrà degni di meritarla. Ma il Padre vuole che “anche il Figlio dia la vita a chi vuole”. Ecco un’opera “ancor più grande”, enormemente più grande di quella realizzata con la guarigione miracolosa del paralitico. Quest’opera “più grande” attua il fine essenziale dell’Incarnazione poiché il Verbo, senz’unirsi affatto per ciò stesso ad ogni uomo, si è incarnato in un uomo per la nostra salvezza e quindi al fine di “dare la vita”, si intende eterna, a “chi vuole” : non a tutti coloro che la vogliono, non secondo il giudizio degli uomini (anche molti tra i peccatori vorrebbero entrare in Paradiso, pur restando impenitenti) ma secondo il giudizio di Dio, manifestato dal Figlio.
Il Padre, quindi, non giudica alcuno, avendo rimesso ogni giudizio nelle mani del Figlio.Ogni giudizio : non solo quello individuale ma anche quello finale, universale, in quanto giudizio visibile per noi giudicandi in quel Giorno, non in quanto Giudizio che sia indipendente dalla volontà del Padre, la quale sempre inabita ab aeterno in quella del Figlio (S. Agostino). Ciò il Padre ha fatto anche perché tutti “onorassero” il Figlio allo stesso modo del Padre, per far così comprendere che il Figlio non è da meno del Padre, visto che “ogni giudizio” è stato rimesso nelle Sue mani. Ed inoltre, per far comprendere che Egli è uno con il Padre (Gv 10,30). E che, quindi, deve esser “onorato” come il Padre, che è nei cieli. Onorato, appunto, come si conviene al Figlio di Dio, consustanziale al Padre.
Nostro Signore è dunque giudice come il Padre. È lo è perché questa è la volontà del Padre. In tal modo il Figlio fa sempre quello che “vede fare dal Padre”. Così come il Padre risuscita i morti e dona la vita (eterna) mediante il giudizio, allo stesso modo il Figlio. Ma perché Nostro Signore dice che chi acquista la vita eterna “non è sottoposto a giudizio, ma passa da morte a vita”? Dobbiamo di nuovo ritenere che i giusti vadano in Paradiso senza bisogno di esser giudicati? No. Essi “passano da morte a vita”, risorgono spiritualmente per andare alla vita eterna, senza esser in tal modo sottoposti al giudizio di condanna (S. Agostino), evitando cioè la condanna nella quale incorrono coloro che si sono voluti dannare.
Questo potere di giudicare fu preannunciato agli Apostoli per il giorno del Giudizio : essi giudicheranno con Lui gli uomini, in quel giorno (Lc 22, 30). Fu annunziato a Cefa quando Nostro Signore lo dichiarò “roccia della Chiesa” ossia capo della Chiesa, contro la quale l’Inferno non avrebbe mai prevalso, come testimonia il famoso passo di Mt 16, 17-20, che sta a fondamento del Primato di Pietro. “Io ti darò le chiavi del regno de’cieli, e tutto ciò che tu legherai sulla terra sarà legato ne’cieli e tutto ciò che tu scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. Non disse : “Io ti dò”, poiché non aveva ancora inviato lo Spirito Santo agli Apostoli.
Questo potere fu infine effettivamente conferito da Cristo risorto. “-Come il Padre ha mandato Me, anch’io mando voi. E detto questo, soffiò su di loro e disse : -Ricevete lo Spirito Santo. A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi, e da chi li riterrete, saranno ritenuti” (Gv 20, 22-23). Gli Apostoli avrebbero giudicato gli uomini in questo mondo, nell’esercizio della loro missione, per attuare l’opera della salvezza, non per condannarli. Ma che questo potere includesse la facoltà di condannare, risulta dal noto episodio di Anania e Saffira, narrato dagli Atti, che vide protagonista S. Pietro, il quale pronunciò nei loro confronti la sentenza di Dio, che li fece morire sul colpo, impenitenti, a causa dell’imbroglio da essi architettato ai danni della comunità cristiana (At 5, 1-11).
Il potere di rimettere o ritenere i peccati, cioè di assolvere o condannare, procede nel Figlio dal Padre. Come il Figlio è stato mandato dal Padre, così Egli manda gli Apostoli, con a capo il Beato Pietro, da Lui scelto, e di poi tutti i vescovi e sacerdoti, a continuare la missione di conversione del mondo, sino alla fine dei tempi. Li manda dopo aver infuso in loro lo Spirito Santo, non prima. È mediante lo Spirito che essi esercitano il potere di giudicare, che appartiene a Nostro Signore, in quanto uno con il Padre, ed è quindi di origine sovrannaturale. Secondo le categorie profane, è un potere delegato e tuttavia un potere effettivo; è un effettivo potere di incidere sul destino delle anime, dato che i peccati rimessi dai sacerdoti “saranno rimessi” dal Figlio e quelli ritenuti, “saranno ritenuti” dal Figlio. L’esercizio di questo potere attua sì la giustizia divina ma temperata dalla misericordia divina, poiché Dio vuole che gli uomini si salvino, ottenendo misericordia per i loro peccati, grazie al Sacrificio della Croce, ossia grazie ai meriti lucrati da Nostro Signore.
Alla Chiesa viene pertanto conferito da Cristo il potere di giudicare che appartiene a Cristo stesso, e questo potere viene trasmesso a tutti i sacerdoti di Cristo nella successione apostolica.

  1. Giustizia del giudizio
Spiegata l’origine divina della Sua potestà di giudicare, Nostro Signore ne precisa il nesso con la giustizia. Perché il Suo giudizio è per definizione giusto; perché è, possiamo dire, la giustizia stessa che si attua?   Sempre nel primo Suo insegnamento ai Farisei, Egli ci illustra più ampiamente perché il Padre gli ha dato il potere di giudicare.
“In verità, in verità vi dico che l’ora viene, ed è questa, nella quale i morti intenderanno [akoúsousin, audient] la voce del Figlio di Dio, e quelli che l’avranno intesa, vivranno. Perché come il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso anche al Figlio di averla in sè, e gli ha dato il potere di giudicare, perché è il Figlio dell’uomo. Non vi meravigliate di questo; perché verrà il momento in cui tutti coloro che sono nei sepolcri, intenderanno la voce del Figlio di Dio : e procederanno, quelli che avran fatto il bene, a resurrezione di vita, quelli invece che avran fatto il male, a resurrezione di giudizio. Io non posso fare nulla da me. Come io intendo [akoúo, audio] giudico, e il mio giudizio è giusto, perché io non cerco la mia volontà, ma la volontà di Chi mi ha mandato” (Gv 5, 25-30).
Il Signore ripete il concetto della rinascita spirituale concessa a chi ascolta la Sua parola e se ne fa discepolo, mettendola in pratica. Tutti coloro che sono spiritualmente “morti” a causa dei loro peccati, “intenderanno” d’ora in poi (“viene l’ora, ed è questa”) la Parola di Cristo. E quelli che l’avranno intesa, nel senso di compresa e seguíta, avranno la vita eterna. E l’avranno perché il Padre ha concesso al Figlio di avere “in se stesso” la vita(eterna) che Egli stesso (il Padre) possiede : e questa vita eterna viene data dal Figliomediante l’esercizio del potere di giudicare.  Infatti, “gli ha dato il potere di giudicare perché è il Figlio dell’uomo”, cioè il Messia atteso, rivelatosi nel Verbo Incarnato (Dn 7, 13; Ez 2,1). Un potere di giudicare che, coincidendo perfettamente con quello del Padre, estende la sua competenza al giorno del Giudizio. In quel giorno, tutti coloro che sono “nei sepolcri” sentiranno la voce di Nostro Signore e risorgeranno per andare al giudizio : alla “vita” eterna i giusti, al “giudizio” ovvero alla condanna i malvagi. Nel secondo insegnamento impartito ai Farisei, Gesù ripete questi concetti : “E questa è la volontà di chi mi ha inviato, del Padre, che io non perda nulla di quanto mi fu dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Perché è volontà del Padre mio, che mi ha inviato, che chiunque vede il Figlio e crede in lui, abbia la vita eterna, ed io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv, 6, 39-40).
E che il giudizio del Figlio non sia affatto il frutto di una qualche autonomia del Figlio rispetto al Padre, il Signore lo ribadisce ulteriormente. Ripete : “Io non posso fare nulla da me”. In conseguenza di ciò, egli giudica come “intende”.   Come “intende”, da chi? Dal Padre. Egli giudica secondo l’intenzione del Padre. Ciò significa che il Suo giudizio è nel suo contenuto il medesimo giudizio del Padre. Per questo è giusto. Non è il giudizio di un giudice che cerchi di fare la sua volontà personale, di rendere testimonianza a se stesso. Lo è, di un giudice che applica costantemente come norma la volontà del Padre. La volontà del Padre è la norma.
   Questo perché, come si è ricordato, il Figlio e il Padre sono uno (Gv 10, 30). Il Signore non può far nulla da sè, può fare solo quello che fa il Padre, quello che vede fare dal Padre, in “visione” soprannaturale. Il giudizio, la mens del Padre è la stessa del Figlio. C’è sempre la distinzione delle persone (il giudizio è della persona del Figlio non del Padre) ma nello stesso tempo l’unità della divina sostanza, che si manifesta nell’amore uno, nel volere uno, nel giudicare uno. È il mistero della sovrannaturale unità-distinzione della divina Monotriade, la cui illustrazione pervade l’intero Vangelo di san Giovanni.

5.1 Il Cuore Sacratissimo di Gesù non giudica secondo la carne
Ma perché, dopo aver perdonato l’adultera (ammonendola però a pentirsi e a mutar vita) il Signore, nel ribattere ai Farisei che lo accusavano di rendere testimonianza a se stesso, cioè di non essere il Figlio di Dio nonostante le opere che aveva fatto per dimostrarlo, dice : “Voi giudicate secondo la carne; io non giudico nessuno; e, se giudico io, il mio giudizio è vero, perché non sono solo; ma ho con me il Padre, che mi ha inviato. E proprio nella vostra legge sta scritto che è valida la testimonianza di due persone” (Gv 8, 15-17).
Nostro Signore contrappone qui il “vero” giudizio al giudizio “secondo la carne”. Quest’ultimo è il giudizio viziato dalle passioni della carne e quindi non è mai “vero”: giudizio di condanna nei confronti del prossimo, privo di misericordia e pieno di ogni malignità e cattiveria. È il giudizio del mondo, regno del Principe di questo mondo. Giudizio, quindi, ipocrita perché non tiene conto del fatto che chi giudica è peccatore come il prossimo che egli condanna.   “Per conseguenza tu sei inescusabile, o uomo, chiunque tu sia che giudichi; poiché in quella che giudichi gli altri, condanni te stesso, giacchè tu che giudichi fai le stesse cose” (Rm 2, 1). Questo è il modo di giudicare “della carne”. Questo tipo di giudizio il Signore condanna, quando rimprovera aspramente Giacomo e Giovanni per aver essi addirittura chiesto se non fosse il caso di far distruggere immediatamente dal cielo un villaggio di Samaritani che non li aveva voluti ricevere (perché, disse, “Il Figlio dell’Uomo non è venuto a perdere le anime ma a salvarle “, Lc 9, 51-55); o quando ci ammonisce a non giudicare gli altri. “Non giudicate, affinché non siate giudicati; infatti voi sarete giudicati secondo lo stesso giudizio col quale avrete giudicato, e sarete misurati con la stessa misura con la quale avrete misurato. Perché guardi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non badi alla trave che sta nel tuo occhio?” (Mt 7, 1-4).   Questo famoso ammonimento non costituisce un invito al lassismo morale. È un invito alla misericordia, non nei confronti del peccato (dal Signore sempre implacabilmente condannato) ma nei confronti del peccatore, che va invece aiutato a convertirsi. Tanto più che ognuno di noi, essendo sempre peccatore in un modo o nell’altro, ha poi bisogno di misericordia.
Ora il giudizio dei Farisei, essendo “secondo la carne”, non veniva da Dio, non era secondo la volontà di Dio, come invece il giudizio di Nostro Signore. Chi infatti giudica secondo la volontà di Dio non giudica secondo la carne. E difatti Nostro Signore “non giudicava nessuno”. Questa affermazione a prima vista può stupire. Ma diventa chiara se la intendiamo nel senso che Egli non giudicava nessuno secondo la carne, alla maniera dei Farisei, cioè secondo i criteri di giudizio del mondo. E quindi Egli non condannava nessuno, non sottoponeva nessuno, in questo mondo, ad un giudizio di condanna. Per l’appunto condannava il peccato, non il peccatore, che la misericordia del Suo Sacratissimo Cuore voleva invece convertire e salvare (Mc 2, 17 “non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori”; parabola del figliol prodigo [Lc 15, 11-32]; episodio già ricordato del perdono dell’adultera pentita [Gv 8, 1-11], che non significa affatto tolleranza del peccato di adulterio, condannato nel Discorso della Montagna in modo ancor più ampio che nell’antica Legge [Mt 5, 27-30]).
A ciò non contrasta l’esortazione a riprendere i peccatori: “Se tuo fratello avrà peccato riprendilo [increpa illum], e se si pente, perdonagli” (Lc 17, 3; amplius: Mt 18, 15-22). “Riprendere” non è condannare. Si rivolge sì alla persona concreta ma concerne il suo errore, nella speranza che si ravveda e si penta. Il fondamento della “correzione” sta nel fatto che è sempre necessario condannare il peccato, chiunque l’abbia commesso. Tale “correzione” è anzi un dovere morale, per il cristiano, e si manifesta nella sua forma più alta nella doverosa condanna di quella grave forma di peccato contro la fede che è costituita dagli “errori” corruttori delle anime, da parte del Romano Pontefice, munusbasilare della sua altissima carica.

5.2 Verità e prescienza del giudizio
Ma perché subito dopo Nostro Signore aggiungeva “ e, se giudico io, il mio giudizio è vero perché non sono solo ma ho con me il Padre, che mi ha inviato”? La frase può sembrare oscura e contraddittoria ed è invece chiarissima. Se invece anch’io giudico, cioè condanno esplicitamente le opere malvage di qualcuno, questo mio giudizio non è secondo la carne e quindi falso e ipocrita. È invece “vero” perché non è solo mio, non è mio personale, ma è sempre del Padre. È vero, e quindi giusto, perché questo giudizio di condanna è secondo la volontà del Padre, con il quale Io sono sempre uno.
Qui viene enunciato anche il criterio della verità del giudizio. Non differisce, nel suo fondamento, dal criterio che ne mostra la giustizia. Il giudizio è vero, ossia coglie in modo esemplare la natura della cosa, quando esprime la volontà del Padre e pertanto viene sempre dal Padre, da ciò che il Signore ha visto ed ascoltato presso il Padre (e continuamente vede ed ascolta presso il Padre, ab aeterno, nella spirazione dello Spirito Santo, Trinitatis nexus).
Tenendo sempre presenti questi concetti, si comprende l’esatto significato di un’ulteriore dichiarazione del Signore. Dopo aver ridato la vista al cieco nato ed esser stato come al solito contestato dai Farisei (che se la presero anche con il cieco guarito) perché il miracolo era avvenuto di Sabato, Egli disse loro : “ – Io sono venuto nel mondo per compiere un giudizio, affinché quei che non vedono veggano, e quelli che vedono diventino ciechi”. Alcuni Farisei, ch’erano con lui, avendo udito quelle parole, gli dissero : “Siamo forse ciechi anche noi?”. Rispose loro Gesù : – Se foste ciechi non avreste alcun peccato; ma voi affermate di vedere e perciò il vostro peccato perdura” (Gv 9, 39-41).
Dopo aver detto che “non giudicava nessuno”, Nostro Signore afferma ora che era venuto nel mondo “per compiere un giudizio”?  Di quale “giudizio” si trattava? Il latino traduce sempre con iudicium, ma il testo greco usa qui un termine diverso da ktísis, pur derivando esso dalla radice del verbo kríno, giudico. È la parola kríma, che rende sempre l’idea del giudizio ma piuttosto nel senso di dispositio (divina) exequenda (M. Zerwick S.I., Analysis philologica Novi Testamenti Graeci). Il termine è seriore e compare per la prima volta nei LXX, per indicare la parola ebraica corrispondente a consilium, decretum (Zorell). Nostro Signore, di fronte al cieco da Lui sanato, che lo adora come Figlio di Dio, afferma allora di essere venuto ad eseguire un decreto affinché “quelli che non vedono veggano, e quelli che vedono diventino ciechi”.
La frase volutamente enigmatica nella forma è stata però sempre intesa con chiarezza dai Padri (S. Agostino su tutti) e dalla tradizione della Chiesa. Coloro che “non vedono” la luce della verità sono i pagani, ai quali la Parola di Cristo avrebbe apportato la luce della Rivelazione; quelli “che vedono” sono invece i Giudei, perché hanno ricevuto la luce della Rivelazione con l’Antico Testamento, e tuttavia avrebbero chiuso gli occhi ad essa proprio perché avrebbero rifiutato Cristo, che si sarebbe rivelato per loro “pietra d’inciampo” (Is 8, 14; Lc 2, 35). E che “quell’uomo che si chiama Gesù” (Gv 9,11) si riferisse proprio a loro, alcuni Farisei presenti l’avevano capito immediatamente, tant’è vero che avevano detto, sdegnati : “Siamo forse ciechi anche noi?”. Meritandosi la seguente risposta : se foste ciechi, come i pagani, “non avreste alcun peccato” cioè non avreste peccato contro la volontà di Dio, rifiutandovi di credere in Me. Ma poiché affermate di “vedere”, siete cioè convinti di essere nel vero con il rifiutarmi, allora “il vostro peccato perdura”.
Il fatto che Nostro Signore dichiari che l’opera della salvezza corrisponde all’attuazione di un decreto divino (l’elezione dei Gentili di contro alla riprovazione di Israele incredulo), ci rende consapevoli della prescienza connaturata al giudizio del Padre, il quale aveva predestinato le nazioni alla Gloria, essendogli già nota la tendenza di Israele all’indurimento, nel quale Egli lo lasciò, anche se non sarà definitivo ( Lc 21, 24; Rm 9, 18; 11, 25 ss). Questo “decreto” o “giudizio” non contraddice, quindi, il criterio di verità che compare nel Cristo giudice poiché conferma che Egli giudica sempre secondo la volontà e la scienza del Padre.


  1. Nessuna contraddizione tra il Cristo giudice ed il Cristo misericordioso
Ma il Cristo giudice può essere lo stesso che ci attira con la Sua bontà e la Sua mitezza d’animo, che non reagisce alle offese, pronto al perdono, che ci incita ad amare anche i nostri nemici e a pregare per i nostri persecutori, che ci narra la parabola del Figliol Prodigo, che versa un sovrannaturale balsamo sulle piaghe del nostro cuore, quando ci chiama a Lui dicendo : “Venite a me voi tutti, che siete affaticati e oppressi ed io vi consolerò. Prendete su voi il mio giogo e imparate da me che sono mansueto e umile di cuore, e voi troverete riposo alle anime vostre; poiché il mio giogo è dolce e il mio carico leggero” (Mt 11, 28-30)?
I figli del secolo amano contrapporre l’un Gesù all’altro, volendo scorgervi in modo del tutto arbitrario una contraddizione insanabile. I seminatori di discordia presenti tra noi, come s’è detto, hanno dimenticato e messo da parte il Cristo giudice per fabbricarne uno gradevole al palato dei mondani, buono e misericordioso perché parteciperebbe alle vicende umane con animo commosso e solidale, tutto tollerando e perdonando, persino il peccato; un Cristo posticcio, talmente “buono” e “misericordioso” da aver già salvato tutti gli uomini con la Sua Incarnazione, giusta l’insegnamento perverso della citata, diffusa eresia dei cristiani inconsapevoli o anonimi! Un Cristo, quindi, che non giudica sì nessuno ma in un senso ben diverso da quello spiegato da Nostro Signore stesso e da noi già ricordato.
Premesso che il Cristo giudice ed il Cristo misericordioso sono lo stesso individuo umano-divino, storicamente esistito in questo mondo nell’israelita Gesù di Nazareth, la giustizia e la bontà misericordiosa che Egli predica e mostra nei suoi atti non si contraddicono affatto. Esse sono da Lui predicate e messe in opera così come si trovano presso il Padre, del quale costituiscono attributi. La volontà di Dio, oltre che santa, è intrinsecamente giusta ed è buona e misericordiosa. Tutto ciò che Nostro Signore dice e fa, lo ha sentito evisto presso il Padre. Egli fa le opere del Padre, che non cessa mai di operare, ab aeterno (Gv 5, 17).
La teologia cattolica ortodossa ha sempre sottolineato come proprio Gesù Cristo, “mansueto ed umile di cuore”, abbia sempre messo con forza in rilievo la giustizia che viene dal Padre, definito da Lui Padre giusto. “Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto; io però ti conobbi e costoro [gli Apostoli] hanno riconosciuto che tu mi hai mandato” (Gv 17, 25). Evidentemente Nostro Signore non si sentiva affatto in contraddizione con se stesso, nel chiamare “giusto” il Padre, che aveva il potere di mandare le anime dei peccatori impenitenti nel fuoco eterno e ce le mandava. In altre parole : l’esercizio della giustizia e la pratica della carità misericordiosa non sono affatto sentite da Nostro Signore come se fossero in contraddizione tra loro. E allora, perché dovrebbero esserlo da parte nostra, suoi fedeli? Invece di separare falsamente un Cristo dall’altro, bisogna capire in che modo giustizia e carità si compongano in una superiore visione, dal punto di vista di Dio, che noi ricostruiamo (per quanto ci è possibile) in base alla Verità rivelata, come insegnata dalla Tradizione e dalla Dottrina della S. Chiesa.
E non bisogna dimenticare che il Verbo Incarnato nell’uomo Gesù di Nazareth mai ha cessato per un solo momento di essere il Verbo che inabita presso il Padre, ragion per cui mai può aver cessato di esercitare la giustizia secondo la volontà del Padre nei confronti delle anime di tutti quelli che morivano durante il tempo della sua Incarnazione. Asceso al Padre, Egli ha continuato a svolgere la sua opera di “mediatore” e “avvocato” a nostro favore presso il Padre (Eb 8-9; 1 Gv 2,1), nella quale si serve dell’ausilio di Maria Mediatrice di tutte le Grazie e di tutti i Santi (dell’intera Chiesa invisibile in cielo). Ma, evidentemente, ha anche continuato ad esercitare senza interruzione le sue prerogative sacerdotali e regali di giusto Giudice, nei giudizi particolari delle anime di tutti coloro che sono morti, dal giorno dell’Ascensione sino ad oggi.

6.1 La misericordia non contraddice la giustizia
Secondo il suo concetto la misericordia non esclude affatto la giustizia. Di un padre di famiglia premuroso ed affettuoso che tuttavia castighi i figli per le loro mancanze, diremmo che è in contraddizione con se stesso, quando li punisce? No. Diremmo che lo sarebbe se non li punisse poiché in tal modo verrebbe meno ai suoi doveri di educatore e al principo della giustizia, che impone la punizione di colui che ha mancato, in proporzione alla gravità della sua colpa. Le stesse cose diremmo di un buon governante, se evitasse di applicare la legge o comunque di punire i malvagi, come meritano.
La misericordia presuppone la giustizia poiché solo il giusto giudice può essere misericordioso. La misericordia di un giudice disonesto o debole la chiameremmo complicità morale con il male o debolezza di carattere. La misericordia viene esercitata da Nostro Signore nei confronti del peccatore pentito non del peccato; e quindi non nei confronti del peccatore impenitente, il quale è invece lasciato ai rigori della giustizia divina, visto che egli vuole rimanere nel peccato sino alla fine. “Considera come, se è infinita la giustizia di Dio contro i peccatori ostinati, infinita è anche la sua misericordia verso i peccatori pentiti […] Se tutti i peccatori con cuore umiliato e contrito ricorressero a Dio, tutti si salverebbero” (S. Alfonso Maria de Liguori, Apparecchio alla morte). E la bontà divina è sempre all’opera, anche prima del nostro pentimento, poiché è per divina misericordia che a noi peccatori si offrono nella vita le occasioni propizie per togliersi dal peccato, se sappiamo coglierle.
Ma, replicano i figli del secolo, il Cristo che ci dice : “venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi”, è lo stesso che dice : “Non pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra; non sono venuto a portare la pace ma la spada. Io sono infatti venuto a mettere in discordia il figlio col padre, la figlia con la madre e la nuora con la suocera; e i nemici dell’uomo saranno i suoi familiari” (Mt 10, 34-36)? Egli, che è l’Agnello senza peccato, umile e mansueto, che non giudica nessuno in questo mondo, è venuto a portarci la “spada” della “discordia”? Ma non ci troviamo qui di fronte ad alcuna contraddizione. La “spada” è una spada spirituale, ed è quella della “discordia” (oichásein, separare) ossia della persecuzione che colpirà sempre chi vorrà seguire gli insegnamenti del Signore sino in fondo. Il mondo, che è sotto il segno di Satana, vorrà sempre rigettarli e le società si divideranno, a cominciare dalle famiglie. Il mondo rigetterà la morale predicata da Gesù, lineare, austera, virile e nello stesso tempo pervasa di un soprannaturale spirito di carità. E rigetterà, in particolare, l’afflato misericordioso della Sua predicazione : l’amare il prossimo come se stessi per amor di Dio; il perdonare le offese; il non giudicare gli altri; l’amare i propri nemici; il pregare per i propri persecutori; il chiedere l’aiuto della Grazia per diventare buoni, semplici, umili di cuore.  Gli inviti ad abbandonarsi totalmente a Lui e ad una sovrannaturale carità nei confronti del prossimo eccitano l’odio e la derisione del mondo ancor più delle enunciazioni della giustizia divina, che pur suscitano sempre un’ira furibonda nei figli del secolo. Essi, gli inviti e le esortazioni della divina misericordia, costituiscono già la spada che provocherà la discordia nel mondo e la sua divisione in Eletti e Reprobi.
Il giudizio del mondo è un giudizio privo di misericordia. Perché allora il mondo non dovrebbe esser giudicato nello stesso modo nel quale esso giudica, e trattato in conseguenza? Lo richiede la giustizia. Non c’è quindi contraddizione tra il Cuore misericordioso di Gesù ed il Cristo giudice infallibile delle nostre anime. Ed anzi, la misericordia divina eccede in modo sovrabbondante la proporzione formale (basata sul principio del contrappasso) tra colpa e pena, nel consentire il pentimento, anche solo finale, a molti cuori che sembrano induriti nel peccato. “Mistero certamente tremendo, né mai sufficientemente meditato : che cioè la salvezza di molti dipenda dalle preghiere e dalle volontarie mortificazioni, a questo scopo intraprese dalle membra del mistico Corpo di Gesù Cristo, e dalla cooperazione dei Pastori e dei fedeli, specialmente dei padri e delle madri di famiglia, in collaborazione col divin Salvatore” (Pio XII, Mystici Corporis, AAS 35 (1943) p. 200 ss).
Eccede, senza però contraddirla. La misericordia divina non può contraddire la giustizia divina, altrimenti Dio sarebbe in contraddizione con se stesso. Per questo S. Paolo ci ricorda che Dio, “a chi Egli vuole usa misericordia e chi Egli vuole indura” (Rm 9, 18). Solo Dio conosce veramente cosa c’è nel cuore dell’uomo e quindi “usa misericordia” e “indura”, lascia cioè nella sua ostinazione peccaminosa, “chi vuole”: chi a Suo insindacabile giudizio merita di esservi lasciato, unicamente in base a questa Sua conoscenza, più profonda degli abissi della nostra anima; conoscenza che resta per noi ovviamente impenetrabile. Diversi suoi giudizi ci sembrano allora incomprensibili o addirittura ingiusti. Ma non spetta a noi penetrare i giudizi divini (Rm 9, 20). Come potremmo, con le limitate nostre forze intellettuali? Noi, in quanto semplici creature, non abbiamo a disposizione gli elementi di giudizio in possesso della Divinità né la sua capacità di comprensione e giudizio, che eccede incomparabilmente ogni nostra. Perché quel tale è morto bambino, da poco battezzato, quell’altro invece vecchio e forse pieno di peccati; perché l’uomo buono soffre (quando soffre) ed il malvagio prospera (quando prospera)? E così via, con considerazioni simili per le molte ingiustizie e disgrazie che affliggono quotidianamente l’umanità. In una famosa pagina della Civitas Dei, S. Agostino ci dice che nel giorno del Giudizio, “ci verrà anche manifestato per quale giusto giudizio di Dio ora sono nascosti ai mortali molti, o quasi tutti i giusti giudizi di Dio. Per la fede dei buoni, però, non è un mistero che sia giusto ciò che ci è nascosto” (XX, II, tr. it. C. Borgogno, rev. A. Landi, ed. Paoline, 1973).

6.2 Significato consolatorio e salutare del giudizio divino
Nostro Signore ci ha detto che dobbiamo soprattutto temere il giudizio di Colui che ha il potere di mandarci per sempre nella Geenna e noi attribuiamo a questo giudizio un significato consolatorio? Passi per quello salutare, che consiste nell’infonderci un salutare timore, non della morte, ma del Giudizio di Dio. Salutare, questo timore, perché contribuisce potentemente alla nostra santificazione quotidiana. Sapendo cosa ci aspetta, dovremmo esser spinti ad osservare i Comandamenti con molta maggior solerzia. Il timore del Giudizio è ricompreso nel timor di Dio, che è uno dei sette doni dello Spirito Santo.
Ma il significato consolatorio?
Riflettiamo attentamente. In uno Stato ben governato, i cittadini sono contenti di sapere che esistono giudici che applicano coscienziosamente la legge, punendo i malvagi come si conviene, nel rispetto delle procedure stabilite dalla legge, e dando soddisfazione alle legittime pretese dei buoni. I buoni proveranno certo timore di questi giudici, perché è giusto aver timore del giudizio in quanto tale, anche perché ognuno di noi può sempre incappare nelle maglie della giustizia ed esser costretto a sottostare a giudizio. Tuttavia, questi cittadini si sentiranno rinfrancati dall’esistenza di questi giudici e dall’efficacia dei loro giudizi perché, senza di essa, ognuno si farebbe giustizia da sé, per quanto possibile, e l’intera società sprofonderebbe nella peggiore anarchia, col risultato che la giustizia non si attuerebbe mai e la vita di ciascuno sarebbe triste, incerta, sempre in pericolo. Senza il giudizio, non può esservi giustizia; senza il giudizio di un giudice che sia super partes, che sia il giusto giudice. Nessuno può, infatti, attribuirsi il suo da se stesso senza violare il principio dell’imparzialità della giustizia. Nessuno può essere il giudice di se stesso. Nella vita civile il pensiero del tribunale e del giudizio, dunque, da un lato ci spaventa, dall’altro ci consola, senza che questi contrastanti sentimenti costituiscano contraddizione alcuna dal punto di vista della recta ratio.
La similitudine con il nostro modo di sentire il Giudizio finale dovrebbe esser chiara.
L’idea che la nostra vita si concluderà con il Giudizio di Dio giustamente ci atterrisce, e in un modo che non si può descrivere; ci atterrisce in sé e per via delle sanzioni eterne che esso ha il potere di irrogare. Più ancora che l’efferatezza delle pene, è la loro eternità che ci terrorizza.
“Considera come nell’inferno non vi è fine; si patiscono tutte le pene, e tutte eterne. Sicché, passeranno cento anni di quelle pene, ne passeranno mille e l’inferno allora comincerà; passeranno centomila e cento milioni, mille milioni di anni e di secoli e l’inferno sarà da capo. Se un angelo a quest’ora portasse la notizia ad un dannato che Dio lo vuol cavare dall’inferno, ma quando? Quando saranno passati tanti milioni di secoli, quante sono le gocce d’acqua, le fronde degli alberi, le arene nel mare e della terra, voi vi spaventereste ma è pur vero che quegli farebbe festa a questa notizia, che non fareste voi se aveste la notizia di esser fatto re di un gran regno. Sì, perché direbbe il dannato : è vero che passeranno tanti secoli, ma verrà un giorno in cui finiranno. Ma passeranno tutti questi secoli, quante sono le arene, le gocce, le fronde e l’inferno sarà da capo […] Il dannato si vedrà sempre scritta in faccia la sentenza della sua dannazione eterna e dirà : dunque tutte queste pene che ora patisco, questo fuoco, questa malinconia, questo grido, non hanno da finire per me? No, gli sarà risposto : mai, mai, mai. E quanto tempo dureranno? Sempre, sempre” (S. Alfonso Maria de Liguori, Apparecchio alla morte).
Il Dannato non subisce l’annientamento del proprio essere, l’annullamento della propria anima, come se potesse cavarsela sparendo nel Nulla: è invece condannato a vivere in eternonelle tremende pene spirituali e materiali dell’Inferno. Questa è la verità che ci è stata rivelata e nessuno può cambiarla. Le pene spirituali sono costituite, oltre che dal miscuglio di sentimento di impotenza, vani rimorsi, odio e disperazione che dilania l’animo dei Riprovati, dall’atroce sofferenza per la privazione della Visione Beatifica, della quale godono invece gli Eletti. L’idea sbagliata (e di nuovo in circolazione) dell’annullamento del Dannato proviene da un equivoco sul significato del termine morte seconda, con il quale si indica appunto in modo simbolico (morte definitiva a Dio, seconda dopo quella terrena) l’eterna dannazione conseguente al Giudizio. Il suo significato è chiaramente spiegato nell’Apocalisse: “ […] E scese fuoco dal cielo e li divorò [Gog e Magog e i loro eserciti del Male]. E il diavolo loro seduttore fu gettato nello stagno di fuoco e di zolfo, dove [già sono] la bestia e il falso profeta, e saran tormentati giorno e notte nei secoli de’ secoli […] E il mare diede i suoi morti e la Morte e l’Orco diedero [anch’essi] i loro morti, e furon giudicati ciascuno secondo le loro opere, e la Morte e l’Orco furono gettati nello stagno di fuoco. È questa la morte seconda [Haec est mors secunda]. E chiunque non fu trovato scritto nel libro della vita, fu gettato nello stagno di fuoco” (Ap 20, 9-15).  
I figli del secolo e i chierici fedifraghi loro amici, rifiutano con orrore l’idea di una condanna a pene che durano in eterno e bestemmiano dicendo che solo una Divinità crudele può aver creato l’Inferno. Concederebbero al massimo un inferno provvisorio, dimenticando che una sorta di inferno provvisorio già esiste : il Purgatorio. Che è però giustamente previsto solo per le anime sante, per coloro che si sono salvati, che devono ancora purificarsi dai peccati veniali non ancora rimessi, dalle cattive abitudini, dalla pena temporale per i peccati mortali rimessi quanto alla colpa (G. Casali, Somma di teologia dommatica, Lucca, 1964, p. 660).  
Infatti, dobbiamo chiederci : il peccatore impenitente, se potesse, cesserebbe mai dal peccare? Di sicuro no. Se potesse, egli resterebbe peccatore in eterno (S. Gregorio Magno). Il fornicatore, il vero libertino non smetterebbe mai di sedurre e ingannare donne di ogni tipo e condizione. Ed il ladro e l’assassino, non vorrebbero rubare e ammazzare per i secoli dei secoli, se potessero? Solo la morte li ferma. E li ferma, la morte, nella disposizione d’animo per loro abituale, di chi è costantemente volto al male. Perché allora la pena non deve esser eterna per loro? E perché non deve, la pena, tormentargli in eterno i sensi, visto che le “brevi gioie” di quel peccato nel quale vorrebbero in eterno vivere coinvolgono sempre in vario modo i sensi? E non è anche con i sensi, oltre che con la volontà e l’intelletto, che i peccatori hanno offeso Dio, violando sistematicamente i suoi comandamenti?
Se la pena non fosse eterna, inoltre, tra il talamo incontaminato ed il postribolo (come si è sempre detto) verrebbe cancellata ogni differenza poiché alla fine tra la donna che ha vissuto, spesso con eroica lotta contro se stessa, da sposa fedele e virtuosa e quella che havoluto vivere sino alla fine da prostituta o comunque da lasciva e traditrice, non vi sarebbe differenza alcuna : la peccatrice impenitente si salverebbe alla fine allo stesso modo della brava madre di famiglia, godrebbe anch’essa della Visione Beatifica senza essersi mai pentitase la pena non fosse eterna. Ma ciò sarebbe profondamente ingiusto e Dio non può essere ingiusto. Glielo impedisce la santità stessa della Sua natura. La giustizia esige dunque che la pena sia eterna, per l’impenitente.
Ma è pur vero che, accanto ad un grande e legittimo timore, l’esistenza del Giudizio ci procura anche una consolazione interiore perché sappiamo che, grazie al Giudizio, quelli di noi che ne sono degni otterranno l’eterno premio, la Visione di Dio Uno e Trino, faccia a faccia, una beatitudine che l’uomo non può nemmeno immaginare (2 Cr 12, 4). Il giusto Giudice ci ricompenserà secondo i nostri meriti ed anzi, possiamo dire, in modo sovrabbondante ed esorbitante, se pensiamo alla natura incommensurabile della ricompensa: la contemplazione in eterno della Santissima Trinità! Quale merito umano, per quanto grande, sarebbe degno di meritarla? Ma proprio questa ricompensa ha stabilito del tutto gratuitamente la divina Bontà, che ama contemplarsi nella perfezione della sua Gloria, alla quale ha voluto far partecipare gli Eletti.
L’esistenza del Giudizio ci consola anche da un altro punto di vista, quello della giustizia che viene finalmente attuata, per tutti. Il Signore rimetterà tutte le cose a posto (Ap 21, 4). Chi l’ha fatta franca, pagherà. Il nostro senso della giustizia viene così ad esser soddisfatto. Infatti, il senso della giustizia esige che ogni colpevole sia punito : unicuique suum.
Ma il senso della giustizia, come insinuano i figli del secolo ed i loro amici nella parte deviata del clero, contraddice forse la carità cristiana? Se dobbiamo amare i nostri nemici personali per amor di Dio e pregare per la salvezza dei peccatori, come può allora consolarci il pensiero che la giustizia divina mandi poi quegli stessi peccatori all’eterna dannazione? Ma cosa dice S. Paolo, quando ci esorta a non vendicarci mai dei nostri nemici personali? “Abbiate pace con tutti gli uomini; non vendicandovi da voi stessi, o diletti, ma date luogo all’ira divina, perché sta scritto : ‘ A me la vendetta, io darò la retribuzione, dice il Signore [Dt 32, 35]’. Anzi : ‘Se ha fame il tuo nemico dagli da mangiare; se ha sete, abbeveralo; poiché facendo così radunerai carboni di fuoco sopra la sua testa [Pr 25, 21-22]’. Non lasciarti vincere dal male, ma vinci nel bene il male” (Rm 12, 18-21).
L’esigenza di giustizia rappresentata dal ripagare il male subíto con un male inferto (occhio per occhio), deve esser superata dall’esigenza più alta della misericordia divina, che ci impone di replicare al male col bene nei confronti di chi ci ha offeso. Pregare per la sua anima rientra in questo atteggiamento spirituale, che è quello della vera carità cristiana, che si attua anche nel “riprendere” il peccatore, mostrandogli la gravità dell’offesa da lui fatta con il peccato a Dio, ancor più che agli uomini. L’esigenza della giustizia non resterà però insoddisfatta : la giusta retribuzione sarà data da Dio il giorno del Giudizio. In tal modo il nostro senso della giustizia non viene offeso, poiché sappiamo che nessuno può sfuggire al giudizio di Dio (Ap 20, 13). Ma se quello stesso che ci ha offeso, grazie anche al nostro esercizio della misericordia, ivi comprese le preghiere, si pente e alla fine si salva, dovremmo rattristarcene, perché è riuscito a sfuggire alla giustizia nostra e a quella divina? No, perché l’istanza della misericordia prevale su quella della giustizia in senso stretto e fa salvo il peccatore pentito, cosa della quale ogni cuore cristiano non può che gioire sinceramente. Il pensiero che i peccatori possano salvarsi anche grazie alle nostre preghiere e mortificazioni, ci dà una consolazione ben più alta di quella dell’attuazione della giustizia.   Ma anche qui la giustizia non viene offesa : sarebbe infatti ingiusto che il peccatore che si è pentito, anche solo alla fine della sua vita, venisse condannato (Mt 20, 1-16, parabola degli operai della vigna).
L’istanza della giustizia prevale su quella della misericordia quando il peccatore èinduritoimpenitente. Condannato per sempre è infatti l’impenitente, il protervo e indurito, grazie al Giudizio di Dio. L’umana compassione che proviamo per il destino ultraterreno dell’impenitente (punteggiata dall’angoscioso pensiero di poter essere anche noi, se non perseveriamo in Cristo, alla fine nel numero dei dannati) non impedisce al nostro senso della giustizia di esser consolato dal Giudizio divino che ha condannato l’impenitente. Grazie ad esso ci sentiamo garantiti da un giudice, infallibilmente giusto, che è Giudice in eterno, poiché ciò che Egli ha deciso dura per l’eternità: Nostro Signor Gesù Cristo, Figlio di Dio, consustanziale al Padre, seconda Persona della Santissima Trinità. A Lui la Gloria nei secoli dei secoli.

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