ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 21 luglio 2015

Golpe continuo

Sentenza di Strasburgo: il vero pericolo è la “normalizzazione”

Corte di Strasburgo(di Alfredo De Matteo) La Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per la violazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare di tre coppie omosessuali, che da anni vivono insieme in una relazione stabile. Come forma di risarcimento lo Stato italiano dovrà versare la somma di 5.000€ a ciascuna delle tre coppie gay che hanno presentato e vinto il ricorso.

Per la Corte di Strasburgo l’Italia deve introdurre una qualche forma di riconoscimento legale per le unioni omosex in quanto «la protezione legale disponibile attualmente a coppie dello stesso sesso non solo non garantisce i bisogni fondamentali per una coppia che sia in una relazione stabile, ma non dà neanche sufficienti certezze».
La sentenza della Corte europea diverrà definitiva tra 3 mesi se i ricorrenti o il Governo non chiederanno e otterranno un rinvio alla Grande Chambre per un nuovo esame della questione. C’è da considerare che sulla testa dell’Italia pendono altri quattro ricorsi riguardanti la registrazione di matrimoni contratti all’estero e uno concernente un mancato ricongiungimento familiare di un cittadino italiano col suo compagno neozelandese.
Non avendo ottenuto dalle autorità italiane quanto richiesto anche queste pseudo coppie si sono rivolte alla Corte di Strasburgo, sostenendo che l’Italia sta violando il loro diritto al rispetto della vita privata e familiare, a non essere discriminati e a contrarre matrimonio, perché nella nostra legislazione non è prevista alcuna forma di riconoscimento legale della loro unione. In pratica, gli stessi argomenti sostenuti dai ricorrenti a cui Strasburgo ha dato ragione.
Si tratta dell’ennesima ingerenza dell’Europa nella sovranità dei singoli stati membri e nelle questioni etiche: niente di nuovo sotto il sole. Il pericolo maggiore è forse rappresentato da chi tende a gettare acqua sul fuoco: il senatore di Ap Carlo Giovanardi, tramite un comunicato Ansa, si è affrettato a puntualizzare quanto segue: «Premesso che la Corte Europea dei diritti dell’uomo non è un organo della UE ma del Consiglio d’Europa, le cui decisioni possono essere appellate dal Governo italiano, è il contenuto della sentenza, che sicuramente raffredderà gli entusiasmi di chi evidentemente non l’ha letta. La sentenza infatti rileva come l’Italia, fermo restando il rispetto dei suoi principi costituzionali sia obbligata a riconoscere i diritti fondamentali delle coppie omosessuali fra cui la Corte esclude esplicitamente le adozioni e non prende in considerazione né le pratiche dell’utero in affitto e neppure la reversibilità. Pertanto, nulla cambia nella nostra posizione che concorda nel riconoscere i diritti dei singoli nell’ambito delle formazioni sociali, di cui all’art. 2 della Costituzione, come indicato nella sentenza della Corte Costituzionale, senza aprire surrettiziamente la porta a quello che l’Europa non ci chiede affatto di riconoscere».
Tuttavia, pare oltremodo evidente come la strategia delle lobby europeiste anticristiane si fondi soprattutto sulla gradualità nella consapevolezza, del fatto che sia a livello politico che culturale molti Stati membri non sono ancora pronti ad accettare le unioni contro natura. Dunque, il piano è quello di procedere per tappe, cominciando ad imporre ai governi ancora recalcitranti le basi filosofiche e giuridiche necessarie e sufficienti affinché si giunga, infine, al completo smantellamento dell’ordine naturale.
L’illusione dello scampato pericolo in merito ai matrimoni gay potrebbe così indurre gli intellettuali, i politici e alcuni uomini di Chiesa a puntare su una qualche forma di riconoscimento delle unioni omosessuali, ossia su di una soluzione di compromesso tra la difesa dei principi fondamentali del diritto naturale e cristiano e le pressioni delle lobby europeiste ed omosessualiste. Tuttavia, se i danni sarebbero apparentemente limitati nel breve periodo è altrettanto vero che si accetterebbe un rovinoso compromesso e si andrebbe a creare una falla nella diga, che prima o poi collasserà.
Altre alternative non ci sono: o farsi complici del cosiddetto male minore, col pretesto della sua irreversibilità, od opporre una ferma resistenza ad ogni forma di negazione dell’ordine naturale e cristiano, comunque espressa. Con la consapevolezza che nel primo caso saremmo corresponsabili dell’inevitabile sconfitta morale, mentre nell’altro caso riaffermeremo pubblicamente la verità e il bene. (Alfredo De Matteo)
L'Europa ci prova a imporre le unioni omosex Un altro colpo della dittatura gay e gender

L'Europa ci vuole imporre i matrimoni gay
Da queste colonne Massimo Introvigne ha già offerto una lettura critica, di carattere giuridico, della sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (Cedu) “Oliari e altri contro Italia” che chiede al nostro Stato di dare riconoscimento giuridico a qualche forma di convivenza omosessuale.  Ora vogliamo mettere l’accento su tre aspetti che sono contenuti in nuce in questa sentenza  e che sono tipici dell’offensiva dei sostenitori della teoria del gender e che, in senso più esteso, appartengono alla strategia dei nemici dei cosiddetti principi non negoziabili.

In primo luogo per far pressing sul Parlamento occorre una morsa a tenaglia degli altri poteri dello Stato e di quelli sovranazionali. Se le unioni civili non sono ancora diventate legge è necessario anticipare Camera e Senato legittimando in qualche modo le unioni civili e riconoscendo tutti i corollari di “diritti” che da esse dovrebbero discendere. E così ecco le trascrizioni compiute da molti sindaci italiani di “matrimoni” gay avvenuti all’estero, ecco la Corte costituzionale che sin dal 2010 chiese al Parlamento di legiferare sulla convivenze omosessuali, ecco le sentenze dei tribunali che legittimano la pratica dell’utero in affitto e relativi figli (Milano) – legittimazione a favore di una coppia etero, ma in futuro estendibile anche alle coppie omo - che affidano bambini a coppie omosessuali (Bologna), che rilasciano carte di soggiorno ad un cittadino straniero perché sposato al suo compagno italiano con “matrimonio” gay celebrato in Spagna (Reggio Emilia), ed ecco la sentenza della Cedu che ordina di accelerare la normalizzazione giuridica delle coppie omosessuali. Al Parlamento non rimarrà che rettificare per legge una situazione giurisprudenziale e amministrativa già vigente e parzialmente diffusa.
In secondo luogo possiamo notare che se è vero che la Cedu non ha reali poteri coercitivi di carattere giuridico a danno dell’Italia, ne ha molti in senso politico. Esiste cioè una verità giuridica – la sentenza della Cedu non è direttamente applicabile nel nostro Paese – ed una verità politica partorita in modo indebito dai media, ma pur sempre esistente: l’Europa ci chiede di legittimare le convivenze omosessuali. In buona sostanza il vero peso specifico di questa sentenza non deve essere calcolato sulla bilancia del diritto, ma su quello del percepito pubblico, così com’è stato mediato dalla stampa e da altri organi di informazione. Su questo piatto della bilancia la sentenza della Cedu cessa di essere una decisione dei giudici e assume le vesti di un monito di carattere politico proveniente dall’alto. E questo aspetto, nolenti o volenti, conta di più del mero dato giuridico al fine di accelerare i tempi per il varo della Cirinnà.
Infine c’è un’altra considerazione che si potrebbe fare e che si collega a questo ultimo aspetto. É un dato di fatto che in Europa ormai sono pochi gli Stati che tengono duro e che non hanno ancora varato normative volte a riconoscere o il “matrimonio” omosessuale o una qualche forma di convivenza tra persone dello stesso sesso. L’impressione che il sig. Rossi ricava dai media è che l’Italia sia il fanalino di coda nel riconoscimento dei “diritti” dei gay, dimenticando volutamente o ignorando che in tema di famiglia è il singolo Stato ad essere sovrano, non l’Europa. Ma oggi – almeno quando fa comodo – il principio di sovranità nazionale viene scalzato da un nuovo principio. Il principio della democrazia degli Stati che ha sostituito quello della democrazia dei popoli. In buona sostanza il discorso che si vuole far passare è il seguente. La maggioranza degli Stati corre nella direzione del riconoscimento dei “matrimoni” o para-matrimoni gay. L’Italia si attarda su questa strada, ergo il suo agire non è democratico ed è antigiuridico. 
Sarebbe quindi l’opinione non più della maggioranza dei cittadini di una nazione che fungerebbe da stella polare da rispettare, bensì le leggi della maggioranza degli stati europei. Una strana torsione del concetto di democrazia, quasi che l’Italia appartenesse ad un club di stati in cui ogni membro deve obbedire al main stream imposto dai più. E in fin dei conti, a pensarci bene, l’Europa è proprio questa cosa qui.
di Tommaso Scandroglio22-07-2015
Unioni gay e trans senza bisturi, quando le Corti decidono. E' un golpe?
Unioni gay e trans senza bisturi, quando le Corti decidono. E' un golpe?



La Corte europea per i diritti umani di Strasburgo ha stabilito oggi la violazione da parte dell'Italia del diritto al rispetto della famiglia e della vita privata, in quanto il Paese non fornisce un riconoscimento legale alle coppie gay per le quali "un'unione civile sarebbe il modo più appropriato per ottenere il riconoscimento delle loro relazioni".

E’ ciò che si legge in una nota pubblicata a corredo di una sentenza emessa oggi a seguito del ricorso di tre coppie omosessuali. 

Ancora una volta l’Europa entra a gamba tesa nelle vicende italiane “imponendo” al Parlamento di fare ciò che fino ad oggi non si è riuscito ad ottenere grazie alla libertà di coscienza dei singoli deputati e senatori.

Adesso è in discussione il disegno di legge Cirinnà sulle unioni civili

Oggetto del contendere il manifesto tentativo del ddl di equiparare le unioni civili e gay alla famiglia fondata sul matrimonio e la concreta possibilità di aprire alle adozioni per le coppie omosessuali. Il Parlamento dunque sta discutendo, ponderando, valutando, ma sempre più spesso, proprio in materia di temi etici, si assiste ad una sorta di “commissariamento” della sovranità con organi “esterni” che intervengono a riempire i vuoti legislativi al posto di chi dovrebbe essere deputato a farlo. 

E’ il caso dell’Europa appunto, con sentenze che vanno sempre più verso una concezione nichilista e relativista dello Stato e dei diritti individuali, ma anche della magistratura italiana che sempre più spesso emette sentenze che di fatto vanno a riconoscere diritti non previsti dalla Costituzione. Come è avvenuto ad esempio con l’ultima sentenza della Cassazione che pronunciandosi sul ricorso presentato da Rete Lenford ha stabilito che un trans può tranquillamente ottenere il cambio di sesso all’anagrafe anche senza doversi necessariamente sottoporre ad un intervento chirurgico. Una sentenza che di fatto sancisce la differenza fra “sesso naturale” e “sesso mentale”. Della serie; non importa come si nasce in natura ma come ci si sente realmente. Una sentenza che sta facendo molto discutere ma, cosa ancora più grave, va a riconoscere un diritto non previsto. 

Insomma, chi è che deve legiferare in Italia? Il Parlamento o gli organismi giudiziari? Non esiste in Italia la separazione dei poteri? Non spetta al Parlamento fare le leggi e alla magistratura farle rispettare? Se i giudici  con le loro sentenze fanno le leggi, non vanno ad invadere le competenze del Parlamento? L’Italia è o non è tuttora una repubblica di tipo parlamentare? Si dirà; ma i giudici seguono le direttive europee nel dare risposte ai ricorsi inerenti materie non disciplinate giuridicamente. 

Ma l’Europa può davvero pretendere di uniformare ogni legislazione degli stati membri ai propri desideri? Dopo la dittatura della finanza, ci vorrebbe imporre anche quella del relativismo etico? Possibile che gli stati europei non debbano avere più alcuna autonomia decisionale nemmeno per ciò che concerne la sfera etica e sessuale? In questo contesto pesa anche e parecchio l’atteggiamento della Chiesa che ormai da tempo ha assunto su certe questioni una posizione quasi “arrendevole”. Il Papa più volte negli ultimi tempi ha tuonato contro la teoria del gender e i tentativi di demolire i diritti della famiglia fondata sul matrimonio, ma poi la Conferenza Episcopale sembra marciare su un binario diverso. 

Il segretario della Cei Nunzio Galantino ha più volte chiarito che la posizione dei vescovi non coincide con quella di chi ha riempito Piazza San Giovanni e oltre il 20 giugno scorso, lasciando intendere che sul ddl Cirinnà la Chiesa non intende alzare le barricate, né intraprendere nuove crociate. 

Una posizione che all’interno della Cei non sarebbe condivisa da molti vescovi, ad iniziare sembra dal presidente Angelo Bagnasco che però, almeno al momento, secondo i rumor, starebbe lavorando dietro le quinte attraverso proprio l’azione dei parlamentari cattolici a lui più vicini (leggi Ncd e Udc). Inoltre non sarebbero stati pochi i vescovi ad aver disobbedito alle disposizioni di Galantino, sollecitando la partecipazione ai Family Day. 

Ad ogni modo è sempre più evidente il tentativo di “sabotare” l’attività del Parlamento dall’esterno, quasi sancendo situazioni di fatto e scavalcando la Costituzione italiana con l’imposizione di norme e regolamenti da parte di organismi privi di legittimazione popolare. 

Tutto questo in base al principio del soddisfacimento delle libertà individuali attraverso un concetto sbagliato e distorto del termine democrazia; perché la democrazia non significa la libertà di fare o di essere ciò che si vuole ma dovrebbe essere soprattutto il rispetto delle regole.  Regole scritte da chi è deputato a farlo attraverso la legittimazione del corpo elettorale. 

Altrimenti se il Parlamento non ha più la sovranità di decidere al punto da vedersi sostituito dalla magistratura nel fare le leggi e regolamentare certe materie, tanto vale “rottamare” la Costituzione, alla faccia di Roberto Benigni.

21 luglio 2015, Americo Mascarucci

http://www.intelligonews.it/articoli/21-luglio-2015/28849/unioni-gay-e-trans-senza-bisturi-quando-le-corti-decidono-e-un-golpe-

Il nuovo corso del gender/genere secondo Valeria Fedeli  –  di Patrizia Fermani

Redazione
La senatrice PD, nello spazio democraticamente messo a disposizione dalla Curia di Vicenza, mischia le carte e spiega al popolo che lei non sa neanche cosa sia il “gender”. Lei è paladina della “educazione di genere”, che serve per liberare la donna dall’orrenda oppressione in cui tuttora vive. Ma tra il pubblico c’è chi fiuta l’imbroglio…
di Patrizia Fermani
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La parola “genere” come sostituzione graziosa del termine “sesso”  compare  già ossessivamente negli atti della conferenza di Pechino sulle donne, per esprimere il concetto che noi diventiamo quello che possiamo scegliere di essere, indipendentemente dai dati biologici.  Ed educare al genere significa far prendere coscienza dello spettro delle relative possibilità. La trovata che vantava anche  qualche quarto di nobiltà freudiana, ed era stata portata in auge dai teorici della indistinzione sessuale in seno ai movimenti omosessualisti, diventa già dagli anni ottanta il cavallo di battaglia del femminismo radicale che se ne appropria.  Da allora i due filoni corrono insieme sebbene su due binari paralleli.  Al  femminismo  serve per staccare la donna dai ruoli famigliari legati soprattutto alla maternità,  e andare a fondare la  nuova mistica dei “ diritti riproduttivi”, cioè la micidiale macchina abortiva allestita su scala internazionale per  assicurarle libertà e valorizzazione sociale.  Ai movimenti omosessualisti fornisce la base ideale perché l’omosessualità, intesa come libera scelta sessuale, esca dal recinto della anormalità psicofisica e acquisti rispettabilità e adepti, ripagando vecchie frustrazioni ed esaltando la diversità. Una diversità che rivendicata come valore, peraltro diventa  anche un inciampo  sulla via della agognata uguaglianza per la insoluta contraddizione tra diversità da onorare e uguaglianza da reclamare.  In ogni caso l’agenda di genere assicura il sostrato ideologico del mondo nuovo libero da condizionamenti culturali religiosi e morali quindi libero dal passato e artefice solo del futuro, e si tratta di un presupposto concettuale immediatamente funzionale alle politiche di destrutturazione degli istituti famigliari adottate dai poteri sovranazionali. Infatti viene subito messa al suo servizio la poderosa macchina organizzativa dell’Onu profondamente infiltrato dai rappresentanti di entrambe la categorie sindacali, e teso ad  assicurarne il successo planetario attraverso le manipolate conferenze internazionali, in perfetta  sintonia con la Unione Europea.
Il metodo di lavoro e le categorie operative sono quelli del marxismo che uscito vincitore dalla seconda guerra mondiale si coordina felicemente con i programmi di controllo planetario dei potentati economici dell’occidente.
Sta di fatto che tra femminismo ed omosessismo si stabilisce una stretta alleanza e le femministe in perenne lotta con il sesso avverso si proclamano tendenzialmente anche lesbiche.
E ovviamente  entrambi i fronti convergono verso la decostruzione della famiglia.  Lo sradicamento della donna predicato dalla agenda di genere mina direttamente la famiglia, mentre la promozione omosessista ne offusca l’essenza attraverso modelli alternativi.  Nel primo caso  l’effetto è diretto e intenzionale.  Nel secondo è indotto per contrasto mediato.  Tuttavia c’è da dire che col tempo l’attacco alla famiglia è stato affidato soprattutto all’omosessismo,  senza nulla togliere alla demolizione diretta da parte delle leggi dello stato.  Infatti le femministe avevano fondato il rifiuto del modello familiare dal presupposto di fatto di un supposto stato di oppressione, vessazione e disuguaglianza sociale che non era credibile trent’anni fa e ora appare solo ridicolo.  Se poi le formule vengono ripetute senza pudore è perché l’agenda di genere  entra in uno schema predefinito di lotta politica irrinunciabile per l’eterno ritorno della religione marxista leninista, e fino ad un certo punto non ci si è curati  neppure della plausibilità di quei presupposti di fatto creati secondo lo schema della lotta di classe.
In ogni caso per portare a buon fine  questa opera di stravolgimento di un intero assetto socio culturale e per lo sradicamento dalla natura, occorre un’opera capillare di adeguato ed efficace indottrinamento,  ed ecco che questo viene prontamente apprestato dallo Stato, il Demiurgo che non lascia ai propri  sudditi alcuna via di scampo.  Soprattutto perché  dietro a quello di cartapesta agisce lo Stato  inafferrabile e senza volto che come una terribile divinità onnipresente e onnisciente si impossessa anche delle coscienze.
Anche sul piano del progetto “ rieducativo” il filone femminista e quello omosessualista  sono destinati ad  intrecciarsi e potenziarsi reciprocamente. Si tratta di inoculare le cellule maligne “dello indifferentismo e della banalizzazione del sesso ridotto a funzione ricreativa, nella forma della  educazione sessuale e in quella della  educazione all’affettività, che significa fornire giustificazione in via emozionale  ad ogni scelta sessuale (va dove ti porta il cuore).  Mentre l’educazione al genere riporta tutto nella sfera della liberazione  assoluta dai limiti della natura, fornisce cioè il tessuto connettivo di tutta l’operazione “educativa”.
 L’omosessualismo punta direttamente alla caduta dei tabù sessuali e ci pensa l’Oms a stilare lo Standard per l’educazione sessuale in Europa del 2009, un manuale completo di destrutturazione della sfera sessuale ridotta a mera funzionalità ricreativa e alla eliminazione di ogni significato di valore morale dalle scelte legate alla sfera sessuale. Diventerà il punto di riferimento delle direttive Fornero e del decreto Carrozza sulla scuola. Per riproporre  le  categorie del femminismo omosessualista e della relativa agenda di genere occorre invece  fare prima piazza pulita degli stereotipi preesistenti. Ed ecco che la senatrice Valeria Fedeli (PD) presenta mesi fa un disegno di legge volto tutto alla cancellazione degli “stereotipi di genere”, che si  concentra cioè sulla parte  destruens del progetto di indottrinamento generale.  Bisogna abbattere a scuola quegli stereotipi su cui si regge la famiglia: far capire alla bambina che sua madre dedicandosi tutta a lei è una donna non realizzata, piuttosto inutile  e sicuramente infelice. Poi si potrà anche aggiungere che invece suo padre, fuggito col tabaccaio di fronte, è un brav’uomo sensibile agli impulsi del cuore.  Il progetto parte in via sperimentale in qualche scuola con bambini usati come cavie all’insaputa dei genitori. Anche questo fa parte della democrazia cattocomunista.  .
Ora bisogna osservare come  l’agenda di genere, vero e proprio fenomeno politico che aveva  preso le mosse, come dicevamo da  presunto stato di  oppressione, svantaggio e minorata difesa, oggettivamente irreale, e divenuto insostenibile,  abbia dovuto cercare una giustificazione più credibile nella meno verificabile situazione di diffusa violenza famigliare.  E si è voluto avvalorare questa idea con la paradossale legge sul femminicidio, frutto sfatto di una cultura giuridica in totale disarmo.  Qui figura  surrettiziamente proprio il riferimento ad un indottrinamento obbligatorio all’idea del genere. Infatti la legge contiene le direttive per l’indottrinamento sulla idea del genere che dovrebbe assicurare alle donne oppresse quanto agli omosessuali l’inebriante  paradiso culturale del futuro prossimo venturo. il femminismo reinverdito ad uso delle politiche sovranazionali, e l’omosessualismo libertario, entrambi al servizio del mondo nuovo, si incontrino pragmaticamente.  Tutto questo sarà fatto proprio per rinvio anche dalla  legge della “buona scuola” renziana  con una destrezza pari solo all’impudenza dei promotori e alla dabbenaggine dei figuranti della c.d. opposizione.
Così, con  questa pirateria  di piccolo cabotaggio , in qualche modo emerge concretamente come anche la storia cervellotica e insana del genere, figlia di un deserto morale, abbia potuto fare una brillante carriera  e sopra le teste di un elettorato che ha lo stesso potere contrattuale di un  gregge  sul ciglio di un dirupo.
Tuttavia già prima di questo ultimo glorioso traguardo, ad un certo punto ci si deve essere resi conto che la corda era stata tirata un po’ troppo anche sul fronte della applicazione del gender al fenomeno omosessuali.  L’identità di genere cervellotica e pretestuosa  applicata alle donne, è del tutto surreale applicata all’omosessualità.  La fuga in avanti del giudice di Messina che aveva dichiarato in nome del popolo italiano la legittimità di individuare il “sesso”, in base alla percezione personale del diretto interessato, qualche perplessità l’aveva suscitata persino nelle menti meglio predisposte.  E poiché l’obiettivo da raggiungere a tutti i costi è quello dello indottrinamento precoce,  è bene non  rischiare di mettere in allarme le famiglie. La via di educare apertamente a scuola alla scelta omosessuale sul presupposto  della libertà della scelta del genere, deve essere sembrata improvvisamente un po’ prematura.  Dunque meglio procedere con maggiore cautela, ripiegare su una proposta più commestibile, dare l’idea di un addolcimento della guerra e attaccare su un fianco più vulnerabile.  Mettere da parte il gender e tornare ad un autarchico genere, dall’aria inoffensiva come gli esercizi grammaticali da cui è stato tratto.  Senza contare che di qui a qualche tempo insegnare la bellezza della scelta omosessualista in scuole con alto tasso di allievi islamici potrebbe creare qualche problema agli accorti educatori del progressismo ad ampio spettro.  Comincia a circolare la voce che il gender non esiste  e che dunque la grande  manifestazione di Roma, che pure aveva ridotto i propri obiettivi  alla interdizione della teoria gender dai programmi scolastici, è stata fatta contro il nulla. Un caso di annullamento retroattivo di manifestazione. Infatti  la legge sulla scuola buona postcomunista e post cattolica  con indottrinamento de quo incorporato, viene approvata l’indomani, ma il gender non figura nel testo.  Si limita, guarda caso, a rimandare, come dicevamo sopra,   alla  educazione di genere prevista nella legge sul femminicidio.  Così è tutto sistemato.
L’importante è che  l’ex boy scout presidente del consiglio promette per la fine dell’estate la consacrazione giuridica delle relazioni omosessuali.  Infatti un altro pericolo è ormai felicemente sventato, quello del matrimonio omosessuale che, per accordo raggiunto davanti ad un piatto di pasta e broccoli in  sugo di arzilla, tra la Chiesa calabrese,  lo stato toscano e la diplomazia sabauda,  si chiamerà convivenza omosessuale giuridicizzata.  Un risultato che farà dormire sonni tranquilli a tutti mentre la direzione di Avvenire stappa un est est est d’annata. Così i bambini saranno indottrinati a scuola sulla bellezza di tali relazioni, a casa dalla tv, e sul pianerottolo di casa  dall’esempio accattivante dei gentili vicini  omogenei in luna di miele e in attesa di gingillo umano comprato all’estero.
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Di questa pièce teatrale di inenarrabile ricchezza morale, civile e religiosa,  una  parafrasi riassuntiva è andata in scena  la sera di lunedì 13 luglio in un incontro organizzato dalla curia vicentina nientemeno che con la stessa straordinaria signora Fedeli.  Quella curia che ha proposto a suo tempo come star del festival biblico in veste di filosofa Michela Marzano e che ha patrocinato mesi fa la pubblicazione del libro sul bello della omosessualità.
Dunque, la Signora Fedeli è stata invitata a parlare della bellezza della educazione di genere. La signora, vicepresidente del Senato,  ci dice che il suo ddl non vedrà la luce perché è stato interamente incorporato nella buona scuola di Renzi. Parla in modo commosso e accorato della condizione di sudditanza e di oppressione della donna italiana, del fatto che essa è oggetto di discriminazione e di ingiustizia sociale, che subisce violenze di ogni genere, domestiche e professionali.  Un destino crudele quello della donna italiana al quale è sfuggita miracolosamente lei stessa (non lo dice ma dobbiamo immaginare che lo pensi) e ancora più miracolosamente, a nostro avviso, la presidente della Camera. In questo quadro desolante equanimamente  condiviso dai tre pensosi correlatori rigorosamente cattolici, ca va sans dire,  finalmente lo Stato, provvido e oculato sente il dovere morale di istruire i fanciulli alla parità di genere, perché con questa nuova cultura che non lega le donne e gli uomini agli stereotipi familiari e sociali, si realizzi il mondo nuovo della indistinzione nella diversità e della diversità nella omologazione:  le donne possano vivere felici senza fare cose da donne e gli uomini si dedichino con profitto ai lavori domestici.  Uno dei relatori, adduce audacemente come caso esemplare di un nuovo orizzonte educativo quello della  prestigiosa scuola finlandese che prevede come  materia di studio per i maschietti l’economia domestica: carico della lavastoviglie, ostensione corretta del bucato.  Della educazione al genere in chiave omosessualista non si parla.
Ma la sala non è apparsa totalmente convinta del quadro idilliaco che si andava disegnando. Qualcuno ha ricordato anzitutto che è lo stato totalitario quello interessato ad impossessarsi della educazione.  Poiché non erano ammessi interventi dal pubblico,  il pubblico rumoreggiava e subodorando l’inganno altri hanno insistito ricordando  che il gender significa libertà della scelta sessuale e che questa nefandezza non può essere insegnata ai bambini.  La Signora ha replicato con sufficienza che l’omosessualità non c’entra nulla con la buona scuola di Renzi e che il genere di Renzi e suo non è il gender, perché lei questo  gender  non sa neppure cosa sia, anzi sarebbe contenta se qualcuno glielo spiegasse. Insomma il suo è solo un mussoliniano autarchico “genere” . Che veramente qualcuno le abbia raccontato le tristi imprese del feroce saladino?   O più semplicemente conosce benissimo  le lezioni marxiste sulla relatività della verità e sulla  efficacia di propagandare qualunque menzogna purché ripetuta ossessivamente e con convinzione.
Dunque lasciato il gender scopertamente  omofiliaco alla lingua inglese, noi ci dobbiamo concentrare di nuovo,  secondo la signora,  sulla urgenza di far scegliere alla donne la propria identità di genere. I genitori possono stare tranquilli. L’importante è finirla definitivamente con la famiglia  che sia eventualmente sopravvissuta al legislatore e che è luogo di infelicità e di violenza,  come dice perentoria la signora Fedeli, del resto in sintonia con un  pensiero  espresso in proposito  persino dal vescovo di Roma  che però, come sappiamo, tiene in  scarsa considerazione sia  l’esprit de geometrie che  l’esprit de finesse.
Dunque alla fine è emerso che ora lo Stato si occuperà solo di decostruire qualunque malsana idea di famiglia sopravvissuta alla falce del legislatore catto progressista,  attraverso il riscatto della oppressa donna italiana.   Tanto i bambini si fanno e si disfano ormai nel ciclo produttivo e della loro sorte umana ci si può disinteressare, come ci si disinteressa dei pensieri dei graziosi polletti sfornati dall’industria avicola nazionale, in attesa che una  legge a firma Brambilla,  sul vegetarianesimo di stato obbligatorio, li liberi da una atroce schiavitù .
http://www.riscossacristiana.it/il-nuovo-corso-del-gendergenere-secondo-valeria-fedeli-di-patrizia-fermani/

Quando i giudici rivoluzionano le nostre famiglie

Da Torino a Grosseto, da Milano a Roma: sono i giudici, ormai da anni, a cambiare la via italiana ai "diritti di genere", modo forbito per indicare le due aspirazioni principali delle coppie omosessuali: matrimonio e adozioni



Da Torino a Grosseto, da Milano a Roma: sono i giudici, ormai da anni, a cambiare la via italiana ai «diritti di genere», modo forbito per indicare le due aspirazioni principali delle coppie omosessuali: matrimonio e adozione.
Nonostante nel 2010 la Corte Costituzionale avesse provato a spiegare ai giudici di tutta Italia che le ambizioni gay, per quanto comprensibili e condivisibili, potevano essere accolte solo dal Parlamento e da una nuova legge, dai tribunali sono continuate ad arrivare sentenze «innovative», che hanno alzato l'asticella delle libertà e dei diritti.
A volte sottilmente, a volte entrando in rotta di collisione con un quadro normativo tuttora in vigore: e incrociando il tema dei diritti dei gay con un altro, altrettanto delicato: quello della procreazione assistita.
L'elenco è lungo: a partire dalle due sentenze forse più clamorose, entrambe del 2014. La prima, a Grosseto, ordina di trascrivere un matrimonio gay registrato all'estero, sostenendo che «né a livello di legislazione interna né nelle norme di diritto internazionale privato, un riferimento alla diversità di sesso quale condizione necessaria per contrarre matrimonio»; la seconda , a Roma, ha riconosciuto l'adozione di una bambina da parte di una coppia di donne, una delle quali inseminata all'estero. Per i giudici romani, negando l'adozione si sarebbe data retta al sentimento di una società retriva, «esclusivamente fondato, questo sì, su pregiudizi e condizionamenti cui questo Tribunale, quale organo superiore di tutela dell'interesse superiore del benessere psico-fisico dei bambini, non può e non deve aderire».
A dire il vero, nel 2010 la Corte Costituzionale aveva provato a frenare le fughe in avanti dei giudici, scrivendo che nessuna norma «impone la piena equiparazione alle unioni omosessuali delle regole previste per le unioni matrimoniali tra uomo e donna», e che semmai deve essere il Parlamento a cambiare la legge. Ma le interpretazioni progressiste sono continuate. A Milano un mese fa la Corte d'appello, ribaltando una sentenza del tribunale, ha ordinato la trascrizione nei registri italiani dello stato civile del matrimonio contratto nel 2011 in Argentina tra un italiano e il suo compagno transessuale argentino, che nel 2012 ha ottenuto nel suo Paese il cambio di sesso e di nome senza però sottoporsi a interventi chirurgici. Il matrimonio «è perfettamente conforme al paradigma eterosessuale» e valido per l'ordinamento italiano», scrivono i giudici. A Torino, pochi mesi prima, la Corte d'appello aveva segnato un'altra pietra miliare, ordinando di trascrivere come figlio di due mamme un bambino nato da inseminazione in Spagna.
Quasi sempre, a fare da sponda alle sentenze dei magistrati sono le normative dei paesi del «turismo riproduttivo», spesso assai più liberali delle nostre. Una coppia etero incriminata a Milano per avere spacciato come proprio un figlio nato da un utero affittato a Kiev si è vista assolvere perché la legge Ucraina lo consente, ma anche sulla base del principio che la «genitorialità non è solo quella biologica». Principi con un loro pregio: ma che in questo marasma, in assenza di una legge, valgono solo per i cittadini che hanno i soldi per viaggiare e per rivolgersi a un avvocato.

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