ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 10 luglio 2015

Ne sa una più del diavolo!

Il Card. Scola insegna come si possa dire tutto e il contrario di tutto


Cardinale Angelo Scola: «Necessario rivedere l’attuale procedura di verifica di nullità del matrimonio»

La Croix dell’8 luglio 2015

La Chiesa ha fortemente sottolineato il rapporto intrinseco tra evangelizzazione e realtà familiare. È per questo che la famiglia si trova al cuore della sua azione pastorale. Ed è anche la ragione per la quale non vi sarà riforma nella Chiesa senza la riscoperta della famiglia e della sua missione. Ma occorre accogliere l’invito alla misericordia, come accompagnare i fedeli che si trovano in una situazione matrimoniale canonicamente irregolare?

È necessario rivedere l’attuale procedura di verifica di nullità del matrimonio. Pur rimanendo rigorosa nelle sue tappe, una tale procedura dev’essere più morbida e segnata anzitutto da uno stile pastorale. L’Instrumentum laboris del prossimo Sinodo sulla famiglia (in particolare il capitolo 3 della seconda parte) va in questo senso.
Questa prospettiva è all’origine di una iniziativa presa a titolo sperimentale dall’Arcidiocesi di Milano. È stato creato un ufficio diocesano in cui i fedeli che vivono delle situazioni matrimoniali dolorose e canonicamente irregolari possono trovare delle persone (professionisti) preparate per accoglierli, per ascoltarli con attenzione e per orientarli verso le vie possibili e meglio adatte per affrontare la loro situazione. Per i fedeli che vivono l’esperienza della separazione coniugale, questo ufficio vuole facilitare, quando le condizioni sono presenti, l’accesso ai percorsi canonici per la soluzione del matrimonio o per la dichiarazione di nullità (andando in certi casi fino alla presentazione di un memorandum presso il tribunale diocesano). Questo servizio – gratuito – vuole essere un’espressione diretta della cura del vescovo per i fedeli, accelerando i tempi di verifica e favorendo la collaborazione tra consiglieri familiari e responsabili permanenti del tribunale ecclesiastico – la competenza di quest’ultimo, ovviamente, resta intatta.

Fondamentalmente, la riflessione teologica e canonica sul matrimonio deve approfondire il carattere inseparabile della fede e dei beni, fini e doni proprii del matrimonio, ed esplicitarne le implicazioni pastorali. Una lettura del matrimonio come istituzione naturale, già realizzata in sé e successivamente elevata a sacramento da Nostro Signore, appare inadeguata al fine di mostrare il legame tra fede e matrimonio. È necessario proporre una teologia del matrimonio che veda nel dono nuziale di Cristo  alla Chiesa il fondamento e la condizione di possibilità dell’amore degli sposi. Si accoglie così l’indicazione di Benedetto XVI e di Papa Francesco a considerare il legame tra la fede degli sposi e il matrimonio.

In questa ottica, si deve prestare una grande attenzione ai casi in cui un matrimonio, celebrato di fatto senza un minimum fidei, si è rivelato inconsistente nel tempo. Converrà chiedersi se non vi sia la possibilità di dichiarare nullo il matrimonio effettivamente celebrato, ma dove la fede non ha svolto il ruolo necessario, evidentemente nel caso in cui questo elemento possa essere verificato in maniera sufficiente.

Occorre precisare subito che una tale ipotesi non intende assolutamente negare l’importanza del dato creato dal matrimonio, e ancor meno quello del battesimo dei futuri sposi, ma essa scaturisce dalla necessità di inscrivere il matrimonio sacramentale nell’unico disegno salvifico della Trinità. In questa stessa ottica, il cosiddetto «matrimonio naturale» dei non-battezzati resta garantito dal riconoscimento del suo orientamento oggettivo nei confronti dell’economia della salvezza.

Da parte loro, i divorziati risposati che intraprendono un percorso di ripresa della vita di fede, non devono interpretare l’impossibilità di accedere alla comunione sacramentale e al sacramento della confessione come un’esclusione dalla comunione ecclesiale. La disciplina della Chiesa in materia vuole essere, al contrario, l’indicazione di un cammino possibile da compiere nel tempo, comportante un accompagnamento da parte della comunità cristiana e delle persone debitamente preparate. Familiaris consortio eSacramentum caritatis forniscono delle indicazioni perché questa comunione possa essere opportunamente vissuta nel rispetto del percorso che si sta compiendo.

A questo si aggiunge quella pratica della vita cristiana giustamente chiamata «comunione di desiderio»: con la quale le persone coltivano il desiderio della piena unione sacramentale attraverso l’umile preghiera del cuore che chiede a Dio di avere la forza per compiere il cammino necessario. in questa prospettiva, dovrebbe apparire chiaramente che si tratta innanzi tutto dell’indicazione di un cammino penitenziale serio ed esigente che rende ancora più autentica l’attesa della comunione eucaristica.

Infine, quando esiste una reale cammino di conversione, conviene riconoscere a questi fedeli, che si trovano in un percorso autentico di revisione della loro vita, la possibilità di esercitare alcuni servizi e di assumere alcuni incarichi nella Chiesa nei confronti della comunità cristiana; dopo un opportuno discernimento ecclesiale costoro potrebbero svolgere la funzione di lettori o di catechisti e, se ricorrono le condizioni adeguate, quella di padrino o madrina nel battesimo o nella cresima. Non è escluso che il loro itinerario di conversione possa rivelarsi un’utile testimonianza per stimolare tutti i fedeli a vivere la loro vocazione battesimale con un rinnovato impegno.



Nel leggere quanto pubblicato dal Card. Angelo Scola sulla francese La Croix dell’8 luglio 2015, è sorto in noi un moto di pietà, sia per il destino delle anime di tanti cattolici sia per questo presule a cui sarebbe affidato il compito di guidarle verso la salvezza.

Affinché tutti possano valutare la portata di quanto affermato dal Cardinale, abbiamo qui riportiamo in toto lo scritto; da parte nostra ci limitiamo a fare solo alcune considerazioni.

Che bisogno c’era di scrivere questo saggio di contorsionismo lessicale e mentale? E la risposta può essere solo che il Cardinale ha sentito il bisogno di anticipare, avallandolo fin da adesso, quanto deciderà il prossimo Sinodo sulla famiglia e cioè che sarà possibile contravvenire ai comandi di Dio in nome della pastorale misericordiosa e dell’adeguamento al mondo.

Occorre ricordare che il Card. Scola è uno dei prelati legati a doppio filo al Card. Ratzinger, col quale condividono la mentalità hegeliana della sintesi che scaturisce dall’incontro della tesi e dell’anti-tesi, per generare una nuova anti-tesi più spinta della prima, a sua volta ricomponibile con una ulteriore sintesi… fino alla distruzione della verità oggettiva e del buon senso.

Il Cardinale, Arcivescovo di Milano, ricorda l’iniziativa “a titolo sperimentale” da lui intrapresa nella sua Diocesi riguardo ai separati e ai divorziati, sulla quale però non ci soffermeremo perché ne ha già trattato sapientemente su questo sito il nostro L. P. nella prima parte della sua Torre di Babele. Aggiungiamo solo che le sue spiegazioni, tra “accoglierli”, “ascoltarli” e “orientarli”, chiariscono che è intenzione del Vescovo fare di tutto per annullare i matrimonii celebrati in Chiesa.
Dal momento che bisogna “approfondire” – dice il Cardinale – l’inseparabilità tra la fede e il matrimonio, una lettura del matrimonio come istituzione naturale resa sacramento da Nostro Signore “appare inadeguata”, così che è necessaria “una teologia del matrimonio” (?), atta ad accogliere “l’indicazione di Benedetto XVI e di Papa Francesco a considerare il legame tra la fede degli sposi e il matrimonio”.
Morale della favola? Il matrimonio si può sciogliere se si verifica che manca la fede negli sposi. Che, come invenzione dialettica, è formidabile, ma manca del minimo appiglio nei Vangeli.
Converrà chiedersi se non vi sia la possibilità di dichiarare nullo il matrimonio effettivamente celebrato, ma dove la fede non ha svolto il ruolo necessario, evidentemente nel caso in cui questo elemento possa essere verificato in maniera sufficiente” – dice il Cardinale.
E che ci vuole a verificare questo elemento? Basta chiederlo agli sposi: avete vissuto il matrimonio con la fede? Se no… il matrimonio è sciolto!
E ci voleva un Cardinale per partorire una sciocchezzuola simile? Ma forse era necessario un Cardinale del Vaticano II per inventarsi una tale truffa del Vangelo.

Intendiamoci – dice il Cardinale –questo “non intende assolutamente negare l’importanza del dato creato dal matrimonio” (?), e ci mancherebbe – diciamo noi – come si farebbe allora ad annullare il matrimonio stesso?
Non si potrebbe essere più chiari: il matrimonio è un dato fatto, su cui non si transige, esattamente come è un dato di fatto che mancando la fede non c’è matrimonio. E così affermando una cosa e poi negandola, si giunge alla nuova pastorale che salva le capre degli sposi in peccato mortale a scapito dei cavoli del Signore… e però si accoglie così “l’indicazione di Benedetto XVI e di Papa Francesco a considerare il legame tra la fede degli sposi e il matrimonio”… vuoi mettere?!.
No, non è un numero da contorsionista da circo equestre, ma la normale prassi pastorale scaturita dal Vaticano II, portata avanti da Ratzinger ed esaltata da Bergoglio.

Circa i divorziati risposati, non sarebbe tanto la loro irregolarità davanti a Dio a contare, quanto il fatto che possono intraprendere “un percorso di ripresa della vita di fede” accompagnati dalla comunità e dagli specialisti – “persone debitamente preparate” – dice il Cardinale.
Ora, riprendere la vita di fede può solo significare che si trovano fuori dalla fede… e come potrebbero riprendere la vita di fede se prima non sanano la loro mancanza di aderenza alla fede, rigettando i loro errori e pentendosene?
Qui il Cardinale tace. E a ragion veduta, perché il suo scopo è quello di riconoscere lo stato dei divorziati risposati, purché dichiarino, a parole, di voler “riprendere” una vita di fede.
Uguale come prima: volete intraprendere un percorso di ripresa della vita di fede? Se sì, il Cardinale, sentite le persone preparate, vi benedice!

La chiave di questo machiavello sta nel fatto che qui si dà valore non alla conversione, ma al “cammino di conversione”,  com’è d’uso a partire dal Vaticano II: ciò che conta non è la verità, ma la ricerca della verità, soprattutto se infarcita da mille dubbi, come insegna papa Bergoglio. Non è la fede in Cristo e l’adesione ai suoi comandi che contano, ma il disporsi su un cammino che porta i fedeli ad andare da un errore ad un altro, sempre che dichiarino di voler perseguire in buona fede una vita di fede.
Insomma un pasticcio, dove gli ingredienti sono i più diversi, ma tra i quali prevale, giocoforza, la volontà personale di fare “come ti pare”.
Con la benedizione del Cardinale – oggi – e con la benedizione del Papa – domani – dopo il Sinodo sulla famiglia.

Per concludere non poteva mancare la ciliegina sulla torta, rappresentata da un invito alla corruttela posto dal Cardinale a suggello del suo discorso edificante: i “camminanti verso la conversione” devono subito essere inseriti organicamente tra i fedeli attivi a partecipanti… devono fare i “lettori” e i catechisti… perché – dice il Cardinale – “Non è escluso che il loro itinerario di conversione possa rivelarsi un’utile testimonianza per stimolare tutti i fedeli a vivere la loro vocazione battesimale con un rinnovato impegno”.
Peggio che Freud e la psicanalisi di gruppo, con la variante che qui non sarebbero gli alienati a dover essere riequilibrati, ma i fedeli sani, soprattutto giovani, che dovrebbero essere infettati dall’esempio – testimonianza - e dalla parola – catechesi - di quei fedeli che hanno scelto volontariamente di contravvenire alle leggi di Dio.

Noi che siamo degli irriducibili provocatori, ci permettiamo di dare un consiglio al Cardinale: perché non adibire questi “camminanti” al servizio di preparazione al matrimonio dei giovani fidanzati? Così almeno la corruzione sarebbe completa, con buona pace di Ratzinger, di Bergoglio e di… Belzebù.

Evviva il Cardinale Angelo Scola! Che ne sa una più del diavolo!

di Belvecchio

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