ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

domenica 2 agosto 2015

San Vladimir

La statua di san Vladimir che farà grande Putin
Il lavori per la statua dedicata a Vladimir il Grande
E poi dice che uno tifa Vlad! No, non l’Impalatore vampiresco, ma lui, Vladimir Putin. Che ha annunciato l’erezione di una colossale statua in Mosca a San Vladimiro, Vladimir I il Santo, Gran Principe di Kiev e cristianizzatore della Rus’. Cadono i mille anni dalla sua morte e Putin ha indetto in suo onore un grandioso galà al Cremlino con centinaia di ospiti. Dopo, naturalmente, aver preso parte alla solenne cerimonia religiosa in cattedrale col patriarca Kirill. Putin ha ridato grande lustro alla tradizione religiosa della Santa Russia, premia le famiglie numerose, non vuol sentir parlare di gender e ideologia Lgbt, finanzia e ricostruisce chiese e monasteri, ha perfino richiamato il Papa in mondovisione per essersi distratto dal bacio alla Vladimirskaya, l’icona della Madre di Dio protettrice di tutte le Russie.
Putin si proclama difensore (come già fu lo zar) dei cristiani balcanici e mediorientali in terra islamica. Ha perfino ripristinato il nome a Sanpietroburgo, la città che cambiava denominazione a ogni regime. E vietato l’adozione di bimbi russi ai Paesi che praticano le nozze gay. Voi direte che fa così non perché gliene importi del cristianesimo e della sua morale, ma per assicurarsi il puntello della potente Chiesa ortodossa. E per differenziarsi sotto ogni aspetto dagli Stati Uniti che, con la loro ostinazione imperialistica, gli hanno di fatto scatenato contro una neo-guerrafredda (è dai tempi della Grande Guerra che gli Usa temono come la morte il sorgere di un asse economico Germania-Russia). Tutto (forse) vero, chi lo nega? Però lo fa. 
Forse davvero Putin intende usare la tradizione cristiana come instrumentum regni, ma chi se ne importa? L’Occidente fa l’esatto contrario e combatte una guerra mai vista contro Cristo e, pur di farGli un dispetto, scarta inorridito anche la sola idea che l’identità religiosa possa servire da antidoto contro il jihadismo. É di questi giorni la notizia che Magdi Cristiano Allam è stato ridotto all’elemosina da Querela Continua, la jihad giudiziaria scatenatagli contro dai musulmani italici. I giudici nostrani gli danno sempre torto, è sotto scorta da una vita, pure l’ordine dei giornalisti gli ha inflitto l’impeachment per “islamofobia”. E qui non c’è un patriarca Kirill che gli offra aiuto, nemmeno sottobanco, manco una pacca sulla spalla. 
Forse anche Vladimir il Grande, nell’anno 988, agì per calcolo politico quando mandò in soffitta il paganesimo di suo padre Svjatoslav e si volse verso Costantinopoli. C’è chi dice che cercava appoggi contro le scorrerie vikinghe. Ma chi qui scrive sa bene che pure delle Crociate generazioni di storici atei hanno cercato col lanternino i “retroscena economici”. E, si sa, quel che non si trova si inventa. Molti sono i Santi che hanno cominciato il loro cammino per paura o per interesse. Solo che, cammin facendo, si sono santificati davvero, perché Dio era più furbo di loro. Si noti che la conversione del Principato di Kiev reca la data del 988. Mille anni dopo, l’impero sovietico crollava e, come predetto dalla Madonna a Fatima, la Russia tornava cristiana. In un mondo che non lo era più. Kiev è oggi capitale dell’Ucraina, e qualcuno si meraviglia ancora che i russi non intendano cederla a Obama e ai suoi zerbini europei. Di più: Vladimir il Santo si fece battezzare a Cherson, l’odierna Sebastopol, nell’attuale Crimea. 
Ed ecco un altro spunto di riflessione per chi paventa l’”espansionismo russo”. Nella geopolitica la religione conta? Chiedetelo all’Arabia Saudita, all’Iran khomeinista e al sedicente Califfato. Chiedetelo all’Occidente, che spende somme spaventose e non esita di fronte ad alcun genere di pressione per imporre ovunque la sua ideologia (i.e. religione laica). Si dice che Vladimir il Grande, giudiziosamente, abbia mandato suoi emissari per analizzare le grandi religioni monoteistiche da cui era circondato: cristianesimo, ebraismo e islamismo. Quest’ultimo, sebbene potente e in espansione, fu scartato subito per amore del popolo: vietava le bevande inebrianti e i rus’ non lo avrebbero sopportato. La scelta tra i culti rimanenti fu vinta da Costantinopoli in via puramente estetica: gli emissari del Gran Principe rimasero abbagliati dallo splendore della liturgia bizantina. Un Dio onorato in tal modo non poteva che essere quello vero, riferirono. Meditate gente, meditate. 

di Rino Cammilleri
02-08-2015
http://www.lanuovabq.it/it/articoli-la-statua-di-san-vladimir-che-fara-grande-putin-13415.htm

Gallagher: la Russia può aiutare a stabilizzare il Mediterraneo

Paul Richard Gallagher
PAUL RICHARD GALLAGHER

Intervista a tutto campo con il Segretario per i Rapporti con gli Stati: «Può giocare un ruolo come nell’accordo con l’Iran». L’Ue? «L’economia deve convivere con valori culturali ed etici»

ANDREA TORNIELLI - GIACOMO GALEAZZICITTÀ DEL VATICANO

Quali risultati può avere l’accordo sul nucleare iraniano nella pacificazione del Medio Oriente? Perché la Santa Sede lo giudica positivo?
«La Santa Sede vede positivamente l’accordo sul nucleare iraniano perché considera che la via per risolvere le controversie e le difficoltà deve essere sempre quella del dialogo e del negoziato. L’intesa raggiunta è il risultato di tanti anni di negoziato su una questione che aveva suscitato grave preoccupazione. È davvero positivo che si sia giunti a una soluzione soddisfacente per tutte le parti. È chiaro, altresì, che tale accordo richiede la continuazione degli sforzi e dell’impegno di tutti perché possa dare i suoi frutti. È apprezzabile la fiducia vicendevole tra le parti che ha reso possibile l’intesa e che va favorita. Ribadisco che la via per la soluzione dei conflitti in Medio Oriente, che vanno affrontati in modo globale e regionale insieme, è quella del dialogo e del negoziato e non quella dello scontro. È vero che questa via richiede decisioni coraggiose per il bene di tutti, ma è quella che conduce all’auspicata pace nella regione».

Come commenta l'esito della vicenda della Grecia e le sue difficoltà con l'Unione Europea? Non crede che l'Europa stia sempre più diventando una comunità tecnico-finanziaria che stenta a riconoscersi in un progetto comune?
«Certamente la crisi greca ha messo in evidenza alcune difficoltà e certi limiti che vive l’Unione Europea. Purtroppo l’Europa, così come fu pensata dai “padri costituenti” alla fine del secondo conflitto mondiale, non può essere ridotta a un’istituzione esclusivamente economico-finanziaria o dove, per meglio dire, l’aspetto economico è preminente sugli altri. Anzi, la condivisione delle risorse (inizialmente con la Ceca, Comunità economica del Carbone e dell’Acciaio), in uno spirito solidaristico, fu al principio la premessa irrinunciabile per scongiurare ulteriori conflitti. L’economia, sebbene importante, deve convivere con altri valori, culturali, politici ed etici, altrettanto determinanti per la crescita della società europea». 

In Iraq si va verso tensioni sempre maggiori tra curdi, sciiti, sunniti. Quel che rimane dello Stato nazione iracheno, sorto un secolo fa sulle ceneri dell'Impero ottomano, sono oggi tre vasti territori - a sud, a nord-est e a ovest - dominati da poteri politico-militari che rivendicano legittimità su base tribale, confessionale e nazionalistica. E che, a vario livello, ricevono appoggio dalle potenze regionali e internazionali interessate alla spartizione della ricca torta energetica irachena. In questo l'Is è solo uno degli attori della lotta in atto per il potere. Quale ruolo può avere la comunità internazionale?
«Voi segnalate uno dei possibili scenari per il futuro dell’Iraq, di cui parlano alcuni analisti politici e che probabilmente interessa anche a diversi attori nazionali e di altri paesi. Tuttavia, a parere della Santa Sede, le cose non dovrebbero stare così e la strada da intraprendere è piuttosto quella di una maggiore collaborazione, includendo tutti i gruppi nella costruzione della società per il bene del Paese. Penso che sia desiderio anche delle autorità irachene che non crescano le tensioni tra curdi, sciiti e sunniti, ma che ci sia un maggiore coinvolgimento di tutti nella soluzione alle sfide che il Paese deve affrontare, soprattutto quelle causate dal cosiddetto Stato islamico. La formazione del governo di unità va in quella direzione, così come gli appelli del primo ministro e di altre autorità non solo civili, ma anche religiose. La comunità internazionale può sostenere il Paese in diversi modi, prima di tutto con l’assistenza umanitaria, soprattutto per soccorrere i milioni di sfollati e di rifugiati, vittime del conflitto. Poi, contrastando il pericolo terrorista del cosiddetto Stato islamico a cui non va riconosciuta alcuna rivendicazione territoriale o carattere statale e neanche la pretesa di presentarsi come vera rappresentanza dell’Islam. La comunità internazionale può favorire anche il progresso politico del Paese, nel senso segnalato del coinvolgimento e dell’inclusione di tutti i gruppi nella vita politica, con il rafforzamento delle istituzioni proprie di uno Stato di diritto, che ha come punto di riferimento la dignità di ogni persona e come orizzonte il bene di tutti».

Papa Francesco ha incontrato il leader russo Putin nel momento di maggior isolamento internazionale della Russia. Mosca può avere un ruolo nella stabilizzazione del Mediterraneo?
«Il Santo Padre è sempre aperto all’incontro con i capi di Stato e di governo che chiedono un’udienza con lui. Come è noto, il colloquio con il presidente della Federazione russa, Vladimir Putin, che si è svolto durante la sua visita ufficiale in Vaticano il 10 giugno scorso, è stato dedicato principalmente al conflitto in Ucraina e alla situazione nel Medio Oriente. Il Papa ha sottolineato la necessità di un grande sforzo per realizzare la pace in Ucraina e l’urgenza di perseguire la pace nei conflitti del Medio Oriente, con l’interessamento concreto della comunità internazionale. La Russia è un attore internazionale di evidente rilievo e penso che tutti abbiamo bisogno di camminare insieme, non separatamente e, ancor meno, l’uno contro l’altro, ma nel comune interesse di migliorare il mondo di oggi. La Federazione russa può giocare un ruolo nella stabilizzazione del Mediterraneo, come l’ha giocato nel raggiungimento del recente accordo sul nucleare con l’Iran».

Con il «Syria day» nel 2013 la Santa Sede ha di fatto fermato l’escalation militare in Siria. In un contesto geopolitico profondamente mutato, come metodo si tratta di una riproposizione delle «politica del dialogo» che durante la Guerra Fredda ha caratterizzato la diplomazia vaticana?
«La giornata di preghiera e digiuno per la pace in Siria e nel Medio Oriente che ha avuto una grande accoglienza era fondamentalmente un’iniziativa di preghiera. Essa però ha aiutato alla manifestazione del desiderio di pace da parte di tante persone e ha contribuito a evitare un allargamento del conflitto in un momento in cui sembrava imminente una escalation militare. Mi piace ricordare in questo contesto anche l’iniziativa di preghiera per la pace del Santo Padre con i presidenti israeliano e palestinese e con il Patriarca Bartolomeo, dell’8 giugno dell’anno scorso. In tale occasione papa Francesco sottolineava l’importanza di vedere l’altro come un fratello e non come un avversario o un nemico e invitava ad abbattere i muri dell’inimicizia per percorrere la strada del dialogo e della pace. Il Santo Padre aggiungeva: Per fare la pace ci vuole coraggio, molto di più che per fare la guerra. Ci vuole coraggio per dire sì all’incontro e no allo scontro; sì al dialogo e no alla violenza; sì al negoziato e no alle ostilità; sì al rispetto dei patti e no alle provocazioni; sì alla sincerità e no alla doppiezza. Sono questi i valori che cerca di promuovere la “diplomazia vaticana” esortando tutti, a diversi livelli, dai Capi di Stato ai semplici fedeli e agli uomini di buona volontà, a essere artigiani della pace, compiendo con paziente perseveranza scelte di dialogo e di riconciliazione e gesti concreti per costruire la pace».

Il disgelo tra Stati Uniti e Cuba sembra dovere molto, per diretta ammissione di Obama e Castro, a papa Francesco. Anche se lo stesso Pontefice, dialogando con i giornalisti, ha detto che in realtà tutto è avvenuto a motivo del desiderio delle due parti. Può essere quello tra Usa e Cuba un modello di riconciliazione applicabile ad altre controversie nel pianeta?
«La Chiesa, fedele alla missione ricevuta dal Signore, si impegna per la pace e la riconciliazione tra i popoli. In particolare, si può constatare che, a partire dalla seconda guerra mondiale, essa ha accompagnato diversi processi di trasformazione dei sistemi politici ed economici, contribuendo anche alla creazione di un clima di maggiore collaborazione tra le nazioni. Allo stesso tempo, la Santa Sede ha cercato di favorire lo sviluppo delle relazioni internazionali verso modelli più attenti alle fondamentali esigenze della giustizia e della pace. Anche oggi, alla luce del Concilio Vaticano II, la Chiesa cattolica desidera offrire all'umanità una cooperazione sincera, così da instaurare quella fraternità universale che corrisponde pienamente alla vocazione umana (Cfr. Gaudium et Spes 3). Pertanto, come ci ha esortato a fare san Giovanni Paolo II, all’inizio del terzo millennio, essa deve contribuire a edificare un’autentica “Civiltà dell’Amore”. Ecco perché la Santa Sede non risparmierà sforzo alcuno per favorire la riconciliazione e l’incontro tra i popoli».

1 commento:

  1. Dio sta mettendo alla prova la fedeltà del Suo popolo......ma sta suscitando persone come Putin che si opporranno al dilagare dei dettami demoniaci gender...adozioni ai gay.....VIENI SIGNORE GESU' PRESTO NON TARDARE.........

    RispondiElimina