Sinodo... e sassolini nella scarpa

In vista dell'imminente assise di ottobre, un sacerdote risponde, alla luce del magistero della Chiesa, ad alcune 'chiacchiere da bar' su comunione ai divorziati risposati, coppie omosessuali, 'divorzio cattolico'

Lo so, ragazzi, a breve inizia il Sinodo e non avete voglia di sentirne parlare. Anche voi siete stufi e sconcertati da tutte queste “chiacchiere da bar”, ma stavolta abbiate voi pazienza con me, vorrei togliermi tre sassolini dalla scarpa…

Concedere la Comunione ai divorziati risposati dopo un periodo penitenziale?
Questa proposta, secondo le intenzioni dei suoi perseveranti sostenitori, troverebbe la sua giustificazione nella prassi della Chiesa antica. Ma ascoltate quanto dice sant’Ireneo, intorno all’anno 180: «Come i peccatori fanno penitenza? Rimanendo nelle stesse disposizioni o al contrario accettando un profondo cambiamento e mutamento dello loro precedente condotta, mediante la quale hanno portato su di sé una malattia non piccola e molti peccati?» (Contro le eresie, 3,5,2). La penitenza non è una tassa da pagare per sdoganare il peccato: «Dio non ha dato a nessuno il permesso di peccare» (Sap 15,20), nemmeno dopo la penitenza. Gesù perdona sempre, ma vieta di continuare a peccare (cf. Gv 8,11 e 5,14). Evidentemente in questi casi la misericordia e la pazienza sono assolutamente necessarie, ma per l’assoluzione sacramentale bisogna lasciare il peccato, che, nel nostro caso, si chiama adulterio. La proposta in effetti suppone l’idea che l’adulterio, quando dura da tanto tempo, smetta di essere peccato. Ma non è così. Finché dura la “malattia non piccola”, come Ireneo chiama il peccato, seguita a iniettare il suo veleno di morte: «Il salario del peccato è la morte»! (Rm 6,23). Con l’aggravante dell’approvazione del vescovo e di un’illusoria partecipazione “piena” alla vita della Chiesa. L’ipocrisia non ha mai salvato nessuno.
Le coppie di fatto, anche quelle omosessuali, possono insegnarci molto, perché vivono valori positivi, “semi del Verbo”?
Ancora una volta un richiamo alla Chiesa antica, al linguaggio teologico di alcuni Padri. Per san Giustino (II secolo) e san Clemente Alessandrino (inizio del III) i 'semi del Verbo' sono la grazia concessa da Dio ad alcuni filosofi pagani per formulare concetti compatibili con la fede cristiana, come la trascendenza e l’unicità di Dio, la provvidenza o la natura del male. Quindi siamo in campo teoretico e non morale, non si tratta di valori ma di comprensione della realtà. È un’immagine tratta dalla parabola del seminatore, si tratta dei semi che germinano ma non giungono a maturazione perché finiti su un terreno non adatto (i pagani). Per sant’Agostino invece i semina Verbi sono i semi caduti nella terra buona, ovvero la grazia del battesimo, che sviluppandosi fa di noi figli di Dio conformi al Figlio, ma la grazia, per Agostino, è incompatibile con il peccato.
È infatti intorno al concetto di male e di peccato che si pone la questione. Per la tradizione cristiana il male non ha sussistenza in sé, ma viene da una privazione del bene sotto qualche aspetto; è una sorta di parassita del bene. Il male assoluto non esiste perché coinciderebbe con il nulla; qualunque realtà, anche pessima, per esistere deve avere qualcosa di buono, ma questo non la rende un valore in sé. Un po’ di bene si trova dappertutto, ma questo nulla toglie alla distruttività del male. Non è forse vero che un medico che pratica aborti ed eutanasia cura anche molte malattie? Curare le malattie è un atto lodevole, ma per questo dovremmo accettare l’aborto e l’eutanasia?
Con le nuove disposizioni, il Papa ha introdotto il “divorzio cattolico”?
Non si tratta affatto di divorzio, è una calunnia, che purtroppo molti sanno insinuando o diffondono apertamente. Si tratta dell’introduzione di semplificazioni nella procedura di accertamento della nullità del matrimonio. Un sacramento o è valido o è nullo. Se è nullo è necessario riconoscerlo, perché se non c’è sacramento, i coniugi non dispongono della grazia indispensabile per vivere il loro rapporto.
La questione in realtà viene sollevata da chi ritiene prioritario difendere il matrimonio come istituzione sociale fondamentale, e ritiene che una procedura semplificata introdurrebbe una maggiore instabilità. Tuttavia il fine primario della Chiesa è la salvezza delle anime, ed è proprio la salvezza ad essere messa in pericolo dal proliferare di pseudo-matrimoni, sacramenti solo all’apparenza.
La complessa procedura per la dichiarazione di nullità, così com’era, era pensata per casi rari, situazioni limite… ma oggi sta diventando raro il caso che due giovani vogliano sposarsi davvero, ovvero siano liberi da condizionamenti determinanti e abbiano una sufficiente maturità per fare una scelta definitiva, che comporta fedeltà, indissolubilità e volontà di generare figli. Queste sono le condizioni per realizzare il “matrimonio naturale”, e nessuna di esse può mancare. Sono tutti così coloro che “si sposano in chiesa”? O almeno la maggior parte di loro? Magari fosse… Se ci ostiniamo a celebrare tanti matrimoni nulli, con straordinaria e colpevole leggerezza, bisogna almeno che ne accettiamo le conseguenze.
Certamente siamo anche responsabili di impegnarci per salvare l’istituzione “matrimonio”, in un tempo di grave crisi, ma non possiamo farlo sulla pelle delle persone e a scapito della verità! Come si può pensare che per salvare l’istituzione si debba scoraggiare l’accertamento della verità prospettando lungaggini burocratiche o forti spese, mantenendo artificialmente in vita falsi matrimoni? Sarebbe una scelta immorale. E il fine non giustifica i mezzi.
Il matrimonio fu rigenerato nei primi secoli della Chiesa da comunità minoritarie in seno a società pagane, in cui il matrimonio aveva un valore puramente istituzionale. I cristiani mostrarono che esisteva un modo nuovo di vivere l’unione tra uomo e donna, caratterizzato da un amore oblativo vicendevole, fedele e duraturo, accogliente nei confronti dei figli. Buona parte delle numerosissime conversioni dell’epoca furono possibili grazie all’attrattiva esercitata dal matrimonio cristiano. Se vogliamo salvare l’istituzione dobbiamo tornare a mostrare questo amore.
È vero, però, che con il nuovo ordinamento esiste il pericolo di incrementare sentenze superficiali, accomodanti, sbagliate. Ma non sarebbero certo una novità! Non è la celerità del procedimento il problema, ma la coscienza dei giudici e la fedeltà del vescovo al suo mandato. Qualcuno obietterà che non ci possiamo fidare, e forse purtroppo ha ragione. Ma se siamo una Chiesa malata, cioè poco fedele a Cristo, incline a cedere alle vanità del mondo, pensiamo di salvarci con la burocrazia?

  Don Antonio Grappone 

Città del Vaticano,  (ZENIT.org)