ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 28 ottobre 2015

La porta stretta

AL SINODO NON SI È PARLATO DI GAY E AFFINI PERCHÉ IL CARDINAL ROBERT SARAH HA DETTO «NO!»

Al Sinodo non si è parlato di gay e affini perché il cardinal Robert Sarah ha detto «No!»
Mons. Johann Bonny, vescovo di Anversa, è un noto promotore del riconoscimento dei “semi del Verbo” anche nelle coppie LGBT, ma dice cheil vero motivo per cui in questo Sinodo non si è parlato di omosessualità è lo stop gridato forte e chiaro dal card. Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino. Il quale alla stampa ha senza mezzi termini fatto sapere di considerare l’“ideologia del gender” al pari del nazismo e dell’ultrafondamentalismo jihadista dell’ISIS.

Dopo il Sinodo, cosa accadrà? Per capirlo, basta leggere attentamente il discorso conclusivo tenuto da Bergoglio.

Mercoledì 28 ottobre 2015
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È pervenuta in redazione:
Gentile dottor Gnocchi,
non voglio occupare troppo il suo tempo e mi sbrigo subito con la domanda. Dopo il Sinodo, ognuno ha detto la sua e io non ci ho capito un gran che, ma adesso che cosa accadrà?
Grazie per l’attenzione
Ruggero Nava



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Caro Nava,
per non perdere troppo tempo, potrei rimandarla al discorso conclusivo tenuto da Bergoglio sabato scorso. Lì, per usare un termine tanto in voga quanto pericoloso, trova l’ermeneutica della Relatio Finalis approvata dai padri sinodali. Nel suo intervento, il vescovo di Roma, che a suo dire presiede nella carità l’assemblea delle chiese sorelle, spiega caritatevolmente che la conclusione di questo Sinodo:
“Significa anche aver spogliato i cuori chiusi che spesso si nascondono perfino dietro gli insegnamenti della Chiesa, o dietro le buone intenzioni, per sedersi sulla cattedra di Mosè e giudicare, qualche volta con superiorità e superficialità, i casi difficili e le famiglie ferite.
Significa aver affermato che la Chiesa è Chiesa dei poveri in spirito e dei peccatori in ricerca del perdono e non solo dei giusti e dei santi, anzi dei giusti e dei santi quando si sentono poveri e peccatori.
Significa aver cercato di aprire gli orizzonti per superare ogni ermeneutica cospirativa o chiusura di prospettive, per difendere e per diffondere la libertà dei figli di Dio, per trasmettere la bellezza della Novità cristiana,qualche volta coperta dalla ruggine di un linguaggio arcaico o semplicemente non comprensibile”.
Poi, a scanso di equivoci, aggiunge che:
“l’esperienza del Sinodo ci ha fatto anche capire meglio che i veri difensori della dottrina non sono quelli che difendono la lettera ma lo spirito; non le idee ma l’uomo; non le formule ma la gratuità dell’amore di Dio e del suo perdono. Ciò non significa in alcun modo diminuire l’importanza delle formule: sono necessarie; l’importanza delle leggi e dei comandamenti divini, ma esaltare la grandezza del vero Dio, che non ci tratta secondo i nostri meriti e nemmeno secondo le nostre opere, ma unicamente secondo la generosità illimitata della sua Misericordia (cfr Rm3,21-30; Sal 129; Lc 11,37-54). Significa superare le costanti tentazioni del fratello maggiore (cfr Lc 15,25-32) e degli operai gelosi (cfr Mt 20,1-16). Anzi significa valorizzare di più le leggi e i comandamenti creati per l’uomo e non viceversa (cfr Mc 2,27)”.
E, se qualcuno fosse così duro d’orecchi o di cervice da non sentire e da non intendere, Bergoglio gli dice che:
“aldilà delle questioni dogmatiche ben definite dal Magistero della Chiesa – abbiamo visto anche che quanto sembra normale per un vescovo di un continente, può risultare strano, quasi come uno scandalo – quasi! – per il vescovo di un altro continente; ciò che viene considerato violazione di un diritto in una società, può essere precetto ovvio e intangibile in un’altra; ciò che per alcuni è libertà di coscienza, per altri può essere solo confusione. In realtà, le culture sono molto diverse tra loro e ogni principio generale – come ho detto, le questioni dogmatiche ben definite dal Magistero della Chiesa – ogni principio generale ha bisogno di essere inculturato, se vuole essere osservato e applicato. Il Sinodo del 1985, che celebrava il 20° anniversario della conclusione del Concilio Vaticano II, ha parlato dell’inculturazione come dell’«intima trasformazione degli autentici valori culturali mediante l’integrazione nel cristianesimo, e il radicamento del cristianesimo nelle varie culture umane». L’inculturazione non indebolisce i valori veri, ma dimostra la loro vera forza e la loro autenticità, poiché essi si adattano senza mutarsi, anzi essi trasformano pacificamente e gradualmente le varie culture”.
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Caro Nava, ha bisogno d’altro? Le serve una voce più autorevole per spiegarle che sbagliano o sono in malafede coloro i quali sostengono che tutto è andato bene, che la dottrina è salva, che nulla è cambiato? E che ancora più gonzo è chi, con vera pena intellettuale, sussurra che si può stare tranquilli perché ora tutto si svolgerà sotto l’autorità di papa Francesco?
Mi chiede che cosa accadrà adesso. Mi pare da escludere l’eventualità che Bergoglio possa compiere un gesto o dire anche una sola parola per rimettere in onore la dottrina e la morale cattoliche. Sta facendo di tutto per distruggerle e, ora che ha quasi portato a termine il suo compito, non può certo buttare al vento tanto lavoro. Azzardo allora due ipotesi.
Ipotesi A. Dopo il Sinodo, tocca al Papa trarre le conclusioni e tradurle in insegnamenti e norme di comportamento: tanto per intenderci, dottrina e morale. A meno che Bergoglio non intenda soffocare subito con i suoi diktat le ultime timide voci di dissenso, per le conclusioni attenderà un po’. Il tempo necessario per cui il sotteso anticristico venuto in luce nei punti chiave della Relatio Finalis diventi naturalmente, o preternaturalmente, operativo senza che ci si debba esporre pubblicamente con strappi definitivi alla dottrina. Non ci vorrà molto perché ormai, nella mente di quasi tutti i cattolici di ogni ordine e grado, questo Sinodo non è considerato un’assemblea consultiva, ma legislativa: quanto è stato approvato in quell’assise, nella mente dei cattolici è di fatto già divenuto legge. Per i sovvertitori, si tratta solo di aspettare che venga applicata ovunque. Una legge non legge, una legge che instaura il caos, una legge in cui ognuno diventa norma a se stesso, perché questo è il territorio del diavolo, ma pur sempre un’indicazione che porta il sigillo, vero o presunto, dell’autorità. Fatto questo, il vescovo di Roma, che presiede nella carità le chiese sorelle, interverrà per codificare caritativamente lo stato di fatto. Senza escludere nessuno, tranne, naturalmente, “i cuori chiusi che spesso si nascondono perfino dietro gli insegnamenti della Chiesa, o dietro le buone intenzioni, per sedersi sulla cattedra di Mosè e giudicare, qualche volta con superiorità e superficialità, i casi difficili e le famiglie ferite”.
Ipotesi B. Non verrà tratta alcuna conclusione e non verrà data alcuna indicazione dottrinale o morale. Ormai tutto sta correndo verso il baratro a una velocità sempre più vorticosa e sarebbe un errore, per i rivoluzionari, mettervi un freno anche solo formale evocando il concetto di legge, di norma. La Chiesa gradita al Nemico è la Chiesa del caos, la Chiesa in cui l’autorità ha compiuto l’ultimo gesto di imperio dismettendo se stessa, la Chiesa in cui il padre si è suicidato davanti ai figli in un tripudio gioioso di liberazione.
Caro Nava, in ognuna di queste ipotesi, si vede all’opera lo spirito modernista che ha fatto del Vaticano II, documenti e interpretazioni, una bomba nucleare posta nel cuore della cristianità. Ma oggi è ancora peggio perché il quadro in cui vengono letti i documenti, già tremendi per conto loro, è peggiorato di gran carriera. Non c’è neppure bisogno di forzare le interpretazioni rivoluzionarie. Come vede, ci pensa il Papa.
Alessandro Gnocchi
Sia lodato Gesù Cristo

“FUORI MODA”. La posta di Alessandro Gnocchi

Sinodo: il commento del Card. Raymond Leo Burke sulla Relatio finalis

(di Mauro Faverzani) Riportiamo integralmente , in una nostra traduzione il commento, pubblicato dal National Catholic Register del Card. Raymond Leo Burke, in merito alla Relatio finalis del Sinodo Ordinario sulla Famiglia.
L’intero documento richiede un attento studio, per capire esattamente quale sia il suggerimento offerto al Romano Pontefice, in accordo con la natura del Sinodo dei Vescovi, «nella salvaguardia e nell’incremento della fede e dei costumi, nell’osservanza e nel consolidamento della disciplina ecclesiastica» (can. 342).

La sezione intitolata Discernimento e integrazione (paragrafi 84-86è, tuttavia, motivo di immediata preoccupazione per la mancanza di chiarezza su di una questione fondamentale per la fede: l’indissolubilità del vincolo matrimoniale, che tanto la ragione quanto la fede insegnano a tutti gli uomini. Innanzi tutto, il termineintegrazione è banale e teologicamente ambiguo. Non vedo come possa essere «la chiave dell’accompagnamento pastorale di queste unioni matrimoniali irregolari».
La chiave interpretativa della loro cura pastorale dev’essere la comunione fondata sulla verità del matrimonio in Cristo, matrimonio che va onorato e praticato, anche quando un coniuge sia stato abbandonato dall’altro a causa del peccato. La grazia del Sacramento del Santo Matrimonio rafforza il coniuge lasciato nel vivere fedelmente il vincolo nuziale, perseverando nel chiedere la salvezza del consorte che ha abbandonato l’unione matrimoniale.
Io ho conosciuto sin dalla mia infanzia e continuo a conoscere fedeli Cattolici, i cui matrimoni sono stati, in qualche modo, interrotti, ma che, credendo nella grazia del Sacramento, continuano a vivere nella fedeltà la loro unione. Essi guardano alla Chiesa affinché li accompagni, così da aiutarli a restare fedeli alla verità di Cristo nella loro vita.
In secondo luogo, la citazione fatta del n. 84 della Familiaris Consortio è fuorviante. Nel 1980, in quel Sinodo dei Vescovi sulla Famiglia, come in tutta la storia della Chiesa, vi sono sempre state pressioni perché si ammettesse il divorzio a causa delle situazioni dolorose di coloro che vivono unioni irregolari, cioè di coloro che non vivono in accordo con la verità di Cristo sul matrimonio, quella che Lui ha chiaramente annunciato nei Vangeli (Mt 19, 3-12; Mc 10, 2-12).
Benché nel n. 84 san Giovanni Paolo II riconosca le diverse situazioni di quanti si trovino a vivere un’unione irregolare ed esorti i pastori e l’intera comunità ad aiutarli come veri fratelli e sorelle in Cristo in virtù del Battesimo, egli conclude: «La Chiesa tuttavia ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla Comunione eucaristica i divorziati risposati»Egli ricorda poi la ragione di tale prassi: «dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata ed attuata dall’Eucaristia»Ha poi notato giustamente come una differente prassi indurrebbe i fedeli «in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio».
In terzo luogo, la citazione del Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 1735) sull’imputabilità dev’essere interpretata in termini di libertà, che «rende l’uomoresponsabile dei suoi atti, nella misura in cui sono volontari» (CCC, n. 1734).
L’esclusione dai Sacramenti di coloro che vivano un’unione matrimoniale irregolare non costituisce un giudizio circa la loro responsabilità per la rottura del vincolo nuziale, cui sono legati. È piuttosto il riconoscimento oggettivo di questo legame. La Dichiarazione del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi del 24 giugno 2000, che viene citata, è in completo accordo con l’insegnamento costante e la prassi della Chiesa in materia, richiamando il n. 84 della Familiaris Consortio. Quella Dichiarazione mette in chiaro anche la finalità del confidarsi con un sacerdote in foro interno, cioè, con le parole di San Giovanni Paolo II, l’esser disposti «ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio» (Familiaris Consortio, n. 84).
La disciplina della Chiesa provvede ad una continua assistenza pastorale per seguire quanti, in situazione di unione irregolare«per seri motivi – quali, ad esempio, l’educazione dei figli – non possano soddisfare l’obbligo della separazione», cosicché possano vivere castamente, nella fedeltà alla verità di Cristo(Familiaris Consortio, n. 84)». (Mauro Faverzani)

Sinodo: errori e pericolose ambiguità Relatio finalis


(di Tommaso Scandroglio) Vogliamo porre sotto la lente di ingrandimento alcuni paragrafi del documento finale, puramente consultivo e non deliberativo, del Sinodo sulla famiglia. Nel n. 63 dellaRelatio si legge: «Conformemente al carattere personale e umanamente completo dell’amore coniugale, la giusta strada per la pianificazione familiare è quella di un dialogo consensuale tra gli sposi, del rispetto dei tempi e della considerazione della dignità del partner».
Vi sono alcune note stonate in questo periodo. Innanzitutto «pianificazione familiare» è espressione semmai cara al Fondo delle Nazioni unite per la Popolazione, non certo al Magistero. È questione prima di senso che linguistica. «Pianificazione familiare» è formula coniata da alcuni organismi internazionali per sdoganare contraccezione e aborto ed assume il principio che siano i coniugi i signori della vita (e della morte) dei propri figli. Figli che vengono visti come merce di cui programmare il marketing strategico. La regolazione della natalità rimanda invece alle regole fisiologiche che governano il ciclo della donna, quindi al rispetto delle leggi di natura.
Desta poi stupore l’uso del termine «partner» a posto di “coniuge”. Il primo è confacente ai conviventi non sposati, ma i rapporti sessuali a cui implicitamente fa cenno il n. 63 della Relatio sono leciti solo all’interno del matrimonio. Quindi non partner, bensì coniuge era il lemma corretto da usare. Ma lo snodo concettuale che è più problematico in questo numero della Relatio è quello che fa riferimento ai criteri da seguire per realizzare una «pianificazione familiare» lecita sul piano morale. Questi sono rappresentati dal «dialogo consensuale tra gli sposi», dal «rispetto dei tempi» e dalla «considerazione della dignità del partner».
L’impostazione è assai equivoca se non errata. Per il Magistero la questione della regolazione delle nascite si inserisce nella considerazione che il matrimonio deve essere sempre aperto alla vita.
Solo per seri motivi si possono distanziare le nascite, tramite il rispetto dei periodi infecondi (HV, n. 16 e Familiaris consortio n. 32), questo nel rispetto del principio di ordine morale che predica di non compiere mai il male, ma che legittima l’astensione a volte da un bene per un bene maggiore. Quindi erra chi dice: «Tocca ai coniugi scegliere quanti figli avere». Corretto invece dire: «Bisogna essere sempre aperti alla vita, eccetto in alcuni casi».
Il principio quindi non è quello della pianificazione familiare, ma della paternità e maternità responsabile. Paternità e maternità responsabili che certamente si costruiscono anche – come indica la Relatio – attraverso il dialogo e il rispetto della dignità dei coniugi. Ma – e qui sta il punto – l’osservanza di questi elementi non legittima l’astensione dei rapporti nei periodi fecondi. In altre parole non basta aver preso la decisione, dopo sereno confronto e dialogo, di non avere figli per un po’ di tempo perché sia lecito astenersi dai rapporti coniugali.
Non si capisce poi come l’aprirsi alla vita possa essere contrario alla dignità dei coniugi, a meno che – ma qui la Relatio tace – tale apertura nel modo in cui si esplica sia contraria a questa dignità (ad esempio ricorrendo alla violenza). Rimane poi alquanto criptico il riferimento al «rispetto dei tempi». Tale riferimento sarebbe corretto se si alludesse ai periodi infecondi oppure al rispetto dei tempi/condizioni psicologiche e fisiologiche dei coniugi. Ad esempio, un motivo serio per distanziare le nascite potrebbe essere l’insorgenza di una grave patologia in uno dei due sposi oppure una profonda immaturità psicologica e/o affettiva. Insomma questo numero della Relatio oscilla tra l’errore e la pericolosa ambiguità. (Tommaso Scandroglio)

(di Cristiana de Magistris) Commentando il passo evangelico (Lc 13,23-29) in cui il Signore fu interrogato sul numero dei salvati, S. Agostino (Disc. 111) scrive: «Sono senz’altro pochi quelli che si salvano. Al Signore fu chiesto:Sono forse pochi quelli che si salvano? Che cosa rispose il Signore? Non disse: “Quelli che si salvano non sono pochi ma molti”. Non rispose così. Ma poiché s’era sentito rivolgere la domanda:Son forse pochi quelli che si salvano? rispose: Sforzatevi di entrare per la porta stretta. Avendo dunque sentito la domanda: Son forse pochi quelli che salvano?, il Signore confermò quello che aveva sentito. Pochi son quelli ch’entrano per la porta stretta».
In un altro passo lo afferma Lui stesso: «Difficile e stretta è la via che conduce alla vita e pochi son quelli che entrano per essa. Larga e spaziosa è invece la via che conduce alla morte e son molti quelli che la percorrono». Sforzatevi di entrare per la porta stretta! Con più esattezza, il Signore non disse semplicemente «sforzatevi». Usò un verbo assai più pregnante: «lottate», affermò, usando un imperativo che svela tutto il profilo agonistico della vita cristiana: in greco agonizete!La vita cristiana è una milizia. È una vera e propria lotta: la fede è un dono, la salvezza è un invito alla gioia dell’eterno Banchetto, ma richiede la nostra corrispondenza personale, come scrive Paolo a Timoteo: «Tu, uomo di Dio, combatti la buona (bella) battaglia della fede» (1 Tim 6,12).
Il compito della Chiesa è sempre stato quello di aiutare e sostenere i suoi figli nell’agone della vita per entrare nella “porta stretta” di cui parla il Vangelo, attraverso la quale – soltanto – si entra nel Regno dei Cieli: con la grazia dei Sacramenti, con il tesoro delle indulgenze, con il suo Magistero perenne, la sua immutabile Tradizione, gli esempi e l’intercessione dei Santi e tutti gli altri molteplici canali della grazia. A questo fine ha usato sempre insieme la spada della correzione e il balsamo della misericordia. Ancora S. Agostino ricorda che «il Signore spesso in questo mondo insieme con i malvagi flagella anche i buoni, perché questi sono negligenti a correggere i peccati di quelli». L’omissione della correzione è un peccato che può talvolta assumere proporzioni ciclopiche, se la negligenza viene dai Pastori incaricati di guidare il gregge.
Durante la III sessione del Concilio Vaticano II, nel 1964, quando – nell’ambito della Gaudium et Spes – si discusse circa i fini del matrimonio (che vennero in quella sede scandalosamente invertiti: la procreazione posposta all’amore coniugale), il cardinal Browne, Maestro generale dei Domenicani, si alzò e disse a gran voce: «Caveatis, caveatis! Se accettiamo questa definizione, andiamo contro tutta la tradizione della Chiesa e pervertiremo tutto il significato del matrimonio». Il grido di questo figlio di san Domenico non venne ascoltato e la prima gravissima conseguenza fu la mancata condanna, in sede di Concilio, della contraccezione. Un peccato di omissione (oltre a quella del comunismo), da cui sono discese in una sorta di “effetto domino” le aberrazioni morali cui assistiamo da 50 anni, che pare non conoscano limite.
A partire dal Vaticano II, volendo usare “solo” la medicina della misericordia, è stato tentato, in realtà, un sovvertimento del Vangelo. Invece di aiutare i fedeli ad entrare per la “porta stretta”, a lottare come militi per il Regno dei Cieli, si è tentata l’ingloriosa operazione di “allargare la porta”, dimentichi che la Parola del Signore è immutabile e che, infine, Egli stesso è “la Porta” (Gv 10,7).
Un esempio eclatante e particolarmente eloquente di questa operazione è avvenuto nel campo della sacra Liturgia, che è di diritto divino, prima ancora che in quello morale. Quando nel 1969 entrò in vigore il Novus Ordo Missae, con esso vennero de facto introdotti un numero interminabile di abusi liturgici che andavano molto oltre la lettera della riforma e che divennero ben presto incontrollabili. Che cosa avvenne? «Roma – scriveva Micheal Davies – adottò la tattica di far terminare le innovazioni illecite rendendole lecite e ufficiali. La Comunione veniva illecitamente data in mano? E allora! che sia data in mano ufficialmente! La Comunione era illecitamente distribuita dai laici? Dunque, nominiamo dei laici come ministri straordinari dell’Eucarestia! C’era chi (non senza logica), ritenendo che la Messa fosse un comune pasto, riceveva la Comunione a più di una Messa nello stesso giorno? E allora! lo si permetta in numerose circostanze! I sacerdoti iniziavano ad usare illecitamente preghiere estemporanee? Che venga, dunque, fornita una provvista di preghiere estemporanee nella riforma ufficiale! (…) La Comunione era distribuita sotto le due specie alla Messa domenicale senza tener conto delle direttive del Vaticano? Ecco che la pratica fu legalizzata, e così non si poteva più sostenere che la legge riguardante la Comunione sotto le due specie veniva trasgredita! La legge liturgica era violata ammettendo “accolite” donne sul presbiterio? Dunque le accolite furono legalizzate, e così la legge che permetteva solo accoliti uomini non era più violata! La disciplina liturgica era stata ristabilita».
La “porta stretta” era stata allargata. Legalizzando gli abusi, tutto l’illecito divenne lecito. Anzi, si giunse al paradosso che il lecito (la Messa tradizionale) divenne illecito, tanto che sono occorsi ben due interventi pontifici (la Lettera Quattuor abhinc anno sotto il pontificato di Giovanni Paolo II e il motu proprio Summorum Pontificumdi Benedetto XVI) per convincere la cristianità che la Messa di san Pio V non era illecita, non lo era mai stata, né mai potrà esserlo.
Questa strisciante operazione sta ora avvenendo nel campo della morale familiare. Si vuol tentare di rendere lecito l’illecito, allargando la “porta stretta” voluta dal Signore. Operazione pericolosa e sacrilega, com’è stata quella perpetrata ai danni della sacra Liturgia. Né vale a suffragare l’allargamento della porta la questione dei tempi cambiati o del ridotto numero di coloro che possono osservare la legge divina. «La verità rimane verità, anche se perde la voce – affermava il cardinal Mindszenty – . La menzogna rimane menzogna anche se milioni di persone la professano e l’impongono».
Quando si stratta di Verità, i numeri non contano. Ancora S. Agostino pone sulle labbra del Signore queste incisive parole: «Perché rallegrarsi di parlare alle folle? Ascoltatemi voi che siete pochi. Io so che siete molti a udirmi, ma pochi a ubbidirmi.(…) Pochi sono dunque coloro che si salvano a paragone dei molti che si perdono. Ma i pochi formeranno una gran massa. (…) Questa è la verità che Egli proclama senza ingannare nessuno».
Il grido del cardinal Browne “Caveatis, Caveatis” riecheggia fino ai nostri giorni e si rivolge ora alle autorità della Chiesa, affinché, se si ostinano a ripetere i peccati di omissione commessi in sede conciliare o la sacrilega operazione postconciliare di rendere lecito l’illecito, non accada loro di restare fuori della sala del Banchetto. Allora sarebbe inutile bussare alla porta – che comprenderanno, allora, essere davvero “stretta” – , perché la risposta del Padrone dal di dentro sarebbe inesorabile: «Non vi conosco». (Cristiana de Magistris)
http://www.corrispondenzaromana.it/sinodo-pochi-son-quelli-chentrano-per-la-porta-stretta/

Fraternità Sacerdotale San Pio X

Dichiarazione a proposito della Relatio finalis
del Sinodo sulla Famiglia

27 ottobre 2015



pubblicata su DICI



La relazione finale della seconda sessione del Sinodo sulla Famiglia, pubblicata il 24 ottobre 2015, lungi dal manifestare un consenso tra i Padri sinodali, è l’espressione di un compromesso tra posizioni profondamente divergenti. Vi si possono leggere sicuramente dei richiami dottrinali sul matrimonio e la famiglia cattolica, ma si notano anche delle spiacevoli ambiguità e omissioni, e soprattutto delle brecce aperte nella disciplina nel nome di una misericordia pastorale relativista. L’impressione generale che si ricava da questo testo è quella di una confusione che non mancherà di essere sfruttata in un senso contrario all’insegnamento costante della Chiesa.

Per questo ci sembra necessario riaffermare la verità ricevuta dal Cristo sulla funzione del Papa e dei vescovi [1]e sulla famiglia e il matrimonio [2]. Lo facciamo nello stesso spirito che ci ha spinti a presentare una supplica a Papa Francesco prima della seconda sessione di questo Sinodo.

1 – La funzione del Papa e dei vescovi

Figli della Chiesa cattolica, noi crediamo che il Vescovo di Roma, Successore di san Pietro, è il Vicario di Cristo, e allo stesso tempo Capo di tutta la Chiesa. Il suo potere è una giurisdizione in senso proprio, e nei suoi confronti i pastori come i fedeli delle chiese particolari, presi ciascuno isolatamente o riuniti insieme, anche in concilio, in sinodo o in conferenze episcopali, sono tenuti a un dovere di subordinazione gerarchica e di vera obbedienza.

Dio ha disposto così, in modo che mantenendo con il Vescovo di Roma l’unità della comunione e la professione della vera fede, la Chiesa di Cristo sia un solo gregge con un solo Pastore. La Santa Chiesa di Dio è divinamente costituita come una società gerarchica, dove l’autorità che governa i fedeli viene da Dio al Papa solo, e attraverso lui ai Vescovi che gli sono sottomessi.

Quando il Magistero Pontificio supremo ha dato l’espressione autentica della verità rivelata, sia in materia dogmatica sia in materia disciplinare, non spetta agli organismi ecclesiastici dotati di un’autorità di rango inferiore – come le conferenze episcopali – introdurre delle modifiche.

Il senso dei sacri dogmi che deve essere conservato in perpetuo è quello che il Magistero del Papa e dei vescovi ha insegnato una volta per tutte e non è mai permesso allontanarsene. Per questo la pastorale della Chiesa, quando esercita la misericordia, deve cominciare con il rimediare alla miseria dell’ignoranza, donando alle anime l’espressione della verità che le salva.

Nella gerarchia così stabilita da Dio, in materia di fede e di Magistero, le verità rivelate sono state affidate come un deposito divino agli Apostoli e ai loro successori, il Papa e i vescovi, affinché li conservino fedelmente e li insegnino con autorità. Questo deposito è contenuto come nelle sue fonti nella Santa Scrittura e nelle Tradizioni non scritte che, ricevute dagli Apostoli dalla bocca del Cristo stesso o trasmesse come di mano in mano dagli Apostoli sotto la guida dello Spirito Santo, sono giunte fino a noi.

Quando la Chiesa docente dichiara il senso di queste verità con tenute nelle Scritture e nella Tradizione, lo impone con autorità ai fedeli, perché le credano come rivelate da Dio. Ed è falso dire che spetta al Papa e ai vescovi di ratificare semplicemente quello che è loro suggerito dal sensus fidei o dall’esperienza comune del popolo di Dio.

Come abbiamo già scritto nella Supplica al Santo Padre: «La nostra inquietudine viene dalla condanna che san Pio X ha formulato, nell’enciclica Pascendi, di un simile adattamento del dogma alle pretese esigenze contemporanee. San Pio X e Voi, Santità, avete ricevuto la pienezza del potere di insegnare, di santificare e di governare nell’obbedienza al Cristo, che è Capo e Pastore del gregge in ogni tempo e in ogni luogo, e del quale il Papa deve essere il fedele Vicario sulla terra. L’oggetto di una condanna dogmatica non può diventare, con il tempo, una pratica pastorale autorizzata».

Questo fece dire a Monsignor Lefebvre nella sua Dichiarazione del 21 novembre 1974: «Nessuna autorità, neppure la più alta nella gerarchia, può costringerci ad abbandonare o a diminuire la nostra fede cattolica chiaramente espressa e professata dal Magistero della Chiesa da diciannove secoli. “Se avvenisse – dice San Paolo – che noi stessi o un Angelo venuto dal cielo vi insegnasse altra cosa da quanto io vi ho insegnato, che sia anatema” [3].

2- Il matrimonio e la famiglia cattolica

Circa il matrimonio, Dio ha provveduto alla crescita del genere umano con l’istituzione del matrimonio, che è l’unione stabile e perpetua di un uomo e una donna [4]. Il matrimonio dei battezzati è un sacramento, poiché il Cristo l’ha elevato a tale dignità; il matrimonio e la famiglia sono dunque di istituzione divina e naturale.

Il fine primo del matrimonio è la procreazione e l’educazione dei figli, che nessuna volontà umana deve escludere con atti ad esso opposti. Il fine secondario del matrimonio è l’aiuto reciproco tra gli sposi e il rimedio alla concupiscenza.

Il Cristo ha stabilito che l’unità del matrimonio sarebbe stata definitiva, per i cristiani come per tutti gli uomini. Quest’unità gode di un’indissolubilità che non può mai essere sciolta né dalla volontà delle due parti, né da un’autorità umana: «ciò che Dio ha unito, l’uomo non separi» [5]. Nel caso del matrimonio sacramentale dei battezzati, l’unità e l’indissolubilità si spiegano inoltre con il fatto che è il segno dell’unione del Cristo con la sua Sposa, la Chiesa.

Tutto ciò che gli uomini possono decretare o fare contro l’unità o l’indissolubilità del matrimonio non corrisponde né a quello che esige la natura né al bene della società umana. In più, i fedeli cattolici hanno il grave dovere di unirsi con il cosiddetto matrimonio civile, senza tener conto del matrimonio religioso prescritto dalla Chiesa.

Ricevere l’Eucarestia (o comunione sacramentale) richiede lo stato di grazia santificante e l’unione al Cristo tramite la carità; la comunione aumenta questa carità e significa nello stesso tempo l’amore di Cristo per la Chiesa, che è a Lui unita come Sua unica Sposa. In conseguenza, coloro che deliberatamente vivono insieme in un’unione concubinaria o anche adultera, contro le leggi di Dio e della Chiesa, dando un cattivo esempio di mancanza di giustizia e carità, non possono essere ammessi all’Eucarestia e sono considerati come pubblici peccatori: «Colui che sposa una donna ripudiata, commette adulterio» [6].

Per ricevere l’assoluzione dei suoi peccati nel quadro del sacramento della Penitenza, è necessario avere il fermo proposito di non peccare più e in conseguenza coloro che rifiutano di mettere un termine alla loro situazione irregolare non possono ricevere un’assoluzione valida [7].

In conformità alla legge naturale, l’uomo ha il diritto di usare della propria sessualità solo nel quadro di un legittimo matrimonio, e rispettando i limiti fissati dalla morale. Per questo l’omosessualità contraddice il diritto divino naturale. Le unioni compiute fuori dal matrimonio, che siano concubinarie, adultere o omosessuali, sono un disordine contrario alle esigenze della legge divina naturale e costituiscono quindi un peccato; non ci si potrebbe riconoscere alcuna parte di bontà morale, nemmeno diminuita.

Di fronte agli errori attuali e alle legislazioni civili contro la santità del matrimonio e la purezza dei costumi, la legge naturale non ammette eccezioni, poiché Dio, nella sua infinita sapienza, dando agli uomini la Sua legge, ha previsto tutti i casi e tutte le circostanze, a differenza dei legislatori umani. Così non si può ammettere la cosiddetta morale di situazione, che si propone di adattare le regole di condotta dettate dalla legge naturale alle circostanze variabili delle diverse culture. La soluzione dei problemi di ordine morale non deve essere sottomessa alla sola coscienza degli sposi o dei pastori, e la legge naturale si impone alla coscienza come regola dell’agire.

La sollecitudine del Buon Samaritano verso il peccatore si manifesta con una misericordia che non scende a patti con il peccato, come il medico che vuole aiutare efficacemente un malato a recuperare la salute non scende a patti con la malattia, ma l’aiuta a vincerla. Non ci si può liberare dell’insegnamento evangelico in nome di una pastorale soggettivista che –pur ricordandolo in termini generali – l’abolirebbe caso per caso. Non si può accordare ai vescovi la facoltà di sospendere la legge dell’indissolubilità ad casum, senza esporsi a un indebolimento della dottrina del Vangelo e a un frazionamento dell’autorità nella Chiesa. In effetti in questa prospettiva erronea quello che è affermato dottrinalmente potrebbe essere negato pastoralmente, e quello che è proibito de jure potrebbe essere autorizzato de facto.

In questa confusione estrema, spetta ormai al Papa – in conformità alla sua carica e nei limiti a lui fissati dal Cristo – ribadire con chiarezza e fermezza la verità cattolica quod semper, quod ubique, quod ab omnibus [8], e di impedire che questa verità universale non sia praticamente o localmente contraddetta.

Seguendo il consiglio del Cristo: vigilate et orate, noi preghiamo per il Papa:oremus pro Pontifice nostro Francisco, e restiamo vigilanti: non tradat eum in manibus inimicorum eius [9], perché Dio non lo abbandoni al potere dei suoi nemici. Supplichiamo Maria, Madre di Dio, di ottenergli le grazie che gli permetteranno di essere il custode fedele dei tesori del Suo Divin Figlio.

Menzingen, 27 ottobre 2015


+Bernard Fellay

Superiore generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X

NOTE

1 - Concilio di Trento, IV sessione; Concilio Vaticano I, costituzione Dei Filius; decreto Lamentabili, n. 6.

2 Mt XVI, 18-19; Io XXI, 15-17; costituzione Pastor Aeternus del Concilio Vaticano I.

3 Gal. 1, 8

4 Gn 2, 18-25.

5 Mt 19, 6.
6 Mt 19, 9.

7 - Leone XIII, Arcanum divinae sapientiae; Pio XI, Casti connubii.

8 - S. Vincenzo di Lerino, Commonitorium.

9 Oratio pro summo Pontifice.

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