ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 3 dicembre 2015

Grande come un gigante



MISTERI DI SAN PIO

    Grande come un gigante, piccolo come uno gnomo: uno dei misteri di San Pio da Pietrelcina. Il compito della scienza è tentar di spiegare i fenomeni fisici, non stabilire aprioristicamente cosa è possibile e cosa impossibile
di Francesco Lamendola  


 La scienza moderna riposa sul mito della oggettività delle misurazioni, da cui discende l’altro mito, quello della riproducibilità dell’esperimento.
Una cosa, per la scienza moderna occidentale, o è bianca, o è nera; o è grande, o è piccola; anzi, la si può quantificare al millimetro o al milligrammo.
Ma che cosa succederebbe se questo dogma dovesse incrinarsi e svanire come nebbia al sole; se apparisse che le cose non hanno un volume, un peso, delle dimensioni precise, ma che esse variano a seconda delle circostanze in cui vengono percepite?
Un essere umano, per esempio, possiede un peso corporeo ben definito: che può variare, ovviamente, in un certo arco di tempo, ma non certo da un istante all’altro, tanto più se non si accompagna ad alcun fenomeno visibile di aumento o diminuzione dei grassi.
Eppure, ecco un caso che smentisce in pieno questa convinzione scientifica: esso è riferito da Corrado Balducci nel suo libro «La possessione diabolica» (Roma, Edizioni Mediterranee, 1974) e riguardante una giovane, chiamata convenzionalmente Marcella.
Si trattava di una donna esile, oltretutto alquanto provata da anni e anni di continui disturbi e di gravi malesseri, cui la medicina ufficiale non aveva saputo dare né un nome, né, tanto meno, offrire una terapia. Una paio di persone, o anche una sola, appena un po’ robusta, avrebbero dovuto poter sollevare e trasportare agevolmente quel povero corpo martoriato da incomprensibili sofferenze; invece, ecco cosa accadde una volta (p. 24):

«Un giorno fu condotta al santuario di S. Rita da Cascia. All’ingresso svenne e cadde supina al suolo; ci vollero ben cinque persone robuste per sollevarla e portarla in chiesa: l’enorme peso di quell’esile e fragile corpo riuscì a tutti assai misterioso. Lo stesso fenomeno si ripeté in seguito nella chiesa parrocchiale.»

Si faccia attenzione alla circostanza che Marcella, in quel momento, giaceva svenuta.
In parecchi casi, anche di altre persone affette dal medesimo male, si è potuto riscontrare un eccezionale aumento della forza corporea: questi soggetti diventano così forti, indipendentemente dal sesso, dall’età e dalla costituzione fisica, che parecchi uomini robusti fanno molta fatica a trattenerli; questo, però, si potrebbe anche spiegare, sia pure con qualche forzatura, come un effetto della straordinaria tensione nervosa, che notoriamente può conferire una forza insospettata anche ai soggetti più esili e deboli, in circostanze molto particolari.
Il caso di Marcella, però, è sostanzialmente diverso: non riguarda la forza fisica (che può variare d’improvviso, appunto, in presenza di circostanze particolari, ad esempio per una tensione, uno spavento, un pericolo subitaneo), ma il peso corporeo, che è una quantità data e non modificabile nell’immediato. Se un corpo umano pesa, poniamo, cinquanta chilogrammi, esso non può, di colpo, pesarne cento o duecento: questo è semplicemente impossibile. O, almeno, così ritiene la scienza. Ma allora una persona svenuta, di corporatura minuta, nonché priva di sensi, come può diventare così pesante che solo parecchie persone riescono a sollevarla, e solo con grande fatica, quasi che si trattasse di trasportare un corpo gigantesco?
Vi sono anche dei casi nei quali è risultato assolutamente impossibile spostare il soggetto, oppure in cui è risultato impossibile spostare una sedia, una tavola o qualche altro arredo, come se una forza inspiegabile li avesse letteralmente incollati al pavimento; e ciò, mentre la persona posseduta, con voce non sua, esprimeva il proprio ironico o beffardo compiacimento per gli inutili sforzi dell’esorcista e dei suoi assistenti; per poi annunciare, sempre con la voce di una entità estranea, che si era ormai divertita abbastanza e che il gioco non la interessava più, al che la forza misteriosa cessava di operare ed il corpo umano, oppure l’oggetto in questione, potevano essere spostati con estrema facilità.
Questo, per quanto riguarda il peso; ora passiamo alla statura.
Un uomo, per esempio, sappiamo che ha una statura esattamente misurabile: un metro e sessanta, un metro e settanta, un metro e ottanta; ma che cosa succede se quell’uomo ci apparisse ora nelle sue normali dimensioni, ora, invece, gigantesco, altissimo, tanto da sfiorare il soffitto della stanza più alta; per poi ridiventare piccolo, così piccolo e così invecchiato da non sembrare più nemmeno lo stesso individuo che credevamo di conoscere?
E cosa diremmo se tutto questo si verificasse sotto i nostri occhi, nel giro di pochi minuti; se potessimo esserne testimoni non noi soltanto, ma anche altre persone chi si trovassero accanto a noi; e se, confrontando le nostre impressioni con le loro, arrivassimo alla conclusione di avere assistito esattamente allo steso fenomeno, senza possibilità di dubbio e senza che ciò si possa riferire ad una qualche forma di suggestione o di allucinazione?
Ebbene, una esperienza del genere è toccata ad alcuni frati che conobbero San Pio da Pietrelcina, che gli furono accanto nel convento ove amministrava il sacramento della confessione, e che, alla fine, poterono confrontare fra di loro le impressioni che avevano riportato assistendo all’incredibile fenomeno.
Il fatto è stato così riportato nel terzo volume del libro scritto da un sacerdote, Marcellino Iasenza Niro: «Il Padre. San Pio da Pietrelcina» (San Giovanni Rotondo, Convento di Santa Maria delle Grazie, 2007, pp. 629-630):

«Fra Daniele Natale, un fratello molto caro al Padre, quando era a Foggia quale cuciniere della nostra fraternità, fu pregato dal p. provinciale, p. Agostino da S. Marco in Lamis, di salire a S. Giovanni Rotondo per supplire il frate sacristia nell’accompagnare P. Pio a confessare gli uomini nel pomeriggio. Intorno alle 14,30 egli andava in coro ad aspettare il Santo che, prima di scendere ad amministrare il sacramento del perdono, vi si recava per raccogliersi in preghiera.
Egli racconta: “Un giorno ero in attesa del suo arrivo, quando si aprì la porta ed egli entrò. Rimasi senza fiato, perché mi vidi davanti un gigante, un colosso. Un P. Pio così non lo avevo mai visto. Era alto, tanto alto che la sua statura arrivava all’altezza del Crocifisso, collocato sul parapetto del coro. Si inginocchiò al solito posto e vi rimase immobile per un quarto d’ora circa.
Poi si alzò. Ma quale trasformazione! Appariva piccolo ed invecchiato tanto che si faceva fatica a riconoscerlo.
Detti una rapida occhiata a P. Agostino, che seduto nello scanno del superiore, mi guardava. Avvicinatomi a lui, mi disse sotto voce: “Hai visto che fenomeno?”.
“Padre provinciale, che cosa avete visto voi?”, domandai.
“Quello che hai visto tu. Un colosso quando è entrato”.
“E un vecchietto quasi cadente, quando è uscito”, aggiunsi io.
P. Agostino si mise le mani alle tempie, scuotendo la testa: “Noi non capiremo mai questo Padre”, mormorò.
Io mi affrettai ad andare da quel P. Pio così malandato, per accompagnarlo giù in sacrestia a riconciliare con Dio i fratelli bisognosi di perdono” [Fra Daniele Natale, Cerignola (FG), 1. 10. 1986].»

Di nuovo: come è possibile che san Pio da Pietrelcina, un uomo dalla statura normale, improvvisamente, mentre entrava in Chiesa e si inginocchiava per pregare, superasse, in altezza, gli arredi dell’altare, eguagliando quella del crocifisso; e poi, nel giro di alcuni minuti, rimpicciolisse a vista d’occhio, si rattrappisse, e apparisse non sono più basso e più minuto, ma anche più vecchio, più sciupato, più debole, come se, di colpo, gli fossero caduti sopra le spalle anni e anni di età, trasformandolo in un fragile vecchietto che si reggeva a stento sulle gambe, e aveva bisogno di essere sostenuto e accompagnato per tornarsene alla sua cella? Piccolissime variazioni di statura sono possibili nel corso di molti anni, ad esempio per l’incurvarsi della colonna vertebrale; secondo alcuni calcoli statistici, sarebbe “normale” una riduzione della statura di un centimetro ogni dieci anni. Un centimetro ogni dieci anni!, non mezzo metro o un metro nel giro di quindici minuti. Decisamente, anche qui c’è qualcosa di inesplicabile. Di inesplicabile, beninteso, fino a che non si mettono in discussione le premesse: quelle della scienza positivista, materialista e meccanicista, che noi occidentali denominiamo senz’altro, orgogliosamente, la scienza moderna.
Potremmo fare parecchi altri esempi della sua inadeguatezza a spiegare tutta una serie di fenomeni fisiologici reali: vale a dire di fenomeni oggettivi, osservati da numeroso testimoni degni di fede, a volte anche in un lungo arco temporale. Per la scienza moderna, l’organismo umano non può sopravvivere senza mangiare, e soprattutto senza bere, per più di qualche giorno. Ma allora come spiegare il caso di una mistica come Anna Kaharina Emmerich (1774-1824), o come Teresa Neumann (1898-1962), o come Marthe Robin (1902-1981), le quali vissero senza alimentarsi e senza bere, ma solo assumendo la particola della santa Comunione, rispettivamente per 11 anni, per 36  anni e per 53 anni, e ciò senza che mai alcuno riuscisse a cogliere il minimo indizio che simulassero il digiuno (che, peraltro, era causato da una impossibilità materiale del loro stomaco di assumere e trattenere la più piccola forma di nutrimento, compreso un semplice caffè)?
Un altro esempio riguarda la temperatura. Secondo la nostra medicina, un organismo umano, che possiede una temperatura normale compresa fra i 36,4 e i 37,2 gradi centigradi, non può sopportare un aumento della temperatura corporea superiore ai 42 gradi: oltre di essa sopraggiunge la morte per ipertermia. Eppure sappiamo, tornando a san Pio da Pietrelcina, che la temperatura corporea del cappuccino superava frequentemente la temperatura massima registrata dai normali termometri, con la conseguente rottura della colonnina del mercurio, senza che ne derivassero conseguenze fatali. In un caso, il termometro da bagno registrò una temperatura di 48 gradi. Anche questa è una sfida a ciò che noi riteniamo scientificamente possibile.
Un discorso ancora più impressionante si può fare riguardo alla fisionomia o alla voce di una persona. In alcuni casi di possessione diabolica – o, per chi non crede ad una tale fenomenologia, di sindrome isterica a carattere pseudo-demoniaco – il volto del soggetto si deforma con subitanea rapidità, invecchia o ringiovanisce, si raggrinzisce o si distende, si allunga o si accorcia, e assume, perfino, le sembianze di un secondo, di un terzo, di un quarti individuo,ce così via, l’uno completamente diverso dall’altro: in alcuni rari casi, si succede, su di esso, una vera e propria folla (cfr. l’episodio dell’esorcismo, a Nanchino, nel 1937, di un certo Thomas Wu, riportato da padre Malachi Martin nel suo libro «In mano a Satana», e da noi discusso in un precedente articolo: «Vi sono porte che dovrebbero restare chiuse», pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 24/05/2007). La voce, del pari, può variare subitaneamente, in modo alquanto impressionante: la voce di un adulto può diventare, di colpo, quella di un bambino; la voce profonda di un uomo può essere sostituita dalla voce squillante di una ragazza, o viceversa. Vengano, dunque, i medici e gli scienziati convinti di sapere tutto, o quasi tutto, sui segreti della fisiologia umana, a spiegare simili fenomeni. Nel primo caso, bisognerebbe ammettere non solo una velocissima e incessante modificazione dei muscoli facciali, ma, addirittura, della struttura ossea facciale e persino della scatola cranica: cosa, evidentemente, al di fuori di qualunque spiegazione razionale. Nel secondo caso, avverrebbe una trasformazione altrettanto subitanea delle corde vocali.
Giungiamo, così, ad una conclusione di carattere generale, e sia pure provvisoria. Noi dobbiamo abbandonare l’idea che un determinato fenomeno fisiologico sia impossibile a priori, solo perché esso non rientra negli schemi delle nostre attuali conoscenze scientifiche. È assurdo pretendere di dare torto ai fatti per non disturbare le teorie: sarebbe un completo, clamoroso rovesciamento, non solo delle regole più elementari del buon senso, ma dello stesso metodo scientifico. Il compito della scienza è tentar di spiegare i fenomeni fisici, non stabilire aprioristicamente cosa è possibile e cosa impossibile. Semplicemente, non ne sappiamo abbastanza per avventurarci su di un simile terreno…


Grande come un gigante, piccolo come uno gnomo: uno dei misteri di San Pio da Pietrelcina

di Francesco Lamendola

RIFIUTO DEL LIMITE

    Il rifiuto del limite imprigiona l’uomo nella dimensione del finito. E' anche la sua maledizione: perché il limite umano non può essere superato rifiutandolo egli trova solo la sconfitta a cominciare dalla sconfitta della morte di Francesco Lamendola  






Il tratto fondamentale della civiltà moderna è il rifiuto del limite: tutto il resto – il materialismo, l’edonismo, lo scientismo, il relativismo, il superomismo, il nichilismo – tutto il resto, con logica assolutamente rigorosa, è una conseguenza di questo fatto.
Ebbene: il rifiuto del limite, che proietta l’uomo verso l’assoluto, è anche la sua maledizione: perché il limite umano non può essere superato; per cui, rifiutandolo, ciò che egli trova è solo la sconfitta, a cominciare dalla sconfitta della morte, e la più amara delusione, che degenera in uno stato di angoscia e disperazione permanente.
Che fare, dunque, se, da un lato, l’uomo non può fare a meno di tendere al di là di se stesso, ma, dall’altro, non può fare a meno di riconoscere il proprio limite, e, dunque, di riconoscersi vinto, sconfitto, mortale? È dunque, l’intera vita umana, l’intero corso della storia umana, una tragica farsa, una beffa ed un circolo vizioso, nel quale si esplicano quelle stesse forze che, trovando la porta sbarrata, si ritorcono contro se stesse, generando ancora più angoscia e sempre maggiore disperazione? È dunque l’uomo condannato alla pazzia?
No: non solo non è condannato alla delusione, alla disperazione, alla sconfitta e alla pazzia; al contrario, egli è chiamato alla piena e luminosa realizzazione di sé: ma non nel senso che a queste espressioni dà il “mondo” – usiamo l’espressione nel significato, decisamente negativo, che essa ha nel quarto Vangelo -, ma in un senso nuovo e diverso, che presuppone, da parte sua, una vera e propria rivoluzione copernicana interiore.
Eppure non si tratta affatto di un paradosso, e nemmeno di una sorta di auto-consolazione forzata: si tratta di un percorso di una linearità e di una consequenzialità assolute. L’uomo vorrebbe trascendere il proprio limite, ma non lo può: se si ostina nel tentativo, non potrà che evocare fantasmi paurosi, generare mostri, e divenire un mostro egli stesso. Se, viceversa, egli accetta il proprio limite – un limite che non è storico, ma ontologico; che non dipende da un determinato stadio di evoluzione scientifica, o tecnologica - o, comunque, materiale - ma è connaturato alla sua struttura biologica e psichica, allora, e solo allora, resosi conto della sua effettiva impotenza, della sua finitezza, della sua caducità, gli viene offerta l’occasione di gettare uno sguardo sull’orizzonte altro: quello in cui chi si umilia viene esaltato, e chi si annienta, trova il suo principio, il suo scopo, il suo fine: «l’Amor che muove il sole e l’altre stelle».
Non ci sono alternative: tertium non datur. All’uomo sono concesse solo due strade: essere quel che deve essere, nell’unione con Dio; essere niente, e quindi trasformarsi in un demone della disperazione, senza Dio e contro Dio. La sua libertà consiste in questo. Non è una libertà assoluta: se lo fosse, egli sarebbe Dio; è una libertà relativa e condizionata. Ma è da essa che dipende il suo destino; ed è, nonostante tutto, nelle sue mani. Se sceglie per Dio, tutto in lui trova il suo perfezionamento e il suo compimento: intelligenza, volontà, cultura, senso del bello, del giusto, del vero; se sceglie contro Dio, le sue stesse potenzialità gli si rivoltano contro, diventano esplosive, distruttive, laceranti: la sua intelligenza si trasforma in pazzia; la sua volontà, in delirio; il suo sapere, in ignoranza; il suo desiderio di bene, di verità, di giustizia, di bellezza, nel loro esatto contrario, travolgendolo in una spirale negativa senza fine, perché senza possibilità di redenzione. L’uomo, infatti, non può redimersi da solo: può fare molte cose, ma questa non la può fare. Non può redimersi, perché non sa perdonarsi. Non ci si lasci ingannare dalle apparenze: può sembrare che gli uomini, e specialmente gli uomini malvagi, si auto-assolvano con molta facilità, ma è solo apparenza; nel profondo, il senso di colpa li divora, li acceca, li rende folli, li trascina verso la nemesi. E questo perché il senso della giustizia è inscritto nell’anima umana, fin dal principio: la coscienza non è, come volevano gli illuministi e i sensisti, una tabula rasa; al contrario: la legge morale naturale è presente nella coscienza di ciascun essere umano, anteriormente all’educazione e all’influsso ambientale. Avere in se stessi la legge naturale, infatti, significa che la legge morale è secondo natura: pertanto, chi la infrange, chi la viola, chi la deride, va contro la natura e ne risente le conseguenze. È una cosa che si può fare, perché l’uomo possiede il libero arbitrio: ma c’è un prezzo da pagare. Non si va impunemente contro la natura: e la legge morale fondamentale è secondo natura; anche se, nelle sue manifestazioni storiche,  essa riflette un determinato momento e un determinato ambiente.
Bernard Ronze è stato uno scrittore e un pensatore che ha particolarmente approfondito questi temi.
Accostarsi alla sua personalità e alla sua opera, significa andare incontro a parecchie sorprese. Chi abbia letto uno dei suoi libri, magari acquistato alla bancarella di qualche mercatino dell’usato, si rende conto, immediatamente, di essere in presenza di un autore che ha qualcosa da dire, e che sa dirlo con forza, con chiarezza, con estrema concisione; di un uomo che deve aver molto riflettuto prima di mettersi a scrivere, e che, palesemente, non era interessato a far parlare di sé, ma a suscitare interesse rispetto ai temi della vita spirituale. E già questa è una cosa insolita: in un establishment culturale ove quasi tutti, chi più, chi meno, sgomitano e si azzuffano per conquistare la luce dei riflettori, mettono il petto in fuori per attribuirsi meriti e benemerenze, vantano veri o supposti diritti di priorità (e quindi, se possibile, di proprietà) rispetto a questa o quella idea, questo o quel ragionamento, eccoci al cospetto di un saggista sobrio e discreto, che non cerca la notorietà, ma che vuole invitarci - quasi da amico, quasi in sordina - a pensare, o ripensare, i valori essenziali sui quali abbiamo impostato la nostra vita.
Ma c’è dell’altro. La cultura filosofica contemporanea, e specialmente quella francese (che si è irradiata nel resto d’Europa e del mondo, a partire dalla stagione illuminista dei philosophes, e fino alla stagione esistenzialista degli intellettuali del Quartiere Latino, con la sigaretta all’angolo della bocca e l’impermeabile dalla Humphrey Bogart), si qualifica, per definizione, come progressista, laicista, ateista, “rivoluzionaria” (di qualunque rivoluzione si tratti: perché, come disse qualcuno nel Maggio del ’68, la beauté est dans la rue, la bellezza è nella strada); mentre Bernard Ronze è stato, evidentemente, tutt’altro che un rivoluzionario e un “progressista”. Nato il 2 giugno 1927 a Saint-Mandé, nel dipartimento della Valle della Marna, regione dell’Île de France (per i curiosi delle coincidenze, la stessa cittadina che avrebbe dato i natali, due anni dopo, nel 1929, all’attore Bruno Cremer, il futuro ispettore Maigret della Televisione francese), e percorse regolare carriera di funzionario statale, divenendo Ispettore generale delle Finanze, carica che ricoprì a varie riprese, fra il 1956 e il 1979, oltre a numerosi altri incarichi per conto della Pubblica amministrazione.
A lato di questa carriera così borghese, Bernard Ronze ha coltivato, per tutta la vita, la vocazione alla scrittura: non di romanzi, ma di una serie assai nutrita di saggi, tutti incentrati sui grandi problemi morali dell’uomo moderno, sul mistero della fede, sul senso dell’esistenza e della storia; e, nello stesso tempo, ha collaborato attivamente alla rivista «Études» (sottotitolo: «Studi di teologia, di filosofia e di storia»), una prestigiosa testata cattolica che usciva una sola volta l’anno (e che esiste ancora, ma è diventata mensile), la quale è stata fondata nel 1856 da un diplomatico russo residente a Parigi e convertitosi al cattolicesimo, Ivan Gagarin, il quale si fece prete, entrò nell’Ordine dei Gesuiti e si propose di riportare il suo Paese natale nell’ambito della Chiesa romana. Oggi, sia detto fra parentesi, la rivista è caduta molto in discredito e anche le sue vendite sono precipitate; i suoi fedeli lettori la stanno abbandonando, perché non capiscono più il suo attuale orientamento. Basti dire che, per un malinteso senso di solidarietà con la rivista, irreligiosa e blasfema, «Charlie Hebdo», dopo il sanguinoso attentato terroristico del 7 gennaio 2015, i gesuiti che la dirgono hanno deciso di ripubblicare, a loro volta, una serie di vignette anticattoliche “incriminate”; cosa che ha suscitato una viva indignazione e la pronta reazione di un altro gesuita, Jean-François Thomas, il quale ha deprecato la “libertà di blasfemia” e richiamato i suoi confratelli a recuperare “un po’ di buon senso”.
Tornando a Bernard Ronze, ricordiamo i titoli dei suoi libri, poco conosciuti e pochissimo tradotti in Italia: «L’homme de quantité» (1977), «L’homme de foi» (1988),  «L’homme de Dieu» (1979), «Faire la verité ou l’Evangile et le comportement» (1983), «Le Dernier repas ou l’avènement du réel» (1990), «La Mére du Christ ou la vraie Structure de la Révélation» (1996), «L’essence du Christianisme» (1996), «Le Christ, Réalité nouvelle» (1997).
Ha scritto Bernard Ronze nel secondo volume della sua trilogia antropologica «L’homme de foi» (Paris, Desclée de Brouwer, 1978; titolo italiano: «L’impossibile fa parte del reale», traduzione dal francese di Padre David Turoldo, Roma, Edizioni Paoline, 1981, pp. 46-47):

«L’idea di limite sta al centro dello spirito di fede e del suo trasferimento nel reale. Gli dà radici, forza e linguaggio. Radici. La fede ha per condizione un successo: nella ricerca dell’”essere”, questo sogno vano, tenace e catturante dei filosofi; nella ricerca dell’anima. Come entrare in noi, quando tutto vi esce? Nella ricerca del perdono:  se vi è una cosa di cui siamo incapaci, è proprio quella di perdonare a noi stessi. Essa scava nell’uomo un foro gigantesco, senza bordo né fondo: esistenza fuggente, anima fuggitiva, colpa vivente, ecco che cos’è, sotto il suo dominio, la nostra verità senza maschera né orpelli. Forza. Dalla natura alla libertà, dalla storia al destino, dalla ripetizione alla novità, tutti passaggi al limite. Più profondo il punto in cui noi cadiamo, più potente è la spinta che ci fa risalire. Infine, il linguaggio. Il limite ha una funzione misteriosa. Non si tratta di superarlo: perderebbe il suo carattere e ciò che ne deriva. Al contrario, è proprio per l’impotenza in cui ci affonda che ci apre a una realtà differente di cui è segno. Noi lo percepiamo, del resto, attraverso la parola e l’amore: quella ne è l’espressione continua, questo non vive che per essa. All’orgoglioso concetto dell’essere, alle fiere costruzioni di cui è il materiale, succede allora un’”ontologia” dell’umiltà: l’uomo di fede è prima di tutto un mendicante.
Per questo il rifiuto del limite si identifica con il rifiuto del sacro. Distinguere quest’ultimo dal profano significa distinguere ciò di cui l’uomo è definitivamente incapace da quello di cui è capace. Cerniera fra il mondo e il regno, il limite ci imprigiona nel mondo, se noi lo rifiutiamo; ci libera nel regno, se lo accettiamo. Traviamento, perversione nel primo caso; capovolgimento, conversione nel secondo. Da qui l’inversione permanente del Vangelo: a che cosa serve all’uomo guadagnare l’universo? Chi perde la sua vita per causa mia… Da qui le sue divisioni implacabili: padre contro figli, figlio contro padre. Niente di straordinario, se il mondo non tollera una fede che rovescia i suoi sogni, gli parla attraverso la morte e lo rimanda incessantemente alla sua colpa. Un mondo che non sa di essere caduto, non ha bisogno dell’anima, irride il perdono, ne ha poca esperienza. Un mondo immortale, che aspira all’illimitato, ha forzatamente in orrore la fede. È una curiosa idea quella di cercare, come le chiese oggi, di trovarle un aspetto meno turbante, meno sconcertante, quando per natura essa sconvolge, di darle una figura più umana, quando essa ha i tratti dello scandalo. La sua parola è sempre dura da intendere, il suo linguaggio sempre troppo forte: chi può ascoltarlo? Addolcirlo, difendersene, vuol dire adeguarsi al mondo e ai suoi pensieri. La fede non deve essere accettata: va dall’inaccettabile all’inaccettabile.»

Rifiutare il limite, significa rifiutare il sacro; rifiutare il sacro, significa rifiutare la condizione creaturale: vale a dire pretendere per sé la condizione del sacro. Di qui nasce l’idolatria delle cose, dei disegni umani e dell’uomo stesso: idolatria che sfocia in una diabolica contraffazione del sacro. L’abbiamo vista più volte, per esempio con l’hitlerismo e con lo stalinismo; oggi essa si esprime in forme più subdole e sottili, ma non meno totalitarie, né meno sacrileghe.
Dovrebbe far riflettere il plauso che certa cultura laicista e massonica riserva a quei cattolici e a quegli esponenti della Chiesa i quali, per un senso malinteso di rispetto della diversità, rinunciano alla propria cultura del sacro: qui il senso del limite è stravolto e trasformato in pretesto per distruggere il sacro in quanto tale e non per rispettare le “altre” concezioni di esso. I cristiani progressisti e modernisti, che si sforzano di togliere al Vangelo il pungiglione dello scandalo, forse perché desiderosi di piacere al “mondo”, tradiscono se stessi e abdicano alla loro ragion d’essere: ricordare a tutti che, se viene meno l’umano senso del limite, la storia diventa un autentico Inferno...

Il rifiuto del limite imprigiona l’uomo nella dimensione del finito

di Francesco Lamendola

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